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Archive for the ‘memoria’ Category

   dscf0930  La luce cade di traverso su via Musei e  resta sospesa sui tetti. Chiuse nei loro portoni le case non lasciano respiro alla strada, addossandosi nel fondo di una curva fanno muro ai miei occhi.dscf1013

Vicoli come feritoie creano correnti d’aria e di luce. In questa domenica mattina di maggio è deserta di uomini e macchine la via. Il portone del museo Santa Giulia ha ancora i colori di Van Gogh e Gougain.

Dopo la curva la luce mi cade addosso prepotente, le case lasciano spazio da un lato al tempio Capitolino, dall’altro alla piazza del Foro, la luce gialla cadendo dal tempio si allunga nel cono d’ombra della piazza.

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Pare di essere in un altro posto e in un altro tempo.

Pochi metri e la strada riprende le sembianze di prima: portoni grossi, chiusi e case addossate le une alle altre per fermare la luce.

Incrociare via Mazzini è come lasciarsi alle spalle un mondo, l’antico sparisce nel nuovo, ma via Musei non si arrende, l’oltrepassa per giungere al cuore della città, per morire appena dopo la piazzetta Tito Speri dove s’innesta con la ripida salita della contrada S. Urbano che porta al castello. La piazzetta è oscurata da ombrelli e tavoli,  non si sente il cinguettio degli uccelli, che pure ci sono, coperto dal ciarlare di tutte queste persone sedute ai tavoli e che hanno negli occhi soltanto il riflesso della tazza. Sorrido guardandoli: non ci sono occhi, soltanto occhiali neri e la tazza riflettendosi in essi assume forme strane e cangianti.
Oltre la statua i gerani incendiano la luce di rosso.

Affretto il passo costretto contro il muro da altri tavoli e da biciclette che passano veloci, imbocco l’antro oscuro che si fa strada tra le case e giro a sinistra ansiosa di trovare e guardare la mia piazza: la luce qui cade da tutte le parti e si riflette nell’oro dell’orologio.dscf0938

Mi porto al centro: mi piacerebbe avere occhi tutti intorno alla testa per abbracciarla con lo sguardo.

Questa piazza dalla ferita profonda mai rimarginata.

Gli occhi privi di lenti scure lacrimano.

Giro le spalle all’orologio per guardare la loggia col suo tetto tondo e bianco, rimessa a nuovo da poco, il marmo bianco acceca.dscf0940

I tavoli anche qui stanno rubando al passo la gioia di sfiorare la pietra.

Improvviso si affaccia un ricordo, veloce torno indietro, riattraverso l’antro oscuro e giro a sinistra: nascosto e stipato tra due muri “il trullo”, tagliato a metà dalla luce, mostra linee tonde trapunte di rossi mattoni.dscf1015

La musica di un violino si leva nell’aria, la ragazza pulisce i tavoli vuoti, ha capelli neri e occhi profondi, guarda la strada e pare che veda altro, seguendo la linea del suo sguardo mi trovo davanti la lama tagliente di un muro, finestre si girano verso la luce cercando calore.

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La malinconia mi segue sulle note del violino mentre imbocco il vicolo  e sbuco dentro piazza Paolo VI, guardo i gradini cercando l’impronta dei miei vent’anni.

Un ragazzo è seduto proprio lì dove c’è la mia impronta, ha la pelle scura, e lo stesso mio sguardo di allora.dscf0951

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Dietro l’imponenza del Duomo Nuovo si nasconde il Duomo Vecchio come a proteggere la propria pietra dal fuoco del sole e conservarla ancora e per sempre nei secoli dei secoli.

Imbocco via Trieste e sbuco di nuovo in via Mazzini e mi avvio verso i portici, sono quasi deserti, oggi le serrande dei negozi sono tutte abbassate.

Seguendo i portici all’angolo a destra si intravede piazza Loggia davanti a me corso Palestro: pittori espongono i loro quadri, ragazzi neri la loro mercanzia.

Salgo i gradini che mi portano in una piazza mercato deserta, la luce cade ovunque, lo spazio si dilata e potrebbe inghiottirmi se non fosse per quella panchina posta a lato della piazza che allunga l’ombra sulla pietra fornendo l’ancora a cui aggrapparmi.

Allunga l’ombra in righe verticali e fa tutt’uno col suo corpo, seduto mostra spalle ricurve e testa abbandonata sul petto, capelli bianchi e coppola in un meraviglioso equilibrio, orecchio grande e rosso: pare l’orecchio del mondo.dscf0980

Proseguendo giungerei in P.zza Vittoria,  ma  torno in corso Palestro, imbocco vicolo del Carro e mi trovo in contrada Soncin Rotto, aspetto davanti a un enorme portone grigio, aspetto paziente fino a quando si apre e come una ladra entro dentro veloce, fotografo e guardo il cortile. dscf0909

E’ tardi, a casa qualcuno mi aspetta.

Ritorno in corso Palestro, attraverso P.zza Vittoria, giungo di nuovo in P.zza Loggia, riguardo il mio trullo, mi incammino per via Musei, affogo di luce nel Foro e improvviso un portone si apre, faccio appena in tempo a fare clic che è già chiuso.portone

 

 

Col muso sul portone sorrido.
Se fossi straniera oggi disegnerei questa città come una donna che nasconde la sua bellezza sotto un burqa, ma non sono più straniera, questa è la mia città, la conosco, e quei portoni non nascondono i cortili ma sono portoni e cortili insieme, un’unica costruzione, un unico corpo.
Il sorriso si disegna sul vetro della macchina mentre penso a queste ore trascorse con la mia città, io e lei a braccetto sotto il sole di maggio
.

PS: Su SB il giorno 11 di questo mese ho iniziato a scrivere dei post riguardanti il mio trasferimento a Brescia, esattamente  37 anni fa iniziai a lavorare e a vivere qui. Sto facendo una specie di I remember, insomma. Ed è per omaggiare questa città che pubblico questo vecchio post.

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Un bambino di docici anni, il giorno dopo la strage di Piazza della Loggia, si reca insieme a sua sorella pià grande, in piazza. E vive l’avvenimento come qualcosa di straordinario. Qualcosa che non dimenticherà mai.
Raccolsi la sua testimonianza nel trentennale della strage. Testimonianza che trasformai in monologo teatrale, che qui riporto.

Non pensavo ci potesse essere tanta gente, così tanta, tutta insieme.
Se guardo in basso le scarpe si confondono con altre scarpe e la strada non si riesce a vederla. Intorno a me corpi e corpi e ancora corpi che si spostano piano, si confondono  le facce e le teste, allora guardo più in alto e vedo bandiere, striscioni e pugni chiusi.
Vedo le bandiere sollevarsi nell’aria e gonfiarsi sulla testa di tutte queste persone di cui sento il calore e qualcosa d’altro che non so cosa sia.
E poi qualcuno si avvicina e mi tocca, rivolta le tasche, cerca qualcosa che non trova e io non ho paura.
Mia sorella dice che ho solo dodici anni.
Ma le mani continuano a toccare il mio corpo.
Non ho paura di quelle mani.
Che cercano qualcosa e non trovano niente e sono contente di non trovare niente.
Guardo le bandiere che si alzano sopra la mia testa e sono rosse le bandiere.
Rosse.
E gli striscioni che si allungano e mi sovrastano.
E io non lo so come, come è possibile che tutte queste persone possano e riescano a mettersi in fila e avviarsi verso la colonna.
Si avviano verso la colonna.
Silenziose col pugno chiuso.
Alzato sopra la spalla, sopra la testa.
Contro il cielo, verso la colonna.
Pugni e bandiere sulla mia testa.
Le bandiere come uccelli si alzano nell’aria.
I pugni chiusi e fermi contro il cielo, verso la colonna, uniti, uguali, potenti.
Le bandiere sono rosse.
I pugni sono tutti uguali.
Le bandiere sono rosse e i pugni sono alzati e sono tanti e sono tutti uguali e si sollevano vicino alla colonna che si è riempita di fiori colorati e alcuni sono bianchi e sono rose.
E non vorrei staccare gli occhi da tutta questa piazza e da tutta questa gente e da tutte queste bandiere ma mia sorella mi dice che bisogna andare.
E forse ha paura.
Mia sorella che di anni ne ha diciotto e ieri è tornata solo a sera a casa.
E io lo so che in questa piazza una bomba è scoppiata.
Ma non ho paura, le bandiere e le persone l’hanno occupata adesso.
Cammino insieme a mia sorella allontanandomi dalla piazza.
L’eco dei megafoni mi segue.
E lo so che sono morte delle persone, lo so, lo sento nel passo di mia sorella.
All’angolo, prima che tutto scompaia, mi giro verso la piazza, le bandiere, rosse, si alzano sulla folla, sventolano e so che ho vissuto oggi una giornata straordinaria.

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L’idea era quella di far rivivere il paese con piccoli ricordi legati a un luogo, una via di Calitri. Ognuno dei partecipanti doveva produrre un video di pochi minuti con la propria voce.
La mia proposta  destò un certo entusiasmo ma è rimasta tale, infatti a distanza di parecchi mesi non è arrivato alcun contributo, così ho pensato di iniziare io.
Chissà magari funziona da traino per altri calitrani!

Vorrei, con la voce di tutti, con i ricordi di tutti, riempiere di voci il mio paese, come una volta.

 

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IMG_3679Rovistando nei cassetti del mio computer ho trovato alcuni file di cui non mi ricordavo affatto, sono incipit dimenticati, inizi di storie mai sviluppate. Ne metto qui di seguito uno.

Non potendo guardare avanti si girò e guardò indietro.
La bambina leggeva ad alta voce. Leggeva una parola alla volta tenendo il rigo col dito. I capelli biondi nascondevano il viso. Erano lunghi, folti, vigorosi, ribelli.
Fuori la luce incendiava il giorno e si riversava nella stanza.
Era in controluce la bambina, se ne accorse quando ritirò le fotografie: una sagoma scura nella luce accecante.
Stava leggendo un libro che parlava di un anello, un anello che aveva il potere di trasformare tutto in cacca.
La bambina rideva quando l’anello trasformava montagne e diamanti in cacca.
Quale era il titolo del libro? E come andava a finire la storia?
Si aggrappò a queste domande per non affogare nella nostalgia della bambina.
La bambina leggeva una parola alla volta tenendo il rigo con il dito, il bambino si aggrappò alla sua veste, era una veste bianca di cotone con enormi fiori rossi, il bambino tirava, la bambina con una mano teneva il segno sul libro e con l’altra cercava di liberare la presa, poi il libro cadde per terra e loro due si rincorsero per la casa, urlando e ridendo insieme.
Il bambino aveva riccioli d’oro e mani paffute, la testa arrivava al gomito della bambina, e la guardava con aria di sfida, ma anche di invito.
La gatta si arrampicò sul mobile alto della sala.
I bambini la chiamarono.
Il libro per terra mostrava un disegno.
Che disegno c’era sul libro?
Si concentrò sul disegno per non affogare nella nostalgia dei bambini.
Quando schiacciò il pulsante il bambino si mise a correre così quando ritirò le fotografie vide che era soltanto una figura indistinta: “mossa – disse il fotografo – doveva usare la funzione movimento, vede questo segno che c’è sulla ghiera? E’ quello che si deve usare per i soggetti in movimento”.
Il bambino era sempre in movimento e lei dimenticava sempre quale era la funzione da selezionare sulla macchina.
Se ne ricordò soltanto una volta quando andarono alle giostre perché l’aveva impostata prima di uscire di casa: lì è tutto un movimento! Non avrebbe potuto scordare quel momento del ritiro delle foto quando il fotografo non disse niente, le consegnò la busta e basta. Una vittoria.
Uscì trionfante con le sue fotografie perfette dentro la borsa.

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Passati erano gli anni, altre primavere erano fiorite. Il Rione Terra era ancora disabitato.
E la terra incapace di stare ferma continuava il suo cammino.
La ragazza non aveva più la giacca a vento e il pilone se ne stava solitario davanti alla chiesa, si era sposata ed era andata ad abitare altrove.
Quando tornava  sentiva la terra tremare, il sismografo era una bottiglia di whisky poggiata sul tavolo e  il paese pian piano si svuotava.

Quarantamila persone evacuate in sette mesi. QUARANTAMILA.

Tra queste anche sua madre che ancora una volta aveva preso poche cose, si era chiusa la porta alle spalle e si era avviata verso Monteruscello dal figlio Angelo che aveva la casa di una cooperativa di lavoratori.
Quel quattro di ottobre lei non c’era, la raggiunse sul filo del telefono la notizia.

Dove lo hanno preso il colore queste immagini?
Dove, dove se tutto era scuro, se tutto era fango e pioggia e strade sterrate e case sconosciute?
E dov’è quella donna che camminava sotto la pioggia bussando casa per casa, chiedendo a tutti “Scusate conoscete dei puteolani che sono venuti ad abitare qui, sono un marito, una moglie, una figlia e una suocera”?
Quella donna si chiama Giovanna e nel 1983 abitava a Brescia insieme a suo marito.
Il telefono era il ponte che la collegava a Pozzuoli e una parola correva sul filo: bradisismo e con essa la preoccupazione.
Tornarono a Natale dell’83, avevano trovato tutti tranne la madre, tranne la sorella, il marito e la figlia che erano andati ad abitare a Baia Verde e non c’era nessun filo che li collegava.
Così si avviarono verso quel luogo.  Il cielo era scuro. Pioveva.

Scusate conoscete dei puteolani che sono venuti ad abitare qui  Ne sono arrivati tanti Sono un marito una moglie una figlia e una suocera  No non mi sembra provate  ‘ncòppa ‘a  llata  strata Come si chiama la strada Nun tene nòmme a strata signò nun tene manco ‘o nùmmero Come è possibile strade senza nomi case senza numeri  Scusate avete visto … Signò forse stanno  cchiù abbàscio Un labirinto di strade Scusate avete visto Ma dove andate con quest’acqua Entrate Asciugateve ‘nu poco site tutt bagnate Entrate Entrate No grazie dobbiamo trovare la mia  famiglia Da dove venite Da Monterusciello Allora forse avete visto a mio figlio, entrate entrate

Strade senza nomi
Case senza numeri
e questa pioggia
e questo mondo scuro
questo scuro scuro  mondo
Questo dolore
Questa perdita
Questa ricerca
Non finisce
Non finisce
Non finisce mai

Scusate avete visto..  Signò ccà sò tutte Puteolane  ccà sò tutte ssfrattate entrate entrate cómme site bagnate No, no dobbiamo trovarli Venite da Patria Sì siamo stati anche a Patria Allora forse…
No non li abbiamo visti Venite da Pianura Sì siamo stati anche a Pianura Allora avete visto

Altre persone si affacciano chiedendo Venite da Monterusciello,  da Patria, da  Pianura, da Toiano Tutti cercano notizie di qualcuno

Tutti dispersi
Tutti sparpagliati
Tutti sfrattati
Tutti raminghi

Na diaspora Signò chésta è na diaspora

Scuro
Scuro
Scuro

Tutta questa oscurità

E neanche una cosa chiara
neanche un  lenzuolo,
un fazzoletto,
un fiocco,
l’orlo bianco della veste

E poi alla fine li trovarono.

Era il 1° gennaio del 1984 e c’era il sole quando entrarono nella città deserta, faceva impressione Pozzuoli, senz’anima se ne stava silenzioso a guardare. Di fronte il mare.
“Il mare è il mare” pensò.
Le porte sigillate, le finestre chiuse, le cose trafugate.
Da una  finestra aperta arrivarono le note di una canzone. Sembrò un buon auspicio.
Torneranno disse lei
Torneranno rispose lui

Quando dopo tre anni tornarono a casa la trovarono svuotata: l’angolo magico era sparito.    

Quella donna ora è qui, a Pozzuoli, è una donna matura, ha i capelli bianchi, è seduta davanti a un computer e guarda  video, fotografie in bianco e nero e a colori, sfoglia vecchi giornali, mette in ordine le date, guarda fuori dal balcone, guarda  i bar, le pizzerie, i tavoli che invadono la strada, il traffico. Sospira. Torna con lo sguardo alla scrivania, prende un foglio, una penna e scrive:
“Il mondo non è più recuperabile, il mondo che non c’è più lo vivi oggi”.
Quella donna sono io.
Sono io Giovanna Buonanno.
Indosso un vestito rosso e ho uno spazio magico da reinventare. 

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Ecco il racconto che scrissi  sul bradissima a Pozzuoli vedi qui

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Cosa sono queste immagini in bianco e nero, questi uomini e queste donne che si muovono come fantasmi  tra vicoli scuri? Se non fosse per il bianco del materasso e il fiocco della bimba tutto sarebbe oscurità. Dove sono finiti i colori delle vesti, della pelle, del tufo? Dov’è tutto quell’oro che splendeva su Pozzuoli quando il sole gli baciava la fronte? E dove si è rintanata la musica di quella canzone che usciva dalla finestra quel giorno che tornasti in un paese fantasma, disabitato, a raccogliere brandelli di cose perché le cose tutte intere si erano smembrate? Trafugate da mani estranee avevano preso altre vie per poggiarsi su altre cose. E dove è quella ragazza che andava di casa in casa nel Rione Terra per essere vicina agli umili, agli ultimi, quella ragazza che aveva libri dappertutto, che studiava, che credeva, fermamente credeva, e voleva capire fino in fondo le cose, tutte le cose, affinché le cose stesse avessero la stessa identica luce di Pozzuoli quando stanca di giochi usciva dall’acqua e lo guardava? Dove è quella ragazza che non si era accorta  che la terra sotto i piedi si muoveva tanto era lieve il suo passo, tanto era della stessa natura della terra che da sempre si muove e con essa si muove il mare? Quella ragazza si chiama Giovanna, nel 1970  abitava in via Matteotti “Abbàscio Poerio”, frequentava l’università e faceva parte della FUCI. Quell’anno la primavera era arrivata come sempre incurante delle pene degli uomini, era soltanto all’inizio con boccioli chiusi e altri che iniziavano a schiudersi e dappertutto si respirava l’attesa.

“Avete visto che non c’è più acqua nel tempio di Serapide?”disse  lui una domenica di primavera, l’inizio della primavera,  a quelle parole ci pensò solo dopo, perché quando  furono pronunciate lei era altrove. Era con le persone del Rione Terra e in testa aveva soltanto un’idea: stare dalla parte degli ultimi e per questi ultimi costruire una scuola, perché è la scuola, il sapere, che stacca le persone da quel confine ultimo in cui vengono relegate, in quel confine in cui vengono circoscritte e bollate. Nel Rione Terra lei lo sapeva non ci stavano solo gli ultimi, ma questo era quello che tutti volevano che fosse, perché c’è sempre un posto in ogni luogo in cui si vuole porre un recinto per dire “lì ci sono gli ultimi e io sono con i primi”. Poi succede che quel posto lì, quello recintato in cui si è voluto rinchiudere l’ultimo, proprio quel posto, serve ai primi che ne scoprono la bellezza e la vogliono tutta per sé. La metropolitana avanzava sferragliando coprendo le risate e le conversazioni che pure erano vivaci e accese, lei se ne stava seduta con un libro in mano, il cappotto leggero aperto, lo sguardo che a tratti si sollevava dal libro e restava fermo tra il vetro e il fuggente paesaggio. Il titolo del libro era “Lettera ad una professoressa” Era lì il suo sguardo nella chiesa di San Celso dove c’era la sua scuola, quella scuola per cui tutti loro della FUCI avevano lottato affinché aprisse i battenti, affinché i bambini del Rione Terra potessero imparare a leggere, a contare. Era lì il suo futuro. E lei lo vedeva stagliarsi chiaro tra il vetro e il fuggente paesaggio. Alla fermata c’era lui ad aspettarla. Il tempo di un saluto e poi il mondo divenne un luogo sconosciuto. Militari armati, masserizie caricate su camion, camionette e macchine, uomini e donne carichi anch’essi di cose che riempivano la strada.

 Che succede Cosa è stato Dove stanno andando tutti questi uomini, tutte queste donne, tutti questi bambini, tutti questi fucili, tutte queste cose Materassi  Cuscini Lenzuola Catini Tutto questo rumore Queste urla Questi pianti L’ordinanza Il comune Lo sgombero E’ stata fatta un’ordinanza di sgombero del Rione Terra Immediato

“Avete visto che non c’è più acqua nel tempio di Serapide?”  sentì la frase farsi spazio con prepotenza dentro si sé e con essa il suo significato: la terra si alzava, la terra si muoveva  soprattutto a Rione Terra e ricordò il fervore, i titoli dei giornali, improvvisamente ricordò tutto ciò che era successo nelle settimane precedenti, tutto ciò che aveva visto e sentito ma non afferrato e  la parola bradisismo divenne una parola usuale come la parola mamma, come la parola padre, come la parola casa. Attraversando quel mondo nuovo e sconosciuto si avviò proprio lì, nella più usuale delle cose, si avviò verso casa, da sua madre. Il mare se ne stava come sempre oltre la spiaggia. “Il mare è il mare” pensò guardandolo. Con calma sua madre raccolse poche cose, l’indispensabile, e uscirono chiudendosi la porta alle spalle. Non ricorda se guardò il suo spazio magico, quello spazio dove c’era un altarino con una lucina sempre accesa e i santini dei morti di famiglia. Camminava nella confusione delle strade, tra i pianti dei bambini,  tra carriole cigolanti, in mezzo a quella folla sfollata in una giornata, tra quella marea palpitante e affranta, in mezzo a quel popolo che si riversava nei vicoli come fiume in piena.

Verso dove, con chi, perché Perché la terra si solleva Quale terra Quella sotto i piedi Non la sento la terra sotto i piedi, è la stessa terra di sempre, non trema, si sposta ma piano, la mia casa neanche una crepa Sì ma domani si aprirà,  la crepa si aprirà Ma io non la vedo la crepa, la crepa è qui in mezzo al petto Tanto la tua era una casa miserabile Ma era la mia, era la mia casa Sì adesso te ne daranno una nuova, una bella, una decorosa, dove non starete tutti ammassati A chi a noi? ci daranno una casa grande a noi???  una casa grande che dice chisto, ‘na branda dinto o Frullone forse, o into a ‘na tenda, chésta, sient’ a mme è na diaspora. 

Camminava allontanandosi dalla sua casa, dal suo vicolo, dal suo altarino, dal suo luogo magico. Camminava nella calma della madre in un inizio di primavera e non sentì la lama del coltello conficcarsi tra le costole, né si lasciò cadere preda della disperazione, era giovane, era forte, e aveva una volontà di ferro e sapeva parlare per questo rincorse a piedi o sui camion dei militari le persone che erano state evacuate dal Rione Terra.

Per questo salì sul pilone. La giacca a vento giallo canarino. Tutto il resto bianco Tutto il resto nero Salì sul pilone La voce forte Limpida Sicura “Non lasciamoci dividere, restiamo in contatto”.

Dal pilone alla sede del  Comune la sua voce cresceva Non lasciamoci dividere, restiamo in contatto. Vent’anni. Salire su un camion in mezzo ai militari, spostarsi dalle tende agli alberghi, dagli alberghi al Frullone, l’orrore, la pazzia, il Rione Terra vuoto. VUOTO.

questi vicoli senza passi, queste porte senza chiavi questi lampadari senza luce questi cortili senza risate senza canzoni, senza pianti senza bambini senza donne senza uomini senza crepe

Arrivavano tra le brande, tra i catini, tra cose sparse, portavano notizie di zie, nonni, cugini, amici.

Dove stanno Cosa fanno E la mia casa è ancora in piedi  Perché solo il Rione Terra  Esiste davvero il pericolo di crollo E il Vescovo è ancora lì E gli scavi continuano Quando torneremo?

Arrivavano, i nomi sulla bocca Questo sta qui Quello sta là Quell’altro ancora più sopra Arrivavano lei con la giacca a vento gialla  lui con le mani in tasca pronte a tirar fuori notizie. Se ne tornavano con i nomi in bocca, i fogli in tasca, le mappe, i percorsi.

Torneranno diceva lei, Torneranno rispondeva lui

Vent’anni, la primavera sbocciava rossa tra le crepe, sulle loro bocche umide d’amore.

Torneranno diceva lui

Torneranno credeva lei

La primavera che fiorisce sempre nonostante la follia degli uomini.

Torneranno

Non tornarono mai più.

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Giovanna ha un’intelligenza acuta, sopra la norma.
Possiede una cultura storico-letteraria ad ampio raggio.
Ha una memoria  tenace: ricorda nomi, date, vie con una minuzia di particolari incredibili.
E’ precisa, meticolosa su tutti i dettagli determinanti ai fini di un racconto, ma mai fa trapelare un giudizio, un suo stato d’animo, e i sentimenti che pure ci sono si nascondono tra le pieghe delle parole e sei tu che ascolti che devi trovare, scovare e portarli alla luce cercando di non tradire le sue intenzioni.
Giovanna dunque possiede tutte le qualità che a me mancano.
Eppure, invece di affilare la sua penna, una penna ironica e precisa, ogni tanto chiede a me di scrivere al posto suo.
Mi affidò la sua testimonianza sulla strage di piazza loggia per farne un monologo, poi il compito di scrivere sulle donne del risorgimento, per ultimo mi chiese di scrivere il racconto del bradisismo a Pozzuoli tramite la sua intervista.
La registrazione dell’intervista ha una durata di circa un’ora e trenta. Il mio racconto è di circa 5 pagine, considerati i molti spazi vuoti è di 4 pagine scarse.
Ho una capacità di sintesi incredibile?
No.
La riduzione è dovuta alla necessità dettata dalla forma: il racconto e dal fatto che altre 30 persone dovevano fare altrettanto. Il libro insomma non doveva essere un tomo tale da non poterlo tenere in mano.
Ora, dopo aver detto le differenze abissali tra me e Giovanna, la lunghezza della sua esposizione, la brevità in cui dovevo comprimerla, capirete la difficoltà che io ebbi nello scrivere il racconto. Tra l’altro, gli eventi raccontati era due: l’evacuazione del Rione Terra nel 1970 e l’evacuazione di tutta Pozzuoli nel 1983, di cui sinceramente non sapevo assolutamente NULLA, anche se, a dire il vero, tutto ciò era ininfluente data la precisione dell’intervista e un’abbondanza di materiali reperibili in rete, materiali che vanno dai filmati alle foto, ai testi.
Mi trovai di fronte a una montagna e io ero la formica che doveva conquistarne la vetta.
E mi chiedevo: ma perché mai ha affidato a me questo compito? E perché mai io ho pure accettato? La seconda domanda è retorica in quanto sapevo benissimo perché avevo accettato: Giovanna è un’amica. Punto.
Perciò per prima cosa mi dedicai all’informazione, con molta cura e estrema attenzione guardai tutti i video che riuscii a trovare, tutte le foto, ascoltai più volte la registrazione della sua intervista, assimilai cioè tutto ciò che la mia mente poteva assimilare. Studiai anche attentamente il territorio di Pozzuoli, poi scartai tutto. Accantonai tutto il materiale in un angolo e mi chiesi ancora una volta perché mai Giovanna mi avesse dato un tale incarico, “forse  Giovanna vuole che io porti alla luce ciò che ha celato: i sentimenti”, pensai.
Cosa molto difficile. Cercando di interpretare avrei potuto tradire tutto ciò che mi era stato raccontato.
D’altra parte – dissi a me stessa –  il racconto non è mai la realtà, è sempre e solo una parte di essa, una verità traslata da chi scrive”.
Ripenso sempre in questi casi alla pipa di Magritte.
Quantunque tu puoi dipingere/descrive una pipa nel modo più perfetto possibile quella pipa resterà sempre e solo una rappresentazione, mai una pipa vera, tant’è che non puoi fumarla. D’altra parte un racconto non può non prescindere da chi lo scrive, come una pipa, sia pure essa disegnata egregiamente, non sarà mai uguale a un’altra pipa disegnata altrettanto  egregiamente ma da un altro pittore, neanche se questa fosse la medesima pipa presa a modello.

Quindi – mi dissi –  Giovanna sa bene che non potrò mai disegnare la sua pipa come l’avrebbe disegnata lei, io cercherò di non scostarmi troppo dal suo mandato, ma non ho altra scelta che disegnare la mia pipa, cioè scrivere il mio racconto che narra la storia dei due episodi da lei vissuti”.

E qui, subito,  mi sovvenne il fatto che quei due episodi avevano coinvolto migliaia di persone, nel 1970 in una sola giornata fu evacuato il Rione Terra, centinaia di famiglia dovettero abbandonare le proprie case, le abitudini, le relazioni personali, tutto questo  in un solo giorno, presero ciò che poterono prendere e dovettero andarsene, tanti erano pescatori, molta povera gente, ma non solo, e nel 1983 furono evacuate 40.000 persone. 40.000!.
Non potevo di certo ignorare tale contesto.
Pensai che sì quello era il racconto di Giovanna, ma era anche quello di tutti i puteolani, e io mi sentivo in dovere di dare loro la voce.

Liberatami dalle pastoie che mi tenevano legata scrissi il primo pezzo relativo al 1970.
E feci subito uno sbaglio, scelsi una forma alquanto ostica, purtroppo, chi scrive lo sa, è difficile una volta iniziato  cambiare forma.
Tra l’altro collegare il primo pezzo al secondo con quella forma è stata un’impresa  complicata, anche perché erano passati 13 anni, tredici anni che fanno cambiare luoghi e persone, quindi per forza di cose anche il mio personaggio (Giovanna) era cambiato e io non potevo concedermi il lusso di farlo maturare con la scrittura, io avevo a disposizione poche pagine.
Così mi fermai per un po’ di tempo, lasciai il tutto a sedimentare.
E il tempo fece il suo corso e dal sedimento venne fuori la seconda parte.

E poi ci fu, come sempre accade, sia che chi ti deve pubblicare il racconto è una casa editrice o la persona che te lo ha commissionato, un carteggio tra me e Giovanna “Mah questa cosa qui, piuttosto che quella là non mi convince, ma questa parola sarebbe da cambiare”  e, forse, a volte, sono stata molto categorica, ma chi crede in quello che fa e per come lo fa ha il diritto di essere categorico, e io sono disposta a riflettere su ogni suggerimento ma poi decido, nel bene o nel male, di fare soltanto ciò che ritengo più opportuno per quel testo, per quella circostanza, ne spiego sempre i motivi, perché c’è sempre un perché quando si sceglie una parola al posto di un’altra, e le parole, Giovanna lo sa, sono importanti.
Ora “Lo spazio magico” (questo è il titolo del racconto) è stato pubblicato  e spero che sia piaciuto non solo a Giovanna ma anche ai puteolani.
A me ha permesso di conoscere dei fatti totalmente sconosciuti, di incontrare un  paese e riconoscerlo, di sentirlo vicino e vivo, attraverso le sue crepe si è infilata la mia anima: ora un poco questo posto è anche mio, mi appartiene in un certo senso.

PS: il racconto lo posterò nei prossimi giorni

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