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Posts Tagged ‘paura’

Seduta in terrazzo, immersa nella lettura, ogni tanto sollevo lo sguardo al giardino: il gelsomino verde brillante ricopre il muro che mi separa dai vicini, il limone spande profumo dai numerosi fiori bianchi, la margherita tracima dal vaso in un’esplosione di colore, l’ulivo e il ciliegio occupano tutto lo spazio e lo contendono alla maestosa quercia che sta appena fuori dal muro che separa il giardino dalla pista ciclabile.
Un angolo di periferia.
Una periferia vista da chi non la abita come il Bronx.
Io ci vivo con le porte aperte e da trent’anni circa.
Una periferia che nel corso di questi trent’anni ha cambiato lingue e dialetti, ci sono neri, meridionali,  qualche orientale,  e tante altre razze che non so di preciso da dove vengono. E bresciani.
Un miscuglio di culture.
Grandi parchi, piste ciclabili, boschetti, e campi coltivati tutti sullo stesso lato, dall’altro una fabbrica di acciaio, tangenziale e autostrada.
E mi pare che questa spaccatura di natura fiorente e grigio acciaio sia la rappresentazione di questo presente.
I due lati si contendono il cielo che oggi è meraviglioso, con qualche nuvoletta bianca giusto per decorare un po’ l’azzurro, e questo silenzio interrotto soltanto dal canto del cucù e dal fruscio delle foglie sugli alberi.
Il cuore pacificato.
La beata solitudine del tempo che scorre lento.
L’inquietudine l’ho lasciata ieri sera seduta davanti al bar, in una città piena di gente.
Dove, tra le parole, si coglieva l’incertezza del presente.
“Cosa succederà domani, cosa è già successo, questa Italia tutta spostata a destra, questo razzismo che cresce con la paura, questa volontà di trovare negli altri la colpa della propria inefficienza, dei propri sbagli, questa necessità di avere sempre un nemico da combattere e da distruggere, questo non saper godere delle cose che si hanno, fosse anche soltanto  una bella giornata di primavera, come questa”.
Mi chiedo dove nasce, dove si nascondono le radici dell’odio, dell’intolleranza, di questo rancore che occupa tutto lo spazio.
Un rancore così cieco da far credere vere tutte le bufale che impazzano sul web, nei social networks, un rancore che porta a integralismi di vario genere, dal vegano che ammazzerebbe una persona per salvare un moscerino, agli anti vax che mettono a repentaglio la salute dei propri figli e di quella degli altri, agli irosi che si scagliano contro una persona per un qualsiasi motivo, anche per i peli sotto le ascelle.
Questo rancore che porta a una violenza senza precedenti contro chiunque, contro i maestri, i professori, i medici, gli infermieri, le donne. Soprattutto le donne.
Questo sentirsi sempre offesi e derubati.
Tanto che tutti, anche gli ambientalisti che ogni giorno pubblicano foto di pesci morti tra la plastica, si rivoltano, urlano, strepitano per non pagare un centesimo per un sacchetto biodegradabile, quando prima, il sacchetto di plastica per la frutta e la verdura non aveva prezzo (dubito, semplicemente non era esposto) scordandosi del proprio cuore ambientalista.
E le urla urlate dei giornalisti, quell’urgenza di dare una notizia ogni due minuti, tanto veloce da non avere il tempo di rileggere e i refusi li trovi dappertutto. L’imprecisione voluta del linguaggio sempre un tono più su della stessa notizia. Sempre un aggettivo di troppo o un sostantivo inappropriato. Questo mondo divenuto improvvisamente tanto piccolo che tutte le tragedie ti cadono addosso.
E’ morto un uomo morso da un ragno velenoso da qualche parte, in un luogo che non sapevi neanche esistesse e tu inizi ad aver paura di tutti i ragni.
Seduta qui, con un libro tra le mani, circondata da questo giardino dove tutto cresce senza un disegno prestabilito, in questa casa di periferia, questa periferia denominata Bronx, tutto mi appare come l’eco di un’altro mondo,  come
“Cose dell’altro mondo!”.

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Avevo una paura tremenda prima di scendere alla stazione, invece c’erano solo due o tre immigrati e mi è passata la paura”

Come mai tanta paura?”

Per tutto quello che si sente ogni giorno”

Ma si sente anche di tutte le donne ammazzate dai mariti, compagni, allora dovresti aver paura  anche del tuo fidanzato”

Ma che c’entra” risponde e cambia argomento

Per strada incontro qualcuno che dice:

Hanno votato lega per la paura degli immigrati”

Qui non si trova un immigrato neanche a cercarlo con il lanternino” dico

Ma con quello che si sente tutti i giorni!”

Si sente ciò che si vuol sentire” dico io

E poi c’è qualcun altro che dice “Nella bibbia (?) c’è scritto ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ quindi prima i nostri e che gli altri se ne stiano a casa loro”, intendendo il prossimo come colui che ti sta più vicino, che viene subito dopo di te, come dire la prossima casa, il prossimo palazzo, la prossima via, non sa che prossimo indica tutte le persone che non sono te, cioè gli altri messi tutti insieme.

Io non sono credente però ho avuto un’educazione cattolica e mi pare di ricordare che per prossimo si intedesse proprio questo. Faccio una ricerca su intenet, consulto vari siti, e constato che ciò di cui ero convinta è vero.

E qui lo si spiega molto bene

Amerai il prossimo tuo come te stesso” era un comandamento antico, scritto nella legge di Mosè e Gesù stesso lo cita come tale (Lc 10, 27).

Come mai dunque Gesù lo chiama il “suo” comandamento e il comandamento “nuovo”?

La risposta è che con lui sono cambiati l’oggetto, il soggetto e il motivo dell’amore del prossimo.

È cambiato anzitutto l’oggetto, cioè chi è il prossimo da amare. Esso non è più solo il connazionale, o al massimo l’ospite che abita con il popolo, ma ogni uomo, anche lo straniero, anche il nemico…” per leggere tutto il testo cliccare qui

Possiamo affermare che colui che ha citato le parole di Cristo si crede “credente” ma non lo è affatto o perlomeno crede in un altro dio, non quello che si trova nei vangeli.

Quel dio si chiama Salvini che ha cavalcato tale ignoranza e ne ha fatto il suo cavallo di battaglia e ha vinto le elezioni.

Di fronte a tale spaventosa ignoranza, di fronte a tale spaventosa paura, di fronte a tale odio razzista tutte le parole e le argomentazioni non servono a niente.

A niente.

Sono non solo amareggiata, sono preoccupata, sono anche molto arrabbiata.

E non so che cosa fare, cosa pensare.

Mi viene in mente l’odissea.

Ora che questo cavallo si trova dentro le nostre mura dovremo fare come fece Ulisse: entrarci dentro e distruggerlo.

Sì, ma come?

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per leggere la prima parte  

Il tumulto del cuore muove i passi nella danza

Sono farfalla,

sono fiore,

sono ape che vola.

Sono l’alba del mondo.

Sono io, e sono qui

sono la moltitudine di me stessa.

Lui danzò la gioia di averla trovata, lei danzò la paura di essere trovata”(Dūrrenmatt)

La sua danza è una gioia incontenibile, si porta dentro tutte le danze conosciute e sconosciute, un che di selvaggio e di antico, un po’ animale e un po’ uomo, un senso del divino che arriva sui suoi passi fino a me, un che di oscuro, anche, che mi fa muovere nella paura, nel timore di essere trovata, anche se vorrei che mi trovasse.

La sua ombra mi sovrasta, è una coltre di ghiaccio che mi cala addosso e mi imprigiona.

Oltre la sua ombra mille altre ombre mi sovrastano.

Oltre alla sua ombra la mia con tutte le altre mie angosciose ombre, angosciose, terrorizzate, ghiacciate ombre.

Arretro davanti a lui che danza, arretro danzando, ma la sua oscurità mi raggiunge, mi ricopre.
Scompare la primavera e il suo canto.
Soltanto terrore, paura, morte, disperazione.
Arretro davanti a lui che danza.

Sono dentro l’oscurità.

Questa oscurità mi porta dove non vorrei essere, tra i morti affogati sul fondo del mare, tra  guerre, miserie,  fame, sete.
Tra i morti ammazzati.

E’ un mondo spaventoso.

In questo spavento appaiono i suoi occhi.

I suoi occhi

C’è del buono in fondo ai suoi occhi,
c’è la primavera,
ne sento il canto.

Tra milioni di immagini ha trovato la mia carne.

Le sue braccia mi afferrano, il suo corpo imprigiona il mio corpo,
è felice,
sono felice,
insieme danziamo la nostra felicità.

Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva sapere nemmeno che l’uccideva, perché non sapeva cos’era vita e cosa morte.” (Dūrrenmatt)

continua …

tutti i diritti riservati

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sonoquiCome sempre non lo trovo, ho la borsa che sembra una bisaccia, la vuoto, il cellulare quasi fa un volo, schiaccio il pulsante

– Ciao zia, dimmi –

– Lucia, vieni sono qui –

– Qui dove? –

– Qui, sono qui!!! –

– Sei a casa tua? –

– No, sono qui, vieni!!! –

– Zia, non posso vederti attraverso il cellulare, per favore, dimmi dove sei –

– Sono qui, quiiiiii!!!!! –

Il suo grido è la paura che si annida dietro la terribile paura: alzheimer.

Per esorcizzarla scrivo questo racconto che, per forza di cose, si inserisce nella raccolta: “Nebbia” altri racconti sono qui , qui qui

  

Il piede destro fermo nel passo incompiuto, a mezz’aria come un ramo secco sull’albero, l’altro vacilla sotto il peso del corpo, se mi muovo ci cado dentro, l’acqua è tumultuosa, gli schizzi gelidi mi riempiono la faccia, i pini che poco fa erano saldi e dritti e ben piantati sulla terra si muovono e mi spingono, il piede sinistro duole nello sforzo di restare sull’asfalto, duole il petto, le braccia tese, il torso che vacilla, la testa che ciondola. Mentre cado il sole si oscura, l’acqua è così dura che sembra marmo, mi graffia la faccia, le mani, le gambe, ho male dappertutto, devo alzarmi, devo uscire da quest’acqua dura come pietra, tasto intorno tutt’intorno con la mano che non si bagna, che strana acqua così dura eppure la sento scorrere,  la sento, la sento, il rumore mi assorda, e cosa ci fanno tutti questi pini nell’acqua, sento il loro respiro, le loro mani che mi toccano, mi ritraggo, mi raggomitolo, cerco di nascondermi dentro il mio stesso corpo,  mi afferrano, mi stritolano, mi pungono, finalmente l’urlo s’inerpica nella gola, urlo,  urlo a più non posso, mi scoppia il petto, si frantuma.

Qualcosa  vibra nella tasca, un aggeggio strano, s’illumina, illumina lo spazio intorno, prende il posto del sole, sento che chiama qualcuno per nome, la voce, mio dio la voce ….  mi pare di conoscerla,  forse … forse è lui … lei…  nonsochisia ma la conosco, conosco questa voce e allora dico con tutto il fiato che ancora ho nella gola “Sono qui, sono qui!” da tutte le parti arriva il mio grido e mi  grida nelle orecchie: sono qui, sono qui!!!

Ma nessuno mi sente, nessuno risponde, soltanto questi pini mi stanno addosso, mi trascinano, ho paura delle loro mani piene di aghi, delle loro bocche colme di parole che non conosco,  e allora faccio un salto, sguscio via come una biscia, cado, l’acqua mi ricopre la bocca, mi avvolge gelida, l’urlo  dentro di me urla, mi scoppia dentro.

Sono qui!  Sono qui!

Possibile che non capisci, perché non vieni  ad aiutarmi, sono qui immersa in questa nebbia d’acqua che mi affoga, ti prego aiutami, non chiedere dove sono, come fai a  non vedermi? Sono qui davanti a te, sono qui. Perché non mi vedi? Perché nessuno mi vede?

E’ colpa di questa nebbia che si è alzata all’improvviso.

E’ così bianca! E’ così spessa e grassa e bianca.

E’ tanto spessa e tanto grassa e tanto bianca che mi acceca,  cerco le mie mani, le mie gambe, non ho più mani, non ho più gambe,  non riesco a muovermi, sono prigioniera di questo corpo che non vedo ma che pure mi appartiene,  mi tortura col suo dolore.

Tu mi senti, lo so che mi senti.

Non lasciarmi, non lasciarmi andare, ti prego, non lasciarmi andare via!

Sono qui, qui …. qui …. quiiii………………………………………………………

 

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