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Posts Tagged ‘solitudine’

Eppure nel sonno è ancora vivo e si erge come allora il desiderio, talmente dritto che la mano cerca di nasconderlo ai tuoi occhi chiari, i tuoi occhi che prontamente distolgono lo sguardo per posarsi altrove.

E’ nello svolazzo della gonna, è in quel pizzo bianco della sottoveste che fuoriesce e lambisce il polpaccio sodo, che nasce il desiderio.

E’ primavera e il vento, irriverente, s’infila dappertutto, come il mio desiderio di te.
Eppure nel sogno siamo in cima alla montagna.
Oltre è solo azzurro, un azzurro livido di vento.
Io, te, la montagna e questo cielo, e questo vento.

Mi desto, sono seduto su questa poltrona che accoglie come un guscio il mio corpo morto.

Tu
voi tutti
non potete capire
non potete immaginare
cosa voglia dire essere vivo in un corpo morto.
Avere il desiderio e non riuscire neanche a nominarlo.
Avere tutto il sapere nelle mani e non poterlo adoperare.

Avere prepotente il desiderio
Voler scalare la montagna

Sono due pezzi di legno queste mani, due pezzi di cartone questi piedi che vorrebbero correre e che si piegano sotto il peso del mio corpo curvo che, inutilmente, cerco di raddrizzare.

Tu,
che dove sei non hai più bisogno di niente,
tu che ho amato,
tu che non ci sei,
tu che mi hai abbandonato,
ascoltami,
ascolta il canto di quest’uomo vivo in un corpo morto,
ascolta il grido di dolore di quest’uomo vivo che ancora sogna.
Sogna di te nello svolazzo della gonna.
Sogna, nella solitudine del mondo, un mondo ancora vivo.

P.S.: ho scritto questo testo per un futuro quanto incerto e nebuloso progetto teatrale.

L’idea è molto interessante e si rifà a  “La moltitudine della solitudine”  di Pessoa.

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Non so che dire di questi pensieri che non se ne vogliono andare, di questo sonno che non vuol venire, di questa primavera che tarda ad arrivare sebbene sia già qui nelle corolle bianche delle margherite, nelle mammole gialle aggrappate alla montagna.
E di queste immagini di paese, del mio paese finito anche lui  nella scatola nera.
Si vive bene la vecchiaia. Il bastone e cinquecento euro al mese.
(altro…)

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Camminavo
Nella deserta folla
Granello di sabbia
Tra granelli di sabbia 

Dune
Di solitudine e silenzio 

Nella deserta via
Camminavo
Il passo sull’antica pietra
Cantava una canzone
Una nenia
Una filastrocca
Una ninna nanna 

Sul portone
Il sole giocava tra le fessure aperte
Infilandosi nella culla
Al centro della stanza

 Dalla culla
Tirai fuori la fascia bianca di lino
Quella in cui mia madre mi avvolse
Quando venni al mondo 

Le mani
Ritrovarono il gesto antico
Del fasciare
Da destra a sinistra
Si mossero
Avvolgendomi il volto 

Solo allora io ti vidi
Solo allora tu mi vedesti
Diventando,
Uniti,
Fiore nel deserto

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sonoquiCome sempre non lo trovo, ho la borsa che sembra una bisaccia, la vuoto, il cellulare quasi fa un volo, schiaccio il pulsante

– Ciao zia, dimmi –

– Lucia, vieni sono qui –

– Qui dove? –

– Qui, sono qui!!! –

– Sei a casa tua? –

– No, sono qui, vieni!!! –

– Zia, non posso vederti attraverso il cellulare, per favore, dimmi dove sei –

– Sono qui, quiiiiii!!!!! –

Il suo grido è la paura che si annida dietro la terribile paura: alzheimer.

Per esorcizzarla scrivo questo racconto che, per forza di cose, si inserisce nella raccolta: “Nebbia” altri racconti sono qui , qui qui

  

Il piede destro fermo nel passo incompiuto, a mezz’aria come un ramo secco sull’albero, l’altro vacilla sotto il peso del corpo, se mi muovo ci cado dentro, l’acqua è tumultuosa, gli schizzi gelidi mi riempiono la faccia, i pini che poco fa erano saldi e dritti e ben piantati sulla terra si muovono e mi spingono, il piede sinistro duole nello sforzo di restare sull’asfalto, duole il petto, le braccia tese, il torso che vacilla, la testa che ciondola. Mentre cado il sole si oscura, l’acqua è così dura che sembra marmo, mi graffia la faccia, le mani, le gambe, ho male dappertutto, devo alzarmi, devo uscire da quest’acqua dura come pietra, tasto intorno tutt’intorno con la mano che non si bagna, che strana acqua così dura eppure la sento scorrere,  la sento, la sento, il rumore mi assorda, e cosa ci fanno tutti questi pini nell’acqua, sento il loro respiro, le loro mani che mi toccano, mi ritraggo, mi raggomitolo, cerco di nascondermi dentro il mio stesso corpo,  mi afferrano, mi stritolano, mi pungono, finalmente l’urlo s’inerpica nella gola, urlo,  urlo a più non posso, mi scoppia il petto, si frantuma.

Qualcosa  vibra nella tasca, un aggeggio strano, s’illumina, illumina lo spazio intorno, prende il posto del sole, sento che chiama qualcuno per nome, la voce, mio dio la voce ….  mi pare di conoscerla,  forse … forse è lui … lei…  nonsochisia ma la conosco, conosco questa voce e allora dico con tutto il fiato che ancora ho nella gola “Sono qui, sono qui!” da tutte le parti arriva il mio grido e mi  grida nelle orecchie: sono qui, sono qui!!!

Ma nessuno mi sente, nessuno risponde, soltanto questi pini mi stanno addosso, mi trascinano, ho paura delle loro mani piene di aghi, delle loro bocche colme di parole che non conosco,  e allora faccio un salto, sguscio via come una biscia, cado, l’acqua mi ricopre la bocca, mi avvolge gelida, l’urlo  dentro di me urla, mi scoppia dentro.

Sono qui!  Sono qui!

Possibile che non capisci, perché non vieni  ad aiutarmi, sono qui immersa in questa nebbia d’acqua che mi affoga, ti prego aiutami, non chiedere dove sono, come fai a  non vedermi? Sono qui davanti a te, sono qui. Perché non mi vedi? Perché nessuno mi vede?

E’ colpa di questa nebbia che si è alzata all’improvviso.

E’ così bianca! E’ così spessa e grassa e bianca.

E’ tanto spessa e tanto grassa e tanto bianca che mi acceca,  cerco le mie mani, le mie gambe, non ho più mani, non ho più gambe,  non riesco a muovermi, sono prigioniera di questo corpo che non vedo ma che pure mi appartiene,  mi tortura col suo dolore.

Tu mi senti, lo so che mi senti.

Non lasciarmi, non lasciarmi andare, ti prego, non lasciarmi andare via!

Sono qui, qui …. qui …. quiiii………………………………………………………

 

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563034almonds3km71Le montagne  le venivano incontro con la corolla bianca di neve, il cuore fece un sobbalzo nel petto, tutta quella bellezza la stordiva, si sentiva quasi irreale, smise di parlare. Lui guidava attento alla strada. Quando affrontò la salita grattò il motore col cambio. Non disse come al solito “Hai grattato!” né fece alcuna osservazione e non si stupì dell’altrui silenzio. Lo conosceva così bene che pensò che anche lui, nonostante la guida, fosse rimasto stordito dalla bellezza.
Quando si incamminarono sulla neve il cane sembrava impazzito, correva dietro di lui e poi guardava lei che restava indietro e di corsa le andava incontro, impazzito di felicità per quella giornata che li vedeva insieme senza null’altro da fare che assaporare la neve, sentirne il profumo, accoglierne il silenzio.
Non era quello  il pensiero del cane ma le piacque affidarglielo, non voleva pensieri quel giorno. Soltanto sentirsi così come si sentiva: una mandorla nel suo guscio mentre lui le cingeva le spalle.
“Ti ho portato una cosa” disse tirando fuori dalla tasca una mandorla, scrollandosi la neve di dosso e stando attenta a non bagnare la bambina. “Papà, papà! E’ tornata la mamma, guarda cosa mi  ha portato!” disse la bambina correndo verso il camino dove suo padre stava attizzando la legna. “Dammela che te la apro” disse il padre, la bambina strinse la mandorla nel pugno e indietreggiando rispose “No, ci voglio prima giocare” La madre, toltasi lo scialle ,si avvicinò anche lei al fuoco, si sedette sulla sedia e prese in braccio la bambina riempiendola di baci, la tenne stretta nell’abbraccio guardando la fiamma alzarsi nel camino.
Non si stupì dei lunghi silenzi. Credeva di conoscere i suoi pensieri a memoria, e la mano era perfetta chiusa nella sua. “I nostri corpi, pensò, anche loro si conoscono a memoria, si cercano, si modellano, si rilassano e trovano riposo soltanto quando sono insieme” Le sembrò che sulle loro facce le rughe fossero cresciute e fiorite insieme. Guardandolo notò che tra la  barba stava spuntando il fiore bianco della neve e le parve così dolce invecchiare. Mentre le ruote macinavano l’asfalto chiuse gli occhi lasciando fuori il pensiero di domani e quello di ieri insieme al vuoto, quel vuoto  così devastante.
Quel vuoto, quell’assenza a cui ancora non si era abituata restò per tutto il viaggio di ritorno fuori e oltre le ciglia, e dentro soltanto la sensazione di essere una mandorla nel suo guscio.
La bambina stretta nell’abbraccio sentì il calore della mandorla nell’incavo della mano, “dentro  –  pensò – c’è la mandorla. “Perché le mandorle stanno dentro al guscio?” chiese. Il padre si scostò dal fuoco, si accomodò nella poltrona “Vieni qui, disse, che ti racconto la storia della mandorla” la bambina scivolò dalle braccia della madre e si rifugiò in quelle del padre, chiuse gli occhi e ascoltò la storia.
“Tanti e tanti anni fa, un mandorlo cadde sulla terra, veniva da molto lontano, da un altro mondo, un mondo dove tutto l’anno era primavera e il mandorlo era sempre pieno di fiori bianchi e non conosceva l’odore della neve. Passò la primavera, giunse l’estate e poi l’autunno e poi l’inverno, i  frutti caddero per terra e marcirono. Pianse l’albero nel vedere i suoi frutti marcire.  Il vento le disse che era una cosa stupida piangere soltanto, se veramente li amava come diceva doveva fare qualcosa per proteggerli. L’albero ebbe tutto l’inverno per pensare alle parole del vento e quando giunse la primavera si ricoprì di fiori  ma invece di stendere tanti nuovi rami ne sacrificò alcuni per versare legno fresco sui suoi frutti. Stretta nell’abbraccio di legno la mandorla cadde  per terra e quando giunse la neve riposò nel tepore del guscio. Per tutto l’inverno dormì stretta nell’abbraccio, quando giunse la primavera  si svegliò, curiosa di vedere il mondo forò il guscio in due parti, da una parte allungò una piccola radice nella terra e dall’altra un verde germoglio verso il cielo. Sulla terra ora ci sono tanti mandorli in fiore e tante mandorle nel guscio …” stretta nell’abbraccio la bambina si addormentò.
Fuori la neve cadeva lenta.
Quando scesero dalla macchina lui le diede la mano, le due mani si chiusero in un unico gesto, le dita, nell’abitudine dei giorni, si cercarono e si trovarono e si adagiarono, si strinsero anche.
Quando chiuse gli occhi dietro le ciglia una senzazione strana si annidò, le sembrò che la stretta delle loro mani fosse stata fredda, gelata,  scacciò il pensiero , pensò alla mandorla e si addormentò.
E’ giunta l’ora  –  disse la madre avvicinandosi – e tu ancora non glielo hai detto!”  Poi guardando la bambina – “Dorme proprio come una mandorla nel suo guscio!” prese la figlia in braccio, lentamente per non svegliarla, e la portò nel letto, lui la seguì, rimboccò le coperte della bambina e  le diede un bacio sulla fronte, poi prese il cappotto  e si avviò verso la porta. Sull’uscio guardò la neve cadere,  il freddo oltrepassò il cappotto depositandosi sul petto. “Dille che sono dovuto andare a Roma,  poi la prossima volta – disse lui mentre  i capelli si riempivano  di fiocchi bianchi – le racconterò del dolore dello strappo, del dolore del mandorlo quando il suo frutto si stacca e cade”
Lei chiuse la porta e ritornò nella stanza della bambina: dormiva beata nella solitudine dell’abbraccio.
(continua … forse)

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