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Posts Tagged ‘malattia.’

Segue da qui e qui

labarcaelavelaSeduta sulla soglia ridisegnava il mio destino sulla terra
Mia nonna.
Sopravvissuta
Ai figli
Alla fame
Alla sete
All’aids

Devi andare – disse – tu che ancora sei in tempo, devi andare per sfuggire al destino
Di tua madre
Di tuo padre
Di tuo fratello
Di tua sorella

Devi andare – disse – Non ho più forze per scavare altra terra.

Bambini
Come stormi
Mi seguirono
Fino al limitare del giorno

Poi fu la violenza della notte e il destino si riprese Il suo disegno.

Arde
Il
Dolore
Sotto la pelle

Ci pensò il mare a cullare la mia pena ma poi, nell’approdo, marciapiedi scorticarono la mia pelle nera.
Ritornai al mare per affogare il mio dolore.
Nell’abbraccio d’acqua che mi accolse si allungò il mio corpo andandosi a impiantare su una barca senza vela.

Un canto
Un meraviglioso
Canto
Invase il mare

La penna del destino si ostina a disegnare il suo disegno increspando onde, attizzando tempesta.
La barca vacilla e io mi piego al mio destino.

– Io sono la tua barca –
Dice una voce. Una voce d’acqua e d’aria che coniuga il verbo amare in un canto che spezza la tempesta.

– Io sono la tua vela – Dico alla voce e piango
Di gioia
Di dolore
Di immenso amore.

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Ti ho cercata l’altro giorno – dice mentre allarga un sorriso e mi abbraccia  – Ero in ferie – rispondo ricambiando l’abbraccio. –  Adesso è tutto a posto, sono andata all’ASL, ora aspetto solo che arrivi il libretto sanitario. –  Il sorriso si fa spazio nel buio della bocca – Ho fatto come mi hai detto tu,  ora è tutto a posto, vieni ti faccio vedere mia figlia, lei è negativa. Negativa, capisci, Negativa!!! –
E’ talmente felice che il sorriso, nonostante i vuoti lasciati dai denti, nonostante il nero di quelli che restano,  è bianco e la bambina nella sua cuffietta rosa ha  occhi nocciola, grandi, spalancati, aperti verso il mondo.
Ho fatto come mi avevi detto così ora sono a posto. –
Aggiusta la cuffietta alla piccola, la prende in braccia, la bacia, è felice.
Guardo gli occhi nocciola.
Il futuro ha il colore della  cuffia.
Era venuta un paio di mesi fa, era disperata, ammalata, senza libretto sanitario.
Io ho documenti. Io lavoro – aveva detto – lavoro tanto, ma lei (datore di lavoro) dice che ci sono problemi per assumermi.
Non avevo fatto molto, soltanto l’avevo incoraggiata e incitata a sollecitare il datore di lavoro a regolarizzarla senza trovare scuse.  – Hai i documenti in regola, un domicilio e tutto quanto, poi sei della Romania, la Romania fa parte della Comunità Europea,  non vedo proprio quali problemi può avere il tuo datore di lavoro all’assunzione. Non ha neanche la scusa che sei una clandestina. Diglielo al tuo datore di lavoro che non ha nessuna scusa per non assumerti! 
Mi abbraccia ancora una volta prima di andare via.
Torno alla scrivania, riprendo a lavorare.
Mi sento proprio bene oggi.

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E’ un corridoio molto lungo, molto basso, privo di finestre, si arresta su due porte a vetri da cui la luce che entra  non riesce a penetrare fino in fondo  la penombra del corridoio. 
Pare che la luce laggiù serva solo per dare forma al buio in mezzo al quale le persone sono in attesa.
Da qui, da questa distanza li vedo arrivare.
Lui avanti. Lei dietro.
Lui è più largo che alto, porta una maglietta di cotone bianca slargata, la parte anteriore si solleva sulla pancia e penzola. Cammina con le gambe leggermente aperte e la schiena ricurva verso l’interno, spalle e sedere sporgenti verso l’esterno per controbilanciare il peso della pancia. I piedi enormi calzano sandali sdruciti e non porta calze. La faccia ha un colorito bianco come solo certi malati hanno.
Lei è alta, magra, porta una maglietta gialla che rende più nero il nero della sua pelle, che rende più nero il nero dei suoi capelli racchiusi in trecce sottilissime come solo il suo popolo sa fare. 
Cammina lentamente,  lui  ogni tanto si ferma e l’aspetta.
Lei parla un italiano stentato, lui per aiutarla suggerisce frasi che si rompono nell’agitazione che lo attraversa, lei si riprende la parola stentata con un sorriso. Il sorriso inganna l’osservatore distratto che coglie la bellezza e non la stanchezza della pelle  che solo certi malati hanno.
Si fermano davanti alla porta chiusa dell’ambulatorio.
Aspettano.
In piedi.
Le sedie sono tutte occupate.
Poi stanchi di stare fermi  cominciano a passeggiare per il corridoio, lui avanti, lei dietro.
La maglietta balla sulla pancia, le trecce sono immobili.
Una porta si apre, una persona si alza  ed entra,  lui vede la sedia libera, affretta il passo, la maglietta sembra scossa dal vento, lei lo segue, non riesce a camminare veloce, resta indietro, lui arriva, conquista la sedia, si siede, la sedia scompare sotto il suo corpo, intanto arriva anche lei, lui allarga le gambe, lei si mette in mezzo, dritta, lui accosta i piedi imprigionandola,  lei allarga le braccia, si abbassa e lo abbraccia.
Da qui, da questa distanza li vedo, vedo quella barca che si è formata laggiù sulla sedia ai bordi della penombra, là dove la luce si ferma: il  corpo largo sui fianchi  sorregge l’albero della vela che si apre per accogliere il vento, insieme navigano nel corridoio scuro, i movimenti delle persone che si affannano intorno paiono onde burrascose nel mare dell’aids.
Da qui, da questa distanza li guardo e li vedo ondeggiare, innalzarsi e abbassarsi, carichi di paura, pieni di speranza, temerari e cauti, eroi dell’abisso che avido tenta di inghiottirli, di sommergerli.
Il vento pare quietarsi, la vela ondeggia piano.
Un canto si leva alto e si diffonde.
E’ un canto disperato e felice.
Un inno alla vita.
Un urlo alla morte.
Un morso alla sorte.
Un bacio al dolore.
Un inno alla gioia.
Struggente.
La barca abbracciata al suo albero dispiega la vela e si allontana.

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sonoquiCome sempre non lo trovo, ho la borsa che sembra una bisaccia, la vuoto, il cellulare quasi fa un volo, schiaccio il pulsante

– Ciao zia, dimmi –

– Lucia, vieni sono qui –

– Qui dove? –

– Qui, sono qui!!! –

– Sei a casa tua? –

– No, sono qui, vieni!!! –

– Zia, non posso vederti attraverso il cellulare, per favore, dimmi dove sei –

– Sono qui, quiiiiii!!!!! –

Il suo grido è la paura che si annida dietro la terribile paura: alzheimer.

Per esorcizzarla scrivo questo racconto che, per forza di cose, si inserisce nella raccolta: “Nebbia” altri racconti sono qui , qui qui

  

Il piede destro fermo nel passo incompiuto, a mezz’aria come un ramo secco sull’albero, l’altro vacilla sotto il peso del corpo, se mi muovo ci cado dentro, l’acqua è tumultuosa, gli schizzi gelidi mi riempiono la faccia, i pini che poco fa erano saldi e dritti e ben piantati sulla terra si muovono e mi spingono, il piede sinistro duole nello sforzo di restare sull’asfalto, duole il petto, le braccia tese, il torso che vacilla, la testa che ciondola. Mentre cado il sole si oscura, l’acqua è così dura che sembra marmo, mi graffia la faccia, le mani, le gambe, ho male dappertutto, devo alzarmi, devo uscire da quest’acqua dura come pietra, tasto intorno tutt’intorno con la mano che non si bagna, che strana acqua così dura eppure la sento scorrere,  la sento, la sento, il rumore mi assorda, e cosa ci fanno tutti questi pini nell’acqua, sento il loro respiro, le loro mani che mi toccano, mi ritraggo, mi raggomitolo, cerco di nascondermi dentro il mio stesso corpo,  mi afferrano, mi stritolano, mi pungono, finalmente l’urlo s’inerpica nella gola, urlo,  urlo a più non posso, mi scoppia il petto, si frantuma.

Qualcosa  vibra nella tasca, un aggeggio strano, s’illumina, illumina lo spazio intorno, prende il posto del sole, sento che chiama qualcuno per nome, la voce, mio dio la voce ….  mi pare di conoscerla,  forse … forse è lui … lei…  nonsochisia ma la conosco, conosco questa voce e allora dico con tutto il fiato che ancora ho nella gola “Sono qui, sono qui!” da tutte le parti arriva il mio grido e mi  grida nelle orecchie: sono qui, sono qui!!!

Ma nessuno mi sente, nessuno risponde, soltanto questi pini mi stanno addosso, mi trascinano, ho paura delle loro mani piene di aghi, delle loro bocche colme di parole che non conosco,  e allora faccio un salto, sguscio via come una biscia, cado, l’acqua mi ricopre la bocca, mi avvolge gelida, l’urlo  dentro di me urla, mi scoppia dentro.

Sono qui!  Sono qui!

Possibile che non capisci, perché non vieni  ad aiutarmi, sono qui immersa in questa nebbia d’acqua che mi affoga, ti prego aiutami, non chiedere dove sono, come fai a  non vedermi? Sono qui davanti a te, sono qui. Perché non mi vedi? Perché nessuno mi vede?

E’ colpa di questa nebbia che si è alzata all’improvviso.

E’ così bianca! E’ così spessa e grassa e bianca.

E’ tanto spessa e tanto grassa e tanto bianca che mi acceca,  cerco le mie mani, le mie gambe, non ho più mani, non ho più gambe,  non riesco a muovermi, sono prigioniera di questo corpo che non vedo ma che pure mi appartiene,  mi tortura col suo dolore.

Tu mi senti, lo so che mi senti.

Non lasciarmi, non lasciarmi andare, ti prego, non lasciarmi andare via!

Sono qui, qui …. qui …. quiiii………………………………………………………

 

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Il primo luglio sono stata operata al tendine sovraspinato della spalla destra. Non dovrò usare il braccio per circa tre mesi.

Col nuovo decreto scopro che per tre mesi sarò obbligata a non uscire di casa, sarò agli arresti domiciliari, fortuna vuole che ho una famiglia per cui almeno non morirò di fame, mi chiedo chi è solo come farà a comprare il pane, i farmaci o altre indispensabili cose dal momento che gli orari in cui si è obbligati a stare in casa sono: dalle otto alle tredici e dalle quattordici alle venti, praticamente l’ora d’aria corrisponde alla chiusura dei negozi.

Oltre alle difficoltà quotidiane che devo affrontare, come mangiare con una mano sola, sinistra per giunta, lavarsi, vestirsi ecc… debbo anche essere punita.

E non mi si dica che sono una lavativa, per favore!

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