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Posts Tagged ‘luce’

   dscf0930  La luce cade di traverso su via Musei e  resta sospesa sui tetti. Chiuse nei loro portoni le case non lasciano respiro alla strada, addossandosi nel fondo di una curva fanno muro ai miei occhi.dscf1013

Vicoli come feritoie creano correnti d’aria e di luce. In questa domenica mattina di maggio è deserta di uomini e macchine la via. Il portone del museo Santa Giulia ha ancora i colori di Van Gogh e Gougain.

Dopo la curva la luce mi cade addosso prepotente, le case lasciano spazio da un lato al tempio Capitolino, dall’altro alla piazza del Foro, la luce gialla cadendo dal tempio si allunga nel cono d’ombra della piazza.

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Pare di essere in un altro posto e in un altro tempo.

Pochi metri e la strada riprende le sembianze di prima: portoni grossi, chiusi e case addossate le une alle altre per fermare la luce.

Incrociare via Mazzini è come lasciarsi alle spalle un mondo, l’antico sparisce nel nuovo, ma via Musei non si arrende, l’oltrepassa per giungere al cuore della città, per morire appena dopo la piazzetta Tito Speri dove s’innesta con la ripida salita della contrada S. Urbano che porta al castello. La piazzetta è oscurata da ombrelli e tavoli,  non si sente il cinguettio degli uccelli, che pure ci sono, coperto dal ciarlare di tutte queste persone sedute ai tavoli e che hanno negli occhi soltanto il riflesso della tazza. Sorrido guardandoli: non ci sono occhi, soltanto occhiali neri e la tazza riflettendosi in essi assume forme strane e cangianti.
Oltre la statua i gerani incendiano la luce di rosso.

Affretto il passo costretto contro il muro da altri tavoli e da biciclette che passano veloci, imbocco l’antro oscuro che si fa strada tra le case e giro a sinistra ansiosa di trovare e guardare la mia piazza: la luce qui cade da tutte le parti e si riflette nell’oro dell’orologio.dscf0938

Mi porto al centro: mi piacerebbe avere occhi tutti intorno alla testa per abbracciarla con lo sguardo.

Questa piazza dalla ferita profonda mai rimarginata.

Gli occhi privi di lenti scure lacrimano.

Giro le spalle all’orologio per guardare la loggia col suo tetto tondo e bianco, rimessa a nuovo da poco, il marmo bianco acceca.dscf0940

I tavoli anche qui stanno rubando al passo la gioia di sfiorare la pietra.

Improvviso si affaccia un ricordo, veloce torno indietro, riattraverso l’antro oscuro e giro a sinistra: nascosto e stipato tra due muri “il trullo”, tagliato a metà dalla luce, mostra linee tonde trapunte di rossi mattoni.dscf1015

La musica di un violino si leva nell’aria, la ragazza pulisce i tavoli vuoti, ha capelli neri e occhi profondi, guarda la strada e pare che veda altro, seguendo la linea del suo sguardo mi trovo davanti la lama tagliente di un muro, finestre si girano verso la luce cercando calore.

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La malinconia mi segue sulle note del violino mentre imbocco il vicolo  e sbuco dentro piazza Paolo VI, guardo i gradini cercando l’impronta dei miei vent’anni.

Un ragazzo è seduto proprio lì dove c’è la mia impronta, ha la pelle scura, e lo stesso mio sguardo di allora.dscf0951

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Dietro l’imponenza del Duomo Nuovo si nasconde il Duomo Vecchio come a proteggere la propria pietra dal fuoco del sole e conservarla ancora e per sempre nei secoli dei secoli.

Imbocco via Trieste e sbuco di nuovo in via Mazzini e mi avvio verso i portici, sono quasi deserti, oggi le serrande dei negozi sono tutte abbassate.

Seguendo i portici all’angolo a destra si intravede piazza Loggia davanti a me corso Palestro: pittori espongono i loro quadri, ragazzi neri la loro mercanzia.

Salgo i gradini che mi portano in una piazza mercato deserta, la luce cade ovunque, lo spazio si dilata e potrebbe inghiottirmi se non fosse per quella panchina posta a lato della piazza che allunga l’ombra sulla pietra fornendo l’ancora a cui aggrapparmi.

Allunga l’ombra in righe verticali e fa tutt’uno col suo corpo, seduto mostra spalle ricurve e testa abbandonata sul petto, capelli bianchi e coppola in un meraviglioso equilibrio, orecchio grande e rosso: pare l’orecchio del mondo.dscf0980

Proseguendo giungerei in P.zza Vittoria,  ma  torno in corso Palestro, imbocco vicolo del Carro e mi trovo in contrada Soncin Rotto, aspetto davanti a un enorme portone grigio, aspetto paziente fino a quando si apre e come una ladra entro dentro veloce, fotografo e guardo il cortile. dscf0909

E’ tardi, a casa qualcuno mi aspetta.

Ritorno in corso Palestro, attraverso P.zza Vittoria, giungo di nuovo in P.zza Loggia, riguardo il mio trullo, mi incammino per via Musei, affogo di luce nel Foro e improvviso un portone si apre, faccio appena in tempo a fare clic che è già chiuso.portone

 

 

Col muso sul portone sorrido.
Se fossi straniera oggi disegnerei questa città come una donna che nasconde la sua bellezza sotto un burqa, ma non sono più straniera, questa è la mia città, la conosco, e quei portoni non nascondono i cortili ma sono portoni e cortili insieme, un’unica costruzione, un unico corpo.
Il sorriso si disegna sul vetro della macchina mentre penso a queste ore trascorse con la mia città, io e lei a braccetto sotto il sole di maggio
.

PS: Su SB il giorno 11 di questo mese ho iniziato a scrivere dei post riguardanti il mio trasferimento a Brescia, esattamente  37 anni fa iniziai a lavorare e a vivere qui. Sto facendo una specie di I remember, insomma. Ed è per omaggiare questa città che pubblico questo vecchio post.

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Questo silenzio e questo autunno ai bordi della città pare irreale.
Il pensiero sfoca e si scioglie.
Libera come la foglia che si stacca dal ramo mi muovo nella luce, fra le ombre.
E tutto è  meraviglioso.

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Ed è in questa meraviglia che mi appare il tuo pugnetto chiuso che ora, dopo tre mesi, si allarga e afferra, e porta alla bocca e succhia.
E torna nella luce un altro ricordo, un altro pugnetto.

L’album dei ricordi confonde  ieri con oggi tanto le immagini si somigliano, figlie dello stesso sangue.
Custodisco il passato e il futuro nella mano, negli occhi, dentro l’anima.
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La luce si fa più intensa, scolpita nell’ombra come un diamante nella pietra.

Questa meraviglia sia sempre luce dei tuoi occhi, nipotino caro.

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Pescatori

Mi colpì quella luce strana, la stessa luce in cui i pensieri respirano, a volte.

Un alone di silenzio dove l’animo si scioglie e il corpo è solo sensi.

Il profumo del sole, l’odore dell’acqua, il vento sulla pelle.

Antica carezza

Un canto

Come di nostalgia

Come di infinita tristezza

Di immensa gioia

Ore e ore fermi al pari della canna

Racchiusi nella stessa immobile bellezza

Due cieli divisi da un filo sottile e pescatori  sul limitare dell’acqua.

Pescare un pesce, quello giusto e non una vecchia scarpa che si incaglia all’amo.

Ore e ore per quel pesce argentato e sfuggente.

Come me  nel lago di parole, immobile per ore, cercando la parola, quella giusta.

L’unica che serve.

 

 

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La luce e l’ombra

 

la luce e l\'ombra

Cadendo dall’altra parte la luce mi riempie d’oscurità

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