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Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

Questo testo teatrale l’ho scritto rivisitando e reinterpretando il testo del Minotauro di Dürrenmatt. Cliccare per i dettagli suIl minotauro
E’ molto lungo perciò pubblicherò a scadenza settimanale il testo.

Mi sono persa. In un dedalo di negozi, tra tutte queste vetrine, mi sono persa. Ah, ho detto dedalo e non labirinto! Ci fosse stata qui Arianna mi avrebbe preso in giro! Ma ora non posso pensare all’Arianna, ora devo trovare l’uscita. Salgo e scendo per le scale mobili, da un piano all’altro, di questo grande centro commerciale.
Un labirinto fatto di specchi. Non riesco più a distinguere le persone dalle loro immagini riflesse, e tra tutte queste immagini non so più quale è la mia. O forse sono io la moltitudine che si specchia nelle vetrine.
Questi specchi che riflettono la mia immagine all’infinito!
Mi tocco la faccia, le braccia, le gambe. Per sentire che ci sono, che sono io.  Corro, inciampo, cado, mi rialzo e ricomincio a correre. Perchè sono venuta in questo posto, perchè? Cosa mi ha spinto a lasciare la mia casa, la sua calda protezione, il guscio, l’uovo da cui mai sarei dovuta uscire?
Mi sono sentita costretta, da chi poi? Da un armadio. Sì, da un armadio, dovevo cercare il vestito da mettere domani per la festa di primavera, ho aperto l’armadio e quasi mi cadevano tutti i vestiti addosso tanto erano stipati, una confusione! Tra tutta quella roba non ho trovato niente. Fosse stato l’armadio dell’Arianna, perfetto, ogni maglia abbinata alla gonna, ogni colore separato da un altro, i capi leggeri da una parte i capi invernali dall’altra, avrei trovato sicuramente ciò che cercavo.
Ah, come invidio l’Arianna, il suo senso pratico!
E lei invidia me perchè le racconto sempre storie strane, mi invidia per la mia capacità di invenzione.
Ci invidiamo a vicenda io e l’Arianna. Siamo così diverse!
L’Arianna che invidia me e anche suo fratello, oddio, non è proprio suo fratello, per la precisione il suo fratellastro, figlio della stessa madre ma non dello stesso padre, un tipo grande e grosso con una faccia strana! E non solo la faccia è strano tutto.
Vive fuori dal mondo, in un mondo tutto suo.
Non capisco perchè l’Arianna invidia quel fratellastro tanto strano, forse per via del padre che ha persino scomodato il Grande Artista per fare costruire una stanza al “mostro”, è così che lo chiama il mostro! E’ una stanza enorme fatta di specchi.
Mi guardo in giro, mi sembra di essere precipitata nella sua stanza, anche qui tutti questi specchi!
Devo smettere di pensare all’Arianna e ai suoi fratelli, devo concentrarmi, devo uscire da questo posto. Mi guardo in giro, non vedo nessuno.
Ma dove sono andati tutti quanti? Tutta quella folla che prima mi spingeva da una una parte all’altra, sembravamo formiche che si accalcavano davanti alle vetrine, sui banconi delle merci, ora è tutto vuoto, ci sono solo io e le mie centinaia, che dico, migliaia di immagini che si riflettono dappertutto. Il panico mi assale, faccio fatica a respirare, il cuore mi batte all’impazzata.
Cerco di calmarmi, mi fermo, rifletto, apro la borsa, cerco il cellulare, non lo trovo, vuoto il contenuto della borsa per terra, eccolo, un lampo di gioia mi illumina, lo afferro: è scarico! Morto, completamente morto!
Cerco di pensare come avrebbe potuto pensare l’Arianna, non ci riesco, non ho i suoi geni, siamo diverse.
Proveniamo da mondi opposti.
Uno sopra e l’altro sotto.
E quello sotto è il mio.
Guardo le mie cose sparpagliate per terra, tutte queste cose che mi porto sempre appresso, a cosa mi servono? A cosa mi servono tutti quei vestiti nell’armadio?
Cosa mi serviva per la festa di primavera?
Bastava un fiore nei capelli!
A cosa mi serve ora quest’idea così semplice e così geniale se non posso più uscire da questo posto?
Improvvisamente un’ombra si alza minacciosa e mi sovrasta.
Il terrore mi paralizza.
L’ombra si muove.
E’ sempre più vicina.
E’ un gigante,
ha una faccia strana,
è un essere spaventoso.
Si avvicina,
è tanto vicina che vedo i suoi occhi e
strano
non hanno dentro nessuna ferocia, mi pare un essere buono, forse anche lui si è perso in questo labirinto. Forse anche lui come me sta cercando una via d’uscita. Lo guardo. Ha qualcosa di magico negli occhi. Mi guarda come nessuno mi ha mai guardato, mi sembra di rinascere nel suo sguardo.
Mi viene incontro danzando e danzo anch’io.
Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza” (Dūrrenmatt)
Continua …

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   dscf0930  La luce cade di traverso su via Musei e  resta sospesa sui tetti. Chiuse nei loro portoni le case non lasciano respiro alla strada, addossandosi nel fondo di una curva fanno muro ai miei occhi.dscf1013

Vicoli come feritoie creano correnti d’aria e di luce. In questa domenica mattina di maggio è deserta di uomini e macchine la via. Il portone del museo Santa Giulia ha ancora i colori di Van Gogh e Gougain.

Dopo la curva la luce mi cade addosso prepotente, le case lasciano spazio da un lato al tempio Capitolino, dall’altro alla piazza del Foro, la luce gialla cadendo dal tempio si allunga nel cono d’ombra della piazza.

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Pare di essere in un altro posto e in un altro tempo.

Pochi metri e la strada riprende le sembianze di prima: portoni grossi, chiusi e case addossate le une alle altre per fermare la luce.

Incrociare via Mazzini è come lasciarsi alle spalle un mondo, l’antico sparisce nel nuovo, ma via Musei non si arrende, l’oltrepassa per giungere al cuore della città, per morire appena dopo la piazzetta Tito Speri dove s’innesta con la ripida salita della contrada S. Urbano che porta al castello. La piazzetta è oscurata da ombrelli e tavoli,  non si sente il cinguettio degli uccelli, che pure ci sono, coperto dal ciarlare di tutte queste persone sedute ai tavoli e che hanno negli occhi soltanto il riflesso della tazza. Sorrido guardandoli: non ci sono occhi, soltanto occhiali neri e la tazza riflettendosi in essi assume forme strane e cangianti.
Oltre la statua i gerani incendiano la luce di rosso.

Affretto il passo costretto contro il muro da altri tavoli e da biciclette che passano veloci, imbocco l’antro oscuro che si fa strada tra le case e giro a sinistra ansiosa di trovare e guardare la mia piazza: la luce qui cade da tutte le parti e si riflette nell’oro dell’orologio.dscf0938

Mi porto al centro: mi piacerebbe avere occhi tutti intorno alla testa per abbracciarla con lo sguardo.

Questa piazza dalla ferita profonda mai rimarginata.

Gli occhi privi di lenti scure lacrimano.

Giro le spalle all’orologio per guardare la loggia col suo tetto tondo e bianco, rimessa a nuovo da poco, il marmo bianco acceca.dscf0940

I tavoli anche qui stanno rubando al passo la gioia di sfiorare la pietra.

Improvviso si affaccia un ricordo, veloce torno indietro, riattraverso l’antro oscuro e giro a sinistra: nascosto e stipato tra due muri “il trullo”, tagliato a metà dalla luce, mostra linee tonde trapunte di rossi mattoni.dscf1015

La musica di un violino si leva nell’aria, la ragazza pulisce i tavoli vuoti, ha capelli neri e occhi profondi, guarda la strada e pare che veda altro, seguendo la linea del suo sguardo mi trovo davanti la lama tagliente di un muro, finestre si girano verso la luce cercando calore.

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La malinconia mi segue sulle note del violino mentre imbocco il vicolo  e sbuco dentro piazza Paolo VI, guardo i gradini cercando l’impronta dei miei vent’anni.

Un ragazzo è seduto proprio lì dove c’è la mia impronta, ha la pelle scura, e lo stesso mio sguardo di allora.dscf0951

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Dietro l’imponenza del Duomo Nuovo si nasconde il Duomo Vecchio come a proteggere la propria pietra dal fuoco del sole e conservarla ancora e per sempre nei secoli dei secoli.

Imbocco via Trieste e sbuco di nuovo in via Mazzini e mi avvio verso i portici, sono quasi deserti, oggi le serrande dei negozi sono tutte abbassate.

Seguendo i portici all’angolo a destra si intravede piazza Loggia davanti a me corso Palestro: pittori espongono i loro quadri, ragazzi neri la loro mercanzia.

Salgo i gradini che mi portano in una piazza mercato deserta, la luce cade ovunque, lo spazio si dilata e potrebbe inghiottirmi se non fosse per quella panchina posta a lato della piazza che allunga l’ombra sulla pietra fornendo l’ancora a cui aggrapparmi.

Allunga l’ombra in righe verticali e fa tutt’uno col suo corpo, seduto mostra spalle ricurve e testa abbandonata sul petto, capelli bianchi e coppola in un meraviglioso equilibrio, orecchio grande e rosso: pare l’orecchio del mondo.dscf0980

Proseguendo giungerei in P.zza Vittoria,  ma  torno in corso Palestro, imbocco vicolo del Carro e mi trovo in contrada Soncin Rotto, aspetto davanti a un enorme portone grigio, aspetto paziente fino a quando si apre e come una ladra entro dentro veloce, fotografo e guardo il cortile. dscf0909

E’ tardi, a casa qualcuno mi aspetta.

Ritorno in corso Palestro, attraverso P.zza Vittoria, giungo di nuovo in P.zza Loggia, riguardo il mio trullo, mi incammino per via Musei, affogo di luce nel Foro e improvviso un portone si apre, faccio appena in tempo a fare clic che è già chiuso.portone

 

 

Col muso sul portone sorrido.
Se fossi straniera oggi disegnerei questa città come una donna che nasconde la sua bellezza sotto un burqa, ma non sono più straniera, questa è la mia città, la conosco, e quei portoni non nascondono i cortili ma sono portoni e cortili insieme, un’unica costruzione, un unico corpo.
Il sorriso si disegna sul vetro della macchina mentre penso a queste ore trascorse con la mia città, io e lei a braccetto sotto il sole di maggio
.

PS: Su SB il giorno 11 di questo mese ho iniziato a scrivere dei post riguardanti il mio trasferimento a Brescia, esattamente  37 anni fa iniziai a lavorare e a vivere qui. Sto facendo una specie di I remember, insomma. Ed è per omaggiare questa città che pubblico questo vecchio post.

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Toscana – ScarlinoIMG_4784

La Toscana è un campo di girasole, una pineta sul mare, una piazza per riposare, e vento tra gli alberi.
E’ girare a vuoto, camminare scalza. E’ una spiaggia libera.
E’ un tempo senza tempo.

Zone

dal mio balcone zone 4 bsE’ un balcone sul verde, una chiesa adagiata sul prato.

E’ il rumore dei passi sulla scala di legno. E’ cammino.

I camminatori partono all’alba verso la vetta, per chi resta ci sono le salite per le strade, le discese verso il chiostro. Qui è tutto un camminare. Sali, scendi e ancora sali e poi scendi. Senza una meta precisa. Soltanto un andare piano e un respiro profondo che accoglie l’odore dell’erba appena tagliata.

In fondo c’è il lago col suo occhio turchino, dalle piccole spiagge, dalla montagna che sorge nel mezzo delle acque e tu pensi a quel ponte di Christo che è stato smontato, ma che ancora alberga nei tuoi occhi.

CalitriIMG_4887

E’ musica per le strade, zoccoli di muli che fanno cantare la pietra, è archi di parole e canti, è grotte da visitare, cibo da gustare, vino rosso da bere.

Borgo castello. Il gioiello che domina il paese.

Folla di persone e fantasmi girano per strada.

Calitri è un’amica ritrovata, un abbraccio tra la folla.

E’ il mio nipotino che compie un anno. E’ una famiglia che rinasce nell’infanzia ritrovata.

Rossa come i pomodori di mio padre.

E’ un inno alla gioia dell’incontro.
E’ Vinicio col suo cappellaccio che guida la nave dello Sponzfest. E’ polvere che si solleva dalla pietra. E’ un gioco di specchi sul sentiero della cupa.

L’eco doloroso del terremoto ci ricorda che la vita è un filo sottile, che si spezza senza preavviso. Che saremo polvere.

Qui la polvere è stata calpestata e sparata in aria. Si è sollevata ed è ricaduta per risollevarsi e ricadere ancora.

Il mio cuore ricolmo ringrazia (frase mielosa,  spazzata via da anni di ripulita linguistica, di rigore nell’allontanare la banalità e la ridondanza, che ritorna ora, impietosa, nella mia scrittura)  “U masciar r la cupa”, colui che ha fatto riVivere il luogo della mia infanzia.

Grazie Vinicio Capossela. Grazie.IMG_4907

Lontano il fischio del treno.

Mi ricorda che è giunta l’ora.

Che è ora di tornare a casa.

E’ ora forse di riprendere in mano quel filo che avevo lasciato sospeso.

L’estate è ancora qui ed è viva.

 

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WP_20160507_004Da sempre mi perdo quando vado in posti che non conosco, a volte mi perdo anche nei luoghi conosciuti, questa mia “capacità” fa sì che spesso rinuncio a muovermi, ad andare, ieri invece armata di telefonino con tom tom mi sono recata a Concesio (BS) per vedere la collezione Paolo VI di arte contemporanea. Mi sono avviata in anticipo conoscendo appunto la mia capacitò di perdermi e sono arrivata, senza sbagliare neanche una rotonda, al museo alle 16.05, l’ingresso  era stato fissato alle 16.30, così mi sono seduta,  ho ammirato il parco e mi sono sentita in pace,WP_20160507_005 immersa nella luce, tra il verde e l’acqua, ho sentito la morsa del tempo sciogliersi insieme alle pene che non mi fanno respirare, ultimamente vivo perennemente in apnea, ho sempre fame d’aria.
Dentro il museo, insieme agli altri, ma da sola, perchè alla fin fine è questa la condizione di ogni essere umano, da sola sono avanzata faticosamente, per un dolore lombare che ultimamente mi perseguita, tra la collezione. Anche se la guida era molto brava, l’ascoltavo da lontano o, a volte, non ascoltavo affatto, perchè ero attirata ora da un quadro, ora da un altro, con lo stupore di scoprire che in quel museo, di cui ignoravo l’esistenza e che è a due passi da Brescia, ci sono quadri di De Chirico, Picasso, Dalì, Chagall: solo per citarne alcuni.

La luce gialla di De Chirico mi ha chiamato da lontano e mi ha ridato la stessa sensazione di quando, poco prima, ero seduta nel parco. Mi sono sentita immersa nella luce, fuori dal tempo, con l’ombra perfetta nella sua geometria, sospesa in un tempo e in un luogo altro dove niente poteva raggiungermi, neanche me stessa.
staber mater michel ciryE poi la scoperta di quella madonna diversa da tutte le altre madonne che ho visto, una madre che potrebbe essere la mia, o io per i miei figli, una madre dolente, piena di rughe, con quello sguardo, uno sguardo che ti porti dietro anche quando guardi altro, uno sguardo che pone l’umanità di fronte a se stessa, alla malvagità e al dolore, ma che in fondo ci conforta con quelle rughe così simili alle nostre, così simili a quelle di un albero che ho visto a Paestum, che si innalzava nel cielo terso e azzurro con la sua chioma verde.

albero

Poi ho ammirato le linee dritte, il bianco e nero delle tonache.

0001 SCAIOLA
E alla fine mi sono persa, nonostante il tomtom, nonostante dovessi solo rifare la strada al contrario, per tornare a casa mi sono persa.

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Cuculus_canorus_1E’ un po’ di giorni che sento il cuculo cantare, lo sento ma non lo vedo mai. Guardo tra il fogliame del bellissimo boschetto dietro casa mia e cerco di individuare l’albero su cui è poggiato. Vedo vari uccelli far la spola tra le fronde, ci sono passeri, una coppia di colombe color marroncino con il giro chiaro intorno al collo a mo’ di collana, tanti merli col becco giallo e tanti grigi, ma il cuculo non lo vedo. Mentre sono con la testa per aria scoppio in una gran risata realizzando che io non ho mai visto un cuculo e che non so proprio che aspetto abbia, quindi come posso pretendere di riconoscerlo? Così ridendo e canticchiando: “Cu-cù, cu-cù, l’Aprile non c’è più,/è ritornato Maggio al canto del cu-cù” entro in casa e cerco su google. Scopro che la femmina del cuculo depone 15-20 uova da maggio a luglio, uno alla volta a giorni alterni, nei nidi di altre specie di uccelli. In genere il pulcino del cuculo nasce prima degli altri e appena nato butta fuori dal nido le altre uova e così si gode da solo il cibo portato dai  genitori adottivi, se per caso nasce insieme agli altri uccellini, non perde tempo e li scaraventa fuori dal nido.
Caspita! – mi dico – che parassita questo uccello e che crudele!
E pensare che mi era così simpatico il cuculo col suo cu cù!

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il_mio_nome_e_rosso

“Istambul 1591. In una città scossa da antiche inquietudini e nuovissime tentazioni, tra i miniaturisti del Sultano si nasconde un feroce assassino. Per smascherarlo, Nero è disposto a tutto, anche a rischiare la vita. Perché se fallisce, per lui non ci sarà futuro con la bella Ṣeküre, non ci sarà l’amore che ha sognato per dodici anni.”

Questa in sintesi è la storia che si narra.

Parlare di questo libro non è facile, soprattutto è difficile  riuscire a condensare in un poche righe tutte le varie riflessioni che scaturiscono da ogni singola pagina del libro e a volte da ogni singola frase.
Di sicuro questo libro non è una lettura facile ed è anche per questo che mi piace.
E’ un romanzo costruito con grande maestria, dove tutti gli elementi sono dosati, direi, quasi scientificamente: la giusta suspense, il dubbio, le tracce seminate nelle pagine che ci permettono di sospettare l’assassino ma mai di riuscire veramente a scoprirlo, lo splendore dello svelamento finale e la struttura adottata che ne ha potenziato la narrazione. Variare il punto di vista ad ogni capitolo è molto funzionale, è come se Pamuk avesse creato tanti pezzi di un unico grande puzzle dove ogni pezzo è perfettamente e armonicamente incastrato all’altro, il disegno finale ci offre, nella visione della sua interezza, molteplici interpretazioni della vicenda. Tutto questo potrebbe far pensare a un libro giallo se non fosse che è molte altre cose, tutte racchiuse  nella poesia che segue:

Dice il mio cuore indeciso, quando sono in Oriente in Occidente esser io voglio
E quando sono in Occidente in Oriente esser io voglio.
Altre mie parti dicono se sono uomo essere donna io voglio, se sono donna esser uomo io voglio
Come è difficile essere un essere umano, più difficile ancora vivere una vita umana.
Provar piacere col davanti come col didietro, con l’Oriente come con l’occidente io voglio”
. Pag 377

Di sicuro non c’è bisogno di arrivare a pag. 377 per capire il tema della narrazione e il suo conflitto, ma ho scelto queste righe perché lo sintetizzano in modo superbo, perché fanno capire come un  tale conflitto ci porta a desiderare / invidiare ciò che non potremo mai essere  e che, se da un lato ci spinge alla continua ricerca/lotta di superare i nostri limiti, dall’altra ci riempie di frustrazione.  Questo per quando riguarda l’individuo preso singolarmente, quando invece si tratta di Oriente e Occidente, Dio e Allah, allora le cose diventano ancora più complicate. Ma partiamo dall’inizio, dal primo capitolo intitolato ‘Io sono il morto’: “Adesso io sono un morto. Un cadavere in fondo al pozzo. …. Prima di nascere avevo alle spalle un tempo illimitato. Un tempo che non sarebbe finito neanche dopo la mia morte. Da vivo non pensavo a queste cose, continuavo a vivere nella luce, nel tempo che passa tra due oscurità. (Magnifica questa definizione di vita) … Non mi lamento del fatto che i miei denti siano caduti come ceci nella bocca piena di sangue, né che la mia testa sia talmente fracassata da essere irriconoscibile, ….mi lamento perché mi credono ancora vivo ….  Trovate il mio cadavere e fatemi un funerale ….  Ma soprattutto che venga scoperto il mio assassino! Dietro la mia morte c’è uno scandaloso complotto contro la nostra religione, le nostre tradizioni, contro il nostro modo di vedere il mondo …. Sappiate che a uccidermi sono stati i nemici dell’Islam … Sappiate che finché non  si scopre quel vigliacco … io attenderò aggirandomi inquieto…”
Il tema della Giustizia e della sepoltura fanno pensare all’Antigone, fanno riflettere sulla necessità di entrambe le cose: sepoltura e giustizia per vivere la pace. E non posso non pensare a tutti i morti delle stragi che si sono consumate in Italia  i cui colpevoli mai sono stati consegnati alla giustizia, a quella ferita sempre aperta di amici e parenti, di una società civile che non riesce a risanarsi mancando, appunto, la giustizia.
Ma non c’è solo Giustizia e Sepoltura in queste righe, c’è anche un complotto contro un modo di vedere il mondo. O meglio c’è una guerra tra chi guarda il mondo in modo e tra chi lo guarda nell’esatto opposto e cioè tra oriente e occidente.
Il morto è un miniaturista. Perché è stato ucciso il miniaturista?  Per un disegno commissionato dal Sultano, un disegno coordinato da zio Effendi che ha scelto un gruppo di miniaturisti ed ha assegnato a ciascuno di loro un unico frammento da eseguire e che, quindi, al pari della struttura stessa del romanzo sarà formato da tanti pezzi (l’organicità di quest’opera è incredibile!). I frammenti sono: l’albero, il cavallo, il cane, la moneta ecc.. Disegni che a loro volta diventano personaggi che parleranno direttamente al lettore. Ai miniaturisti non sarà consentito vedere il disegno finale, devono disegnare il loro frammento seguendo le indicazioni date da zio Effendi. Perché tanto mistero? Cosa si nasconde dietro il disegno? Perché zio Effendi vuole disegnare questa storia, e come la vuole disegnare?
Zio Effendi: “Voglio che questi disegni, proprio come i dipinti dei maestri veneziani, rappresentino tutto il mondo del nostro sultano … Ma non illustreremo le bellezze terrene, bensì la sua ricchezza interiore … non so cosa dicano i pettegoli. Voglio che a rappresentare il Nostro Eccellente Sultano e il suo mondo siano l’immortalità degli alberi, la stanchezza dei cavalli, la sfrontatezza dei cani. …  Due anni fa sono stato a Venezia … un giorno sono rimasto attonito davanti a un dipinto sul muro di un palazzo. Era il ritratto di un uomo, di uno come me. Un infedele naturalmente, non uno come noi. Mentre lo guardavo sentivo di assomigliargli.  In realtà non mi somigliava affatto. …. Chissà perché mentre lo guardavo mi faceva battere il cuore. …. Avrei voluto essere anch’io dipinto così. No, non posso osare tanto, è il nostro Sultano che deve essere disegnato così.…  Una volta che il tuo volto è stato dipinto così, non puoi più essere dimenticato. (La somiglianza e la differenza, l’immortalità: il desiderio di sopravvivere alla propria morte: quante cose in poche parole!) … Tutti coloro che non ti hanno mai visto quando eri in vita … potranno guardarti negli occhi come se tu fossi davanti a loro …” capitolo V.  Il sospetto quindi è che si stia creando una miniatura, un’opera che  è contro la volontà di Allah che, secondo i miniaturisti dell’epoca, stabilisce come si deve disegnare qualsiasi cosa, dalle persone ai cavalli alle monete, e ognuno di questi deve avere la tal dimensione, la tale postura ecc.
Dice il cavallo: “Perché la squadra dei miniaturisti ci disegna a memoria, anche se noi cavalli usciamo tutti diversi dalla mano di Allah? Perché non cercano di disegnare il mondo come lo vedono i loro occhi, ma il mondo che vede Allah?” pag. 231
In queste frasi c’è il tentativo quindi di mettere in discussione tutto ciò in cui fino ad allora si era creduto e cioè che Allah voglia che si dipinga solo ed esclusivamente in un determinato modo,  non c’è  solo questo, ma  anche il fatto che ad Allah non appartiene solo una parte di umanità “Mio è l’oriente come l’occidente” ma l’umanità tutta. Tuttavia in queste righe si va oltre la questione dell’Oriente e dell’ Occidente, in queste righe c’è, secondo me, un incanto strettamente legato all’arte e in particolare alla scrittura ed è la necessità di rappresentare il mondo e di farlo in modo sublime. A questo proposito già l’Autore si era espresso a pag 171 dicendo per bocca dell’assasino: “Quando, nel corso degli anni, guardiamo un libro e poi un altro, poi un disegno e poi un altro, capiamo che, con le sue meraviglie, un bravo pittore rimane nella nostra mente e alla fine cambia anche il panorama della nostra memoria. Una volta che il talento e i disegni di un miniaturista penetrano nella nostra anima, diventano per noi un criterio di bellezza del mondo intero”
Oppure: “Se nel contesto del disegno c’è amore, il disegno deve essere fatto d’amore, se c’è dolore, anche nel disegno deve scorrere il dolore. Ma il dolore non deve scaturire dai personaggi del disegno o dalle lacrime , ma dalla sua armonia interna che in un primo momento non si vede ma si sente. Io non ho disegnato un personaggio a bocca aperta come fanno centinaia di maestri da secoli per illustrare la meraviglia, ma ho meravigliato tutto il disegno..” pag. 79.

E poi  ancora nel X capitolo

“…Era molto più piacevole guardare il disegno  di un albero che un albero … io non voglio essere un vero albero ma il suo significato.

Quando alla fine tutto si svela con la scoperta dell’assassino e i due innamorati si sposano Ṣeküre, la protagonista di questa storia d’amore, ci dice chiaramente che ciò che si raccontato è una finzione letteraria confermando, quindi, che ciò che si è descritto non è un albero ma il suo significato e che è più piacevole guardare il disegno di un albero che non un albero, ovviamente quando quell’albero è disegnato da un grande Maestro come Orhan Pamuk.

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Sul mio tavolo ci sono: “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk (1998), “L’amante” di Abraham B. Yehoshua (1977) e “54” dei Wu Ming (2002) tre libri che hanno qualcosa in comune: il punto di vista. In tutti e tre i libri infatti il punto di vista cambia continuamente.  Nel  “Il mio nome è rosso” il titolo del capitolo dichiara chi è che parla, ad esempio ‘Io sono il morto’, ‘Io,il cane’, ‘Di me diranno che sono un assassino ecc…, nel “L’amante” c’è Adam che parla, poi Dafi, poi Asya ecc…, in “54” ciò che cambia è il luogo e l’anno in cui si svolge l’azione: ‘Fronte jugoslavo’, ‘Primavera 1943’, ‘Territorio libero di Trieste’, ‘Intorno al mondo’, 25 dicembre 1953.
Tutti questi punti di vista si alternano durante la narrazione sebbene con alcune sostanziali differenze, ne “Il mio nome è rosso” sono tanti tasselli che si uniscono e formano un’unica linea, ne “L’amante” le voci seguono il proprio flusso interiore, sono perlopiù monologhi, sono come linee spezzate e parallele che non arrivano mai a toccarsi, in “54” invece le linee seguono ognuna il suo corso anche se a volte si intersecano. Mi sono chiesta nel leggerli: cosa ha spinto gli autori ad usare questa tecnica del punto di vista cangiante all’interno della narrazione? E’ stata una necessità narrativa o un contagio derivato dalle rispettive letture? Qualunque sia stata la spinta che ha determinato la scelta di una tecnica simile  ha generato forme totalmente diverse.

Il mio nome è rosso lo vedo così:Linee-Parallele

L’amante così:OLYMPUS DIGITAL CAMERA

54:linee-grafiche

Il mio nome è rosso è  un capolavoro.
L’amante è un ottimo libro.
54 è un buon libro.

La considerazione che ne deriva è che:
usare la stessa  tecnica narrativa non produce risultati identici;
l’uso delle tecniche può essere un modo per creare dei disegni, delle linee;
il sapiente uso delle tecniche può creare colori all’interno della narrazione;
nelle mani del genio le tecniche producono capolavori.
Ma dove si apprendono le tecniche narrative? A scuola? Nei corsi di scrittura creativa? Leggendo? Scrivendo? Riflettendo su queste domande e sulla mia esperienza posso dire con certezza che, per quanto mi riguarda, queste tecniche non le ho apprese nei corsi di scrittura creativa, che pure ho fatto, ma leggendo e scrivendo.

Il mio primo romanzo fu pubblicato nel 1999, lo avevo scritto nei tre anni precedenti, non avevo letto i tre libri di cui ho parlato più sopra (letti pressappoco nel 2008), avevo partecipato sì  ad un corso di scrittura creativa ma non si era mai parlato né del punto di vista, né dei personaggi, né del conflitto, né della tensione narrativa e della sua risoluzione …  fu un corso breve e particolare: l’insegnante proponeva una frase e noi con dei colori sottolineavamo alcune cose, la ripetizione di una parola, di un verbo, il soggetto, ecc…  Questo per dire che del punto di vista non ne sapevo niente, non sapevo neanche che ci fosse questo modo di dire usato sia nell’arte che nella scrittura. D’altra parte non ho fatto il liceo,  né sono andata all’università. Dunque quando scrissi il mio primo romanzo non conoscevo le tecniche di scrittura, ma ugualmente  usai la tecnica del cambio del punto di vista all’interno della narrazione. Rileggendolo so dare altri nomi ad altre tecniche usate in quel mio primo romanzo.
Ero un genio creativo?
No.
Ero soltanto una attenta e accanita lettrice.
Certo non basta soltanto leggere per scrivere. Bisogna scrivere, cancellare, riscrivere, avere in testa un modello da trasportarlo sul foglio, poi sulla stoffa, poi tagliare, imbastire, cucire scegliendo il filo giusto per quella stoffa e il giusto colore, rifinire, proprio come si fa con un abito. Riconoscere dando un nome agli attrezzi che si usano rende forse la scelta più consapevole.

Certo è che conoscere la tecnica e allenarsi nell’esercizio della scrittura non ci rende tutti  grandi scrittori.
E’ altrettanto vero che studiare e abitare dentro le parole per cercare di capire/rappresentare e inventare il mondo è un mestiere faticoso e sublime allo stesso tempo.

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