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Posts Tagged ‘Thoman Mann’

Ho finito di leggere la Montagna incantata di Thomas Mann, oggi 6 agosto 2017.

Ho iniziato a leggerlo un anno o due fa, non ricordo di preciso il tempo lungo di questa lettura.

Una lettura fatta nella mia casa tra le montagne dove spesso trascorro i fine settimana.

Una lunga lettura per un lungo periodo di tempo sul balcone di una casa in cui il tempo non è quello della vita in città, un tempo che segue un ritmo diverso, quasi fermo, eppure così variabile nei colori del monte di fronte al balcone. Un monte aspro dalle cime dritte verso il cielo che, sull’estrema destra, ha due protuberanze simili a mammelle. A volte in certi tramonti accesi il profilo nero pare disegnare una donna distesa, una madre gigantesca ai cui piedi camminano, come tante formiche, persone osservate nell’eterno viaggio dal paese verso il bar, nell’unico percorso quasi piano, accessibile a tutti.

Nonostante le lunghe pause ogni volta che ho ripreso la lettura mai ho dovuto rileggere le ultime pagine per ricordare ciò che avevo letto in precedenza.

Questo per dire che il mio tempo di lettura si è adeguato al tempo del libro. Al tempo di Castorp, il protagonista e la mia montagna si è (con)fusa con la sua.

Una montagna irta da scalare, soprattutto nei discorsi tra il protagonista e il razionalismo di Settembrini, perdendomi completamente con quelli dell’irrazionale pessimismo di Naphta. Io che di anni ne ho il triplo di Castorp ma la sua stessa non conoscenza o per meglio dire la sua stessa ignoranza.

Dalla mia e dalla sua parte c’è la curiosità che ci spinge in territori inesplorati.

Questa affinità mi ha permesso di avvicinarmi al testo. E non solo: la malattia e con essa il tempo e la morte.

Sono stata nella mia vita, in periodi diversi, ma sempre per periodi abbastanza lunghi, in ospedale.

L’inizio del libro, quando Castorp si reca in sanatorio per trovare il cugino Joachim con l’intenzione di soggiornare per tre settimane (si trasformeranno in sette anni), mi ha molto incuriosito leggere come si effettuava la cura per la tubercolosi, malattia che ancora oggi è attiva e devastante. La cura del balcone, il termometro, le lastre e il cibo. Abbondante. Questa abbondanza caratterizza la provenienza borghese – benestante degli ospiti.

L’attenzione di Castorp per ogni piccolo gesto, dall’avvolgersi la coperta sul balcone agli occhi chirghisi della signora Clavdia Chauchat, quel suo sbattere la porta quando entra in sala da pranzo, mi è rimasto dentro come l’affetto per il cugino che, nonostante non seguisse con lo stesso interesse le discussioni con Settembrini, sempre si affiancava a Castorp e che con lui assisteva nella fase finale le vittime della tubercolosi. Quell’avvicinarsi alla morte senza la paura della morte.

E quella pianura sempre più distante fino quasi a scomparire.

Non saprei dire quale sia stata l’esperienza che più mi ha colpito del giovane Castorp, forse mi è piaciuto quell’accostarsi alle cose con curiosità e tenacia, di sicuro la pagina più bella è quella che descrive Castorp quando si perde nella tormenta di neve.

La più dolorosa quando muore Joachim.

La più sofferta quella del duello con la morte di Naphta.

Naphta il personaggio più tenebroso.

La più emozionante quella in cui parla in francese con la signora Chauchat.

L’amore al tempo degli sguardi. D’altri tempi. Non i nostri. Non più. Dove l’orlo di un vestito o la sua scollatura erano l’eros. Dove una parola detta in altra lingua poteva essere detta ma non nella propria. Quasi un rimpianto per me, per noi, per questi corpi tutti uguali, tutti svelati e senza mistero, di uomini e donne. E non si voglia qui confondere questo desiderio, questo rimpianto con un vestire ottocentesco!

La musica. Le pagine in cui Castorp ascolta la musica, il suo essere toccato così profondamente da essa, quell’ascolto infinito, quella cura, quell’amore hanno svegliato il mio animo sopito, quasi spento, degli ultimi miei tempi.

L’addio di Settembrini. Quel tu che nasce nel distacco, quel nome di battestimo mai pronunciato che si pronuncia nell’addio.

Quell’addio da padre a figlio o da un tempo di pace a uno di guerra.

Dall’incanto della Montagna all’orrore della pianura.

E quella domanda che mi sorge leggendo di quel fango e di quei corpi straziati, di quel Castorp che forse è morto o forse no ma che calpesta l’orrore, ci vive in mezzo, lo subisce e lo provoca, quella domanda che mi sorge e che qui si esplicita e che risposte non ha, come non ne ha in qualsiasi altro contesto ma qui più che in altri è:

a cosa è servito l’incanto della Montagna? A cosa la guarigione dalla malattia, a cosa quella crescita spirituale e intellettuale  se poi tutto doveva soccombere?

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