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Posts Tagged ‘mondo’

Eppure nel sonno è ancora vivo e si erge come allora il desiderio, talmente dritto che la mano cerca di nasconderlo ai tuoi occhi chiari, i tuoi occhi che prontamente distolgono lo sguardo per posarsi altrove.

E’ nello svolazzo della gonna, è in quel pizzo bianco della sottoveste che fuoriesce e lambisce il polpaccio sodo, che nasce il desiderio.

E’ primavera e il vento, irriverente, s’infila dappertutto, come il mio desiderio di te.
Eppure nel sogno siamo in cima alla montagna.
Oltre è solo azzurro, un azzurro livido di vento.
Io, te, la montagna e questo cielo, e questo vento.

Mi desto, sono seduto su questa poltrona che accoglie come un guscio il mio corpo morto.

Tu
voi tutti
non potete capire
non potete immaginare
cosa voglia dire essere vivo in un corpo morto.
Avere il desiderio e non riuscire neanche a nominarlo.
Avere tutto il sapere nelle mani e non poterlo adoperare.

Avere prepotente il desiderio
Voler scalare la montagna

Sono due pezzi di legno queste mani, due pezzi di cartone questi piedi che vorrebbero correre e che si piegano sotto il peso del mio corpo curvo che, inutilmente, cerco di raddrizzare.

Tu,
che dove sei non hai più bisogno di niente,
tu che ho amato,
tu che non ci sei,
tu che mi hai abbandonato,
ascoltami,
ascolta il canto di quest’uomo vivo in un corpo morto,
ascolta il grido di dolore di quest’uomo vivo che ancora sogna.
Sogna di te nello svolazzo della gonna.
Sogna, nella solitudine del mondo, un mondo ancora vivo.

P.S.: ho scritto questo testo per un futuro quanto incerto e nebuloso progetto teatrale.

L’idea è molto interessante e si rifà a  “La moltitudine della solitudine”  di Pessoa.

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(La donna e il sogno n. 4)

Sono sul confine del villaggio, devo stare attenta, non devo oltrepassarlo, vado pianissimo, vedo un cancello,  mi sembra l’ingresso di una autorimessa, lo oltrepasso, ma oltre non devo andare, mi fermo.
La giornata è una giornata di sole perciò le strade, anche quelle come questa che a prima vista  si direbbe disabitata ha qualche passante  cui poter chiedere informazioni. Mi indicano il cancello.

Faccio manovra e mi trovo in un piccolo parcheggio, di fronte l’insegna di una banca e vicino la vetrina di un parrucchiere.
Eppure h
o come l’impressione di entrare in un cortile, quelli di una volta,  mi guardo intorno alla ricerca di qualche gallina che razzoli, di un cane che abbai, di un gallo che canti, non c’è niente di tutto questo, eppure ho come l’impressione di essere in un luogo altro.
Entro, la luce dall’esterno si riversa nella stanza dall’ampia vetrata, è una luce chiara che non acceca, la stanza è ampia e se non fosse per i due lavandini tipici dei parrucchieri penserei di essere entrata in una casa,  non vedo il fondo della stanza, intravedo un tavolo da cui lei si alza e mi viene incontro. Ha un volto gentile,   un corpo rotondo, uno di quei corpi  in cui  un bambino si sentirebbe al sicuro, dove troverebbe un luogo  morbido contro cui rannicchiarsi e dormire.
Dice subito che lei è una sognatrice, ogni volta che ha realizzato un sogno subito un altro le si è affacciato nella testa, è così è andata avanti per 68 anni realizzando sogni, ora ne ha uno che sta per compiersi.
Sono sogni raggiungibili i suoi, ben radicati sulla terra anche se non facili da raggiungere, non privi di fatica e, a volte, non privi di dolore. Chiedo se questi sogni oltre a essere espressione di desideri siano anche delle visioni e che tipo di visioni, dice che lei ama l’arte, legge tutti i libri su questo argomento perciò i suoi sogni sono visioni colorate.  Chiedo se oltre ai sogni grandi ci sono anche dei piccoli sogni relativi a piccoli fatti. 
“Sì, dice, quando vedo una persona che viene a tagliarsi i capelli, soprattutto se è poco curata, se i capelli hanno un taglio anonimo,  immagino subito di creare una testa diversa, di realizzare con i capelli un nuovo volto.”  Mentre lo dice le si accende il viso, muove le mani, il suo sguardo ora non si posa su di me, ma passa oltre e va a piantarsi oltre la parete bianca, in un posto dove non posso raggiungerlo.
Mi fermo sulle sue parole così diverse dalla figura che ho davanti: una donna di circa 70 anni, con i capelli corti e senza  piega, un viso senza trucco, un corpo rotondo, placido e così, di colpo, mentre la osservo, intravedo una ragazza giovane, esile, che dopo la scuola s’infila nei vicoli che intersecano via Mameli, dalla Pallata a piazza Rovetta, e mentre cammina con il naso per aria costruisce sogni per la sua vita futura. In questi sogni chiome brune, bionde, castane, rosse prendono forma, prendono aria, si gonfiano, palpitano, si trasformano, diventano Marilyn Monroe, Greta Garbo, Audrey Hepburn, Silvana Mangano, Alida Valli, Anna Magnani, Sophia Loren,  si specchiano con lei nelle vetrine dei negozi, si moltiplicano,  si confondeno,  si modificano, si sovrappongono, diventano altro.
Esco, prendo la macchina, abbandono il cortile, mi allontano dal confine del villaggio che ora, in mezzo a questo traffico, mi appare come il confine del mondo.

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Non ho mai voglia di rispondere al telefono, muovo piccoli passi nella speranza che smetta di trillare, così quando prendo la cornetta mi stupisce che ancora ci sia una voce dall’altro lato del filo. E’ la mia amica S.

“Mi potresti stampare la foto della pancia/mondo?”

  L’ultima volta che ci siamo viste io e S. abbiamo visionato le fotografie sulla danza orientale (QUI) e quelle sulla storia del tango argentino. Abbiamo passato un pomeriggio intero su quelle foto.

“Certo, te la porto domani”

“Mi ha smosso così tante cose quella foto! Il fatto è che quando parlo con te mi si apre sempre qualcosa, mi fai muovere, ecco”

Mi fai muovere queste parole si imprimono dentro di me. S. dice sempre delle cose che mi si attaccano dentro, come le parole di quella volta in giardino “Mi invento ogni giorno” ricordo ancora il giardino come era, con quella luce strana che cadeva sulle pieghe del vestito, e ricordo anche le foglie sulle quali le parole assunsero una  forma ben precisa.

Così oggi ho stampato la foto e sono andata da S.

“Ho scoperto che dentro di me è racchiusa una bambina arrabbiata – dice mostrandomi l’ultimo collage a cui sta lavorando – Non è una rabbia urlata, è piuttosto muta.” Guardo il foglio vi è disegnata  una donna morta nel cui ventre c’è un bambino che le volta le spalle, ha le mani incrociate  e  la bocca serrata. Mi viene in mente che l’ultima volta che ci siamo viste  ha detto “Ho una madre terribile”

Tanto tempo fa, anni e anni fa, anch’io pensavo di avere una madre terribile. Da molto tempo ho solo una madre molto sola, la sua solitudine mi riempie di solitudine.  Mi chiedo se anche dentro di me ci sia questa bambina, mi rendo conto che no, che la mia bambina si è acquietata da tempo. Che dentro di me invece c’è una donna arrabbiata di una rabbia sorda che non esce da nessuna parte.

Una rabbia sigillata.

“I miei collage – dice – sono fatti di quadri, Renoir, Magritte…  – si avvicina alla libreria stracolma di libri fotografici, tomi pesanti e piccoli libretti colorati – Ho provato a prendere fotografie dai giornali, anche da opere moderne ma niente mi attrae, niente mi stimola, forse per me il corpo è ancora troppo forte, ancora non mi sono liberata”.

Penso che neanche io mi sono liberata del corpo, se scrivo un racconto racconto una storia, un inizio e una fine, ma poi penso che da quando ho deciso di non scrivere più né racconti, né romanzi, né niente di niente, ma non riuscendo sempre a ubbidire all’imperativo impostomi ho scritto pagine  piene di parole senza storie, sono macchie con gli a capo sconclusionati,  e questo tempo che dedico alla fotografia, non al fare fotografia ma allo scomporre, al  mutilare, modificare, incollare pezzi, tagliare, soprattutto tagliare,  forse altro non è che una ricerca di liberazione. Di liberarmi dal corpo e tagliare la rabbia a fette.  Forse è solo che da qualche parte quel germe/verme che mi cresce dentro deve uscire fuori.

Mi fai muovere dice di nuovo.

I nostri corpi fissi sulle sedie,  le mille statuine immobili nell’eterno gesto scolpito, i libri  sulla scrivania, le pietre sul tavolino giacciono nella loro pesantezza di pietra, tutto è fermo, eppure tutto è movimento.

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