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Posts Tagged ‘calitri (AV)’

Toscana – ScarlinoIMG_4784

La Toscana è un campo di girasole, una pineta sul mare, una piazza per riposare, e vento tra gli alberi.
E’ girare a vuoto, camminare scalza. E’ una spiaggia libera.
E’ un tempo senza tempo.

Zone

dal mio balcone zone 4 bsE’ un balcone sul verde, una chiesa adagiata sul prato.

E’ il rumore dei passi sulla scala di legno. E’ cammino.

I camminatori partono all’alba verso la vetta, per chi resta ci sono le salite per le strade, le discese verso il chiostro. Qui è tutto un camminare. Sali, scendi e ancora sali e poi scendi. Senza una meta precisa. Soltanto un andare piano e un respiro profondo che accoglie l’odore dell’erba appena tagliata.

In fondo c’è il lago col suo occhio turchino, dalle piccole spiagge, dalla montagna che sorge nel mezzo delle acque e tu pensi a quel ponte di Christo che è stato smontato, ma che ancora alberga nei tuoi occhi.

CalitriIMG_4887

E’ musica per le strade, zoccoli di muli che fanno cantare la pietra, è archi di parole e canti, è grotte da visitare, cibo da gustare, vino rosso da bere.

Borgo castello. Il gioiello che domina il paese.

Folla di persone e fantasmi girano per strada.

Calitri è un’amica ritrovata, un abbraccio tra la folla.

E’ il mio nipotino che compie un anno. E’ una famiglia che rinasce nell’infanzia ritrovata.

Rossa come i pomodori di mio padre.

E’ un inno alla gioia dell’incontro.
E’ Vinicio col suo cappellaccio che guida la nave dello Sponzfest. E’ polvere che si solleva dalla pietra. E’ un gioco di specchi sul sentiero della cupa.

L’eco doloroso del terremoto ci ricorda che la vita è un filo sottile, che si spezza senza preavviso. Che saremo polvere.

Qui la polvere è stata calpestata e sparata in aria. Si è sollevata ed è ricaduta per risollevarsi e ricadere ancora.

Il mio cuore ricolmo ringrazia (frase mielosa,  spazzata via da anni di ripulita linguistica, di rigore nell’allontanare la banalità e la ridondanza, che ritorna ora, impietosa, nella mia scrittura)  “U masciar r la cupa”, colui che ha fatto riVivere il luogo della mia infanzia.

Grazie Vinicio Capossela. Grazie.IMG_4907

Lontano il fischio del treno.

Mi ricorda che è giunta l’ora.

Che è ora di tornare a casa.

E’ ora forse di riprendere in mano quel filo che avevo lasciato sospeso.

L’estate è ancora qui ed è viva.

 

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L’idea era quella di far rivivere il paese con piccoli ricordi legati a un luogo, una via di Calitri. Ognuno dei partecipanti doveva produrre un video di pochi minuti con la propria voce.
La mia proposta  destò un certo entusiasmo ma è rimasta tale, infatti a distanza di parecchi mesi non è arrivato alcun contributo, così ho pensato di iniziare io.
Chissà magari funziona da traino per altri calitrani!

Vorrei, con la voce di tutti, con i ricordi di tutti, riempiere di voci il mio paese, come una volta.

 

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(segue da qui)

IMG_3039Partenza da Brescia per Pozzuoli cambiando a  Bologna e a  Napoli, destinazione ultima:  Calitri (AV)

Sono sul treno  insieme a un’amica che avevo perso per strada un po’ di tempo fa, è piacevole la sensazione di ritrovarsi. E’ divertente  viaggiare insieme e frustante trovarmi, dopo tanto tempo, alla stazione di Bologna e non riconoscerla, cercare un bar e rischiare di perdere la freccia per Napoli.
Come cambia il mondo in pochi anni!
Napoli, metropolitana, passare dalla freccia rossa alla metropolitana di Napoli è come fare un salto indietro nel tempo e non si creda solo in negativo anzi! se sulla freccia ognuno se ne stava chiuso nella sua alcova qui le persone ti vedono e tu le vedi.
Arriviamo a destinazione, lei ci aspetta, corriamo a casa, abbiamo poco tempo, ci dobbiamo preparare, il convegno è fra due ore, due ore di chiacchiere mentre ci laviamo, ci cambiamo d’abito, ci trucchiamo anche.
Dalla terrazza il mare è uno spettacolo.
Quando arriviamo i libri fanno bella mostra di sé. Trenta scrittori/ci hanno raccolto trenta testimonianze sull’evacuazione del Rione Terra nel 1970 e di tutta Pozzuoli nel 1983 in seguito ad eventi di bradisisma. Il titolo del libro è: TerreEmoti del cuore.
Io e la mia amica siamo due dei trenta scrittori.
Il convegno inizia, a un certo punto una ragazza sale sul palco e parla della memoria, del tempo citando Sant’Agostino (*), resto incatenata alle parole, vorrei che restassero ferme e dritte come lame affinché squarciassero il velo che imprigiona la percezione del tempo che ho avuta guardando le panchine, ma il discorso della ragazza prende un’altra direzione e a me manca ancora qualcosa, sento che mi manca ancora qualcosa che espliciti  il pensiero  che si era nascosto lì, sul lago di Garda,  tra tutte quelle panchine.
Fuori l’aria è piena di parole, di macchine fotografiche e sigarette.
Dolce, è dolce l’aria della sera che ci accompagna verso casa.
La cena è una goduria per la prelibatezza del cibo e per la simpatia dei commensali.
Soltanto lei mi sembra  un po’ più vecchia di stamattina quando insieme abbiamo preso il treno.
In questa bellissima casa ci addormentiamo noi tre, ognuna nel proprio sonno col sogno delle altre.
La mattina ci accoglie la terrazza che si affaccia sul mare.
Noi tre sedute sulla terrazza a fare colazione e guardare il sole che sorge sul mare, non dimenticherò gli occhi verdi né i capelli bianchi e il sapore della marmellata intinta nel chiarore dell’alba dove, sospese tra cielo e mare, sorseggiamo un caffè macchiato di parole.

Non vorrei alzarmi ma devo andare.  Alla metrò ci salutiamo. Con rammarico le vedo andar via.

La  valigia pesa: è piena di libri, forse coglie la mia fatica quella donna sconosciuta che l’afferra e dice “Gliela porto io” e resto allibita da tanta gentilezza.
E’ una giovane donna ucraina che nel breve tragitto mi racconta la sua vita, io per contro le dico perchè sono qui oggi, nel sentire il motivo s’illumina e mi dice “Che fortuna averti incontrata!” è talmente entusiasta che le regalo un libro,  felice, di una felicità che non so esprimere, si stringe al petto il libro, ci salutiamo baciandoci sulle guance.
Di nuovo alla stazione di Napoli. Esco, cerco la stazione dei pullman, due ragazze  mi indicano la strada, mancano tre quarti d’ora per l’arrivo della corriera, una ragazza si siede accanto a me e per tutto il tempo non facciamo altro che parlare.
Penso: sono a Napoli, sono a Sud, sono nel posto dove il sole toglie la diffidenza, dove le anime, al di là delle differenti età, si vedono, si incontrano, si parlano.

Mia figlia mi aspetta, quest’orgoglio di figlia che è tornata non alle sue origini ma alle mie, che ha deciso di stabilirsi in questo paese quasi svuotato dalle continue partenze, dando un’inversione di marcia al flusso migratorio, dando una nuova possibilità a questo posto dove le porte si chiudono per non riaprirsi mai più.
“Rivoluzionaria” così l’ha definita lui quel giorno guardando le montagne dal balcone.
Ma i paesani forse non hanno colto il cambiamento, né l’importanza del cambiamento.

Ed è qui, qui dove nessuno conosco veramente ma nessuno veramente mi è sconosciuto, che ritrovo il senso del cammino, del sentire la terra sotto i piedi e i piedi sopra la terra in un continuo riconoscersi.

Ed è in questo cammino che di nuovo si affaccia il pensiero del tempo ma non le parole che si travasano nei gesti antichi dell’incartare uova, bottiglie di salsa, patate, aglio, cipolle e nel travaso sacro dell’olio.
Nei gesti di un padre e di una madre che da anni mi vedono andare via.

Ha fatto novecento chilometri per venire a prendermi, per portarmi via.
Novecento  chilometri per venire e novecento per ritornare, e tra l’andata e il ritorno solo una mezza giornata e una notte per riposare. Eppure dice “mi sembra così piena e lunga questa mezza giornata”
Penso al tempo,  alle cose che ho fatto, a mia figlia, a mia cugina che ha dipinto il cielo in una stanza, a mia madre che ha preparato le cose da portare via, a mio padre che è tornato dalla campagna, a lui che è venuto a prendermi.

Tutti avvolti in questo tempo che ora, a guardarlo da qui, mi pare eterno e fermo.

Eterno.

Eterno e immobile.

C’è sempre un uomo che siede sulla panchina e guarda.IMG_3015

C’è  sempre un disegno che scivola piano sull’acqua.

Eterno e immobile.

Il tempo.

Eppure la giornata è finita, la settimana è passata, ne è passata un’altra ancora. Il mio peregrinare da nord a sud è terminato, passato da un pezzo, ormai.

Il tempo è passato.

Il tempo non è eterno.

Cos’è dunque il tempo?

(*)  “Tre sono i tempi, il passato, il presente e il futuro, ma forse sarebbe meglio dire: tre sono i tempi, il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro. Ed è nel nostro spirito che si trovano questi tre tempi, in un certo modo, e non li vedo altrove: il presente del passato, ossia la memoria, il presente del presente, ossia l’intuizione, il presente del futuro, ossia l’attesa. Dunque il passato vive nella memoria, il presente nell’intuizione e il futuro nelle aspettative, ma tutte e tre queste forme vivono nell’anima dell’uomo. Il tempo risulta perciò essere, una estensione dell’anima, un’estensione fra memoria, intuizione e attesa”.

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Segue da qui
Teresa sogna ancora la strada. Questa volta è piena di luce, c’è una donna che cammina rasente ai muri e prega per il suo uomo che è ammalato. Prega e chiede a Dio di  guarirlo, lo fa privandosi degli  oggetti preziosi come la collana e gli orecchini. Pregando si nasconde alla vista di ogni altro essere umano.
Teresa resta turbata  da tutta la passione avvertita nella donna del sogno, ed è  proprio riflettendo sulla passione che si rende conto che a lei  l’amore le si è addormentato nel petto.

Il testo si ispira a una vecchia canzone calitrana il cui titolo sarà svelato nella terza e ultima parte del video-racconto.

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Soprattutto nelle sere d’inverno ci si riuniva vicino al camino e si raccontavano storie di vita passata o di antiche leggende.
Le donne mentre cuntavan lu cuntu cucivano o sferruzzavano, io incantata ascoltavo mentre il gatto acciambellato ai miei piedi dormiva.
Dietro le parole nascevano le immagini.
Gli anni sono passati, la famiglia non si riunisce più vicino al camino, dispersi per il mondo ci ritroviamo impigliati nella rete, la rete: un camino virtuale dove ritrovarsi e condividere lu cuntu.
Con questo video ho pensato di riallacciare i fili  alla tradizione del racconto orale. Come da bambina ho trasformato il racconto in immagini.

Una canzone calitrana e un detto di Tuahir mi hanno dato l’ispirazione, il detto è:
“Cos’è che fa camminare la strada? E’il sogno.
Finché la gente sogna, la strada continuerà a vivere.

E’ per questo che esistono i sentieri, per farci parenti del futuro”.
Il titolo della canzone lo svelerò alla fine del video che, essendo molto lungo, ho diviso in tre parti, ogni parte una frase del detto.
I calitrani spero riconosceranno la canzone nel secondo video.

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Uno dei primi documenti che trovai sulle donne del risorgimento italiano fu il Manifesto delle donne romane, manifesto che mi sembrò propizio ed appropriato per costruire intorno ad esso dei monologhi, mi sembrò un anello di congiunzione ideale tra le tre donne che lo firmarono, la loro storia personale e l’argomento trattato. Proseguii  nella ricerca sulla vita di queste patriote per ordine di firme apposte in calce al documento: Cristina Belgioioso, Enrichetta Pisacane e per ultima Giulia Bovio Paolucci. Sulla Belgioioso trovai moltissimo materiale, entusiasta scrissi il primo monologo, sulla Pisacane incominciarono le prime difficoltà: quasi tutto ciò che aveva scritto fu bruciato dopo la sua morte. Di suo pugno trovai solo una lettera che scrisse al monitore romano come ringraziamento alle donne romane che erano accorse ad aiutare i feriti, in compenso però trovai tratteggiata la sua figura attraverso gli scritti di Pisacane e altri che la conobbero. Scrissi così anche il secondo monologo. Quando passai alla ricerca sulla Giulia Bovio Paolucci iniziarono i problemi: non trovai niente su internet e niente sui libri, scrissi anche a persone che si erano occupate del risorgimento, niente. Persino una ricerca, condotta presso gli archivi di stato da Daniela che collabora con il comitato del Gianicolo e che qui voglio ringraziare pubblicamente per la disponibilità e il tempo speso per la mia ricerca, non produsse alcun risultato.
Non sapevo come fare per uscire dall’empasse. Tutto si reggeva sul quel manifesto. Abbandonare il progetto e ricominciare da un altro fatto? Quale?
E poi mi veniva una certa rabbia mista a tristezza per questa donna sparita dalla storia quando invece alla storia aveva partecipato attivamente.
Una sera, dopo l’ennesimo e vano tentativo di scovare dei documenti in rete che parlassero di lei, me ne andai a letto sconsolata, spenta la luce mi venne in mente un’immagine: il serpente con dentro un elefante raffigurato nel Piccolo Principe. Il collegamento fu immediato: e se dentro questo nome serpente ci mettessi dentro l’elefante cioè la storia di tante altre donne che hanno fatto l’Italia?  e se facessi diventare poi questo nome che contiene tutti gli altri nomi l’Italia stessa?  Mi addormentai con questa idea in testa.
La mattina dopo, quando mi svegliai, mi venne in mente una frase, o meglio una domanda che solitamente le donne (ma anche gli uomini) del mio paese natio (Calitri) rivolgono a chi, passando, non riescono a riconoscere: figliò, ma tu chi si,  a chi appartien? (Ehi figliola, tu chi sei, a chi appartieni?)
Segue poi la risposta: sono Lucia figlia di Vincenzo Marchitto
Ah, cnzin rà russa, quiggh chi stai vicin a Piumell?
(Vincenzo della Russa (soprannome), quello che abita vicino a Piumelli?)
E mammata eia Gsppina r bellascrima? (Tua madre è Giuseppina di Bellascrima? (soprannome))
Da ragazzina tutta sta tiritera, che poteva essere anche più lunga richiamando magari nonni e parenti vari, mi infastidiva, ma poi, quando giunsi qui a Brescia,  ne sentii la mancanza e avrei tanto voluto che qualcuno dall’uscio di una casa mi chiedesse: ma tu chi sei, a chi appartieni? E che questo qualcuno mi collocasse in un tempo e in uno spazio preciso, mi identificasse insomma, senza identità mi sentivo spaesata.
Questa storia dell’identità continuò a ronzarmi per la testa per tutta la mattina, poi mi ricordai che lo scorso anno avevo scritto una specie di poesia dal titolo  “Vengo da” la rilessi attentamente e finalmente riuscii a capire: Giulia Bovio Paolucci doveva contenere dentro al suo nome tanti nomi ma doveva altresì darmi la possibilità di porre la domanda:  a chi appartieni?  Da dove vieni e  quale è la tua identità? .
Aprii il computer e scrissi tutto il testo, ci inserii anche la vecchia poesia, tagliando dove ritenevo fosse doveroso tagliare per adattarla al nuovo testo, chiusi il PC e  lasciai decantare il testo.
Nei giorni seguenti l’idea mi pareva a tratti assurda a tratti banale, scritta  male, passai alla correzione. Metti, togli, taglia incolla, aggiungi cancella, riscrivi ricancella,  la correzione mi tenne occupata per diversi giorni durante i quali passavo dalla convinzione di essere sulla strada giusta a quella di essere su una strada completamente sbagliata. Paralizzata da idee contrapposte non sapevo se disfarmi del testo o se tenerlo. Infine optai di lasciare decidere a qualcun altro e  spedii il monologo alla persona che mi aveva incaricato di fare il lavoro sulle donne del risorgimento.  Deciderà lei, pensai. Mi aspettavo un pronto commento come era successo quando avevo inviato gli altri due testi, ma passò il giorno  e non ebbi alcuna risposta.
Bene, pensai, anzi male, il testo non va, è da rifare. Ma proprio mentre lo pensavo arrivò la telefonata: come hai fatto, cavoli, hai messo insieme due secoli, ti invidio, sì, devo proprio dirtelo, ti invidio. Ora, io non so se veramente ho scritto qualcosa di invidiabile, i dubbi restano, ma resta anche la grande passione che mi ha coinvolto nelle vicende di queste donne, e diciamolo pure, resta anche il grande amore e il senso di appartenenza per questa mia terra, per questa Italia, che  ho messo nello scrivere.
Buon 150 esimo!

PS: il testo è troppo lungo perciò non lo trascrivo, perlomeno non ora, non in questo post.

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