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Posts Tagged ‘amore’

Era una ragazza bellissima, ma lei non lo sapeva. Non era grassa, non era magra, aveva capelli biondi, occhi verdi, labbra carnose e rosse. Aveva finito i liceo, ne era uscita con il massimo dei voti.

– Finalmente è finita! – disse al suo amico, l’unico che avesse – mi iscrivo a Lettere a Bologna e me ne vado da questo paese, finalmente!-

– Tesoro, le disse il suo amico, sono contento per te, mi mancherai questo sì, mi mancherai molto, in questo paese di benpensanti e ruffiani, per non parlare degli invidiosi, anch’io ci resterò ancora per poco, quel poco sarà tanto senza la tua amicizia. Ma sono contento –

– Anch’io sono dispiaciuta di lasciarti ma tu lo sai quale è la mia speranza, non sentire più nessuno che mi chiami Giraffa, non voglio più essere la Giraffa per nessuno, soprattutto per me stessa. –

 – Tesoro, te lo dico da quando frequentavi le medie, te lo ripeto ora, tu sei una ragazza bellissima, quei quattro cretini che ti hanno dato questo nomignolo sono solo invidiosi –

– Si, lo so, me lo hai detto tante volte, tante volte mi hai raccontato la storia della volpe e dell’uva, però a scuola io ero sempre la più alta di tutti, non riuscivo a nascondermi, a mescolarmi con gli altri, e con le altre. Mi sfottevano tutti e tutte. Oh, quanto ho desiderato essere come le altre né alta né bassa. Normale. A Bologna spero di confondermi in mezzo a tutta quella gente, soprattutto voglio studiare, e tu sai quale è il mio sogno –

E poi successe che venne il giorno della festa del Patrono, le strade si riempirono di gente che veniva da altri paesi, tanti giovani per le strade, tra questi c’era Andrea, un ragazzo affascinante, sul petto i muscoli disegnavano la tartaruga, muscoli che lui aveva messo bene in mostra con una maglia sportiva nera che lo fasciava alla perfezione. Le ragazze del paese cascavano, si fa per dire, ai suoi piedi ma lui posò gli occhi sulla Giraffa, la invitò a ballare, poi le regalò un mazzo di fiori, la portò a pranzo e poi a cena, tenero, gentile. – Sei bellissima – diceva e lei smise di sentirsi giraffa. Disse al suo amico di sempre

Sono felice, ora finalmente mi chiamo col mio nome –

– Ti ho sempre chiamata col tuo nome, Marisa. Quando vai a Bologna? –

– Non lo so, dovrei andarci ma –

– Non dire sciocchezze, Marisa, tu a Bologna ci devi andare, sei brava, bravissima, ti piace studiare, hai il tuo sogno da realizzare –

Passarono i mesi, passò un altro anno e Marisa non andò a Bologna, Andrea voleva sposarla, Andrea aveva un lavoro che non voleva perdere, Andrea voleva tenerla sempre stretta. Andrea l’amava tanto. – Ti amo da morire – diceva Andrea e lei era felice come non lo era mai stata. I suoi genitori cercarono di dissuaderla. Lei tentennò ma Andrea la incalzò e alla fine fu decisa la data e fu tutto perfetto, l’abito da sposa, la cerimonia, gli invitati, il pranzo. A sera si aprirono le danze. Tutti applaudirono la coppia bellissima, tutti invidiarono lo sposo a cominciare dai quei quattro bulli che le avevano dato quel nomignolo stupido e che per anni l’avevano torturata, sembrava il copione di una favola a lieto fine, poi venne il suo amico di sempre e la invitò a ballare.

Ballarono così bene, affiatati come erano, cresciuti insieme come erano, che un applauso si levò nella sala. Dopo il ballo Andrea la prese per mano e la guidò verso la terrazza, lei pensava al bacio romantico sotto le stelle…

Il pugno le arrivò nelle costole, inatteso – Tu a quello non lo vedi più, non lo devi più guardare, hai capito? – Marisa tremava e tremando disse – ma lui è Mario il mio amico più caro, lui è … – non finì la frase che un altro pugno le arrivò nello stomaco. Poi Andrea le asciugò le lacrime, le diede un bacio – scusami amore, il fatto è che ti amo tanto, ti amo da morire.

Se non fosse stato per quel dolore nelle costole la serata sarebbe stata magnifica, Andrea premuroso, affettuoso, brillante, la colmò di attenzioni. Salutarono tutti. Marisa abbracciò la madre, salutò il padre, salutò Mario. – Ci vediamo tra quindici giorni dissero – Partirono abbracciati e felici per il viaggio di nozze.

Il livido era scomparso, la luna di miele finita, la casa bellissima l’accolse. Telefonò ai suoi, poi a Mario. Vengo a trovarvi. Disse. Mario le inviò su watsapp un emoticon con un bacio. Si vestì, si pettinò, si mise anche un po’ di trucco, prese la borsa e fece per uscire. La porta era chiusa, cercò le chiavi, non le trovò, telefonò ad Andrea

Amore – disse – mi hai chiusa dentro e non ho le chiavi, potresti passare un attimo da casa per aprirmi la porta? –

– Sto lavorando, non posso, e poi dove devi andare di così urgente? –

– Devo andare dai miei, mi aspettano e poi volevo salutare Mario –

– Scordatelo! – rispose e chiuse la chiamata.

A sera le portò un mazzo di rose. Il telefonino di Marisa cominciò a lampeggiare – andiamo dai tuoi, così finiscono di rompere le scatole! –

Cercò sua madre di parlarle da sola, ma Andrea non glielo permise appiccato come fu per tutta la sera.

– Dovevamo essere più decisi – disse la madre al padre – quando la coppia fu andata via, hai visto come non la lascia un attimo, ho un brutto pensiero- Il padre anch’esso preoccupato cercò di tranquillizarla. – Stai tranquilla cara, gli vuole bene, forse se smettessi di leggere tutte quelle storie di donne maltrattate saresti più serena – – Non so, forse hai ragione, forse –

Erano appena rientrati quando si sentì il suono del telefonino che avvisava la ricezione di un messaggio. Era Mario. Andrea afferrò il telefono e lo scagliò contro il muro. Poi la riempì di botte.

Poi uscì di casa solo con lui, solo per andare dai suoi genitori se no quelli rompono.

Passarono i mesi, il pronto soccorso fu visitato più volte. Ho la pressione bassa disse ai genitori e continuo a cadere. Ora anche suo padre era preoccupato. Non ci credevano alla pressione bassa. Io a quello lo ammazzo, giuro che lo ammazzo, calmati disse la moglie, quello è un palestrato ti ammazza lui, no ora si va alla polizia,basta, questa storia deve finire prima che sia troppo tardi. I poliziotti dissero che avrebbero indagato ma senza prove e senza la denuncia dell’interessata potevano fare poco. Comunque si recarono lo stesso presso l’abitazione di Marisa.
Andrea dalla finestra li vide se parli ti ammazzo e ammazzo anche i tuoi, sono stati loro lo so. Così Marisa negò, negò tutto. E non uscì più di casa. E non vide più i suoi genitori.

Andrea era sotto la doccia, aveva lasciato il telefonino sul bancone della cucina,  Marisa entrò in cucina lo vide, ascoltò il rumore della doccia, prese coraggio, afferrò il telefono e mandò un messaggio a Mario aiutami ti prego, mi tiene prigioniera! dopo averlo spedito lo cancellò.

Mario andò subito dalla polizia.
– Voglio fare una denuncia – disse,  il poliziotto lo guardò
– Ah, e chi vuoi denunciare? – Mario fece vedere il messaggio. L’altro si mise a ridere:
– E io dovrei credere a una checca come te? Te e la Giraffa mi ricordo bene di voi, che coppia! Una checca e una giraffa!-
– Sì, disse sono una checca e tu sei uno stronzo, e un pavido, io lo so perchè la tormentavi, lei era troppo intelligente, troppo intelligente per te, stronzo! –
Due volte stronzo aveva detto, che soddisfazione! e con gesto di sfida depositò il foglio della denuncia e se ne andò. Arrivato a casa, aprì il computer e scrisse: centri e associazioni antiviolenza di genere. Trovato il centro più vicino al paese, telefonò, prese un appuntamento.

Appena Mario fu uscito il poliziotto prese il foglio, lo appallottolò e lo buttò nel cestino.
Non puoi – disse il suo collega
– Tu stai zitto! –
– Adesso basta, non sono più un ragazzetto cretino che fa tutto quello che dici tu, non siamo più a scuola, tu eri stupido, io, noi, eravamo stupidi, e cattivi! –
– Smettila, e butta via quel foglio, codardo, lo sei sempre stato! –

– E’ vero, ma adesso basta! – Prese il foglio dal cestino, lo stirò – Io vado e ti consiglio di seguirmi. –

Marisa non fece in tempo ad appoggiare il telefono, Andrea uscì dalla doccia, cosa hai fatto’,  niente, non ho fatto niente, cosa hai fatto col mio telefono, cretina!, la spinse, lei cadde a terra, cercò di rialzarsi, lui le diede un calcio, suonarono alla porta, lui si distrasse, lei vide le chiavi, lui si affacciò alla finestra, lei corse verso la porta, l’aprì, lui la raggiunse, la spinse, lei cadde per le scale.

– Ha la pressione bassa, è caduta, non sono riuscito ad afferrarla – disse ai sanitari del 118, salvatela per favore, io ho solo lei, lei che amo così tanto! Marisa, amore, ti amo tanto, ti amo – piangeva, lo consolarono i sanitari, vedrai che ce la farà, coraggio!

Quando i poliziotti giunsero in casa non c’era nessuno. Bussarono alla porta accanto E’ caduta dalle scale ieri e ora è in ospedale dissero, il marito era disperato. Arrivarono in ospedale ma Marisa era in sala operatoria, aveva un grosso ematoma alla testa che le stavano asportando. Andrea li vide arrivare e riuscì a scappare. “Maledetti, nessuno potrà portarmela via, lei è mia, soltanto mia.” Così recitava mentre correva per i corridori.

Marisa aprì gli occhi, vide i suoi genitori e abbozzò un sorriso. Tesoro! dissero in coro i genitori siamo qui con te, ora sei al sicuro.

Mario al centro antiviolenza parlò a lungo. A lungo gli spiegarono come funzionava il centro. Erano persone gentili e preparate, conoscevano le leggi e i meccansismi che agivano sui carnefi e sulle vittime.

Uscì pieno di speranze ed energie e si avviò deciso verso la casa di Marisa. Ma quando giunse trovò un gruppo di curiosi che spiava nell’androne delle scale, E’ caduta disse qualcuno ora è in ospedale, no è stata spinta dal marito disse qualcun altro.
Sta bene, gli dissero, ma non puoi entrare, non sei un parente, guardo solo dal vetro disse e si appoggiò contro la vetrata, il padre di Marisa lo vide, si alzò, gli andò incontro, disse all’infermiera di lasciarlo entrare, per favore, disse, è importante per mia figlia.

Mario entrò, accarezzò Marisa, Sono qui, tesoro, sono qui.

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Ormai aveva quasi 97 anni, era relegato in un letto, il suo corpo affidato a mani che non erano sue, amorevoli senz’altro, rispettose e sapienti, ma non le sue. Aveva chiamato al suo capezzale la mamma e tutti i suoi fratelli morti da tempo, sapevamo che ogni momento poteva essere l’ultimo eppure, quando quel momento è arrivato, è stato inaspettato. Ci ha colti fragili e spaesati e persi ognuno nel suo personale sgomento. E in questo spaesamento, in questo non sapere cosa fare, come fare, sono arrivate le sue disposizioni: cosa scrivere nell’annuncio di morte, che tipo di legno per la bara, niente fiori, cremazione, ogni richiesta fatta di linee sobrie, semplici e dritte come è stata la sua vita. E ci ha riunito, ha riunito tutta la famiglia come aveva sempre fatto.
E nel mentre le cose da fare si srotolavano nel fare mi tornavano alla mente le cose che lui aveva fatto per me. La grande nevicata dell’85, che mi aveva colta di sorpresa in mezzo a una strada con in braccio una bambina di un anno, lo aveva visto arrivare sfidando strade impraticabili per portarmi a casa. Le tante volte che la mia vecchia auto mi lasciava a piedi, vuoi per una gomma bucata, vuoi per un altro guasto meccanico, arrivava sempre lui a tirarmi fuori dai guai, lui impeccabile con i capelli bianchi, l’abito perfetto, la camicia, la cravatta sempre.
I giorni di festa, le passeggiate sul lungolago.
E poi in soccorso al dolore è arrivato il rito, anche la preghiera, anche il saluto degli amici.
E vedere i bambini con i disegni per il nonno da portare dall’altra parte, questo portare i bambini a salutare il nonno sul letto di morte mi è sembrato naturale, giusto, perchè anche loro hanno diritto al commiato.
Mentre lo salutavamo prima di chiudere la bara ho capito l’importanza  di esserci, di essere lì in quel momento, il momento del distacco, dell’ultimo saluto.
La cosa che mi è mancata, che mi manca, quella cosa del commiato che non ho potuto fare quando è morta mia nonna e i miei zii, la mia amica.
Quando, questa mattina, ci siamo trovati, tutti lì, riuniti, davanti alla sua tomba, quando sua nipote ha letto la poesia, ho pensato che ha lasciato un segno, un’eredità in tutti noi, un’eredità di affetti, che se avesse potuto vederci, sentirci, sarebbe stato contento e orgoglioso di ciò che ha generato.
E’ stato un uomo onesto, generoso, riservato, senza fronzoli, come ha detto il prete: un galantuomo.
Questo signore, questo galantuomo, era mio suocero.

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Segue da qui e qui

labarcaelavelaSeduta sulla soglia ridisegnava il mio destino sulla terra
Mia nonna.
Sopravvissuta
Ai figli
Alla fame
Alla sete
All’aids

Devi andare – disse – tu che ancora sei in tempo, devi andare per sfuggire al destino
Di tua madre
Di tuo padre
Di tuo fratello
Di tua sorella

Devi andare – disse – Non ho più forze per scavare altra terra.

Bambini
Come stormi
Mi seguirono
Fino al limitare del giorno

Poi fu la violenza della notte e il destino si riprese Il suo disegno.

Arde
Il
Dolore
Sotto la pelle

Ci pensò il mare a cullare la mia pena ma poi, nell’approdo, marciapiedi scorticarono la mia pelle nera.
Ritornai al mare per affogare il mio dolore.
Nell’abbraccio d’acqua che mi accolse si allungò il mio corpo andandosi a impiantare su una barca senza vela.

Un canto
Un meraviglioso
Canto
Invase il mare

La penna del destino si ostina a disegnare il suo disegno increspando onde, attizzando tempesta.
La barca vacilla e io mi piego al mio destino.

– Io sono la tua barca –
Dice una voce. Una voce d’acqua e d’aria che coniuga il verbo amare in un canto che spezza la tempesta.

– Io sono la tua vela – Dico alla voce e piango
Di gioia
Di dolore
Di immenso amore.

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monologo liberamente ispirato alla figura di Enrichetta Di Lorenzo scritto da me e letto da Adele Pandolfi.

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La neve rifletteva la luce di quel pomeriggio freddo,  intensificava l’ombra degli alberi e ne scuriva i tronchi rendendo la visione del giardino simile a una foto in bianco e nero.

Lei aprì il cancello e s’incamminò sul vialetto senza scomporre la luce né moltiplicare le ombre.

Il suo corpo fluttuava come una foglia.

Lui l’ammirò dalla soglia.

L’amava.

Amava la sua trasparenza che lasciava intatto il paesaggio.

Soltanto aveva paura di soffocarla nell’abbraccio, così si limitava a sfiorarla appena come se fosse un fiore.

Lui aveva un corpo che sembrava un tronco d’albero.

Un corpo che fremeva e urlava e pretendeva di soddisfare la passione.

Era una lotta ogni giorno tra il suo corpo e il fiore.

Stremato giunse alla conclusione che così non poteva andare avanti, che qualcosa bisognava fare “o  meglio – si disse – non fare” cioè non mangiare, diventare foglia come lei. Fu così che iniziò il suo digiuno.

Dapprima la fame gli torceva lo stomaco, lo rodeva e lo ammaliava con visioni di piatti succulenti, di tavole imbandite, e quasi piangeva nel sentire gli odori che giungevano dalla finestra della vicina: cuoca veramente eccezionale.

Poi la fame tacque.

Il suo tronco cominciò ad assottigliarsi.

Una mattina  specchiandosi vide una forma appena abbozzata dentro la quale fluttuavano gli oggetti.

Lei apparve in fondo al giardino senza scomporre la luce né moltiplicare le ombre.

Il suo corpo fluttuava come una foglia.

L’amava.

Non aspettò che attraversasse il giardino e varcasse la soglia, le andò incontro con le braccia aperte, pronte all’abbraccio.

Avidi i baci affamati da lunghi mesi di astinenza si contendevano le labbra, esploravano la bocca, succhiavano la lingua, ingordi, senza saziarsi mai.

Il vento screanzato e impertinente soffiò così forte che le due foglie abbracciate si sollevarono in alto. Nel cielo azzurro, terso e livido di freddo, volteggiarono, si spostarono avanti e indietro, da destra a sinistra, da sopra a sotto, e così abbracciate  giunsero al fiume, il vento stanco di tutte quelle effusioni e quei sospiri e quei morsi abbandonò gli amanti sulla riva  e se ne tornò in città per divertirsi un po’.  Iniziò a sollevare  gonne, a far volare  cappelli, a strappare giornali,  ad arrotare polvere e a schiaffeggiare chiunque gli capitasse a tiro.

Sul greto del fiume i due amanti giurarono, tra un bacio e l’altro, di restare uniti “finché morte non ci separi” e  così fu.

PS: la morte li colse abbracciati quella stessa  notte: era febbraio, il termometro segnava –10° e il mondo era tutto bianco, nevicava oramai da 12 giorni, si era fermato tutto: le scuole, gli autobus, i treni, gli aerei, persino le borse si erano congelate. Sarà ricordato come il febbraio più freddo e amaro degli ultimi cinquanta anni.

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Si alza, cerca di stare dritto,  poi dice: “Lo rifarei ancora, anzi, se fosse necessario la  sposerei  ancora altre cento volte” la voce è così ferma e decisa che nell’uomo di novant’anni, che ora mi sta di fronte e sta parlando, vedo l’uomo che conobbi molto tempo fa, dritto e impeccabile nel suo vestito grigio, nella sua camicia inamidata, un Signore. La moglie commossa piange, lui la bacia e vedo le lacrime brillare negli occhi, scivolare sulle guance, cadere sulla torta nuziale ricoperta di confetti d’oro.

Mi commuovono oggi i miei suoceri mentre si danno la mano e percorrono insieme il viale.

Mi commuove la loro fragilità e la loro forza.

Le loro mani unite da cinquant’anni.

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“La regali a qualcun altro, io non saprei proprio cosa farne”.
“Potrebbe metterla in un vaso.
Per farne cosa?”
“Ammirarla, lustrarsi gli occhi, è così bella!”
“Non c’è niente da ammirare in qualcosa che è quasi morto.”
“Vorrà dire allora che le regalerò una pianta.”
“No, guardi, non si disturbi, anche le rose non recise dopo qualche giorno sfioriscono e muoiono, tale e quale alla rosa che ha  in mano.”
“Se è per  quello allora le regalo una pietra.”
“E a cosa mi serve una pietra?”
“A ricordare.”
“Le pietre non hanno memoria.”
“Soltanto per chi non sa guardare, io per esempio in una pietra ci leggo tante cose.”
“Siamo diversi.  Mi scusi ma non voglio né la rosa né la pietra, e ora devo proprio andare, si sposti per favore che devo aprire la portiera.”
“Non prima di averle regalato qualcosa.”
“Ma perché si è messo in testa di regalare qualcosa proprio a me? Io non la conosco e non mi interessa conoscerla, lei ora si sposta dalla mia macchina perché devo andare.”
“Ha fretta?”
“Ma a lei che cosa importa?”
“Mi importa altrimenti non glielo avrei  chiesto.”
“Non ho fretta, ma voglio andar via lo stesso.”
“La lascio andare soltanto se accetta questa rosa e questa pietra.”
“Non insista e si tenga la sua rosa rossa e la sua pietruzza bianca e per favore si sposti.”
“Oh! Ma allora ci vede, pensavo fosse cieca!”
“Cieca? Cosa le ha fatto pensare che io fossi cieca?”
“Tante cose, tanti piccoli particolari.”
“Senta io non sono cieca soltanto non mi interessa né la sua rosa né la sua pietruzza tanto meno lei e le sue supposizioni e poi se proprio lo vuol sapere io sono una donna piuttosto arida, sono come la terra arata in autunno, non ci cresce neanche un filo d’erba sopra.”
“E come mai ha tutta questa aridità?”
“Non sono fatti che la riguardano.”
“Mi riguardano eccome!”
“Sa che lei è un tipo molto strano, glielo chiedo ancora una volta e poi basta: si sposti dalla mia portiera!”
“E poi cosa fa se non mi sposto?”
“Chiamo i vigili.”
“Non sono un bambino, non ho paura dei vigili. Mio padre quando voleva farsi ubbidire mi diceva: ‘adesso chiamo il vigile‘ e io ubbidivo, avevo tanta paura dei vigili. Ma allora ero un bambino ora sono un uomo adulto e non ho più paura dei vigili e mio padre l’ho seppellito da poco  – Una lacrima cade sulla rosa, proprio in mezzo alla corolla  – E poi la terra d’autunno non è arida ma gravida di semi.”
“Io non sono gravida, sono solo arida come quella pietruzza che ha in mano, ho sbagliato paragone tutto qui. Mi dispiace per suo padre ma ora si sposti, glielo chiedo per favore.”
“Se le dispiace per mio padre allora deve accettare questa rosa, l’ho  raccolta nel suo giardino, ci teneva tanto alle sue rose mio padre, mi ha fatto promettere prima  di morire di curarle con amore e di regalare sempre la prima rosa a qualcuno che ne avesse proprio bisogno, e questa è la prima rosa di mio padre e la regalo a lei perché lei ne ha proprio bisogno.”
“Va bene, mi dia questa rosa, ora posso andare?”
“No, c’è ancora la pietra.”
“La pietra?”
“Sì, la pietra, è una scheggia di una pietra molto più grande che si trova nel giardino di mio padre e che portò a casa un giorno che andò in montagna, mi disse che era una scheggia di un grosso masso, e che…”
“Va bene, mi dia anche la pietruzza e ora, ora che mi ha dato tutto,  può spostarsi per favore?”
“Non mi ha lasciato finire la storia.”
“Guardi la storia posso immaginarla, non c’è bisogno che me la racconti.”
“La racconti lei la storia allora, a me piace tanto ascoltare le  storie altrui.”
“Io non so raccontare. Senta ho accettato la sua rosa e la sua pietra, ho fatto quello che lei voleva ora mi lasci andare.”
“Prima  però deve farmi una promessa.”
“Che promessa?”
“Che la prossima volta che ci vediamo mi racconterà una storia.”
“Ma noi non ci vedremo mai più.”
“E come fa ad esserne tanto sicura?”
“E lei come fa a dire che ci vedremo?”
“Può darsi che non ci vedremo più come può darsi  invece che ci incontreremo ancora, chi lo sa, però se ci incontreremo lei mi racconterà una storia.”
“Ma lei è tutto strano, va bene SE ci incontreremo  le racconterò una storia.”
“Ora mi sposto, ora può andare, grazie per avere accettato la mia rosa e la  mia pietra, nel frattempo non dimentichi la sua promessa e cominci a pensare alla storia che mi dovrà raccontare.” (altro…)

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