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Archive for the ‘racconti’ Category

Era una ragazza bellissima, ma lei non lo sapeva. Non era grassa, non era magra, aveva capelli biondi, occhi verdi, labbra carnose e rosse. Aveva finito i liceo, ne era uscita con il massimo dei voti.

– Finalmente è finita! – disse al suo amico, l’unico che avesse – mi iscrivo a Lettere a Bologna e me ne vado da questo paese, finalmente!-

– Tesoro, le disse il suo amico, sono contento per te, mi mancherai questo sì, mi mancherai molto, in questo paese di benpensanti e ruffiani, per non parlare degli invidiosi, anch’io ci resterò ancora per poco, quel poco sarà tanto senza la tua amicizia. Ma sono contento –

– Anch’io sono dispiaciuta di lasciarti ma tu lo sai quale è la mia speranza, non sentire più nessuno che mi chiami Giraffa, non voglio più essere la Giraffa per nessuno, soprattutto per me stessa. –

 – Tesoro, te lo dico da quando frequentavi le medie, te lo ripeto ora, tu sei una ragazza bellissima, quei quattro cretini che ti hanno dato questo nomignolo sono solo invidiosi –

– Si, lo so, me lo hai detto tante volte, tante volte mi hai raccontato la storia della volpe e dell’uva, però a scuola io ero sempre la più alta di tutti, non riuscivo a nascondermi, a mescolarmi con gli altri, e con le altre. Mi sfottevano tutti e tutte. Oh, quanto ho desiderato essere come le altre né alta né bassa. Normale. A Bologna spero di confondermi in mezzo a tutta quella gente, soprattutto voglio studiare, e tu sai quale è il mio sogno –

E poi successe che venne il giorno della festa del Patrono, le strade si riempirono di gente che veniva da altri paesi, tanti giovani per le strade, tra questi c’era Andrea, un ragazzo affascinante, sul petto i muscoli disegnavano la tartaruga, muscoli che lui aveva messo bene in mostra con una maglia sportiva nera che lo fasciava alla perfezione. Le ragazze del paese cascavano, si fa per dire, ai suoi piedi ma lui posò gli occhi sulla Giraffa, la invitò a ballare, poi le regalò un mazzo di fiori, la portò a pranzo e poi a cena, tenero, gentile. – Sei bellissima – diceva e lei smise di sentirsi giraffa. Disse al suo amico di sempre

Sono felice, ora finalmente mi chiamo col mio nome –

– Ti ho sempre chiamata col tuo nome, Marisa. Quando vai a Bologna? –

– Non lo so, dovrei andarci ma –

– Non dire sciocchezze, Marisa, tu a Bologna ci devi andare, sei brava, bravissima, ti piace studiare, hai il tuo sogno da realizzare –

Passarono i mesi, passò un altro anno e Marisa non andò a Bologna, Andrea voleva sposarla, Andrea aveva un lavoro che non voleva perdere, Andrea voleva tenerla sempre stretta. Andrea l’amava tanto. – Ti amo da morire – diceva Andrea e lei era felice come non lo era mai stata. I suoi genitori cercarono di dissuaderla. Lei tentennò ma Andrea la incalzò e alla fine fu decisa la data e fu tutto perfetto, l’abito da sposa, la cerimonia, gli invitati, il pranzo. A sera si aprirono le danze. Tutti applaudirono la coppia bellissima, tutti invidiarono lo sposo a cominciare dai quei quattro bulli che le avevano dato quel nomignolo stupido e che per anni l’avevano torturata, sembrava il copione di una favola a lieto fine, poi venne il suo amico di sempre e la invitò a ballare.

Ballarono così bene, affiatati come erano, cresciuti insieme come erano, che un applauso si levò nella sala. Dopo il ballo Andrea la prese per mano e la guidò verso la terrazza, lei pensava al bacio romantico sotto le stelle…

Il pugno le arrivò nelle costole, inatteso – Tu a quello non lo vedi più, non lo devi più guardare, hai capito? – Marisa tremava e tremando disse – ma lui è Mario il mio amico più caro, lui è … – non finì la frase che un altro pugno le arrivò nello stomaco. Poi Andrea le asciugò le lacrime, le diede un bacio – scusami amore, il fatto è che ti amo tanto, ti amo da morire.

Se non fosse stato per quel dolore nelle costole la serata sarebbe stata magnifica, Andrea premuroso, affettuoso, brillante, la colmò di attenzioni. Salutarono tutti. Marisa abbracciò la madre, salutò il padre, salutò Mario. – Ci vediamo tra quindici giorni dissero – Partirono abbracciati e felici per il viaggio di nozze.

Il livido era scomparso, la luna di miele finita, la casa bellissima l’accolse. Telefonò ai suoi, poi a Mario. Vengo a trovarvi. Disse. Mario le inviò su watsapp un emoticon con un bacio. Si vestì, si pettinò, si mise anche un po’ di trucco, prese la borsa e fece per uscire. La porta era chiusa, cercò le chiavi, non le trovò, telefonò ad Andrea

Amore – disse – mi hai chiusa dentro e non ho le chiavi, potresti passare un attimo da casa per aprirmi la porta? –

– Sto lavorando, non posso, e poi dove devi andare di così urgente? –

– Devo andare dai miei, mi aspettano e poi volevo salutare Mario –

– Scordatelo! – rispose e chiuse la chiamata.

A sera le portò un mazzo di rose. Il telefonino di Marisa cominciò a lampeggiare – andiamo dai tuoi, così finiscono di rompere le scatole! –

Cercò sua madre di parlarle da sola, ma Andrea non glielo permise appiccato come fu per tutta la sera.

– Dovevamo essere più decisi – disse la madre al padre – quando la coppia fu andata via, hai visto come non la lascia un attimo, ho un brutto pensiero- Il padre anch’esso preoccupato cercò di tranquillizarla. – Stai tranquilla cara, gli vuole bene, forse se smettessi di leggere tutte quelle storie di donne maltrattate saresti più serena – – Non so, forse hai ragione, forse –

Erano appena rientrati quando si sentì il suono del telefonino che avvisava la ricezione di un messaggio. Era Mario. Andrea afferrò il telefono e lo scagliò contro il muro. Poi la riempì di botte.

Poi uscì di casa solo con lui, solo per andare dai suoi genitori se no quelli rompono.

Passarono i mesi, il pronto soccorso fu visitato più volte. Ho la pressione bassa disse ai genitori e continuo a cadere. Ora anche suo padre era preoccupato. Non ci credevano alla pressione bassa. Io a quello lo ammazzo, giuro che lo ammazzo, calmati disse la moglie, quello è un palestrato ti ammazza lui, no ora si va alla polizia,basta, questa storia deve finire prima che sia troppo tardi. I poliziotti dissero che avrebbero indagato ma senza prove e senza la denuncia dell’interessata potevano fare poco. Comunque si recarono lo stesso presso l’abitazione di Marisa.
Andrea dalla finestra li vide se parli ti ammazzo e ammazzo anche i tuoi, sono stati loro lo so. Così Marisa negò, negò tutto. E non uscì più di casa. E non vide più i suoi genitori.

Andrea era sotto la doccia, aveva lasciato il telefonino sul bancone della cucina,  Marisa entrò in cucina lo vide, ascoltò il rumore della doccia, prese coraggio, afferrò il telefono e mandò un messaggio a Mario aiutami ti prego, mi tiene prigioniera! dopo averlo spedito lo cancellò.

Mario andò subito dalla polizia.
– Voglio fare una denuncia – disse,  il poliziotto lo guardò
– Ah, e chi vuoi denunciare? – Mario fece vedere il messaggio. L’altro si mise a ridere:
– E io dovrei credere a una checca come te? Te e la Giraffa mi ricordo bene di voi, che coppia! Una checca e una giraffa!-
– Sì, disse sono una checca e tu sei uno stronzo, e un pavido, io lo so perchè la tormentavi, lei era troppo intelligente, troppo intelligente per te, stronzo! –
Due volte stronzo aveva detto, che soddisfazione! e con gesto di sfida depositò il foglio della denuncia e se ne andò. Arrivato a casa, aprì il computer e scrisse: centri e associazioni antiviolenza di genere. Trovato il centro più vicino al paese, telefonò, prese un appuntamento.

Appena Mario fu uscito il poliziotto prese il foglio, lo appallottolò e lo buttò nel cestino.
Non puoi – disse il suo collega
– Tu stai zitto! –
– Adesso basta, non sono più un ragazzetto cretino che fa tutto quello che dici tu, non siamo più a scuola, tu eri stupido, io, noi, eravamo stupidi, e cattivi! –
– Smettila, e butta via quel foglio, codardo, lo sei sempre stato! –

– E’ vero, ma adesso basta! – Prese il foglio dal cestino, lo stirò – Io vado e ti consiglio di seguirmi. –

Marisa non fece in tempo ad appoggiare il telefono, Andrea uscì dalla doccia, cosa hai fatto’,  niente, non ho fatto niente, cosa hai fatto col mio telefono, cretina!, la spinse, lei cadde a terra, cercò di rialzarsi, lui le diede un calcio, suonarono alla porta, lui si distrasse, lei vide le chiavi, lui si affacciò alla finestra, lei corse verso la porta, l’aprì, lui la raggiunse, la spinse, lei cadde per le scale.

– Ha la pressione bassa, è caduta, non sono riuscito ad afferrarla – disse ai sanitari del 118, salvatela per favore, io ho solo lei, lei che amo così tanto! Marisa, amore, ti amo tanto, ti amo – piangeva, lo consolarono i sanitari, vedrai che ce la farà, coraggio!

Quando i poliziotti giunsero in casa non c’era nessuno. Bussarono alla porta accanto E’ caduta dalle scale ieri e ora è in ospedale dissero, il marito era disperato. Arrivarono in ospedale ma Marisa era in sala operatoria, aveva un grosso ematoma alla testa che le stavano asportando. Andrea li vide arrivare e riuscì a scappare. “Maledetti, nessuno potrà portarmela via, lei è mia, soltanto mia.” Così recitava mentre correva per i corridori.

Marisa aprì gli occhi, vide i suoi genitori e abbozzò un sorriso. Tesoro! dissero in coro i genitori siamo qui con te, ora sei al sicuro.

Mario al centro antiviolenza parlò a lungo. A lungo gli spiegarono come funzionava il centro. Erano persone gentili e preparate, conoscevano le leggi e i meccansismi che agivano sui carnefi e sulle vittime.

Uscì pieno di speranze ed energie e si avviò deciso verso la casa di Marisa. Ma quando giunse trovò un gruppo di curiosi che spiava nell’androne delle scale, E’ caduta disse qualcuno ora è in ospedale, no è stata spinta dal marito disse qualcun altro.
Sta bene, gli dissero, ma non puoi entrare, non sei un parente, guardo solo dal vetro disse e si appoggiò contro la vetrata, il padre di Marisa lo vide, si alzò, gli andò incontro, disse all’infermiera di lasciarlo entrare, per favore, disse, è importante per mia figlia.

Mario entrò, accarezzò Marisa, Sono qui, tesoro, sono qui.

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Ho fatto un sogno: mi trovavo a Calitri, qualcuno bussava alla porta, andavo ad aprire e mi trovavo di fronte una giovane donna vestita con l’abito tipico calitrano molto consumato, non era, per dire, come quelli che si indossano nei balli tradizionali o nelle rappresentazioni che si fanno durante il presepe vivente.

– Chi sei?- ho chiesto

Mi ha guardato tutta stralunata, ha risposto con un filo di voce, quasi distrattamente presa com’era a guardare la casa.

– Sono Angelina A. –

Mamma Lina?!? (nonna Lina) ho esclamato.  Entra, le ho detto, sono tua nipote Lucia, ti ricordi di me?

E’ entrata ma non mi ha risposto.

– Che caldo! Da dove viene tutto questo caldo, mamma mia, fuori c’è neve e ghiaccio, e qui si muore di caldo! –

– Dai caloriferi –

– Caloriferi e cosa sono? –

– Questi –

Li ha toccati con la mano e l’ha subito ritirata.

– Che diavoleria è mai questa?  Sono venuta a chiederti una coperta in prestito, l’unica che abbiamo si è bagnata ed ora chissà quando si asciuga. Si è aperta una crepa nel tetto proprio sul letto ed è caduta sopra la neve. Ora è un pezzo rigido di ghiaccio. E’ il letto dei miei figli, sono sette, l’ultima è proprio piccola non sopravviverebbe a tutto questo freddo.

Apro l’armadio delle coperte

– Gesù!!! dice quanta roba? Non avevo mai visto tanta roba tutta insieme!  Mi presteresti anche un tozzo di pane che, con tutto quello che è successo non sono riuscita a farlo. Domani appena lo sforno te lo restituisco. Apro la dispensa per prendere il pane e lei dice:

– Maronna mia quanta roba, non è che sono morta e ora mi trovo in paradiso?

Mette la coperta e il pane in una cesta, arrotola un lungo pezzo di tela, lo mette sulla testa (a sparegghia mi pare che si chiami in calitrano), prendo un pacco di pasta, uno di tonno, un pezzo di prosciutto crudo e faccio per metterli insieme al pane.

– Tutto quello che mi serve è già nella cesta. Grazie. Ora devo proprio andare –

Mette la cesta sulla ‘sparegghia’, apre la porta ed esce.

Non faccio in tempo a raggiungere la cucina che una gragnuola di colpi sulla porta mi fa tornare indietro.

– Cosa è successo, perchè sei così spaventata? –

– C’è un gruppo di ragazzi là fuori con i pantaloni strappati, sembran muzzcat ra li cani, (sembrano morsicati dai cani) e hanno in mano una cosa e ci parlano a quella cosa che risponde pure, ma non parlano tra di loro, ci sono anche uomini e donne di ogni età e tutti hanno quell’aggeggio in mano. Parlano, gesticolano, ridono, si arrabbiano, alcuni sembrano persino astiosi e tutto verso quella cosa che tengono in mano. Non sono normali, no!

– Ti accompagno ma non aver paura, i pantaloni strappati sono di moda e i cellullari … –

– Moda, cellulari ma che sono? Ii n sacc nient r s cos (io non so niente di queste cose), comunque è tardi e devo assulutamente tornare a casa! –

– Stai tranquilla, i ragazzi e le persone che hai incontrato non sono pericolosi –

– Sarà, però è meglio se mi accompagni subito per favore, è tardi!”.

L’accompagno, le strade sono piene di persone e nessuno sembra meravigliarsi o stupirsi, o comunque avere una certa curiosità verso questa giovane donna che indossa un vecchio costume e che porta una cesta in equilibrio perfetto sulla testa. Concentrati come sono sui telefonini non vedono  niente. Sono ciechi di fronte alla bellezza dell’equilibrio.  Cammina veloce, faccio fatica a starle dietro, continua a dire che è tardi, che bisogna muoversi, attraversiamo il paese e come ci inoltriamo per un viottolo di campagna si ferma e dice:

– Fermati, tu qui non puoi venire, tornatene a casa – e si avvia a passo svelto, la guardo con la nostalgia negli occhi e un senso di vuoto mi coglie improvviso e violento, mi siedo sui gradini e la guardo andare via. Arrivata ai confini del bosco, si ferma, si gira verso di me e dice:

– Avete case calde, coperte e ogni ben di Dio cosa è che vi manca? Perchè siete così s … –

Così come?

Non mi sente, il bosco l’ha inghiottita, faccio per alzarmi e rincorrerla e mi accorgo di essere sospesa nel vuoto.

Il viottolo è sparito, sparito è il bosco e con esso mia nonna, e io galleggio da sopra questi gradini in un mare di nebbia

ogni confine è scomparso.

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img_1816.jpgCASA n. 1
Natale quest’anno è sorto a primavera.
Si aprono le finestre in faccia al sole per asciugare l’umidore della roccia.
In fondo alla stanza fiorisce lanuzza bianca.
E’ una casa complessa e vivace, germogliano appesi alle pareti quadri e rami in fil di ferro, libri al posto di bicchieri di cristallo, di piatti ricamati d’oro.
Ogni stanza si raggiunge scendendo o salendo gradini.
Ogni stanza era una casa a sé, ogni casa aveva rubato spazio alla pietra della collina.
Solo finestre esposte ad est, sul fondo dorme la pietra.
E’ una casa in salita, che nasce da una via e sbuca in un’altra sovrastante.
Qui al centro della terra, in questa luce che entra dalle finestre spalancate trovo tutta la forza e la creatività della figlia, la sua grande bellezza.

CASA n. 2
Anche qui le finestre si aprono solo verso est
Dentro è una casa d’archi.
Qui riposa la madre nel dolore degli anni che si conficcano nella pelle, dentro le ossa.
Qui, nonostante la luce di questo sole, il natale si fa inverno col suo carico di rimpianto e nostalgia. Nella solitudine dei passi.
“Ora esce poco. I suoi amici sono morti”
Nella voce della madre si sente la pena.
E’ una madre diversa da tutte le madri che ho conosciuto: quella severa dell’infanzia, quella granitica dell’adolescenza, quella arrabbiata col mondo degli ultimi anni.
Ora è rimpicciolita, avvolta nel dolore delle rughe che scavano fino all’osso, fin dentro l’osso.
La vita sembra mangiarsela un pezzo al giorno.
Se non fosse per il padre si smarrirebbe dentro il suo stesso corpo.
Se non fosse per il padre così solo, senza amici.
Se non fosse per il rituale dei giorni scanditi dalle pastiglie da ingoiare ora entrambi (il padre e la madre) sarebbero persi.
Col passo, sia esso pure silenzioso e discreto, infrango l’equilibrio.
Non toccare, non fare da mangiare, non fare il letto, non.
Non infrangere l’orologio dell’abitudine, la corda che li tiene in vita.

FUORI
Il mondo è estraneo: quasi nemico.

ZIE
Sono tutte vedove tranne una che combatte l’artrosi e l’alzheimer del marito che mi guarda con due occhi che sono altrove.
Sai a chi è figlia? dice
Al padre e alla madre – risponde,  ma non sa chi sia il padre né la madre (sua sorella).
Le altre zie sono sole nelle proprie case con la fotografia dei mariti morti posta nella cornice d’argento.
Dalle zie raccolgo insieme ai lamenti sulla solitudine e sui dolori, nuovi e vecchi rancori.
Non so dar loro torto e neanche ragione, non so come mettermi per spiegare che la colpa forse è del tempo che passa, del dolore alle gambe, dei pensieri che sbattono sulle pareti della stanza, che si allungano da una parte all’altra, e poi ritornano intessuti come una ragnatela sempre più fitta.
In questo viaggio tra le zie mi pare di sentire una sola voce, un coro.
Mi metto in ascolto

“Prima: E l’orologio si è fermato
Quinta: E le campane sono cadute.
Prima: E le ore hanno perduto il loro suono – si sono smarrite.
Settima: E i giorni di festa e i lutti si sono ammutoliti.
Tutte insieme: Tutto perduto, ammutolito – perdute noi –
inaridita la fontana degli occhi – l’occhio pietrificato – due pietre aguzze i nostri occhi, piantate nel cranio, pietre mute a tappare due vuoti buchi.
Settima: E talvolta se fai per battere le ciglia
senti la pietra battere dentro il suo petroso alveo
e ti fa ancora male, di uno strano dolore,
un dolore secco, e la cispa non ammordisce la piaga
– la piaga di pietra.
Tutte insieme: Tutto abbiamo perduto, dimenticato,
non sappiamo più nulla;
ciò che sapevamo: inutile” (Ghiannis Ritsos – Le vecchie e il mare – pag 73)

Sono le vecchie e il mare.
Al posto del mare campi di grano.
Ritsos che ritorna nel coro delle zie.
La poesia che si fa carne.
Ora posso toccarla,
sfiorarla,
darle un bacio sulla guancia.

La guancia di una madre piena di lacrime.
La bacio come non l’ho mai baciata.
Mi bacia come non mi ha mai baciato.
E’ piccola, indifesa.
Lasciarla è un abbandono che non mi posso perdonare.

Il padre resta fermo sulla strada per un ultimo saluto col piede già verso la porta,
verso l’abitudine delle pastiglie.

CUGINI
Le cugine sono nella terra di mezzo,  dentro la crepa.
Da una parte i figli che prendono il volo
Dall’altra le madri radicate alla casa.
I cugini hanno la terra, gli animali, gli otri da riempire.
E’ la terra che li salva, la terra cretosa di questo posto ancora selvaggio, nonostante tutto una terra ancora da domare.

FIGLI
I figli sono tesi come corde verso il futuro, corde scivolose e fragili a tratti spezzate dalla mancanza.
La mancanza che nessuno pensava di sentire, che nessun oracolo aveva predetto, che nessuna madre o padre aveva messo in conto: il lavoro.

Le braccia vuote dei figli!

E noi che stiamo in mezzo tra la vecchiaia e la gioventù.
Noi che di lavoro stiamo morendo.

IL TRENO
E’ veloce la freccia, comoda, silenziosa.
Ognuno chiuso nel suo cellulare, nel suo tablet, nel suo PC.
Ah! i treni rumorosi di una volta dove i destini s’incrociavano e altri mondi erano possibili, così alla portata di mano!
Seduti sugli strapuntini, nei corridori.
Il fumo delle sigarette.
Il profumo del pane con la mortadella
con la frittata
con il salame e
Il lungo sferragliare
Racconti che straripavano dai sedili
Da dove vieni – dove vai – cosa fai
il pianto, le risate e le corse nei corridoi dei bambini che ora dormono o sono silenziosamente assorti dietro uno schermo, anch’essi.
La stazione a Roma è transennata..
Oltre i treni non vedi la città.
Oltre il vetro del finestrino la notte ha divorato tutto.

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Questo racconto è frutto d’invenzione.
Sicuramente la realtà è una potente fonte d’ispirazione.

Quando poi finalmente il portatile si ruppe tutti pensarono che lo avrebbe mollato in un angolo dell’ufficio e lì lasciato alla polvere fino a quando non fosse stato prelevato dall’ufficio compente per mandarlo al macero. Perciò destò un notevole stupore quando si seppe che chiamò l’ufficio informatico per la riparazione. Ma lo stupore più puro e genuino si accese quando andò su tutte le furie perchè il personale di detto ufficio si rifiutò di salvare i dati, e non diede il benestare per l’acquito di un nuovo portatile. Chiese l’appoggio persino del capoarea per far valere le sue ragioni, il quale  negò con decisione e chiese anche spiegazioni sul perché quel portatile era stato usato soltanto per motivi personali.
Era una furia in quei giorni.
Era la prima volta in tutti quei trent’anni di lavoro che qualcuno non le dava ragione.
Decise di vendicarsi.

Nei corridoi, intanto, si sussurrava per tacere immediatamente quando da lontano se ne scorgeva l’ombra, era un’ombra molto grossa e pesante e se posta davanti a una porta o a una finestra ne oscurava la stanza.
“Bene, disse, d’ora in avanti non arriverò al lavoro un’ora prima né uscirò un’ora dopo. Mi atterrò a svolgere solamente il compito che mi spetta. Non una virgola di più. E spengo pure il cellulare: che il capo mi cerchi pure di sabato e di domenica, io non sarò più disponibile”
Ma non successe niente, nessun cataclisma. Il capo continuava a fare il capo e gli altri a fare il lavoro che avevano sempre fatto, soltanto ora aveva meno tempo per il caffè delle otto, delle undici, delle tredici, delle quindici; pause non proprio brevi come si pensi per un caffè, e non facendo straordinari che servivano a compensare le ore di chiacchiere la sua vendetta le si ritorse contro. Ma la cosa peggiore fu che, mettendo questa distanza con il capo area, perdeva giorno per giorno l’influenza che sempre aveva avuto su quest’ultimo, insomma non poteva più manovrare lui e tramite lui tutti gli altri, nel bene e nel male.
Perchè c’erano persone che non poteva sopportare e altre che le stavano in pancia.

Anche perché ci devono sempre essere due fronti per fare una battaglia e capitani che guidano la truppa. E per la maggior parte delle persone che lì lavoravano non c’era alcun dubbio su chi fosse il loro capitano.
La preoccupazione di perdere il suo ruolo costrinse il capitano a rientrare nei ranghi.

Così in sordina, piano piano, riprese i precedenti schemi lavorativi, ma senza abbassare la testa, e senza cambiare il vestito che in quei lunghi trent’anni aveva indossato, che era quello di buono, bravo, eccellente, svelto, dinamico, intelligente, attento all’ascolto e alla gestione: sapeva tutto, gestiva tutto. Nessuno metteva in dubbio il suo ruolo, neanche nei corridoi si riteneva che quel vestito fosse sbagliato. In fondo fa comodo avere qualcuno che risolva ogni cosa.  Ma forse, in verità, più che una situazione di comodo era una condizione di ignoranza e dedizione. Avere qualcuno da ammirare e da prendere come esempio rende un luogo di lavoro piacevole e stimolante.
Ma c’erano anche profondi odi.
Altri capitani che capitanavano altre ciurme.
Soprattutto capitani che avevano più medaglie appiccicate sul petto.
Eppure riusciva a tenere testa a tutti.
Eppure riusciva a fare tutto, non solo il lavoro d’ufficio.
Qui bisogna dirlo, e dirlo forte, era effettivamente molto dotato, il capitano, in tutti i sensi, anche quello fisico: una stazza di un metro e ottanta per cento chili ben distribuiti, si direbbe quasi cento chili armoniosamente distribuiti, non una bellezza, per carità, ma con un carisma eccellente.
Eccellente.
In effetti questa è la parola che viene fuori dalla sua pagella.
Pagella stilata di propria mano e fatta firmare con la propria penna al capo senza discussioni di alcun genere. Il capo ha bisogno dell’eccellenza.
Eccellente.
Sapeva benissimo di meritarsi quel termine, anche quando per pudore, arrossiva davanti a chi l’appellava in tal senso.
Era eccellente anche la sua modestia.
Ci credeva veramente nella sua bontà e nella sua eccellenza.
Era pronto a sfoderare la spada per difendere il più debole davanti a un’ingiustizia. Si faceva in quattro per aiutarlo.
A volte sembrava una chioccia più che un capitano, una chioccia che mette i pulcini al riparo sotto le ali.
In quei trent’anni la sua aurea era cresciuta a dismisura.
Sempre più pulcini andavano a ripararsi sotto le sue ali.
Pulcini teneri, impauriti, dalle piume gialle, cercavano mamma chioccia pigolando.
E poi arrivò il pulcino nero che non riconobbe la chioccia, che non considerò il capitano, che si faceva i fatti propri senza rompere le uova nel paniere.
Lavorava e basta.
Il caffè lo beveva da solo.
Tutti per lui erano capitani e soldati semplici, erano cioè tutti uguali, senza divise, comuni mortali che mortalmente lavoravano.
Il capitano chioccia non lo tollerava. Provò a cambiarlo, a farlo diventare un pulcino come tutti gli altri.
Ci provò con l’adulazione.
Fallì.
Ci provò con la dolcezza.
Fallì.
Allora decise di annientarlo.
Lo caricarò di lavoro.
Fallì.
Provò a derubargli il lavoro.
Quando il pulcino nero timbrava il cartellino il capitano/chioccia era già sul lavoro da due ore: “Questo l’ho già fatto io! Quest’altro pure!”.
Si aprì una crepa. E lì scavò. Scavò con forza e costanza, col sorriso sulle labbra, con la dolcezza di sempre, con la comprensione di sempre.
Tutti iniziarono a vedere l’inettitudine del pulcino nero.
Tutti iniziarono a scansarlo.
Tutti insieme al capitano/chioccia schiacciarono il pulcino nero.
Quando finalmente fu licenziato tutte le cento persone che li lavoravano tirarono un sospiro di sollievo: finalmente il fannullone era stato annientato.
Il capitano/chioccia spolverò divisa e penne e continuò a regnare più splendente che mai.
“Sono l’eccellenza – disse guardandosi allo specchio – ora ho solo un sassolino da togliere dalla scarpa: il pc portatile, caspita con tutto il lavoro che faccio me lo sono guadagnato, mi spetta”.
Nessuno seppe come, ma tutti videro un bel giorno arrivare un portatile nuovo fiammante.
Lo videro per un istante brillare sulla scrivania.
Poi sparì.
D’altra parte era un portatile e bisognava portarlo sempre da un’altra parte.

“Nessuno meglio di me – si disse guardandosi nello specchio –  sa organizzare il lavoro qua dentro. Nessuno. I geni nelle cose pratiche sono confusionari e poi non sarebbe giusto sprecare la genialità chiedendo loro anche di sapersi organizzare nella burocrazia degli uffici. A volte mi tocca fare anche cose che non dovrei fare, ma lo faccio volentieri per il grande rispetto che nutro nei loro confronti. Invece le mezzecalzette che si credono geni quelli sono insopportabili, con loro è guerra dichiarata, ma perdono sempre perché con la burocrazia delle carte io sono l’esperto, e faccio le pulci a tutti loro, sbatto sulla loro scrivania tutte le pratiche da rifare: c’è sempre qualcosa che non va, sempre! Questo posto senza di me va alla malora!”
Tutti forse commiserarono il capitano/chioccia per quella vittoria misera: un portatile!
Tutti forse ammirarono il capitano/chioccia: se voleva una cosa, non importava cosa, l’otteneva sempre!
Tutti lo temevano e tutti lo amavano in egual misura.
Del pulcino nero nessuna memoria.
D’altra parte la memoria non è più necessaria.
Lo sa bene il capitano/chioccia.
La memoria è corta.
La memoria è ingannevole.
La memoria.
Oggi sono tutti smemorati.
“Soltanto io no, io ho una memoria di ferro!”.

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cropped-dscf5442.jpgHo un PC molto vecchio, ha perso quattro tasti, per accendersi ci mette un secolo, si imballa su alcuni formati video, insomma credo che non durerà ancora per molto, perciò sto facendo una selezione dei testi da salvare su un disco esterno. Nella cernita è venuto fuori questo testo, un incipit di un romanzo che mai scriverò in quanto non ricordo  di chi e di cosa volevo parlare, del perché, del dove, del fine, del confine.
Per salvare almeno l’incipit dall’oblio ho deciso di metterlo su questo blog.

Del dolore parlerò dopo, ora voglio cantare la gioia. Quella cosa che ti riempie gli occhi e la faccia e gonfia il corpo fino a renderlo leggero mentre posi i piedi sulla sabbia bollente, che si scorticano e poi bruciano nell’acqua salata.otobre 2008
Ora voglio cantare la gioia di questo mare dove affonda il deserto e si popola di tutto, questo mondo addossato alla barriera.DSCF4127
Barriera che a guardarla così come io la vedo tra onde d’acqua e riflessi pare un’enorme bubbone, un insieme di escrescenze che fioriscono e germogliano come un muro abbandonato.

(altro…)

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???????????????????????Guardavo il campo di grano dall’alto della collina e mi venne voglia di navigare tra le spighe.
Man mano che mi avvicinavo al campo le spighe cambiavano colore, dal giallo intenso passavano al nero, mi parevano spaventose, allungai la mano per toccarle e mi punsi, correndo ritornai sulla collina: le spighe erano di nuovo bionde.
Restai sotto il sole  ad osservare le spighe, per vedere se ancora cambiavano colore.
Il sole a picco mi stordì e da gialle le spighe mi apparvero rosse, nere, violette.
“Quale è il colore del grano?” Mi chiedevo e non sapevo rispondere.
Da lassù il campo ondeggiava. Sentivo il rumore dell’onda schiaffeggiare l’aria.
“E’ azzurro!- dissi contenta tornando a casa – E’ azzurro perché il mare è un campo di grano!”.

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Segue da qui e qui

labarcaelavelaSeduta sulla soglia ridisegnava il mio destino sulla terra
Mia nonna.
Sopravvissuta
Ai figli
Alla fame
Alla sete
All’aids

Devi andare – disse – tu che ancora sei in tempo, devi andare per sfuggire al destino
Di tua madre
Di tuo padre
Di tuo fratello
Di tua sorella

Devi andare – disse – Non ho più forze per scavare altra terra.

Bambini
Come stormi
Mi seguirono
Fino al limitare del giorno

Poi fu la violenza della notte e il destino si riprese Il suo disegno.

Arde
Il
Dolore
Sotto la pelle

Ci pensò il mare a cullare la mia pena ma poi, nell’approdo, marciapiedi scorticarono la mia pelle nera.
Ritornai al mare per affogare il mio dolore.
Nell’abbraccio d’acqua che mi accolse si allungò il mio corpo andandosi a impiantare su una barca senza vela.

Un canto
Un meraviglioso
Canto
Invase il mare

La penna del destino si ostina a disegnare il suo disegno increspando onde, attizzando tempesta.
La barca vacilla e io mi piego al mio destino.

– Io sono la tua barca –
Dice una voce. Una voce d’acqua e d’aria che coniuga il verbo amare in un canto che spezza la tempesta.

– Io sono la tua vela – Dico alla voce e piango
Di gioia
Di dolore
Di immenso amore.

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