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Posts Tagged ‘primavera’

Questo testo teatrale l’ho scritto rivisitando e reinterpretando il testo del Minotauro di Dürrenmatt. Cliccare per i dettagli suIl minotauro
E’ molto lungo perciò pubblicherò a scadenza settimanale il testo.

Mi sono persa. In un dedalo di negozi, tra tutte queste vetrine, mi sono persa. Ah, ho detto dedalo e non labirinto! Ci fosse stata qui Arianna mi avrebbe preso in giro! Ma ora non posso pensare all’Arianna, ora devo trovare l’uscita. Salgo e scendo per le scale mobili, da un piano all’altro, di questo grande centro commerciale.
Un labirinto fatto di specchi. Non riesco più a distinguere le persone dalle loro immagini riflesse, e tra tutte queste immagini non so più quale è la mia. O forse sono io la moltitudine che si specchia nelle vetrine.
Questi specchi che riflettono la mia immagine all’infinito!
Mi tocco la faccia, le braccia, le gambe. Per sentire che ci sono, che sono io.  Corro, inciampo, cado, mi rialzo e ricomincio a correre. Perchè sono venuta in questo posto, perchè? Cosa mi ha spinto a lasciare la mia casa, la sua calda protezione, il guscio, l’uovo da cui mai sarei dovuta uscire?
Mi sono sentita costretta, da chi poi? Da un armadio. Sì, da un armadio, dovevo cercare il vestito da mettere domani per la festa di primavera, ho aperto l’armadio e quasi mi cadevano tutti i vestiti addosso tanto erano stipati, una confusione! Tra tutta quella roba non ho trovato niente. Fosse stato l’armadio dell’Arianna, perfetto, ogni maglia abbinata alla gonna, ogni colore separato da un altro, i capi leggeri da una parte i capi invernali dall’altra, avrei trovato sicuramente ciò che cercavo.
Ah, come invidio l’Arianna, il suo senso pratico!
E lei invidia me perchè le racconto sempre storie strane, mi invidia per la mia capacità di invenzione.
Ci invidiamo a vicenda io e l’Arianna. Siamo così diverse!
L’Arianna che invidia me e anche suo fratello, oddio, non è proprio suo fratello, per la precisione il suo fratellastro, figlio della stessa madre ma non dello stesso padre, un tipo grande e grosso con una faccia strana! E non solo la faccia è strano tutto.
Vive fuori dal mondo, in un mondo tutto suo.
Non capisco perchè l’Arianna invidia quel fratellastro tanto strano, forse per via del padre che ha persino scomodato il Grande Artista per fare costruire una stanza al “mostro”, è così che lo chiama il mostro! E’ una stanza enorme fatta di specchi.
Mi guardo in giro, mi sembra di essere precipitata nella sua stanza, anche qui tutti questi specchi!
Devo smettere di pensare all’Arianna e ai suoi fratelli, devo concentrarmi, devo uscire da questo posto. Mi guardo in giro, non vedo nessuno.
Ma dove sono andati tutti quanti? Tutta quella folla che prima mi spingeva da una una parte all’altra, sembravamo formiche che si accalcavano davanti alle vetrine, sui banconi delle merci, ora è tutto vuoto, ci sono solo io e le mie centinaia, che dico, migliaia di immagini che si riflettono dappertutto. Il panico mi assale, faccio fatica a respirare, il cuore mi batte all’impazzata.
Cerco di calmarmi, mi fermo, rifletto, apro la borsa, cerco il cellulare, non lo trovo, vuoto il contenuto della borsa per terra, eccolo, un lampo di gioia mi illumina, lo afferro: è scarico! Morto, completamente morto!
Cerco di pensare come avrebbe potuto pensare l’Arianna, non ci riesco, non ho i suoi geni, siamo diverse.
Proveniamo da mondi opposti.
Uno sopra e l’altro sotto.
E quello sotto è il mio.
Guardo le mie cose sparpagliate per terra, tutte queste cose che mi porto sempre appresso, a cosa mi servono? A cosa mi servono tutti quei vestiti nell’armadio?
Cosa mi serviva per la festa di primavera?
Bastava un fiore nei capelli!
A cosa mi serve ora quest’idea così semplice e così geniale se non posso più uscire da questo posto?
Improvvisamente un’ombra si alza minacciosa e mi sovrasta.
Il terrore mi paralizza.
L’ombra si muove.
E’ sempre più vicina.
E’ un gigante,
ha una faccia strana,
è un essere spaventoso.
Si avvicina,
è tanto vicina che vedo i suoi occhi e
strano
non hanno dentro nessuna ferocia, mi pare un essere buono, forse anche lui si è perso in questo labirinto. Forse anche lui come me sta cercando una via d’uscita. Lo guardo. Ha qualcosa di magico negli occhi. Mi guarda come nessuno mi ha mai guardato, mi sembra di rinascere nel suo sguardo.
Mi viene incontro danzando e danzo anch’io.
Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza” (Dūrrenmatt)
Continua …

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Dice – “Il fatto è che ha smesso di parlare”
“Ha l’alzheimer?”  chiedo
“No, no, non è che non sa o non riesce a parlare, no, non è questo, perché se le fai  una domanda diretta ti risponde, certo una risposta con poche indispensabili parole, ma giusta, nel senso che è coerente ed è pronunciata senza indecisioni”.
“Lei non chiede mai niente?”
“No, mai, soltanto risponde se le fai una domanda. Si è fatta anche comprare delle pecore così se ne sta tutto il giorno fuori a pascolare”

Da quando ho saputo questa cosa penso spesso a lei, la vedo avvolta nei suoi panni scuri in mezzo alle pecore bianche che, appoggiata al suo bastone, vaga  per i campi incolti, e quando si alza il vento i capelli bianchi fuoriescono dallo scialle nero che le copre la testa e con essi disegna l’orizzonte, mi pare che l’orizzonte con lei al centro abbia un’anima che ha bisogno di essere cantata. Ed è per questo che io ora scrivo,  per cantare questo muto amore.

Da quando te ne sei andato io sono soltanto una cosa poggiata da qualche parte.
No, non è che non si prendano cura di me, anzi, questa cura che loro mi rivolgono è persino eccessiva.  Poi hanno iniziato a parlarmi in modo strano, quando si rivolgono a me  hanno un tono di voce molto alto, ma io non sono sorda, sono vecchia questo sì, e poi mi fanno sempre delle domande stupide come quelle che si rivolgono ai bambini, tante domande e non aspettano mai veramente la risposta, soltanto si preoccupano che abbia mangiato, che mi sia lavata…. ma poi si dimenticano di me. Certo hanno le loro cose a cui pensare, il lavoro, i problemi.

Da quando te ne sei andato non ho più nessun riflesso come se tutti gli specchi si fossero rotti e io non mi ritrovassi più da nessuna parte.

Sono soltanto una cosa poggiata da qualche parte.

Tutti chiedono di me ma nessuno veramente chiede a me qualcosa. Così ho pensato che le  parole sono veramente inutili e ho smesso di parlare. Anche di ascoltare per la verità, perché sentire tante menzogne tutte insieme mi disturba. Oh,   non è che sono consapevolmente e volutamente dei bugiardi , questo no, soltanto mi pare che la menzogna sia il succo, l’essenza del loro vivere. Mentono a se stessi questo è il fatto.

Ora si sono abituati, dicono “Anna ha smesso di parlare” tirano un sospiro e poi riprendono a fare quello che stavano facendo.

Io di passare il giorno da una sedia all’altra mi ero stufata. Volevo starmene  a casa mia, ma non c’è stato verso “E’ anziana, non può stare sola”.

Alla fine l’ho spuntata,  mi sono fatta comprare queste due pecore e me ne sto fuori tutto il giorno.

Mi alzo all’alba, esco, e torno al tramonto.

Ed è stato così che ti ho ritrovato.

E con te ho ritrovato l’amore per tutte le cose, per ogni cosa. Pensa stamattina quando sono uscita di casa con le mie due pecorelle c’era appena un chiarore lì sull’orizzonte e poi dopo aver fatto pochi passi una luce ha rischiarato le cose e ho sentito nella terra un fremito e nell’aria un profumo,  mi sono avvicinata al ciliegio carico di fiori bianchi e mentre allungavo la mano verso un ramo si è sollevato il vento, i petali hanno cominciato a volare tutto intorno a me e io ero dentro, dentro tutti quei petali e ho visto te che mi guardavi come la prima volta che ti vidi, lo stesso sguardo, la stessa meraviglia, la stessa trepida attesa, lo stesso suono sordo dentro al cuore e quando il sole è esploso lì, all’orizzonte, una felicità mi ha colto così all’improvviso che quasi stavo male tanto ero felice, felice di essere qui su questa terra gravida che freme sotto di me con una urgenza nuova di risveglio.

Le due pecore si sono avvicinate alle mie gonne.  Hanno il muso rosa e mi guardano. Le guardo. Sono belle le mie pecore. Hanno gli occhi dolci e il fiato caldo sulla mia mano aperta.

Mi siedo  e loro iniziano a brucare, sento il brusio dei loro morsi,  l’acqua del rigagnolo scorre allegra e indaffarata, l’erba, le margherite e altri piccoli fiori tremano nella lieve brezza che s’infila tra le corolle, dentro i miei capelli, sento la musica  crescermi dentro.

D’ora in poi anche per te le parole si faranno aria, mute faranno spazio a questo canto.

Con gli occhi spalancati accolgo il tutto e muta il tutto amo.

Riposati amore, chiudi finalmente gli occhi perché la tua Anna ora è felice.

Riposati amore, chiudi finalmente gli occhi e ascolta il canto.

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Non so che dire di questi pensieri che non se ne vogliono andare, di questo sonno che non vuol venire, di questa primavera che tarda ad arrivare sebbene sia già qui nelle corolle bianche delle margherite, nelle mammole gialle aggrappate alla montagna.
E di queste immagini di paese, del mio paese finito anche lui  nella scatola nera.
Si vive bene la vecchiaia. Il bastone e cinquecento euro al mese.
(altro…)

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rosati1.jpgQualcosa si è rotto, pensavo mentre mi chiudevo la porta alle spalle.
E il cielo era tutto uno splendore di luce, una luce intensa tra nuvole lievi.
E il biancore delle fronde  del ciliegio accendeva lo struggimento della primavera e del rimpianto della primavera, quella passata, quella in cui era il mandorlo il primo a fiorire.
Sono scesa per i gradini in silenzio mentre le parole scivolavano lievi, tanto lievi da levitarsi e sollevarsi e staccarsi e svanire.
E quando il cancello col suo peso di ferro si è serrato alle mie spalle ho pensato che l’inverno è finito perché oltre la strada l’erba era di un verde intenso e la panchina muta accoglieva solo un passero sullo schienale.
Hanno tagliato le piante stamani mentre io non c’ero. Quelle in fondo che limitavano lo sguardo e facevano pensare a un bosco dentro cui rifugiarsi.
Hanno anche raso al suolo gli arbusti selvatici che riempivano tutto lo spazio.
Adesso che tutto è pulito e perfetto e ordinato mi viene in mente il palazzo che sta nascendo in fondo al cavalcavia: dritto, perfetto, ordinato nel suo salire verso il cielo.
Lo sguardo adesso è lineare non avendo più curve cui aggrapparsi.
E poi ho aperto l’anta per prendere l’insalatiera e il vassoio, quello grande, quello che avevo da vent’anni, si è schiantato in mille pezzi sul pavimento.
Li ho raccolti, uno a uno, e non mi sono tagliata.
Nessuna scheggia mi ha ferito.
E mentre chiudevo l’imposta credendo di lasciare fuori dalla casa la notte mi sono accorta di essere arrivata in ritardo: la notte era già entrata dentro la casa.
croazia-111.jpg

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