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Archive for the ‘teatro’ Category

In questa terza parte prosegue la mia rivisitazione del minotauro di Friedrich Dürrenmatt. , il mio punto di vista (la ragazza) diverso da quello di Durrenmatt che è il minotauro, necessariamente dopo la morte di questa, cambia ed entrano in scena personaggi che non ci sono nell’opera dello scrittore svizzero, da cui ho tratto però alcuni temi: Giustizia, colpevolezza e innocenza, il tutto inserito in un tempo che è il nostro.
per leggere le altre due parti:e

Telegiornale delle sette:
Un altro terribile omicidio si è consumato presso il grande Centro: una ragazza è stata barbaramente uccisa. Sempre nello stesso Centro sono stati uccisi precedentemente altre sei ragazze e sette ragazzi.
Questa ennesima e tragica morte è attruibuita alla stessa mano omicida, le cui fattezze, acquisite ancora una volta dalle telecamere, ci restituiscono l’immagine di un uomo grande e grosso con una faccia strana, è il figlio illeggittimo del proprietario del centro, pare sia affetto da un’alterazione cromosomica. I suoi cromosoni sono in numero maggiore rispetto alla norma e, tra l’altro, alcuni di questi non sembrano appartenere alla razza umana.
Il proprietario del Centro chiuso nella sua dimora rifiuta di farsi vedere e intervistare.
Questa sera, su questo stesso canale, sono stati invitati psicologi, psichiatri e criminologi per cercare di capire la personalità dell’assassino. Soprattutto parlerà il criminologo, facente parte della squadra di polizia scientifica, che segue da tempo questa vicenda.
La discussione verterà sul tema della colpa.
Invito pertanto i telespettatori a inviare messaggi tramite twitter o watsapp con l’hashtag #colpevole # Non colpevole.

Commissario di polizia

Ora, la questione è semplice, non c’è da ricamarci tanto intorno, da scomodare psicologi, psichiatri e quant’altro, non interessa il perchè e il percome, ma bisogna valutare i fatti, soppesarli e poi decidere. E, premessa: la colpa dei padri o delle madri non devono pagarla i figli, questo sia chiaro, non importa se il padre o la madre, soprattutto quest’ultima, sia una persone potente, o divina, come tutti la chiamano, se lui sia o non sia il vero padre, niente di tutto questo deve essere preso in considerazione nella valutazione dei fatti. E i fatti parlano chiaro:

Sette ragazzi e sette ragazze sono morti per mano del mostro, una morte orribile a cui è seguita oggi l’ultima, orribile al pari delle altre.

D’accordo, lui, il mostro, non ha coscienza dell’orrore commesso, per questo dite che non è colpevole. Posso essere d’accordo.

Ma il fatto resta, ripeto: quindici ragazzi sono stati uccisi barbaramente, senza nessun motivo, quei morti chiamano Giustizia.

Ed è in virtù di questo che lui è colpevole.

Non solo, ma domani ci potrebbero essere altri sette ragazzi e sette ragazze ad andare incontro, come dite voi, allo stesso tragico destino.

Destino.

Credere nel destino non è facoltà di un tribunale.

Un tribunale valuta i fatti, controlla la vericidità delle prove ed emette la sentenza tenendo conto della pericolosità dell’imputato.

Ed è per amore della G I U S T I Z I A che io mi adopererò affinché il mostro venga catturato.

D’altra parte questo è il mio compito, questo è il mio lavoro: salvaguardare la sicurezza e quindi il benessere della collettività catturando i malfattori, i ladri, gli assassini, appunto.

Criminologo

La commissaria ha avuto un’idea geniale, ma altrettanto geniale, se non di più, è la mia che si avvale oltre che della forza fisica possente, acquisita con anni e anni di allenamento, anche dello studio che ho condotto sull’imputato. Ho studiato il suo habitat, le sue abitudini, le sue debolezze. E a lui piace la danza, e piace specchiarsi, io sarò per lui la sua immagine riflessa.
Sarò il suo doppio.
Armati lei di un gomitolo e io di una pistola, io nel mio travestimento, lei nella sua essenza, ci inoltriamo nel labirinto di questo centro di cui mi piacerebbe tanto sapere come e perchè il costruttore abbia deciso di crearlo con questa forma incredibile riempiendolo di specchi dove le persone si smarriscono. Metterei anche lui, insieme al padre del mostro che lo ha commissionato, nella gabbia degli imputati.
Nascosto sotto il mio travestimento, mi incammino insieme a lei che comincia a srotolare il filo mentre ci inoltriamo nel Centro.

E che la caccia abbia inzio!
continua…

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per leggere la prima parte  

Il tumulto del cuore muove i passi nella danza

Sono farfalla,

sono fiore,

sono ape che vola.

Sono l’alba del mondo.

Sono io, e sono qui

sono la moltitudine di me stessa.

Lui danzò la gioia di averla trovata, lei danzò la paura di essere trovata”(Dūrrenmatt)

La sua danza è una gioia incontenibile, si porta dentro tutte le danze conosciute e sconosciute, un che di selvaggio e di antico, un po’ animale e un po’ uomo, un senso del divino che arriva sui suoi passi fino a me, un che di oscuro, anche, che mi fa muovere nella paura, nel timore di essere trovata, anche se vorrei che mi trovasse.

La sua ombra mi sovrasta, è una coltre di ghiaccio che mi cala addosso e mi imprigiona.

Oltre la sua ombra mille altre ombre mi sovrastano.

Oltre alla sua ombra la mia con tutte le altre mie angosciose ombre, angosciose, terrorizzate, ghiacciate ombre.

Arretro davanti a lui che danza, arretro danzando, ma la sua oscurità mi raggiunge, mi ricopre.
Scompare la primavera e il suo canto.
Soltanto terrore, paura, morte, disperazione.
Arretro davanti a lui che danza.

Sono dentro l’oscurità.

Questa oscurità mi porta dove non vorrei essere, tra i morti affogati sul fondo del mare, tra  guerre, miserie,  fame, sete.
Tra i morti ammazzati.

E’ un mondo spaventoso.

In questo spavento appaiono i suoi occhi.

I suoi occhi

C’è del buono in fondo ai suoi occhi,
c’è la primavera,
ne sento il canto.

Tra milioni di immagini ha trovato la mia carne.

Le sue braccia mi afferrano, il suo corpo imprigiona il mio corpo,
è felice,
sono felice,
insieme danziamo la nostra felicità.

Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva sapere nemmeno che l’uccideva, perché non sapeva cos’era vita e cosa morte.” (Dūrrenmatt)

continua …

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Questo testo teatrale l’ho scritto rivisitando e reinterpretando il testo del Minotauro di Dürrenmatt. Cliccare per i dettagli suIl minotauro
E’ molto lungo perciò pubblicherò a scadenza settimanale il testo.

Mi sono persa. In un dedalo di negozi, tra tutte queste vetrine, mi sono persa. Ah, ho detto dedalo e non labirinto! Ci fosse stata qui Arianna mi avrebbe preso in giro! Ma ora non posso pensare all’Arianna, ora devo trovare l’uscita. Salgo e scendo per le scale mobili, da un piano all’altro, di questo grande centro commerciale.
Un labirinto fatto di specchi. Non riesco più a distinguere le persone dalle loro immagini riflesse, e tra tutte queste immagini non so più quale è la mia. O forse sono io la moltitudine che si specchia nelle vetrine.
Questi specchi che riflettono la mia immagine all’infinito!
Mi tocco la faccia, le braccia, le gambe. Per sentire che ci sono, che sono io.  Corro, inciampo, cado, mi rialzo e ricomincio a correre. Perchè sono venuta in questo posto, perchè? Cosa mi ha spinto a lasciare la mia casa, la sua calda protezione, il guscio, l’uovo da cui mai sarei dovuta uscire?
Mi sono sentita costretta, da chi poi? Da un armadio. Sì, da un armadio, dovevo cercare il vestito da mettere domani per la festa di primavera, ho aperto l’armadio e quasi mi cadevano tutti i vestiti addosso tanto erano stipati, una confusione! Tra tutta quella roba non ho trovato niente. Fosse stato l’armadio dell’Arianna, perfetto, ogni maglia abbinata alla gonna, ogni colore separato da un altro, i capi leggeri da una parte i capi invernali dall’altra, avrei trovato sicuramente ciò che cercavo.
Ah, come invidio l’Arianna, il suo senso pratico!
E lei invidia me perchè le racconto sempre storie strane, mi invidia per la mia capacità di invenzione.
Ci invidiamo a vicenda io e l’Arianna. Siamo così diverse!
L’Arianna che invidia me e anche suo fratello, oddio, non è proprio suo fratello, per la precisione il suo fratellastro, figlio della stessa madre ma non dello stesso padre, un tipo grande e grosso con una faccia strana! E non solo la faccia è strano tutto.
Vive fuori dal mondo, in un mondo tutto suo.
Non capisco perchè l’Arianna invidia quel fratellastro tanto strano, forse per via del padre che ha persino scomodato il Grande Artista per fare costruire una stanza al “mostro”, è così che lo chiama il mostro! E’ una stanza enorme fatta di specchi.
Mi guardo in giro, mi sembra di essere precipitata nella sua stanza, anche qui tutti questi specchi!
Devo smettere di pensare all’Arianna e ai suoi fratelli, devo concentrarmi, devo uscire da questo posto. Mi guardo in giro, non vedo nessuno.
Ma dove sono andati tutti quanti? Tutta quella folla che prima mi spingeva da una una parte all’altra, sembravamo formiche che si accalcavano davanti alle vetrine, sui banconi delle merci, ora è tutto vuoto, ci sono solo io e le mie centinaia, che dico, migliaia di immagini che si riflettono dappertutto. Il panico mi assale, faccio fatica a respirare, il cuore mi batte all’impazzata.
Cerco di calmarmi, mi fermo, rifletto, apro la borsa, cerco il cellulare, non lo trovo, vuoto il contenuto della borsa per terra, eccolo, un lampo di gioia mi illumina, lo afferro: è scarico! Morto, completamente morto!
Cerco di pensare come avrebbe potuto pensare l’Arianna, non ci riesco, non ho i suoi geni, siamo diverse.
Proveniamo da mondi opposti.
Uno sopra e l’altro sotto.
E quello sotto è il mio.
Guardo le mie cose sparpagliate per terra, tutte queste cose che mi porto sempre appresso, a cosa mi servono? A cosa mi servono tutti quei vestiti nell’armadio?
Cosa mi serviva per la festa di primavera?
Bastava un fiore nei capelli!
A cosa mi serve ora quest’idea così semplice e così geniale se non posso più uscire da questo posto?
Improvvisamente un’ombra si alza minacciosa e mi sovrasta.
Il terrore mi paralizza.
L’ombra si muove.
E’ sempre più vicina.
E’ un gigante,
ha una faccia strana,
è un essere spaventoso.
Si avvicina,
è tanto vicina che vedo i suoi occhi e
strano
non hanno dentro nessuna ferocia, mi pare un essere buono, forse anche lui si è perso in questo labirinto. Forse anche lui come me sta cercando una via d’uscita. Lo guardo. Ha qualcosa di magico negli occhi. Mi guarda come nessuno mi ha mai guardato, mi sembra di rinascere nel suo sguardo.
Mi viene incontro danzando e danzo anch’io.
Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza” (Dūrrenmatt)
Continua …

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Eppure nel sonno è ancora vivo e si erge come allora il desiderio, talmente dritto che la mano cerca di nasconderlo ai tuoi occhi chiari, i tuoi occhi che prontamente distolgono lo sguardo per posarsi altrove.

E’ nello svolazzo della gonna, è in quel pizzo bianco della sottoveste che fuoriesce e lambisce il polpaccio sodo, che nasce il desiderio.

E’ primavera e il vento, irriverente, s’infila dappertutto, come il mio desiderio di te.
Eppure nel sogno siamo in cima alla montagna.
Oltre è solo azzurro, un azzurro livido di vento.
Io, te, la montagna e questo cielo, e questo vento.

Mi desto, sono seduto su questa poltrona che accoglie come un guscio il mio corpo morto.

Tu
voi tutti
non potete capire
non potete immaginare
cosa voglia dire essere vivo in un corpo morto.
Avere il desiderio e non riuscire neanche a nominarlo.
Avere tutto il sapere nelle mani e non poterlo adoperare.

Avere prepotente il desiderio
Voler scalare la montagna

Sono due pezzi di legno queste mani, due pezzi di cartone questi piedi che vorrebbero correre e che si piegano sotto il peso del mio corpo curvo che, inutilmente, cerco di raddrizzare.

Tu,
che dove sei non hai più bisogno di niente,
tu che ho amato,
tu che non ci sei,
tu che mi hai abbandonato,
ascoltami,
ascolta il canto di quest’uomo vivo in un corpo morto,
ascolta il grido di dolore di quest’uomo vivo che ancora sogna.
Sogna di te nello svolazzo della gonna.
Sogna, nella solitudine del mondo, un mondo ancora vivo.

P.S.: ho scritto questo testo per un futuro quanto incerto e nebuloso progetto teatrale.

L’idea è molto interessante e si rifà a  “La moltitudine della solitudine”  di Pessoa.

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Lo specchio

L’indicazione datami dalla regista è stata questa: una persona davanti a uno specchio che esprime confusamente dei pensieri che riguardano una cosa perduta e ritrovata. Si parte da un punto e si ritorna allo stesso  punto con una scrittura circolare.
Il caso ha voluto che il giorno dopo l’indicazione della regista entrassero nella mia segreteria due ragazzi di 17 anni che avevano chiodi dappertutto, ho avuto un senso di repulsione, nel guardare le loro facce inchiodate, soprattutto le labbra, soprattutto la lingua, soprattutto il naso.
Quando sono usciti mano nella mano, con un gesto delicato hanno messo ognuno un auricolare all’orecchio condividendo la musica, ed erano felici, teneri. Belli. Sì, belli, proprio belli.
Nei loro vestiti sbracati, nelle loro carni inchiodate, ho visto la tenerezza e la sfida verso questo mondo che troppo svela, che troppo sa, che troppo protegge. A loro è dedicato questo testo teatrale:

Lo specchio

Una persona (ragazzo o ragazza) si guarda allo specchio e dice:

Due fessure nel legno questi occhi.

La porta era tutta consumata, secca, i cardini arrugginiti, si aprivano fessure come occhi, ci guardavo dentro, spiavo.

“Cosa stai facendo, allontanati, non c’è niente da guardare, non vedi come è piena di schegge questa porta, potresti accecarti!”. (voce o coro fuori campo)

Via! Vai via, allontanati, non mi perseguitare con queste fessure d’occhi.

(altro…)

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img_1816.jpgCASA n. 1
Natale quest’anno è sorto a primavera.
Si aprono le finestre in faccia al sole per asciugare l’umidore della roccia.
In fondo alla stanza fiorisce lanuzza bianca.
E’ una casa complessa e vivace, germogliano appesi alle pareti quadri e rami in fil di ferro, libri al posto di bicchieri di cristallo, di piatti ricamati d’oro.
Ogni stanza si raggiunge scendendo o salendo gradini.
Ogni stanza era una casa a sé, ogni casa aveva rubato spazio alla pietra della collina.
Solo finestre esposte ad est, sul fondo dorme la pietra.
E’ una casa in salita, che nasce da una via e sbuca in un’altra sovrastante.
Qui al centro della terra, in questa luce che entra dalle finestre spalancate trovo tutta la forza e la creatività della figlia, la sua grande bellezza.

CASA n. 2
Anche qui le finestre si aprono solo verso est
Dentro è una casa d’archi.
Qui riposa la madre nel dolore degli anni che si conficcano nella pelle, dentro le ossa.
Qui, nonostante la luce di questo sole, il natale si fa inverno col suo carico di rimpianto e nostalgia. Nella solitudine dei passi.
“Ora esce poco. I suoi amici sono morti”
Nella voce della madre si sente la pena.
E’ una madre diversa da tutte le madri che ho conosciuto: quella severa dell’infanzia, quella granitica dell’adolescenza, quella arrabbiata col mondo degli ultimi anni.
Ora è rimpicciolita, avvolta nel dolore delle rughe che scavano fino all’osso, fin dentro l’osso.
La vita sembra mangiarsela un pezzo al giorno.
Se non fosse per il padre si smarrirebbe dentro il suo stesso corpo.
Se non fosse per il padre così solo, senza amici.
Se non fosse per il rituale dei giorni scanditi dalle pastiglie da ingoiare ora entrambi (il padre e la madre) sarebbero persi.
Col passo, sia esso pure silenzioso e discreto, infrango l’equilibrio.
Non toccare, non fare da mangiare, non fare il letto, non.
Non infrangere l’orologio dell’abitudine, la corda che li tiene in vita.

FUORI
Il mondo è estraneo: quasi nemico.

ZIE
Sono tutte vedove tranne una che combatte l’artrosi e l’alzheimer del marito che mi guarda con due occhi che sono altrove.
Sai a chi è figlia? dice
Al padre e alla madre – risponde,  ma non sa chi sia il padre né la madre (sua sorella).
Le altre zie sono sole nelle proprie case con la fotografia dei mariti morti posta nella cornice d’argento.
Dalle zie raccolgo insieme ai lamenti sulla solitudine e sui dolori, nuovi e vecchi rancori.
Non so dar loro torto e neanche ragione, non so come mettermi per spiegare che la colpa forse è del tempo che passa, del dolore alle gambe, dei pensieri che sbattono sulle pareti della stanza, che si allungano da una parte all’altra, e poi ritornano intessuti come una ragnatela sempre più fitta.
In questo viaggio tra le zie mi pare di sentire una sola voce, un coro.
Mi metto in ascolto

“Prima: E l’orologio si è fermato
Quinta: E le campane sono cadute.
Prima: E le ore hanno perduto il loro suono – si sono smarrite.
Settima: E i giorni di festa e i lutti si sono ammutoliti.
Tutte insieme: Tutto perduto, ammutolito – perdute noi –
inaridita la fontana degli occhi – l’occhio pietrificato – due pietre aguzze i nostri occhi, piantate nel cranio, pietre mute a tappare due vuoti buchi.
Settima: E talvolta se fai per battere le ciglia
senti la pietra battere dentro il suo petroso alveo
e ti fa ancora male, di uno strano dolore,
un dolore secco, e la cispa non ammordisce la piaga
– la piaga di pietra.
Tutte insieme: Tutto abbiamo perduto, dimenticato,
non sappiamo più nulla;
ciò che sapevamo: inutile” (Ghiannis Ritsos – Le vecchie e il mare – pag 73)

Sono le vecchie e il mare.
Al posto del mare campi di grano.
Ritsos che ritorna nel coro delle zie.
La poesia che si fa carne.
Ora posso toccarla,
sfiorarla,
darle un bacio sulla guancia.

La guancia di una madre piena di lacrime.
La bacio come non l’ho mai baciata.
Mi bacia come non mi ha mai baciato.
E’ piccola, indifesa.
Lasciarla è un abbandono che non mi posso perdonare.

Il padre resta fermo sulla strada per un ultimo saluto col piede già verso la porta,
verso l’abitudine delle pastiglie.

CUGINI
Le cugine sono nella terra di mezzo,  dentro la crepa.
Da una parte i figli che prendono il volo
Dall’altra le madri radicate alla casa.
I cugini hanno la terra, gli animali, gli otri da riempire.
E’ la terra che li salva, la terra cretosa di questo posto ancora selvaggio, nonostante tutto una terra ancora da domare.

FIGLI
I figli sono tesi come corde verso il futuro, corde scivolose e fragili a tratti spezzate dalla mancanza.
La mancanza che nessuno pensava di sentire, che nessun oracolo aveva predetto, che nessuna madre o padre aveva messo in conto: il lavoro.

Le braccia vuote dei figli!

E noi che stiamo in mezzo tra la vecchiaia e la gioventù.
Noi che di lavoro stiamo morendo.

IL TRENO
E’ veloce la freccia, comoda, silenziosa.
Ognuno chiuso nel suo cellulare, nel suo tablet, nel suo PC.
Ah! i treni rumorosi di una volta dove i destini s’incrociavano e altri mondi erano possibili, così alla portata di mano!
Seduti sugli strapuntini, nei corridori.
Il fumo delle sigarette.
Il profumo del pane con la mortadella
con la frittata
con il salame e
Il lungo sferragliare
Racconti che straripavano dai sedili
Da dove vieni – dove vai – cosa fai
il pianto, le risate e le corse nei corridoi dei bambini che ora dormono o sono silenziosamente assorti dietro uno schermo, anch’essi.
La stazione a Roma è transennata..
Oltre i treni non vedi la città.
Oltre il vetro del finestrino la notte ha divorato tutto.

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klimt1.jpg (La donna e il sogno n. 5)

C’ è un tempo da lupi, piove e tira vento, il tergicristallo fa fatica a pulire il vetro, sono quasi le cinque ed è già buio.
Nell’ampio parcheggio faccio fatica a trovare un posto. Scendo le scale e mi trovo nella luce che quasi mi abbaglia, intorno a me sfrecciano bambine e ragazze con la calzamaglia, le scarpette da ballo e il costume. Qui è un arcobaleno di bambine e fanciulle.
Lei mi vede e capisco che solo ora si ricorda dell’appuntamento.
Mi fa entrare in una stanza, un tavolo ingombro di colori, colla, forbici, puntine, perline, colorate, borse, pupazzi di stoffa e un grosso cartello dove, con una polvere dorata, è stata scritta una frase in cui si avvisa che  non tutte  diventeranno ballerine, che non è quella la cosa più importante del corso,  tutta quella allegria nel cartello stride con la tristezza della frase.
Mi presenta due bambine, dice che le altre due ragazzine verranno dopo.
La porta dovrebbe stare chiusa, ma è un continuo aprire e chiudere, un continuo via vai.

Le bambine sono sedute davanti a me, l’una è un fuscello che pare spezzarsi da un momento all’altro, siede sulla sedia con le gambe incrociate, l’altra è paffutella e quasi appoggia il viso rotondo sul tavolo, ha due occhi enormi, spalancati, sorridenti.

“Dove vi capita di sognare?” chiedo

“A scuola” rispondono all’unisono

La bambina magra inizia subito a parlare e mentre parla si muove con tutto il corpo, persino la sedia sembra muoversi.

“Quando sono a scuola sogno, sogno di volare via. Un giorno ho sognato che volavo su tutta la classe, il maestro mi diceva di scendere giù,  poi tutti i compagni e le compagne si sono messe a volare, il maestro ha urlato ancora più forte di scendere giù, ma noi siamo  volate via. Poi il Professore,  quello cattivissimo che sa volare, rincorrendoci ci ha fatti tutti quanti tornare al banco.
Quando ho cominciato a volare avevo un po’ paura perché non avevo mai volato, ma anche tanta gioia, vedevo il mondo piccolo, piccolo, e poi avevo la bacchetta magica e la paura mi è passata e ho provato solo gioia”.
“Ma alla tua scuola oltre alla maestra c’è anche un professore?” chiedo
“No, no, – dice scotendo la testa – il professore è alle medie”.
“E tu come fai a sapere che è cattivissimo?”
“Me lo dice mio fratello, dice proprio che è cattivissimo”.
Un’altra volta ho sognato che ero a una festa quando all’improvviso è spuntato un dinosauro che prima ha mangiato tutto il vicinato, poi tutta la mia famiglia, io sono scappata, avevo tanta paura ed era molto triste, poi il dinosauro ha mangiato anche me”.
“Ti capita di sognare cosa farai da grande?”
“No, no – dice decisa – Io cosa farò da grande ci penserò quando sarò grande, ora sono una bambina e penso a fare la bambina”.

L’altra  ha l’aria sognante, ha aspettato paziente e partecipe e ora tocca a lei, sgrana ancora di più gli occhi, il mento ormai fa tutt’uno col tavolo, dice:
“Io ho sognato di ballare in una scuola, avevo una tuta blu, e provavo una grande gioia. Ballavo un balletto classico. Un altro sogno è stato quello che io e i miei genitori eravamo in viaggio, faceva molto caldo, caldissimo, poi trovammo del ghiaccio e delle bare nere, grosse. Da grande voglio fare la ballerina e l’attrice”.
I suoi occhi sprizzano luce.

Ormai la stanza è piena di bambini che parlano, urlano, ridono, c’è confusione, rumore di sedie che si spostano, impossibile continuare, e nel salutare le mie due bambine chiedo loro se vorranno raccontare i loro sogni sul palco,  – sì, sì  – dicono e volano via.

Poi arrivano due ragazze l’una smilza e piccolina, l’altra alta e robusta, sono vicine vicine, si fanno sponda l’un l’altra restando in piedi, avranno 13 anni.
“Sì dicono in coro, sì abbiamo dei sogni”
“Quando sognate?”
“ A scuola”  Anche loro! E’ un bel posto per sognare la scuola! mi dico.
E’ quasi nascosta dietro la sua amica, come se cercasse un riparo,  questo segno di timidezza contrasta con la sua irruenza nel prendere la parola, nel rubarla alla sua amica, e dice
Io a scuola sogno di volare via e vorrei essere da tutte le parti tranne che essere lì.
Il mio sogno è fare la parrucchiera,  mi piacciono i capelli, mi piace metterci dentro le mani, lavarli, pettinarli, asciugarli”.
L’altra  prima di parlare si guarda intorno, entrambe si nascondono l’una a fianco e l’altra dentro a quel corpo che si impone nello spazio ristretto della stanza.
“Sogno un posto nuovo, un posto che non esiste, dove ci sono persone che non conosco”
Seguo il suo sguardo per la stanza, qui è una baraonda, impossibile continuare perciò dico alle ragazze che se vogliono possono scrivere il loro sogno quando sono sole,  lo mettono in una busta chiusa e lo consegnano alla loro insegnante, poi  passerò a prenderlo.

Fuori ormai è buio pesto e piove, accendo la macchina, i vetri si appannano, non vedo niente, i tergi si affannano, l’aria calda insieme alla pioggia fa un rumore assordante, aspetto che si apra uno spiraglio sul vetro  e tra la pioggia vedo volare degli strani ombrelli, ma poi guardo meglio e riconosco le bambine che volando mi indicano la strada.

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