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Ho finito di leggere la Montagna incantata di Thomas Mann, oggi 6 agosto 2017.

Ho iniziato a leggerlo un anno o due fa, non ricordo di preciso il tempo lungo di questa lettura.

Una lettura fatta nella mia casa tra le montagne dove spesso trascorro i fine settimana.

Una lunga lettura per un lungo periodo di tempo sul balcone di una casa in cui il tempo non è quello della vita in città, un tempo che segue un ritmo diverso, quasi fermo, eppure così variabile nei colori del monte di fronte al balcone. Un monte aspro dalle cime dritte verso il cielo che, sull’estrema destra, ha due protuberanze simili a mammelle. A volte in certi tramonti accesi il profilo nero pare disegnare una donna distesa, una madre gigantesca ai cui piedi camminano, come tante formiche, persone osservate nell’eterno viaggio dal paese verso il bar, nell’unico percorso quasi piano, accessibile a tutti.

Nonostante le lunghe pause ogni volta che ho ripreso la lettura mai ho dovuto rileggere le ultime pagine per ricordare ciò che avevo letto in precedenza.

Questo per dire che il mio tempo di lettura si è adeguato al tempo del libro. Al tempo di Castorp, il protagonista e la mia montagna si è (con)fusa con la sua.

Una montagna irta da scalare, soprattutto nei discorsi tra il protagonista e il razionalismo di Settembrini, perdendomi completamente con quelli dell’irrazionale pessimismo di Naphta. Io che di anni ne ho il triplo di Castorp ma la sua stessa non conoscenza o per meglio dire la sua stessa ignoranza.

Dalla mia e dalla sua parte c’è la curiosità che ci spinge in territori inesplorati.

Questa affinità mi ha permesso di avvicinarmi al testo. E non solo: la malattia e con essa il tempo e la morte.

Sono stata nella mia vita, in periodi diversi, ma sempre per periodi abbastanza lunghi, in ospedale.

L’inizio del libro, quando Castorp si reca in sanatorio per trovare il cugino Joachim con l’intenzione di soggiornare per tre settimane (si trasformeranno in sette anni), mi ha molto incuriosito leggere come si effettuava la cura per la tubercolosi, malattia che ancora oggi è attiva e devastante. La cura del balcone, il termometro, le lastre e il cibo. Abbondante. Questa abbondanza caratterizza la provenienza borghese – benestante degli ospiti.

L’attenzione di Castorp per ogni piccolo gesto, dall’avvolgersi la coperta sul balcone agli occhi chirghisi della signora Clavdia Chauchat, quel suo sbattere la porta quando entra in sala da pranzo, mi è rimasto dentro come l’affetto per il cugino che, nonostante non seguisse con lo stesso interesse le discussioni con Settembrini, sempre si affiancava a Castorp e che con lui assisteva nella fase finale le vittime della tubercolosi. Quell’avvicinarsi alla morte senza la paura della morte.

E quella pianura sempre più distante fino quasi a scomparire.

Non saprei dire quale sia stata l’esperienza che più mi ha colpito del giovane Castorp, forse mi è piaciuto quell’accostarsi alle cose con curiosità e tenacia, di sicuro la pagina più bella è quella che descrive Castorp quando si perde nella tormenta di neve.

La più dolorosa quando muore Joachim.

La più sofferta quella del duello con la morte di Naphta.

Naphta il personaggio più tenebroso.

La più emozionante quella in cui parla in francese con la signora Chauchat.

L’amore al tempo degli sguardi. D’altri tempi. Non i nostri. Non più. Dove l’orlo di un vestito o la sua scollatura erano l’eros. Dove una parola detta in altra lingua poteva essere detta ma non nella propria. Quasi un rimpianto per me, per noi, per questi corpi tutti uguali, tutti svelati e senza mistero, di uomini e donne. E non si voglia qui confondere questo desiderio, questo rimpianto con un vestire ottocentesco!

La musica. Le pagine in cui Castorp ascolta la musica, il suo essere toccato così profondamente da essa, quell’ascolto infinito, quella cura, quell’amore hanno svegliato il mio animo sopito, quasi spento, degli ultimi miei tempi.

L’addio di Settembrini. Quel tu che nasce nel distacco, quel nome di battestimo mai pronunciato che si pronuncia nell’addio.

Quell’addio da padre a figlio o da un tempo di pace a uno di guerra.

Dall’incanto della Montagna all’orrore della pianura.

E quella domanda che mi sorge leggendo di quel fango e di quei corpi straziati, di quel Castorp che forse è morto o forse no ma che calpesta l’orrore, ci vive in mezzo, lo subisce e lo provoca, quella domanda che mi sorge e che qui si esplicita e che risposte non ha, come non ne ha in qualsiasi altro contesto ma qui più che in altri è:

a cosa è servito l’incanto della Montagna? A cosa la guarigione dalla malattia, a cosa quella crescita spirituale e intellettuale  se poi tutto doveva soccombere?

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IMG_3417In breve la storia è questa:
Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scenario de L’amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L’autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative: sono le parole di Adam, agiato proprietario di una grande officina meccanica; le riflessioni della figlia Dafi, quindicenne insonne e ribelle; i sogni della moglie Asya, intellettuale precocemente ingrigita; gli stupori di Na’im, giovane operaio arabo; i vaneggiamenti della novantenne Vaduccia; e infine il resoconto stupefatto di Gabriel, l’amante scomparso. Mondi lontani, a dispetto dell’amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l’impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto.

Comprai e lessi questo libro in seguito ad una segnalazione di una partecipante a un gruppo di scrittura cui facevo parte. La persona in questione lo propose quando si parlò di scrivere il silenzio: come fare per farlo trasparire tra le parole? Secondo lei in questo libro c’è tanto silenzio e non posso darle torto, ma neanche ragione.
In effetti, soprattutto nelle prime pagine, troviamo la parola silenzio più volte, anzi la troviamo spessissimo. Ora considerato che Yehoshua  è un grande scrittore (il suo capolavoro per me è Il responsabile delle risorse umane), uno che sa sicuramente che scrivere spesso la parola silenzio non è rappresentarlo,  per cui, io,  leggendo il libro, sottolineo la parola e sto attenta, in ascolto. Ed è così che sento un rumore assordante di spari, bombe, uomini che si sfracellano, sassi che rimbalzano: dietro quella parola c’è la guerra con tutta la sua assurdità e la sua violenza, tutto il suo rumore. Yehoshua non sta descrivendo il silenzio ma la guerra.
Ma partiamo dal principio, dalla prima pagina che inizia con tre puntini di sospensione e la e congiunzione, a parlare è Adam “… e noi nell’ultima guerra abbiamo perso un amante, e da quando è cominciata la guerra che non lo si trova più, è sparito”.
Un incipit bellissimo, la guerra e la sparizione dell’amore, non poteva essere altrimenti.
Quei puntini di sospensione e quella e iniziale sono magnifiche e fanno da congiunzione a tutte le altre guerre, a tutte le altre sparizioni, a tutte le altre morti, a tutte le altre perdite: un figlio, un genitore, un insegnante, la vita stessa.
Adam sta parlando dell’amante di sua moglie, un israeliano emigrato a Parigi anni prima e che tornato per un’eredità si è trovato coinvolto in una guerra che non gli appartiene. Come pare non appartenga in realtà a nessuno di loro questa guerra che ascoltano alla radio stando svegli di notte. Come Dafi la figlia quindicenne che insonne vaga per la casa, che “da quando nell’ultima guerra ci hanno ucciso il professore di matematica e ci hanno fatto arrivare quel bamboccio dal Politecnico, io ho troncato i rapporti con quella materia” Dafi che segue la scia delle luci nelle notti bianche “prima la luce piccola, quella accanto al letto, poi quella grande in camera, la luce in corridoio e infine la luce interna del frigorifero. … E poi pesante e insonnolita, mi lascio cadere sul divano nella sala buia, davanti la finestra grande, e ho di fronte una nave gigantesca, un palazzo illuminato ai piedi della montagna, sul mare invisibile. Un grandioso spettacolo di gente sveglia. Vado a prendere un cuscino e una coperta, e quando torno la nave è già sparita. Non ci si rende conto che sta navigando.”
“Questa è guerra, solo guerra” dice Asya la moglie di Adam svelando appieno il significato della parola silenzio. E poi c’è Vaduccia la nonna dell’amante a cui doveva lasciare in eredità la casa e che non si decide a morire. E’ in coma, chi le sta intorno vede solo un corpo abbandonato sul letto, eppure Vaduccia, anche se non ha coscienza di sé, ha dei pensieri  “Una pietra posata su un lenzuolo bianco … la pianta è ancora viva” saranno questi pensieri a riportarla in vita.
Adam, Dafi, Asya, Vaduccia recitano monologhi. Adam è un uomo che parla poco, e durante gli incontri con gli amici si mette in un angolo mangia noccioline e pensa alla moglie, vorrebbe conoscerla, capire perché l’ha scelta quando l’unica cosa che ama di lei sono i piedi. Riporto qui  un dialogo immaginario con uno dei suoi ospiti/amici:
“Adam, tu che sei sempre taciturno, a che cosa pensi tutto il tempo? – gli direi subito la verità, perché no
Ti sembrerà strano, ma penso a lei, non sono capace di pensare ad altro.
A chi?
A mia moglie …
A tua moglie? Ma bravo … e perché no, in fondo? Certe volte ci sembra che tu sia assorto in cose lontanissime, e invece non stai pensando che a lei …
Penso a lei continuamente …
Ma, è successo qualcosa?
No, proprio niente.
Perché voi sembrate una coppia così affiatata, mai una lite, una scenata. Certo che allora, quando ti ha sposato, ci siamo un po’ meravigliati … Perché lei è una vera intellettuale, sempre col naso nei libri,”
E poi più avanti sempre nello stesso dialogo:
“Va bene ma cosa pensi di lei, se non sono indiscreto …
No, no, per niente. Ai suoi piedi…
Scusa non ho sentito bene. Questa confusione… che cosa?
Ai suoi piedi, così piccoli.
Le è successo qualcosa?
No, niente di particolare, solo che non so se per caso li hai mai visti, tu. Quella curvatura dolce, infantile, piedi da bambina viziata. L’apparenza inganna qualche volta …”
E ancora
“Io continuo a guardare mia moglie, la osservo di lato con occhi da estraneo, penso a lei, a parte di lei. E’ ancora possibile innamorarsi di lei? Un estraneo che la vedesse così com’è, con quel vestito grigio dal ricamo sbiadito – qualcuno che si innamorasse di lei al posto mio”
Ecco cosa cerca Adam: qualcuno che ami sua moglie al posto suo per liberarsi di quel peso che lo opprime, di quel senso di colpa anzi, di quei due sensi di colpa: la morte del figlio e la sparizione dell’amante.
Un figlio sordo morto investito da una macchina mentre attraversava la strada, un figlio che aveva disattivato l’apparecchio acustico perché a volte amava il silenzio, lo aveva disattivato mediante un marchingegno costruito da Adam. E poi Adam ha un altro senso di colpa quello di aver spinto l’amante a presentarsi presso gli uffici preposti per chiedere se poteva tornare in patria o era obbligato a fare quella guerra. Da quegli uffici non era più ritornato. Adam lo cerca dappertutto, lo cerca e lo pensa più della moglie stessa.
Adam ha un’officina meccanica, non ha studiato, Asya è una professoressa, insegna ed è sempre impegnata nello studio perché pare non sappia fare altro e non vuole fare altro. Due mondi che vivono sotto lo stesso tetto ma che non si incontrano mai. E c’è Dafi che sente la mancanza del fratello, che vorrebbe attenzione dalla madre, che parla troppo diretto, che a scuola ha la vita difficile. Dafi che chiude la porta della sua camera a chiave. E si sente libera.
Bisogna arrivare a pag. 150 per incontrare Na’im, un ragazzo arabo che lavora nell’officina di Adam, entra   e subito presenta il conflitto che sta alla base dei due popoli: “Adesso ne ammazzano di nuovo. E quando li ammazzano noialtri dobbiamo farci piccoli, abbassare la voce, dobbiamo stare attenti a non ridere… L’importante è sapere dov’è il limite, e chi non lo sa è meglio che resti nel villaggio … ma noi, che quasi sempre siamo tra loro, bisogna che stiamo attenti. Non è che loro ci odiano – chi pensa che ci odiano, si sbaglia di grosso. Noi siamo all’infuori dell’odio, siamo come ombre per loro.  … Ma quando cominciano ad ammazzarli … sono capaci di prendersi un’arrabbiatura per nulla, prima del notiziario o dopo. Noi il notiziario non lo stiamo a sentire … Non è che dicano solo bugie, ma non è neanche la verità … mezze bugie e mezze verità e molta confusione”
Anche Adam dice la sua sugli arabi “Cosa ne sapete di loro, voialtri? Da me ne lavorano trenta, di arabi …” “Ma quelli sono arabi diversi” “Diversi da chi?” “Per esempio Hamid. E’ il primo operaio che ho assunto, è con me da quasi vent’anni. Taciturno, orgoglioso, un lupo solitario. Non guarda mai nessuno in faccia… Che cosa gli passa per la testa? Per esempio, che cosa pensa di me? … ma è fedelissimo – o forse non si tratta di fedeltà”.
Adam incontra Na’im e i suoi occhi neri gli fanno ricordare il suo bambino morto, gli fa una carezza e poi subito si dimentica il suo nome. Na’im assomiglia a suo figlio, la somiglianza viene notata anche dalla moglie e dalla figlia eppure basta che scompaia dalla loro vista per dimenticarsene completamente. Ed è stupefacente questa dimenticanza che avviene anche dopo che Na’im è stato a casa di Adam, dopo che lo ha accompagnato per tante notti insieme alla figlia nel soccorso automobilistico il cui fine è soltanto quello di trovare la macchina dell’amante, perché solo questo interessa ad Adam, e quando lo lascia a casa di Vaduccia per sorvegliarla se lo dimentica e questa sua dimenticanza fa sì che Na’im si senta spaesato, non più arabo, mai ebreo, non più operaio, non più povero perché Adam apre il suo portafoglio rigonfio e gli da più soldi di quelli che gli occorrono.
Questa dimenticanza a me che leggo è inaccettabile, e le parole “noi siamo all’infuori dell’odio”, mi fanno quasi desiderare l’odio ché almeno è un sentimento.
Ma è nella vita quotidiana con Vaduccia e Na’im che viene fuori tutta la complessità del conflitto tra i due popoli.
Ed è tramite l’Amante che la guerra si rivela per quel che è nella sua inulte violenza nel suo inutile scopo,  l’amante coinvolto per caso in una guerra di cui non ha niente da condividere, né odio, né paura, né desiderio di conquista, allora,  per sopravvivere, si trasforma, fugge dalla guerra e sparisce.

Infine Adam lo trova e lo riporta dalla moglie.
Ed è con la fine della ricerca che esplode in Adam tutta la sua sessualità repressa. Tornado a casa un pomeriggio trova nella camera di sua figlia quindicenne la sua amica che dorme. Così il nostro caro, solitario e tormentato Adam a cui un poco, forse, ci eravamo affezionati anche se la sua capacità di dimenticare Na’im appena questi spariva dalla sua vista un po’ ci sconcertava, ma lo perdonavamo, il nostro caro Adam si trasforma in un pedofilo che approfitta di una ragazzina quindicenne, e comprendiamo che fin dall’inizio abbiamo avuto la sensazione, il presentimento che questo uomo che ci è parso buono e smemorato e tormentato, questo uomo proprio a causa di questa bontà sarebbe stato capace poi di compiere un atto vile.
La storia si chiude sul silenzio di Adam “Un silenzio profondo, come se fossi sordo” e sui pensieri di Na’im che vede Adam in difficoltà con la macchina rotta e non torna indietro ad aiutarlo, con Na’im che pensa “M’ha detto di tornare a scuola. E’ un uomo buono. Buono e stanco. … Si può anche amarli, e si può anche farli soffrire”.
Ed è giungendo alla fine della storia che do in parte ragione a colei che me ne  consigliò la lettura, proprio mentre chiudo il libro  tutti i personaggi mi appaiono silenziosi e sordi, ognuno ha camminato sulla propria strada in un soliloquio continuo, ognuno cercando l’altro e se stesso e mai incontrando né l’altro né se stesso.
Un ottimo libro. Da rileggere ancora.

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“Istambul 1591. In una città scossa da antiche inquietudini e nuovissime tentazioni, tra i miniaturisti del Sultano si nasconde un feroce assassino. Per smascherarlo, Nero è disposto a tutto, anche a rischiare la vita. Perché se fallisce, per lui non ci sarà futuro con la bella Ṣeküre, non ci sarà l’amore che ha sognato per dodici anni.”

Questa in sintesi è la storia che si narra.

Parlare di questo libro non è facile, soprattutto è difficile  riuscire a condensare in un poche righe tutte le varie riflessioni che scaturiscono da ogni singola pagina del libro e a volte da ogni singola frase.
Di sicuro questo libro non è una lettura facile ed è anche per questo che mi piace.
E’ un romanzo costruito con grande maestria, dove tutti gli elementi sono dosati, direi, quasi scientificamente: la giusta suspense, il dubbio, le tracce seminate nelle pagine che ci permettono di sospettare l’assassino ma mai di riuscire veramente a scoprirlo, lo splendore dello svelamento finale e la struttura adottata che ne ha potenziato la narrazione. Variare il punto di vista ad ogni capitolo è molto funzionale, è come se Pamuk avesse creato tanti pezzi di un unico grande puzzle dove ogni pezzo è perfettamente e armonicamente incastrato all’altro, il disegno finale ci offre, nella visione della sua interezza, molteplici interpretazioni della vicenda. Tutto questo potrebbe far pensare a un libro giallo se non fosse che è molte altre cose, tutte racchiuse  nella poesia che segue:

Dice il mio cuore indeciso, quando sono in Oriente in Occidente esser io voglio
E quando sono in Occidente in Oriente esser io voglio.
Altre mie parti dicono se sono uomo essere donna io voglio, se sono donna esser uomo io voglio
Come è difficile essere un essere umano, più difficile ancora vivere una vita umana.
Provar piacere col davanti come col didietro, con l’Oriente come con l’occidente io voglio”
. Pag 377

Di sicuro non c’è bisogno di arrivare a pag. 377 per capire il tema della narrazione e il suo conflitto, ma ho scelto queste righe perché lo sintetizzano in modo superbo, perché fanno capire come un  tale conflitto ci porta a desiderare / invidiare ciò che non potremo mai essere  e che, se da un lato ci spinge alla continua ricerca/lotta di superare i nostri limiti, dall’altra ci riempie di frustrazione.  Questo per quando riguarda l’individuo preso singolarmente, quando invece si tratta di Oriente e Occidente, Dio e Allah, allora le cose diventano ancora più complicate. Ma partiamo dall’inizio, dal primo capitolo intitolato ‘Io sono il morto’: “Adesso io sono un morto. Un cadavere in fondo al pozzo. …. Prima di nascere avevo alle spalle un tempo illimitato. Un tempo che non sarebbe finito neanche dopo la mia morte. Da vivo non pensavo a queste cose, continuavo a vivere nella luce, nel tempo che passa tra due oscurità. (Magnifica questa definizione di vita) … Non mi lamento del fatto che i miei denti siano caduti come ceci nella bocca piena di sangue, né che la mia testa sia talmente fracassata da essere irriconoscibile, ….mi lamento perché mi credono ancora vivo ….  Trovate il mio cadavere e fatemi un funerale ….  Ma soprattutto che venga scoperto il mio assassino! Dietro la mia morte c’è uno scandaloso complotto contro la nostra religione, le nostre tradizioni, contro il nostro modo di vedere il mondo …. Sappiate che a uccidermi sono stati i nemici dell’Islam … Sappiate che finché non  si scopre quel vigliacco … io attenderò aggirandomi inquieto…”
Il tema della Giustizia e della sepoltura fanno pensare all’Antigone, fanno riflettere sulla necessità di entrambe le cose: sepoltura e giustizia per vivere la pace. E non posso non pensare a tutti i morti delle stragi che si sono consumate in Italia  i cui colpevoli mai sono stati consegnati alla giustizia, a quella ferita sempre aperta di amici e parenti, di una società civile che non riesce a risanarsi mancando, appunto, la giustizia.
Ma non c’è solo Giustizia e Sepoltura in queste righe, c’è anche un complotto contro un modo di vedere il mondo. O meglio c’è una guerra tra chi guarda il mondo in modo e tra chi lo guarda nell’esatto opposto e cioè tra oriente e occidente.
Il morto è un miniaturista. Perché è stato ucciso il miniaturista?  Per un disegno commissionato dal Sultano, un disegno coordinato da zio Effendi che ha scelto un gruppo di miniaturisti ed ha assegnato a ciascuno di loro un unico frammento da eseguire e che, quindi, al pari della struttura stessa del romanzo sarà formato da tanti pezzi (l’organicità di quest’opera è incredibile!). I frammenti sono: l’albero, il cavallo, il cane, la moneta ecc.. Disegni che a loro volta diventano personaggi che parleranno direttamente al lettore. Ai miniaturisti non sarà consentito vedere il disegno finale, devono disegnare il loro frammento seguendo le indicazioni date da zio Effendi. Perché tanto mistero? Cosa si nasconde dietro il disegno? Perché zio Effendi vuole disegnare questa storia, e come la vuole disegnare?
Zio Effendi: “Voglio che questi disegni, proprio come i dipinti dei maestri veneziani, rappresentino tutto il mondo del nostro sultano … Ma non illustreremo le bellezze terrene, bensì la sua ricchezza interiore … non so cosa dicano i pettegoli. Voglio che a rappresentare il Nostro Eccellente Sultano e il suo mondo siano l’immortalità degli alberi, la stanchezza dei cavalli, la sfrontatezza dei cani. …  Due anni fa sono stato a Venezia … un giorno sono rimasto attonito davanti a un dipinto sul muro di un palazzo. Era il ritratto di un uomo, di uno come me. Un infedele naturalmente, non uno come noi. Mentre lo guardavo sentivo di assomigliargli.  In realtà non mi somigliava affatto. …. Chissà perché mentre lo guardavo mi faceva battere il cuore. …. Avrei voluto essere anch’io dipinto così. No, non posso osare tanto, è il nostro Sultano che deve essere disegnato così.…  Una volta che il tuo volto è stato dipinto così, non puoi più essere dimenticato. (La somiglianza e la differenza, l’immortalità: il desiderio di sopravvivere alla propria morte: quante cose in poche parole!) … Tutti coloro che non ti hanno mai visto quando eri in vita … potranno guardarti negli occhi come se tu fossi davanti a loro …” capitolo V.  Il sospetto quindi è che si stia creando una miniatura, un’opera che  è contro la volontà di Allah che, secondo i miniaturisti dell’epoca, stabilisce come si deve disegnare qualsiasi cosa, dalle persone ai cavalli alle monete, e ognuno di questi deve avere la tal dimensione, la tale postura ecc.
Dice il cavallo: “Perché la squadra dei miniaturisti ci disegna a memoria, anche se noi cavalli usciamo tutti diversi dalla mano di Allah? Perché non cercano di disegnare il mondo come lo vedono i loro occhi, ma il mondo che vede Allah?” pag. 231
In queste frasi c’è il tentativo quindi di mettere in discussione tutto ciò in cui fino ad allora si era creduto e cioè che Allah voglia che si dipinga solo ed esclusivamente in un determinato modo,  non c’è  solo questo, ma  anche il fatto che ad Allah non appartiene solo una parte di umanità “Mio è l’oriente come l’occidente” ma l’umanità tutta. Tuttavia in queste righe si va oltre la questione dell’Oriente e dell’ Occidente, in queste righe c’è, secondo me, un incanto strettamente legato all’arte e in particolare alla scrittura ed è la necessità di rappresentare il mondo e di farlo in modo sublime. A questo proposito già l’Autore si era espresso a pag 171 dicendo per bocca dell’assasino: “Quando, nel corso degli anni, guardiamo un libro e poi un altro, poi un disegno e poi un altro, capiamo che, con le sue meraviglie, un bravo pittore rimane nella nostra mente e alla fine cambia anche il panorama della nostra memoria. Una volta che il talento e i disegni di un miniaturista penetrano nella nostra anima, diventano per noi un criterio di bellezza del mondo intero”
Oppure: “Se nel contesto del disegno c’è amore, il disegno deve essere fatto d’amore, se c’è dolore, anche nel disegno deve scorrere il dolore. Ma il dolore non deve scaturire dai personaggi del disegno o dalle lacrime , ma dalla sua armonia interna che in un primo momento non si vede ma si sente. Io non ho disegnato un personaggio a bocca aperta come fanno centinaia di maestri da secoli per illustrare la meraviglia, ma ho meravigliato tutto il disegno..” pag. 79.

E poi  ancora nel X capitolo

“…Era molto più piacevole guardare il disegno  di un albero che un albero … io non voglio essere un vero albero ma il suo significato.

Quando alla fine tutto si svela con la scoperta dell’assassino e i due innamorati si sposano Ṣeküre, la protagonista di questa storia d’amore, ci dice chiaramente che ciò che si raccontato è una finzione letteraria confermando, quindi, che ciò che si è descritto non è un albero ma il suo significato e che è più piacevole guardare il disegno di un albero che non un albero, ovviamente quando quell’albero è disegnato da un grande Maestro come Orhan Pamuk.

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 La storia in breve è questa: Bonaria Urrai è l’accabadora (colei che finisce), cioè colei che aiuta a morire. Bonaria prende con sé Maria, una bambina figlia di povera gente, così come si faceva cinquanta anni fa in Italia, e la cresce come una figlia. Maria scopre soltanto quando diventa grande che Bonaria fa l’accabadora, non è una scoperta facile da capire tanto che prende e se ne va a Torino a fare la bambinaia.  Torna quando Bonaria ormai è in coma e aiutandola a morire diventa lei stessa Accabadora.

Non avrei letto questo libro se non fosse stato scelto dal mio gruppo di lettura, diffido sempre dei libri che vincono premi letterari, mi sembra che si voglia in qualche modo manovrare il lettore verso certe letture a discapito di altre e non per la qualità delle opere, anzi! ma questa è una mia personalissima opinione.
Quindi, sebbene mal volentieri, mi accinsi alla lettura.
Forse condizionata dal mio scetticismo sin dalle prime pagine non mi piacque lo stile,  un modo di scrivere a mio parere “lezioso”, per fare un esempio a pag. 13 è scritto “Dietro la porta  Maria conservò il respiro come un segreto,  fino a quando non li sentì riprendere a muoversi rapidi, uscire e lasciare la casa in un silenzio sbagliato …… la bambina ritrovò il letto in un silenzio lontano dal sonno, finché nel tepore della stanza il sonno non giunse, vincendo anche quella distanza (qui tra l’altro non si capisce quale altra distanza avesse vinto il sonno, bah!)”.
Bonaria (l’accabadora) vede Maria rubare e in quel momento decide di prenderla con sè,  perchè in quel  gesto coglie qualcosa che la rende simile a lei, e questo fatto è del tutto inspiegabile, mi spiego: non ci sarebbe niente da obiettare se non fosse che in tutto il libro sia Maria che Bonaria sono descritte come persone estremamente corrette, Maria non fa manco i soliti capricci che fanno i bambini ed è pure una brava alunna!
Nonostante lo stile la semplicità con cui avviene questa adozione destò per un attimo la mia attenzione: Bonaria aveva parlato con la madre naturale di Maria e se l’era portata a casa. Punto.
Questa pratica adottiva fino a circa cinquant’anni fa era usata in Italia, ricordo che alle elementari avevo una compagna di classe che era stata “adottata” in questo modo dal medico condotto, ricordo anche il racconto di una nonna brescian che aveva fatto la stessa cosa: non avendo figli aveva preso in casa una bambina povera e l’aveva cresciuta come una figlia. Il fatto era vissuto con una naturalezza incredibile, oggi è impensabile una cosa del genere, oggi è veramente un processo lungo ed estenuante per le famiglie adottive, ma soprattutto è una tutela per il bambino,  e questo mi pare molto importante.
L’adozione non è il tema principale del libro che invece è l’eutanasia, anche se i due temi pongono nel lettore la stessa riflessione sull’importanza di una corretta legiferazione al riguardo. L’adozione e l’eutanasia per la loro intrinseca natura hanno bisogno di una legge che tuteli il bambino da adottare e l’adulto che vuole morire.
E Bonaria aiutava a morire coloro che ormai erano dei vegetali. Veniva chiamata dalle famiglie per assolvere a tale compito. Se si accorgeva che il malato non era terminale o che era ancora attaccato alla vita rifiutava di svolgere il suo compito con sdegno. Però “Nicola Bastiu era una delle cose più vive che Bonaria avesse mai visto” (pag.81) nonostante ciò lo aiutò lo stesso a morire. Questo passo del libro mi sembrò  poco credibile in quanto a Nicola era stata amputata una gamba, ma conservava tutte le altre funzioni per cui poteva suicidarsi senza chiedere l’aiuto di qualcuno. Poteva avvelenarsi, per dire. Tra l’altro, Nicola non pare neanche depresso ma soltanto arrabbiato, incapace di accettare il fatto di non avere più una gamba.
Ma al di là di queste considerazioni o forse proprio a cause di queste cominciai a riflettere sull’eutanasia, non che non lo avessi mai fatto prima s’intende, infatti avevo seguito con molta attenzione il caso di Welby e della Englaro, per dire, ma in quel momento focalizzai meglio il velo leggero che può separare un “aiutare a morire” da un omicidio. Pensai che aiutare a morire chi è in uno stato vegetativo può essere un gesto caritatevole, comprensibile e accettabile, aiutare a morire una persona sana invece non mi pare tanto comprensibile o accettabile, poi però pensai alle persone che vanno a morire in Svizzera e mi parve giusto che uno/a scelga la propria morte se non riesce più a vivere, che scelga anche di farsi aiutare  mi parve altrettanto giusto. Dove sta allora la differenza tra la morte per mano dell’accabadora e la clinica svizzera? La differenza sta  in una regolamentazione della morte, persone competenti e luogo idoneo. Cioè non si lascia in mano al volere o non volere delle persone caritatevoli una cosa così particolare e importante e condizionante come la morte. E non si aiuta a morire chi è solo arrabbiato con la vita perchè gli ha riservato un destino diverso da quello che aveva immaginato, non si aiuta a morire chi  ha solo una forte depressione post-traumatica senza prima aver tentato di guarirlo dalla depressione o aiutato ad accettare una menomazione, o a superare la rabbia verso un destino avverso.
Può interessare a  tal proposito leggere l’articolo che trovate qui.
Dopo la morte di Nicola muore anche il libro, nel senso che le pagine che seguono servono solo ad “allungare il brodo”.  Maria scopre chi è veramente Bonaria e se ne va a Torino e qui viene raccontata una storia che  nun c’azzecca proprio niente con tutto ciò che ha raccontato prima e che racconterà dopo. Maria fa la bambinaia e ha una storia con il ragazzino che accudisce. Poi torna da Bonaria che sta morendo e l’aiuta a morire.
Se non fosse stato per il tema interessante, questo libro sarebbe già nel dimenticatoio.
Ma c’è bisogno di una cattiva lettura per indagare temi che ci interessano?

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diariod'invernoCiò che colpisce fin dall’inizio è l’uso della seconda persona singolare, penso  che Auster ha faticato molto a scrivere in questo modo, io perlomeno ne ho sentito la fatica  e mi sono chiesta spesso mentre leggevo “Perché non ha usato la prima persona? Tra l’altro la lettura sarebbe stata più coinvolgente, forse più intima”.
Altro fattore un po’ spiazzante è l’ordine cronologico che ha usato: non ha scelto di raccontare prima l’infanzia, poi l’adolescenza,  la maturità e la vecchiaia ma lo ha fatto secondo le ferite e le malattie che ha avuto, le case che ha abitato, gli amori,  i viaggi, le nascite e le morti.
E in tutte queste cose c’è il suo corpo.
“Non puoi vederti. Conosci il tuo aspetto grazie agli specchi e alle fotografie, ma là fuori nel mondo, mentre ti muovi tra gli esseri umani tuoi simili, che siano amici o estranei o i tuoi cari più cari, il tuo volto ti è invisibile. Puoi vedere altre parti di te stesso, braccia e gambe, mani e piedi, spalle e busto, ma solo da davanti, di schiena nulla tranne il retro delle gambe se le giri nella posizione giusta, ma la tua faccia no, la faccia mai, e alla fine – almeno per quanto riguarda gli altri – la tua faccia è quello che sei, il dato essenziale della tua identità. I passaporti non contengono immagini di mani e piedi. Anche tu, che vivi nel tuo corpo ormai da sessantaquattro anni, probabilmente non sapresti riconoscere un tuo piedi in una foto isolata di quel piede, per non parlare di un orecchio, di un gomito, di uno dei tuoi occhi in primo piano. Tutto ti è tanto familiare nel contesto d’insieme, quanto anonimo se preso un pezzo per volta. Tutti siamo estranei a noi stessi, e se abbiamo nozione di chi siamo è solo perché viviamo negli occhi degli altri”
Soltanto quando ho finito la lettura ho pensato che forse l’Autore ha scelto di usare la seconda persona singolare per non sentirsi estraneo, per arrivare a scoprire la verità  su di sé  guardandosi con gli occhi di un altro, insomma mi è parso che ha usato questo espediente letterario per cercare di giungere alla propria identità, quella più intima, quella sconosciuta anche a se stesso.
Ecco questo è un libro che nel leggerlo a volte pensi: “Non è un capolavoro, è una specie di catalogo!” ma poi man mano che prosegui nella lettura ti rendi conto che sono tante le cose che ti restano dentro e che l’uso del catalogo forse è servito all’Autore per fare ordine nella propria vita, e può servire anche a te per fare ordine nella tua.

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