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Posts Tagged ‘lago d’iseo’

The Floating Piers
E così anche noi due siamo andati a camminare sull’acqua, noi due insieme a migliaia di altre persone. Verrebbe da pensare alle pecore che seguono il Pastore, questo perchè anche gli atei in Italia sono intrisi di vangelo e bibbia, o forse perchè l’artista si chiama Crhisto.
Il fatto è che da quando hanno aperto il ponte c’è fermento dappertutto perfino sul lavoro, sulla metro, per strada. Visi da tempo spenti si animano, si infiammano, tutti a dire “io sono andato da, ho preso il treno da, ho fatto la coda per tot ore, non l’ho fatta, sono andato all’alba, al tramonto, sotto il sole cocente, sotto la pioggia”. Tutti a consigliare: “vai dall’altra parte del lago, dalla parte bergamasca, prendi il traghetto e ti eviti la coda, oppure vai d Marone, da Pisogne, vai alle quattro del mattino o alle otto di sera o”.
Un fermento che si autoalimenta e fa sembrare vivo ciò che era apparso da sempre morto.
Soprattutto quella gioia nello sguardo.
Così anche noi due abbiamo sfidato e sopportato e sofferto per il traffico intenso, la ricerca di un ingresso, quella di un parcheggio e poi il bagno di folla. E in mezzo alla folla il cigno che dall’acqua si è trasferito sulla passerella arancione. Quell’arancione che a tratti è giallo sbiadito, poi intenso, poi talmente vivo da far cambiare il colore dell’acqua e rendere il monte più scuro con quegli occhi infiorati che splendono sui balconi.
E camminando mi chiedevo cosa stavamo cercando, SE stavamo cercando qualcosa, o se invece non stavamo cercando un bel niente, volevamo soltanto provare cosa vuol dire camminare sull’acqua senza bagnarsi i piedi, senza affondare, camminare restando a galla.
Ma l’arte, cosa c’entra l’arte con tutte queste sensazioni, sensazioni che magari puoi provare salendo su una giostra o su una barca, o.
Mi chiedevo cosa è l’arte e non sapevo cosa rispondere.
Così ho lasciato da parte le domande e ho camminato a piedi nudi sull’acqua. Ho guardato le persone, le loro stranezze, ho ammirato il lago, i cigni e il tramonto.
Alla fine ci siamo seduti e guardando galleggiare la passerella ho pensato che forse senza le persone sarebbe stata più bella perchè avrebbe spezzato l’azzurro dell’acqua e del cielo, perchè avrebbe schiarito il nero incombente della montagna, ma non sarebbe stata meravigliosa, non sarebbe stata arte.
Lo diventa con le persone.
Sono le persone insieme alla sua luce cangiante a renderla Arte.
E le persone senza la passerella  sono folla.
E’ il connubio che fa la differenza.
E’ un’arte in movimento, sempre diversa.
Le persone portano il loro corpo per completare il disegno.
Per questo sono tanto felici ed entusiaste.
Per poche ore sono parte di un quadro, di un disegno, hanno una forma che non è più: sei grasso, sei magro, sei vecchio, ma semplicemente sei un quadro e sei bello. Un quadro in movimento. Vivo e cangiante.

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Di quel giorno che andai alle torbiere credendo di vedere una grande quantità e varietà d’uccelli e vidi solo un cigno  mi è rimasta impressa la bellezza e il tempo fermo nel frinire delle cicale e nell’immobilità dell’acqua.

E mentre il cigno si allontanava creando cerchi concentrici, mentre per guardarlo spiavo tra le canne arrampicandomi sulla staccionata, mi tornò alla mente la mia infanzia e quel sentiero che dal paese mi portava in campagna e di come il tempo allora mi sembrava stesse fermo,  e di come immaginavo di diventare grande ma che mai avrei pensato lo sarei diventata per davvero. Ma adesso che ci penso non è che avessi davvero quel pensiero così compiutamente espresso soltanto io ero una bambina e come tale sarei restata e gli altri sempre grandi e questo era la realtà dei fatti.

Il cigno allontanandosi si pose al centro delle acque.

Ed io pensai alla bellezza.

E lo pensai guardando i cerchi che aveva creato.

Alla loro perfezione.

A quelle montagne che si specchiavano.

A come mille anni fa già si specchiavano.

A come un altro cigno e un altro e un altro ancora per tanti anni avevano mosso con eleganza il passo dentro la stessa acqua per portarsi al centro creando perfetti cerchi concentrici.

A come tutto questo viveva, aveva vissuto, avrebbe continuato a vivere così senza che io lo guardassi, a come in fondo io, nel vestito rosso di mia figlia, al pari del cigno, potevo solo creare  cerchi, lasciare  impronte uguali a quelle di tanti che erano passati o che passeranno sul sentiero, tra le canne.

E quando mi fermai alla fontana, quando lessi dell’antico lavatoio, mi parve di sentire tante voci, tante mani che battevano i panni, li affondavano nell’acqua per poi tirarli fuori, e quella voce e quelle mani erano mie, erano tue, erano sue. Erano mani, voci ma ciò che resta è l’acqua, la montagna, il sole e il vento nel canneto.

Il cigno piega il collo, infila la testa sotto l’ala e dorme.

L’acqua, il canneto, i monti, tutto si specchia e tutto resta fermo. 

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