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Posts Tagged ‘sogno’

Eppure nel sonno è ancora vivo e si erge come allora il desiderio, talmente dritto che la mano cerca di nasconderlo ai tuoi occhi chiari, i tuoi occhi che prontamente distolgono lo sguardo per posarsi altrove.

E’ nello svolazzo della gonna, è in quel pizzo bianco della sottoveste che fuoriesce e lambisce il polpaccio sodo, che nasce il desiderio.

E’ primavera e il vento, irriverente, s’infila dappertutto, come il mio desiderio di te.
Eppure nel sogno siamo in cima alla montagna.
Oltre è solo azzurro, un azzurro livido di vento.
Io, te, la montagna e questo cielo, e questo vento.

Mi desto, sono seduto su questa poltrona che accoglie come un guscio il mio corpo morto.

Tu
voi tutti
non potete capire
non potete immaginare
cosa voglia dire essere vivo in un corpo morto.
Avere il desiderio e non riuscire neanche a nominarlo.
Avere tutto il sapere nelle mani e non poterlo adoperare.

Avere prepotente il desiderio
Voler scalare la montagna

Sono due pezzi di legno queste mani, due pezzi di cartone questi piedi che vorrebbero correre e che si piegano sotto il peso del mio corpo curvo che, inutilmente, cerco di raddrizzare.

Tu,
che dove sei non hai più bisogno di niente,
tu che ho amato,
tu che non ci sei,
tu che mi hai abbandonato,
ascoltami,
ascolta il canto di quest’uomo vivo in un corpo morto,
ascolta il grido di dolore di quest’uomo vivo che ancora sogna.
Sogna di te nello svolazzo della gonna.
Sogna, nella solitudine del mondo, un mondo ancora vivo.

P.S.: ho scritto questo testo per un futuro quanto incerto e nebuloso progetto teatrale.

L’idea è molto interessante e si rifà a  “La moltitudine della solitudine”  di Pessoa.

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Segue da qui
Teresa sogna ancora la strada. Questa volta è piena di luce, c’è una donna che cammina rasente ai muri e prega per il suo uomo che è ammalato. Prega e chiede a Dio di  guarirlo, lo fa privandosi degli  oggetti preziosi come la collana e gli orecchini. Pregando si nasconde alla vista di ogni altro essere umano.
Teresa resta turbata  da tutta la passione avvertita nella donna del sogno, ed è  proprio riflettendo sulla passione che si rende conto che a lei  l’amore le si è addormentato nel petto.

Il testo si ispira a una vecchia canzone calitrana il cui titolo sarà svelato nella terza e ultima parte del video-racconto.

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Soprattutto nelle sere d’inverno ci si riuniva vicino al camino e si raccontavano storie di vita passata o di antiche leggende.
Le donne mentre cuntavan lu cuntu cucivano o sferruzzavano, io incantata ascoltavo mentre il gatto acciambellato ai miei piedi dormiva.
Dietro le parole nascevano le immagini.
Gli anni sono passati, la famiglia non si riunisce più vicino al camino, dispersi per il mondo ci ritroviamo impigliati nella rete, la rete: un camino virtuale dove ritrovarsi e condividere lu cuntu.
Con questo video ho pensato di riallacciare i fili  alla tradizione del racconto orale. Come da bambina ho trasformato il racconto in immagini.

Una canzone calitrana e un detto di Tuahir mi hanno dato l’ispirazione, il detto è:
“Cos’è che fa camminare la strada? E’il sogno.
Finché la gente sogna, la strada continuerà a vivere.

E’ per questo che esistono i sentieri, per farci parenti del futuro”.
Il titolo della canzone lo svelerò alla fine del video che, essendo molto lungo, ho diviso in tre parti, ogni parte una frase del detto.
I calitrani spero riconosceranno la canzone nel secondo video.

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pecoreneve1 

 

Negli ultimi mesi,  tormentata dall’insonnia, ho provato a contare le pecore , ma queste si nascondevano nella neve abbandonandomi alla veglia. 

Non solo ho perso il sonno ma pure cose, come un  orecchino che avevo da vent’anni, per dire.

Ho perso amici, anche.

Ho perso parole e sguardo.

E poi ieri notte mi sono addormentata e ho fatto un orecchino perso ritrovatosogno.

E quando mi sono svegliata ho ritrovato l’orecchino.

Ho visto cose che da tempo non vedevo.

E la pianta della camelia che si rifiutava di fiorire  improvvisamente si è riempita di fiori.

Il sogno pare un racconto, non l’ho inventato, l’ho solo sognato. Eccolo:

“Ero nella mia prima casa, avevo il pancione e circa 25 anni in meno,  mi guardavo una gamba, sulla gamba si è formato un bubbone, grosso, enorme che ho schiacciato, schiacciandolo è spuntato il cordone ombelicale,  mio marito veloce lo ha respinto dentro la cavità dicendo:

“Non è ancora giunta l’ora!”

Mi sono abbassata sulla gamba, ho guardato attraverso il buco del bubbone e ho visto un utero rosa dove galleggiava mia figlia, era un colore che pareva musica,  e, mentre guardavo, l’utero si è trasformato in una vasca, sul fondo c’erano tante farfalle grosse e variopinte, ho iniziato a cantare mentre con la coda dell’occhio guardavo alla mia destra il  ragazzo indiano  che teneva in braccio mia figlia che indossava un abito bianco di pizzo, da sotto usciva il cordone ombelicale che si collegava alla vasca. Aspettava di nascere. Non era ancora giunta l’ora!

Come ho iniziato a cantare le farfalle si sono sollevate in volo, erano grandi come uccelli e coloravano tutta la stanza. Sul fondo ne è rimasta una più grande delle altre, gialla con punti neri simili a occhi, mia madre stizzita ha detto:
“Perché la mia farfalla non vola?” 
“Perché tu non hai cantato!” ho risposto”.

Su queste parole è suonata la  sveglia interrompendo il mio sogno.

E poi sono andata al lavoro e ho visto tutte le cose che da tempo non vedevo.

Due ragazzi  si baciavano in piedi in mezzo alla calca delle persone che riempivano il pullman, ondeggiando nel lungo bacio, una signora  aveva i capelli che le coprivano tutta la parte destra della faccia tanto che l’occhio, sotto,  scompariva, un ragazzo aveva chiodi conficcati nelle orecchie, sul sopracciglio e sul labbro, una bambina  fingeva di piangere spiando da sotto il collo della madre di cui aveva gli stessi occhi e la stessa lucida, setosa, pelle nera. Alla fermata il pullman si è svuotato, davanti alla scuola centinaia di ragazzi coloravano la via e ingrossavano l’ampio piazzale.

Mi è parso che la vita cominciasse a vivere e avesse borse sui fianchi,  fiori negli occhi, e chiodi nel naso.
Chiederò a mia madre di cantare, ora.

il sogno

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