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Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

“Il passato, ora che avrebbe dovuto vederlo nella sua compiutezza, non le era più chiaro di quando lo aveva vissuto, neanche la realtà/verità dei fatti si era schiarita con il passare degli anni.

Il presente poi, così nebuloso, era indecifrabile.
Pensò che l’unica visione di realtà/verità la poteva trovare soltanto nel futuro.
A causa della sua inesistenza il futuro poteva essere inventato aderendo perfettamente alla realtà dei fatti. L’unico dei tre tempi che poteva leggere con chiarezza proprio perchè era un’invenzione, proprio a causa di questa sua natura era più vero e autentico della realtà stessa.

E non si intenda qui un futuro radioso contrapposto a un passato difficile da leggere nella sua interezza, né contrapposto al presente dai mille volti, dalle mille lingue e dalla nebbia che avvolge volti e lingue in un guazzabuglio indecifrabile, ma un futuro su cui porsi in alto, come su un ponte, o sulla cima di un monte per leggere la realtà, o per meglio dire per inventarla.

Fu così che si avviò a piedi scalzi, avvolta solo in un’ampia veste bianca, verso la vetta.”

Fra due mesi vado in pensione, la mia vita è a una svolta, mi volto indietro per capire ciò che è stato, cosa sono stata, in quale modo ho vissuto e dove sono arrivata, come vivo in questo presente.
Non riuscendo nell’intento di leggere il mio passato e soprattutto questo presente vorrei scrivere il futuro per vedere, capire entrambi.
Non avendo altri mezzi a disposizione mi servirò della scrittura per cercare di fare luce sulla mia vita e sulla realtà che mi circonda.
Per ora è solo un’incipit.
Un inizio.


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E’ sera.
Tutto tace.
La via deserta.
I lampioni accesi. Qualche sparo ogni tanto giusto per spaventare il mio cane, che tengo in casa per paura che mi trascini nel suo terrore, soprattutto per non aumentarlo ancora di più. C’è anche il gatto, che ignaro di tutto dorme. Tra poco pulirò le cozze e i gamberetti, un po’ di insalata e nient’altro.
Una cena per due, per me e mio marito che oggi lavora e tornerà a casa soltanto più tardi. D’altra parte questo è il lavoro che si è scelto e che gli piace. Gli infermieri lavorano anche nei giorni festivi. Nelle notti. E qualche volta, come quest’anno, all’ultimo dell’anno sono a casa.
In questa solitudine pensare all’anno che sta per scadere è quasi normale, come tirare le somme di ciò che è stato per me, per la mia famiglia e sono somme serene, con sprazzi di felicità, perchè questa non può essere che così, altrimenti diventerebbe consuetudine e scomparirebbe.
Con molti dubbi su ciò che ho fatto, che potevo fare meglio, forse. Non so.
L’anno che sta per arrivare sarà l’anno della svolta. Andrò in pensione. Una decisione sofferta: l’opzione donna o lavorare ancora 5 anni e mezzo. Troppo.
Non è facile pensare a come sarà la mia nuova vita, un po’ mi spaventa e un po’ mi allieta. Ma andare in pensione vuol dire anche che si è giunti a una certa età. E io quando mi penso, mi penso sempre giovane, ma quando mi guardo allo specchio so che non lo sono.
Il mio tempo del lavoro sta per finire e con esso il mio tempo giovane.
Devo salutare la donna che sono stata per poter accogliere la nonna che sono diventata: un nipotino di due anni, splendido, e una nipotina che sta per arrivare, e genitori anziani, così fragili.

Mi spaventa il tempo lungo delle giornate, la solitudine anche. Il lavoro ha assorbito il mio tempo lasciando poco spazio per una socialità al di fuori di esso, soprattutto negli ultimi anni in cui tornando a casa aspiravo solo al divano, troppo stanca per fare altro.

Dovrò reinventarmi.

Questa è la sfida che porta in sé il 2018.

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Sono in orario penso nel vederla.

E’ puntuale, tutte le mattine alle 7.15 affronta la curva per immettersi nel viale che conduce alla metro. E’ una maestra in pensione e va in centro ad insegnare italiano agli stranieri.

Ha un sorriso bianco, aperto, e un vestire rigoroso, quasi da suora.

Sul nero dei vestiti spicca il candore dei capelli, nel passo lento il carico degli anni.

Buongiorno bella fanciulla!” esclama e mi viene da pensare che il suo intervento di cataratta non è riuscito.

Come va l’occhio?” chiedo

Bene! Dopo l’intervento, quando mi sono guardata allo specchio, ho dato un urlo che ha fatto spaventare mia figlia, il fatto è che ho visto tutte queste rughe che prima non vedevo, e poi ho visto la polvere sui mobili e le ditate, anche! Prima mi vedevo più giovane e la casa sempre pulita, ora, ahime, vedo tutto. Mi sono molto spaventata. Ho proprio urlato”

Sorride e sorrido.

Allora è andato tutto bene, l’intervento è riuscito. Quando toglierà la cataratta all’altro occhio?”

Sono indecisa, non so se voglio farlo. Chissà cosa vedrò poi che ancora non ho visto!”

Mi chiede come mi chiamo. Sono mesi che ci incontriamo sulla strada per la metro, che parliamo e ancora non conosciamo i nostri nomi, così ci presentiamo.

Ora che abbiamo un nome non siamo più due ombre che camminano nel chiarore dell’alba. Sembra quasi che i nomi abbiamo delineato e sottolineato i contorni dei nostri corpi rendendoli reali e tangibili in questo chiarore di giornata dove l’autunno sfoggia colori di un rosso acceso e le foglie sul viale fanno un rumore secco, quasi cristallino sotto le scarpe, quasi un chiacchiericcio, un suono allegro.

Un canto.

Questo autunno.

Questo cielo che ora si apre tutto attorno.

Questo meraviglioso cielo azzurro.

Questi alberi.

Rossi

Gialli

Maculati di giallo e rosso

Aranciati.

Sul fondo la voce metallica annuncia l’arrivo del metrò.

I ragazzi si affollano verso l’entrata.

Noi due ci sediamo di fronte e a lato di due ragazzi.

La ragazza ha i jeans tagliati sulle ginocchia, quando si siede il taglio si allarga sulla carne rosa.

Il ragazzo ha il cappuccio della felpa sul capo e dentro due occhi neri.

Li vedo da mesi tutte le mattine.

Ricordo i loro volti.

Mi piacerebbe conoscere i loro nomi.

Sorridiamo noi due nel parlare, nel continuare il racconto delle nostre vite, dei nostri nomi.

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Questo testo teatrale l’ho scritto rivisitando e reinterpretando il testo del Minotauro di Dürrenmatt. Cliccare per i dettagli suIl minotauro
E’ molto lungo perciò pubblicherò a scadenza settimanale il testo.

Mi sono persa. In un dedalo di negozi, tra tutte queste vetrine, mi sono persa. Ah, ho detto dedalo e non labirinto! Ci fosse stata qui Arianna mi avrebbe preso in giro! Ma ora non posso pensare all’Arianna, ora devo trovare l’uscita. Salgo e scendo per le scale mobili, da un piano all’altro, di questo grande centro commerciale.
Un labirinto fatto di specchi. Non riesco più a distinguere le persone dalle loro immagini riflesse, e tra tutte queste immagini non so più quale è la mia. O forse sono io la moltitudine che si specchia nelle vetrine.
Questi specchi che riflettono la mia immagine all’infinito!
Mi tocco la faccia, le braccia, le gambe. Per sentire che ci sono, che sono io.  Corro, inciampo, cado, mi rialzo e ricomincio a correre. Perchè sono venuta in questo posto, perchè? Cosa mi ha spinto a lasciare la mia casa, la sua calda protezione, il guscio, l’uovo da cui mai sarei dovuta uscire?
Mi sono sentita costretta, da chi poi? Da un armadio. Sì, da un armadio, dovevo cercare il vestito da mettere domani per la festa di primavera, ho aperto l’armadio e quasi mi cadevano tutti i vestiti addosso tanto erano stipati, una confusione! Tra tutta quella roba non ho trovato niente. Fosse stato l’armadio dell’Arianna, perfetto, ogni maglia abbinata alla gonna, ogni colore separato da un altro, i capi leggeri da una parte i capi invernali dall’altra, avrei trovato sicuramente ciò che cercavo.
Ah, come invidio l’Arianna, il suo senso pratico!
E lei invidia me perchè le racconto sempre storie strane, mi invidia per la mia capacità di invenzione.
Ci invidiamo a vicenda io e l’Arianna. Siamo così diverse!
L’Arianna che invidia me e anche suo fratello, oddio, non è proprio suo fratello, per la precisione il suo fratellastro, figlio della stessa madre ma non dello stesso padre, un tipo grande e grosso con una faccia strana! E non solo la faccia è strano tutto.
Vive fuori dal mondo, in un mondo tutto suo.
Non capisco perchè l’Arianna invidia quel fratellastro tanto strano, forse per via del padre che ha persino scomodato il Grande Artista per fare costruire una stanza al “mostro”, è così che lo chiama il mostro! E’ una stanza enorme fatta di specchi.
Mi guardo in giro, mi sembra di essere precipitata nella sua stanza, anche qui tutti questi specchi!
Devo smettere di pensare all’Arianna e ai suoi fratelli, devo concentrarmi, devo uscire da questo posto. Mi guardo in giro, non vedo nessuno.
Ma dove sono andati tutti quanti? Tutta quella folla che prima mi spingeva da una una parte all’altra, sembravamo formiche che si accalcavano davanti alle vetrine, sui banconi delle merci, ora è tutto vuoto, ci sono solo io e le mie centinaia, che dico, migliaia di immagini che si riflettono dappertutto. Il panico mi assale, faccio fatica a respirare, il cuore mi batte all’impazzata.
Cerco di calmarmi, mi fermo, rifletto, apro la borsa, cerco il cellulare, non lo trovo, vuoto il contenuto della borsa per terra, eccolo, un lampo di gioia mi illumina, lo afferro: è scarico! Morto, completamente morto!
Cerco di pensare come avrebbe potuto pensare l’Arianna, non ci riesco, non ho i suoi geni, siamo diverse.
Proveniamo da mondi opposti.
Uno sopra e l’altro sotto.
E quello sotto è il mio.
Guardo le mie cose sparpagliate per terra, tutte queste cose che mi porto sempre appresso, a cosa mi servono? A cosa mi servono tutti quei vestiti nell’armadio?
Cosa mi serviva per la festa di primavera?
Bastava un fiore nei capelli!
A cosa mi serve ora quest’idea così semplice e così geniale se non posso più uscire da questo posto?
Improvvisamente un’ombra si alza minacciosa e mi sovrasta.
Il terrore mi paralizza.
L’ombra si muove.
E’ sempre più vicina.
E’ un gigante,
ha una faccia strana,
è un essere spaventoso.
Si avvicina,
è tanto vicina che vedo i suoi occhi e
strano
non hanno dentro nessuna ferocia, mi pare un essere buono, forse anche lui si è perso in questo labirinto. Forse anche lui come me sta cercando una via d’uscita. Lo guardo. Ha qualcosa di magico negli occhi. Mi guarda come nessuno mi ha mai guardato, mi sembra di rinascere nel suo sguardo.
Mi viene incontro danzando e danzo anch’io.
Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza” (Dūrrenmatt)
Continua …

tutti i diritti riservati

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   dscf0930  La luce cade di traverso su via Musei e  resta sospesa sui tetti. Chiuse nei loro portoni le case non lasciano respiro alla strada, addossandosi nel fondo di una curva fanno muro ai miei occhi.dscf1013

Vicoli come feritoie creano correnti d’aria e di luce. In questa domenica mattina di maggio è deserta di uomini e macchine la via. Il portone del museo Santa Giulia ha ancora i colori di Van Gogh e Gougain.

Dopo la curva la luce mi cade addosso prepotente, le case lasciano spazio da un lato al tempio Capitolino, dall’altro alla piazza del Foro, la luce gialla cadendo dal tempio si allunga nel cono d’ombra della piazza.

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Pare di essere in un altro posto e in un altro tempo.

Pochi metri e la strada riprende le sembianze di prima: portoni grossi, chiusi e case addossate le une alle altre per fermare la luce.

Incrociare via Mazzini è come lasciarsi alle spalle un mondo, l’antico sparisce nel nuovo, ma via Musei non si arrende, l’oltrepassa per giungere al cuore della città, per morire appena dopo la piazzetta Tito Speri dove s’innesta con la ripida salita della contrada S. Urbano che porta al castello. La piazzetta è oscurata da ombrelli e tavoli,  non si sente il cinguettio degli uccelli, che pure ci sono, coperto dal ciarlare di tutte queste persone sedute ai tavoli e che hanno negli occhi soltanto il riflesso della tazza. Sorrido guardandoli: non ci sono occhi, soltanto occhiali neri e la tazza riflettendosi in essi assume forme strane e cangianti.
Oltre la statua i gerani incendiano la luce di rosso.

Affretto il passo costretto contro il muro da altri tavoli e da biciclette che passano veloci, imbocco l’antro oscuro che si fa strada tra le case e giro a sinistra ansiosa di trovare e guardare la mia piazza: la luce qui cade da tutte le parti e si riflette nell’oro dell’orologio.dscf0938

Mi porto al centro: mi piacerebbe avere occhi tutti intorno alla testa per abbracciarla con lo sguardo.

Questa piazza dalla ferita profonda mai rimarginata.

Gli occhi privi di lenti scure lacrimano.

Giro le spalle all’orologio per guardare la loggia col suo tetto tondo e bianco, rimessa a nuovo da poco, il marmo bianco acceca.dscf0940

I tavoli anche qui stanno rubando al passo la gioia di sfiorare la pietra.

Improvviso si affaccia un ricordo, veloce torno indietro, riattraverso l’antro oscuro e giro a sinistra: nascosto e stipato tra due muri “il trullo”, tagliato a metà dalla luce, mostra linee tonde trapunte di rossi mattoni.dscf1015

La musica di un violino si leva nell’aria, la ragazza pulisce i tavoli vuoti, ha capelli neri e occhi profondi, guarda la strada e pare che veda altro, seguendo la linea del suo sguardo mi trovo davanti la lama tagliente di un muro, finestre si girano verso la luce cercando calore.

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La malinconia mi segue sulle note del violino mentre imbocco il vicolo  e sbuco dentro piazza Paolo VI, guardo i gradini cercando l’impronta dei miei vent’anni.

Un ragazzo è seduto proprio lì dove c’è la mia impronta, ha la pelle scura, e lo stesso mio sguardo di allora.dscf0951

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Dietro l’imponenza del Duomo Nuovo si nasconde il Duomo Vecchio come a proteggere la propria pietra dal fuoco del sole e conservarla ancora e per sempre nei secoli dei secoli.

Imbocco via Trieste e sbuco di nuovo in via Mazzini e mi avvio verso i portici, sono quasi deserti, oggi le serrande dei negozi sono tutte abbassate.

Seguendo i portici all’angolo a destra si intravede piazza Loggia davanti a me corso Palestro: pittori espongono i loro quadri, ragazzi neri la loro mercanzia.

Salgo i gradini che mi portano in una piazza mercato deserta, la luce cade ovunque, lo spazio si dilata e potrebbe inghiottirmi se non fosse per quella panchina posta a lato della piazza che allunga l’ombra sulla pietra fornendo l’ancora a cui aggrapparmi.

Allunga l’ombra in righe verticali e fa tutt’uno col suo corpo, seduto mostra spalle ricurve e testa abbandonata sul petto, capelli bianchi e coppola in un meraviglioso equilibrio, orecchio grande e rosso: pare l’orecchio del mondo.dscf0980

Proseguendo giungerei in P.zza Vittoria,  ma  torno in corso Palestro, imbocco vicolo del Carro e mi trovo in contrada Soncin Rotto, aspetto davanti a un enorme portone grigio, aspetto paziente fino a quando si apre e come una ladra entro dentro veloce, fotografo e guardo il cortile. dscf0909

E’ tardi, a casa qualcuno mi aspetta.

Ritorno in corso Palestro, attraverso P.zza Vittoria, giungo di nuovo in P.zza Loggia, riguardo il mio trullo, mi incammino per via Musei, affogo di luce nel Foro e improvviso un portone si apre, faccio appena in tempo a fare clic che è già chiuso.portone

 

 

Col muso sul portone sorrido.
Se fossi straniera oggi disegnerei questa città come una donna che nasconde la sua bellezza sotto un burqa, ma non sono più straniera, questa è la mia città, la conosco, e quei portoni non nascondono i cortili ma sono portoni e cortili insieme, un’unica costruzione, un unico corpo.
Il sorriso si disegna sul vetro della macchina mentre penso a queste ore trascorse con la mia città, io e lei a braccetto sotto il sole di maggio
.

PS: Su SB il giorno 11 di questo mese ho iniziato a scrivere dei post riguardanti il mio trasferimento a Brescia, esattamente  37 anni fa iniziai a lavorare e a vivere qui. Sto facendo una specie di I remember, insomma. Ed è per omaggiare questa città che pubblico questo vecchio post.

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Toscana – ScarlinoIMG_4784

La Toscana è un campo di girasole, una pineta sul mare, una piazza per riposare, e vento tra gli alberi.
E’ girare a vuoto, camminare scalza. E’ una spiaggia libera.
E’ un tempo senza tempo.

Zone

dal mio balcone zone 4 bsE’ un balcone sul verde, una chiesa adagiata sul prato.

E’ il rumore dei passi sulla scala di legno. E’ cammino.

I camminatori partono all’alba verso la vetta, per chi resta ci sono le salite per le strade, le discese verso il chiostro. Qui è tutto un camminare. Sali, scendi e ancora sali e poi scendi. Senza una meta precisa. Soltanto un andare piano e un respiro profondo che accoglie l’odore dell’erba appena tagliata.

In fondo c’è il lago col suo occhio turchino, dalle piccole spiagge, dalla montagna che sorge nel mezzo delle acque e tu pensi a quel ponte di Christo che è stato smontato, ma che ancora alberga nei tuoi occhi.

CalitriIMG_4887

E’ musica per le strade, zoccoli di muli che fanno cantare la pietra, è archi di parole e canti, è grotte da visitare, cibo da gustare, vino rosso da bere.

Borgo castello. Il gioiello che domina il paese.

Folla di persone e fantasmi girano per strada.

Calitri è un’amica ritrovata, un abbraccio tra la folla.

E’ il mio nipotino che compie un anno. E’ una famiglia che rinasce nell’infanzia ritrovata.

Rossa come i pomodori di mio padre.

E’ un inno alla gioia dell’incontro.
E’ Vinicio col suo cappellaccio che guida la nave dello Sponzfest. E’ polvere che si solleva dalla pietra. E’ un gioco di specchi sul sentiero della cupa.

L’eco doloroso del terremoto ci ricorda che la vita è un filo sottile, che si spezza senza preavviso. Che saremo polvere.

Qui la polvere è stata calpestata e sparata in aria. Si è sollevata ed è ricaduta per risollevarsi e ricadere ancora.

Il mio cuore ricolmo ringrazia (frase mielosa,  spazzata via da anni di ripulita linguistica, di rigore nell’allontanare la banalità e la ridondanza, che ritorna ora, impietosa, nella mia scrittura)  “U masciar r la cupa”, colui che ha fatto riVivere il luogo della mia infanzia.

Grazie Vinicio Capossela. Grazie.IMG_4907

Lontano il fischio del treno.

Mi ricorda che è giunta l’ora.

Che è ora di tornare a casa.

E’ ora forse di riprendere in mano quel filo che avevo lasciato sospeso.

L’estate è ancora qui ed è viva.

 

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WP_20160507_004Da sempre mi perdo quando vado in posti che non conosco, a volte mi perdo anche nei luoghi conosciuti, questa mia “capacità” fa sì che spesso rinuncio a muovermi, ad andare, ieri invece armata di telefonino con tom tom mi sono recata a Concesio (BS) per vedere la collezione Paolo VI di arte contemporanea. Mi sono avviata in anticipo conoscendo appunto la mia capacitò di perdermi e sono arrivata, senza sbagliare neanche una rotonda, al museo alle 16.05, l’ingresso  era stato fissato alle 16.30, così mi sono seduta,  ho ammirato il parco e mi sono sentita in pace,WP_20160507_005 immersa nella luce, tra il verde e l’acqua, ho sentito la morsa del tempo sciogliersi insieme alle pene che non mi fanno respirare, ultimamente vivo perennemente in apnea, ho sempre fame d’aria.
Dentro il museo, insieme agli altri, ma da sola, perchè alla fin fine è questa la condizione di ogni essere umano, da sola sono avanzata faticosamente, per un dolore lombare che ultimamente mi perseguita, tra la collezione. Anche se la guida era molto brava, l’ascoltavo da lontano o, a volte, non ascoltavo affatto, perchè ero attirata ora da un quadro, ora da un altro, con lo stupore di scoprire che in quel museo, di cui ignoravo l’esistenza e che è a due passi da Brescia, ci sono quadri di De Chirico, Picasso, Dalì, Chagall: solo per citarne alcuni.

La luce gialla di De Chirico mi ha chiamato da lontano e mi ha ridato la stessa sensazione di quando, poco prima, ero seduta nel parco. Mi sono sentita immersa nella luce, fuori dal tempo, con l’ombra perfetta nella sua geometria, sospesa in un tempo e in un luogo altro dove niente poteva raggiungermi, neanche me stessa.
staber mater michel ciryE poi la scoperta di quella madonna diversa da tutte le altre madonne che ho visto, una madre che potrebbe essere la mia, o io per i miei figli, una madre dolente, piena di rughe, con quello sguardo, uno sguardo che ti porti dietro anche quando guardi altro, uno sguardo che pone l’umanità di fronte a se stessa, alla malvagità e al dolore, ma che in fondo ci conforta con quelle rughe così simili alle nostre, così simili a quelle di un albero che ho visto a Paestum, che si innalzava nel cielo terso e azzurro con la sua chioma verde.

albero

Poi ho ammirato le linee dritte, il bianco e nero delle tonache.

0001 SCAIOLA
E alla fine mi sono persa, nonostante il tomtom, nonostante dovessi solo rifare la strada al contrario, per tornare a casa mi sono persa.

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