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Archive for the ‘diario’ Category

Ore 17,00: cammino lentamente con mia madre per la solita passeggiata giornaliera. Non c’è un cane per strada, non un alito di vento, mia madre si lamenta del caldo, di questo vuoto, chiede dove sono andati tutti, ieri c’erano e oggi non c’è nessuno, inutile dirle che è domenica, magari sono andati a fare una gita fuori porta, ma qualsiasi risposta è inutile, dopo qualche minuto rifà la stessa domanda.

Improvvisamente sulla strada compare una persona, un uomo che saltellando ci viene incontro, ho quasi paura che nella foga, visto l’equilibrio precario di mia madre, la faccia cadere. La saluta e le stringe la mano calorosamente ed è talmente vicino che mia madre spinge la testa all’indietro insieme al bastone.

  • Io sono … vengo da … ti ricordi di me? E questa chi è tua nipote?   – chiede. Mia madre fa fatica a rispondere, gli ha detto troppo velocemente chi è e da dove viene, e poi la troppa vicinanza la infastidisce, è confusa, non sa cosa dire, allora rispondo io.

  • Sono sua figlia – dico laconica

  • Lucia? – dice – non ti avevo riconosciuta, sei molto cambiata. Non ti ricordi di me? –

  • No, dico, proprio non mi ricordo di te –

  • Eri piccola così – dice spingendo il palmo aperto della mano verso il basso.

  • Bè, non è che sono cresciuta poi molto, in che via abitavi? –

  • Nella tua via. –

  • Via Cipresso? – e nel dirlo spalanco gli occhi perché mi sembra impossibile, io ricordo tutti coloro che hanno abitato in quella via, è la via dove ho vissuto quando abitavo qui, ma di lui proprio non mi ricordo.

  • Ma no, – dice – in via … –

Mia madre sentendo la via improvvisamente e stranamente ricorda e mi dice:

  • La via dove sei nata tu –

  • Caspita! Avevo due anni quando abbiamo cambiato casa, come potrei mai ricordarti visto l’età che avevo! – dico rivolta al tipo.

  • Ma io ero più grande di te e mi ricordo. – Fa una pausa, mi guarda spalancando ancora di più gli occhi e continua – Hai scritto un libro, mi pare. – Potrei rispondergli semplicemente sì, invece lo guardo come per dire – Embè mo’ che vuoi? –  Lui ignorando completamente il mio sguardo continua:

  • Io invece ho scritto un capolavoro, sentirai parlare di me, lo sentirai, ho scritto un capolavoro, IO! Ho già tre contatti per la pubblicazione, ma devo finire di scriverlo, veramente, non lo scrivo io ma mia nipote sotto dettatura, sono 20 pagine, 20! Un capolavoro ti dico! Ah, sentirai parlare di me! –

Sono sconcertata, non dico assolutamente niente, vorrei soltanto che si togliesse dai piedi, è proprio davanti a me, un altro passo e mi pesta i piedi. Mia madre sbotta, lei fa fatica anche solo a seguire un discorso normale, di cose di tutti i giorni, i libri non hanno fatto mai parte del suo mondo, e potrei giurare che non sa il significato di capolavoro, e quasi vorrei ignorarlo anch’io, vorrei non aver mai scritto nessun libro, vorrei che nessuno mi scocciasse con questa storia di chiederti del tuo libro solo per dirti che loro ne hanno uno nella testa. Negli anni tutti quelli che scrivono, anche me stessa quindi, mi sono venuti a gran noia. Tutto questo narcisismo mi infastidisce.

  • Insomma, basta! Io sono stanca, devo sedermi, non posso stare qui ad ascoltare tutte queste ciance – dice mia madre arrabbiata.

Io non dico niente, lui si sposta e allontanandosi continua a dire: – Sentirai parlare di me, lo sentirai, ho scritto un capolavoro! IO! –

E allora mi viene da ridere, e rido.

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09/04

Si siede al tavolo con noi, racconta della passeggiata di ieri sera insieme alla sua amica per vicoli deserti, camminavano chiacchierando quando una coppia di topi ha attraversato la strada.

– Oramai sono loro gli abitanti di questi vicoli e di queste case vuote – dice.

Vado da Canio a comprare il cacioricotta, passo sotto l’arco degli zingari e incontro una donna della mia età, viveva qui, io poco distante, c’è stato un tempo che ci frequentavamo.

Mi saluta, le chiedo di sua madre, suo padre è morto da tempo.

Dice che sua madre non si alza dal letto da qualche anno e non parla più, i suoi figli vivono al nord e non può neanche andare a trovarli perchè sua madre ha paura quando vede altre persone, si lascia accudire solo da lei.

– Ha il terrore negli occhi quando si avvicina al letto un’altra persona, solo di me non ha paura, come potrei lasciarla? –

Poi apre la grotta, si guarda in giro

– Vedi non è rimasto più nessuno, te lo ricordi questo vicolo? Era pieno di persone, ora c’è solo qualche vecchio, ma è così dappertutto, soprattutto nella parte vecchia del paese, oramai questo paese sta morendo, i giovani se ne vanno, d’altra parte qui non c’è lavoro, siamo rimasti solo noi con i genitori da accudire. –

Sospira.

In quel sospiro si legge l’amarezza, il senso di impotenza, la tristezza del tempo che è passato e non ha portato niente di buono. Pare che con quel sospiro dica: 

“Non è così che l’avevamo immaginato il futuro” .

Sospira e aggiunge:

– Che vita è quella di mia madre allettata da tempo, con tutta quella paura addosso e quel mutismo che mi spezza il cuore? –

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08/04

Sveglia alle sette.

Oggi hanno deciso che deve essere il giorno delle docce.

Prima mia madre.

Fare la doccia a mia madre è un’impresa ardua.

L’acqua è troppo calda, troppo fredda, troppo forte il getto, stai attenta agli occhi, oh come brucia questo shampoo, maronna mia cum aggia fa!

L’acqua scorre.

Lei si lamenta.

Era una donna forte, mia madre.

Una bersagliera.

Dove sei madre?

Nascosta in questo corpo maltrattato dagli anni non riesco a ritrovarti.

Ora tu sei la figlia e io la madre.

Fragile e indifesa, preda dei fantasmi e di quel groviglio di pensieri che in questo presente non trovano sponde.

A mio padre non piace niente di quello che compro, ogni alimento deve essere acquistato nella sua solita bottega, la carne dalla macelleria calitrana, la verdura al mercato: solo scarola riccia, la ricotta da Canio, caffè lilly al bar jolly con i punti, però poi mangia tutto.

Mangiano entrambi troppo. Promettono di mettersi a dieta. Intanto ci sono dolci in sala, in cucina, nello sgabuzzino. “Basta dolci!” Dico.

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06/04/19

La mattina è sempre un gran guazzabuglio, un’agitazione che rasenta l’isteria, è come se si dovessero preparare per un viaggio, un lungo viaggio verso il giorno che ha spalancato le porte con i minuti contati, come se i minuti correndo troppo veloci li facciano arrivare in ritardo alla stazione del giorno e, quindi, non possono più partire. Tra letto da riordinare, facce da lavare, orari inflessibili per assumere le medicine e colazioni diversificate, con un rituale che non si può spezzare neanche appoggiando un cucchiaino fuori posto, tutto deve essere fatto nello stesso momento e identica precisione di ogni giorno e tu figlia che vieni ogni due o tre mesi non puoi con il tuo stupido cucchiaino infrangerne il rituale.

Non puoi e non devi.

Passeggiata pomeridiana.

Oggi mia madre è  inflessibile: mio padre deve accompagnarci. Tutti e tre ci  avviamo passettino dopo passettino per la passeggiata. Oggi non ricorda più tizio o caio, oggi qualsiasi persona le torna in mente chiede “Ma è morta?” Guarda le porte chiuse di cui oggi non ricorda chi l’avesse o l’abita ancora e ripete “Forse è morta, è sicuramente morta”.

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05/04/19

Il cielo è blu.

Non ho visto altri cieli che hanno un colore come questo. Il mondo che qui puoi guardare è talmente vasto che quasi ti perdi, lo sguardo è talmente lungo e largo che ti chiedi se hai improvvisamente recuperato due o tre diottrie che avevi perso negli anni.

Il blu del cielo, l’oro del tufo e tu che guardi e pensi: perchè non ho portato la macchina fotografica? Mi devo accontentare della scarsa qualità del cellulare. Ma in fondo cosa importa il blu e l’oro sono dentro di me. Ci sono nata nel tufo, ci sono cresciuta nel blu.

Guardo in alto perché in terra non voglio vedere l’erba che cresce, il muschio, le porte serrate, le vie deserte, i cani sciolti. L’abbandono.

Dopo quasi due anni mia madre è uscita di casa e fa piccoli passi come un passero. A ogni passo dice “Qui abitava tizio, lì caio e sempronio, ora sono tutti morti”.

A ogni lentissimo passo ripete la cantilena ma guarda tutto con uno sguardo vorace, pare voglia infilarsi tra le fessure delle porte chiuse o raggiungere l’orizzonte dei campi coltivati. Ricorda i nomi di tizio caio e sempronio ma poi non riconosce nessuna delle persone che incontra, li guarda con quello sguardo che dice: “Ma questo chi è, da dove viene?” e magari è il suo vicino di casa o il tizio e sempronio che prima aveva nominato. Ma è felice perché si sente chiamare, perché gli altri la riconoscono.

Ci sediamo al sole.

E’ contenta.

Mio padre torna a casa con un vassoio enorme di paste, è il suo onomastico, “Siamo solo in quattro! – dico – non possiamo mangiarle tutte!” “ Non ti preoccupare domani a colazione non ce ne saranno più”.

E poi aspetta l’uomo del vino.

Sta lì, in piedi sulla soglia, per un’ora ad aspettare, inutile chiamarlo, dirgli che tanto quando quello arriva suona il campanello, lui sta lì e aspetta l’uomo del vino.

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La giornata è bella.

Non solo perché il sole illumina le cose.

Tutti gli esseri viventi sono in attesa.

Gli alberi, per dire, hanno già dei bozzoli pronti a fiorire, alcuni si sono portati avanti come il pesco del vicino che da un giorno all’altro si è riempito di fiori e tu ti chiedi quando sono sbocciati, ieri non c’erano. Anche il prato qua e là è punteggiato di giallo e di blu e la grossa quercia ha finalmente finito di seminare foglie secche che per tutto l’inverno hanno invaso il giardino, la strada e l’ingresso della casa: ho raccolto foglie dall’autunno scorso.

Ma quante foglie ha una quercia?

Sembravano non finire mai quelle foglie, poi improvvisamente non ne è rimasta neanche una e ora i rami hanno dei piccolissimi bozzi.

Così è successo anche agli alberi del boschetto, certo nel camminare mentre porto a spasso il cane le foglie secche scricchiolano sotto i piedi e ricoprono tutta la superficie eppure qua e là dei fili d’erba e piccolissime violette spuntano, si fanno largo, pretendono di avere il loro spazio e la loro luce, di sicuro non amano  piedi che le calpestano, anche se si cerca di stare attenti non sempre si riesce ad evitarle, e non amano il cane che ostinatamente continua a spruzzare il suo liquido puzzolente nel tentativo inutile e caparbio di segnare il territorio, di dire Questo è mio! in un posto dove ci sono tanti altri cani a fare lo stesso inutile tentativo.

Sono stupidi i cani, mica come i gatti, i gatti sì che sono padroni del proprio territorio e non aspettano che il padrone metta loro un guinzaglio e li porti a spasso. I gatti vanno dove vogliono, il mio per dire a volte se ne sta fuori di casa per mesi, poi torna, si rifocilla, si rimette in forze e riparte. Il cane senza il padrone muore, sente la solitudine, ha bisogno del collare, di scodinzolare, di abbaiare, di seguirti passo passo e se lo lasci da solo allora distrugge ciò che gli capita a tiro.

Il mio, per dire, quando tu esci ed è solo in casa se trova una coperta, un maglione, qualsiasi cosa lasciata incautamente alla sua portata la morde e la distrugge con una furia, una rabbia di solitudine che non trova consolazione.

Con un cane in casa non puoi dire oggi non esco perché non ho voglia di fare quattro passi in quartiere, questo quartiere anonimo di periferia anonima fatta di case anonime, senza storia, senza una piazza, senza persone che camminano, solo macchine e porte chiuse e persone che portano a spasso i cani da cui sto alla larga perché il mio cane è un attaccabrighe, se un cane piccolo gli abbaia contro è capace di azzannarlo, di mangiarselo in un solo boccone, tanto gli fa rabbia quell’abbaiare insistente di quell’essere minuscolo, e se incrocia un altro cane della sua stessa taglia o anche più grande ma che gli sta antipatico e di cui sente l’odore da lontano, diventa una furia scatenata: è capace di fare una lotta anche impari, anche a costo di farsi molto male avventandosi contro e digrignando i denti.  Cerca di azzannare l’altro cane dritto alla gola.

E’ una forza della natura quando si arrabbia e io non riesco a tenerlo fermo col guinzaglio e a volte mi trascina, a volte mi fa cadere, così quando lo porto a spasso devo stare all’erta e tenermi lontana dagli altri cani.

Io questo cane non lo volevo, ma mio marito era così triste senza cane, sono dovuta scendere a un compromesso: o tenere un cane o tenere la tristezza di mio marito, d’altra parte la vita è tutto un compromesso, non puoi sfuggirgli se vuoi vivere.

Così prendemmo questo cane, io non so se ne sono affezionata, di certo lo accarezzo poco, ma occupa molto spazio nelle mie preoccupazioni quotidiane. Sono attenta a tutto ciò che lo riguarda: se mangia tanto o poco, se beve abbastanza, se esce abbastanza e mi preoccupo della sua salute perciò quando fumo lo scaccio dalla stanza in cui mi trovo, non vorrei che il fumo passivo lo facesse ammalare.

Non sono gentile quando lo scaccio fuori della stanza questo no, però mi preoccupo.

E quando esco per commissioni o altro dove il cane non può venire mi preoccupo se faccio tardi perché il cane poverino è da solo. Ed è una tragedia (esagerando ma non troppo) andare in ferie, a chi lo lasci? E poi: si sentirà abbandonato?

Io non lo volevo questo cane e non so se ne sono affezionata però mi condiziona la vita e io condiziono la sua.

E mi tocca portarlo a spasso.

Mi tocca stare attenta, evitare ogni altro cane e ogni padrone di altro cane.

Non sempre è possibile e non tutti i cani danno fastidio al mio cane così ogni tanto incontro questi altri cani che non danno fastidio con i loro padroni che ricordano il nome del mio cane e anche il mio e io mi vergogno perché non ricordo mai i nomi dei cani né quello dei padroni.

A me non interessano gli altri cani, infatti non li accarezzo mai, anzi di alcuni di questi cani ho persino paura, invece gli altri padroni accarezzano il mio e si ricordano di tutto ciò che lo riguarda.

Ieri, per dire, la mia vicina, che vedo sì e no tre volte l’anno, mi ha detto Ma è dimagrito? Io ho frainteso e ho detto Ma no, anzi, sono ingrassata e lei con un tono tra il meravigliato e un certo non so che di astioso, quasi piccata ecco, ha risposto che lei si riferiva al cane non alla padrona, come per dire Figurati se guardavo te!

Camminando col cane ho poi incontrato una signora che non vedevo da tempo, e lei mi dice Ma è ancora vivo? E io rispondo Chi? Il cane – risponde – pensavo fosse morto da tempo! E io quasi mi arrabbio e dico Perché doveva essere morto il mio cane? Non è vecchio né malato, Ero convinta che fosse morto.

Nel vederla da lontano mi ero avvicinata contenta per salutarla, per sapere come stava lei e la sua famiglia, la ricordavo come una persona simpatica, di piacevole compagnia. Ti saluto – ho detto – ho una certa fretta.  

Non avevo fretta per niente.

Così ho allungato il passo, ho abbandonato la strada e mi sono infilata nel boschetto.

Non c’erano lì altri cani  né padroni.

Il mio cane ha cominciato a scodinzolare, ad annusare e a innaffiare erba e foglie secche.

In mezzo alle piante con i loro piccoli bozzi ancora serrati ho sentito che la primavera stava arrivando, che tra poco sarebbe scoppiata in un tripudio di foglie tenere e verdi. E anch’io come gli alberi mi sono messa in attesa.

E come il mio cane ero felice di avere uno spazio tutto per me senza altri simili con cui condividerlo.

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E’ una bellissima storia questa, soprattutto mi è piaciuta per l’assenza della forma, non disegni di bambini e adulti, ma macchie, ognuno può immaginare attraverso di esse la forma che più gli aggrada, ognuno può vedere attraverso queste macchie soltanto l’essenza del gioco, dell’amicizia, dell’amore che trasforma tutti in esseri migliori.

I bambini non hanno bisogno di forme perfette e replicanti di uomini e donne. Ai bambini bastano delle macchie di colore per immaginare il mondo. Un mondo migliore di quello in cui oggi, soprattutto oggi, ci troviamo a vivere, dove gli esseri umani alzano muri, separano bambini dai genitori o li lasciano affogare nel mare insieme alle madri, ai padri, ai fratelli, soltanto perchè hanno un colore diverso di pelle, soltanto perchè sono poveri e per questo diversi.

Questo video è per quegli adulti che non credono nella mescolanza, che non sanno che questa fa nascere nuovi colori, che la vita e il mondo sarebbe un posto migliore se soltanto fossimo in grado di lasciare le nostre forme perfette trasformandoci in macchie di colori.

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