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Posts Tagged ‘madre’

08/04

Sveglia alle sette.

Oggi hanno deciso che deve essere il giorno delle docce.

Prima mia madre.

Fare la doccia a mia madre è un’impresa ardua.

L’acqua è troppo calda, troppo fredda, troppo forte il getto, stai attenta agli occhi, oh come brucia questo shampoo, maronna mia cum aggia fa!

L’acqua scorre.

Lei si lamenta.

Era una donna forte, mia madre.

Una bersagliera.

Dove sei madre?

Nascosta in questo corpo maltrattato dagli anni non riesco a ritrovarti.

Ora tu sei la figlia e io la madre.

Fragile e indifesa, preda dei fantasmi e di quel groviglio di pensieri che in questo presente non trovano sponde.

A mio padre non piace niente di quello che compro, ogni alimento deve essere acquistato nella sua solita bottega, la carne dalla macelleria calitrana, la verdura al mercato: solo scarola riccia, la ricotta da Canio, caffè lilly al bar jolly con i punti, però poi mangia tutto.

Mangiano entrambi troppo. Promettono di mettersi a dieta. Intanto ci sono dolci in sala, in cucina, nello sgabuzzino. “Basta dolci!” Dico.

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Monologo liberamente ispirato alla figura di Enrichetta Di Lorenzo, compagna di Carlo Pisacane di Lucia Marchitto

Roma, 27 Aprile 1849
Il manifesto che porta la nostra firma è sul tavolo.
Le mie compagne hanno i miei stessi occhi.
Lo stesso amore.
E dentro lo stesso dolore.
La stessa passione.
Se anche domani dovessimo morire, risorgeremo insieme su quel foglio.

Ci separiamo con l’intento di trovarci domani, sperando che le donne romane accolgano il nostro invito.

Ora sono qui, in questa casa provvisoria, ad aspettare domani e come sempre scrivo, scrivo alla mia cara madre, ai miei figli, ai miei fratelli, scrivo a loro, ovunque io sia scrivo  sempre a loro, perché io non li rinnego, perché ho il gran desiderio di trasformare la nostra relazione affettiva, perché ho la speranza sorretta dalla convinzione che un giorno capiranno che vivere con un uomo che non si ama è un’indegna forma di prostituzione, anche se quell’uomo è il proprio marito, soltanto per amore bisogna vivere insieme.

Per amore. (altro…)

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Non so che dire di questi pensieri che non se ne vogliono andare, di questo sonno che non vuol venire, di questa primavera che tarda ad arrivare sebbene sia già qui nelle corolle bianche delle margherite, nelle mammole gialle aggrappate alla montagna.
E di queste immagini di paese, del mio paese finito anche lui  nella scatola nera.
Si vive bene la vecchiaia. Il bastone e cinquecento euro al mese.
(altro…)

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Non ho mai voglia di rispondere al telefono, muovo piccoli passi nella speranza che smetta di trillare, così quando prendo la cornetta mi stupisce che ancora ci sia una voce dall’altro lato del filo. E’ la mia amica S.

“Mi potresti stampare la foto della pancia/mondo?”

  L’ultima volta che ci siamo viste io e S. abbiamo visionato le fotografie sulla danza orientale (QUI) e quelle sulla storia del tango argentino. Abbiamo passato un pomeriggio intero su quelle foto.

“Certo, te la porto domani”

“Mi ha smosso così tante cose quella foto! Il fatto è che quando parlo con te mi si apre sempre qualcosa, mi fai muovere, ecco”

Mi fai muovere queste parole si imprimono dentro di me. S. dice sempre delle cose che mi si attaccano dentro, come le parole di quella volta in giardino “Mi invento ogni giorno” ricordo ancora il giardino come era, con quella luce strana che cadeva sulle pieghe del vestito, e ricordo anche le foglie sulle quali le parole assunsero una  forma ben precisa.

Così oggi ho stampato la foto e sono andata da S.

“Ho scoperto che dentro di me è racchiusa una bambina arrabbiata – dice mostrandomi l’ultimo collage a cui sta lavorando – Non è una rabbia urlata, è piuttosto muta.” Guardo il foglio vi è disegnata  una donna morta nel cui ventre c’è un bambino che le volta le spalle, ha le mani incrociate  e  la bocca serrata. Mi viene in mente che l’ultima volta che ci siamo viste  ha detto “Ho una madre terribile”

Tanto tempo fa, anni e anni fa, anch’io pensavo di avere una madre terribile. Da molto tempo ho solo una madre molto sola, la sua solitudine mi riempie di solitudine.  Mi chiedo se anche dentro di me ci sia questa bambina, mi rendo conto che no, che la mia bambina si è acquietata da tempo. Che dentro di me invece c’è una donna arrabbiata di una rabbia sorda che non esce da nessuna parte.

Una rabbia sigillata.

“I miei collage – dice – sono fatti di quadri, Renoir, Magritte…  – si avvicina alla libreria stracolma di libri fotografici, tomi pesanti e piccoli libretti colorati – Ho provato a prendere fotografie dai giornali, anche da opere moderne ma niente mi attrae, niente mi stimola, forse per me il corpo è ancora troppo forte, ancora non mi sono liberata”.

Penso che neanche io mi sono liberata del corpo, se scrivo un racconto racconto una storia, un inizio e una fine, ma poi penso che da quando ho deciso di non scrivere più né racconti, né romanzi, né niente di niente, ma non riuscendo sempre a ubbidire all’imperativo impostomi ho scritto pagine  piene di parole senza storie, sono macchie con gli a capo sconclusionati,  e questo tempo che dedico alla fotografia, non al fare fotografia ma allo scomporre, al  mutilare, modificare, incollare pezzi, tagliare, soprattutto tagliare,  forse altro non è che una ricerca di liberazione. Di liberarmi dal corpo e tagliare la rabbia a fette.  Forse è solo che da qualche parte quel germe/verme che mi cresce dentro deve uscire fuori.

Mi fai muovere dice di nuovo.

I nostri corpi fissi sulle sedie,  le mille statuine immobili nell’eterno gesto scolpito, i libri  sulla scrivania, le pietre sul tavolino giacciono nella loro pesantezza di pietra, tutto è fermo, eppure tutto è movimento.

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pecoreneve1 

 

Negli ultimi mesi,  tormentata dall’insonnia, ho provato a contare le pecore , ma queste si nascondevano nella neve abbandonandomi alla veglia. 

Non solo ho perso il sonno ma pure cose, come un  orecchino che avevo da vent’anni, per dire.

Ho perso amici, anche.

Ho perso parole e sguardo.

E poi ieri notte mi sono addormentata e ho fatto un orecchino perso ritrovatosogno.

E quando mi sono svegliata ho ritrovato l’orecchino.

Ho visto cose che da tempo non vedevo.

E la pianta della camelia che si rifiutava di fiorire  improvvisamente si è riempita di fiori.

Il sogno pare un racconto, non l’ho inventato, l’ho solo sognato. Eccolo:

“Ero nella mia prima casa, avevo il pancione e circa 25 anni in meno,  mi guardavo una gamba, sulla gamba si è formato un bubbone, grosso, enorme che ho schiacciato, schiacciandolo è spuntato il cordone ombelicale,  mio marito veloce lo ha respinto dentro la cavità dicendo:

“Non è ancora giunta l’ora!”

Mi sono abbassata sulla gamba, ho guardato attraverso il buco del bubbone e ho visto un utero rosa dove galleggiava mia figlia, era un colore che pareva musica,  e, mentre guardavo, l’utero si è trasformato in una vasca, sul fondo c’erano tante farfalle grosse e variopinte, ho iniziato a cantare mentre con la coda dell’occhio guardavo alla mia destra il  ragazzo indiano  che teneva in braccio mia figlia che indossava un abito bianco di pizzo, da sotto usciva il cordone ombelicale che si collegava alla vasca. Aspettava di nascere. Non era ancora giunta l’ora!

Come ho iniziato a cantare le farfalle si sono sollevate in volo, erano grandi come uccelli e coloravano tutta la stanza. Sul fondo ne è rimasta una più grande delle altre, gialla con punti neri simili a occhi, mia madre stizzita ha detto:
“Perché la mia farfalla non vola?” 
“Perché tu non hai cantato!” ho risposto”.

Su queste parole è suonata la  sveglia interrompendo il mio sogno.

E poi sono andata al lavoro e ho visto tutte le cose che da tempo non vedevo.

Due ragazzi  si baciavano in piedi in mezzo alla calca delle persone che riempivano il pullman, ondeggiando nel lungo bacio, una signora  aveva i capelli che le coprivano tutta la parte destra della faccia tanto che l’occhio, sotto,  scompariva, un ragazzo aveva chiodi conficcati nelle orecchie, sul sopracciglio e sul labbro, una bambina  fingeva di piangere spiando da sotto il collo della madre di cui aveva gli stessi occhi e la stessa lucida, setosa, pelle nera. Alla fermata il pullman si è svuotato, davanti alla scuola centinaia di ragazzi coloravano la via e ingrossavano l’ampio piazzale.

Mi è parso che la vita cominciasse a vivere e avesse borse sui fianchi,  fiori negli occhi, e chiodi nel naso.
Chiederò a mia madre di cantare, ora.

il sogno

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