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A spasso col cane

Ogni mattina, poco prima delle sette, la incontro, ha un pastore tedesco, una femmina di un anno circa, molto giocosa, che la tira e la fa sbandare da tutte le parti, porta un fagotto di vestiti, scarponi e un giaccone multitasche da cacciatore, nella mano libera un fascio di fogli A4 con alcune righe evidenziate in giallo che brillano sotto la luce dei lampioni. A volte insieme ai fogli stringe pure il cellulare e io mi chiedo come faccia a non farli cadere col cane che corre e la trascina.

All’imbrunire la incontro nel suo solito fagotto di vestiti, non si riesce a contare quante maglie sono sovrapposte le une alle altre, e sopra a tutte queste maglie il giubbotto da cacciatore e ora, che inizia a far freddo la sera, ma anche la mattina, porta una pesante sciarpa arrotolata in più giri attorno al collo, in una mano il guinzaglio e nell’altra il cellulare e i fogli A4 con delle righe evidenziate in giallo, e io mi chiedo come faccia e leggere con questa poca luce e con il cane che tira da tutte le parti.

Chissà cosa pensa di me lei che mi incontra tutte le mattine prima delle sette e tutte le sere quando già è l’ora dei lampioni mentre porto a spasso il cane che corre e mi trascina.

Cosa pensa di me che stento a tenere il passo al mio cane, che incurante mi strattona ora avanti, ora indietro, ora di lato…

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Mi soffermo a guardare il lago Tano, un posto (s)conosciuto, in cui nacque Makeba, personaggio importante del mio romanzo “Madonne di strada” la cui stesura fu frutto di molte letture riguardanti l’Etiopia e in particolare appunto del lago Tana. Ed è strano come un posto mai visto possa essere così familiare, tanto da suscitare ricordi ed emozioni, un luogo dell’animo in cui nacque un personaggio che mi fece scoprire un pezzo di mondo così lontano e così bello, tanto che la visione mi porta un senso di nostalgia e rimpianto.

Sono a una mostra fotografica sull’Etiopia, ci sono tre vescovi che raccontano la loro esperienza sul campo. L’incontro è patrocinato dall’associazione Amare, un’associazione nata tra genitori che hanno adottato figli etiopi e che opera sul territorio con piccoli interventi di grande utilità, cliccando qui potete leggerne le finalità e i  progetti.

I vescovi sono due italiani e uno etiope, sono simpatici, cordiali, ironici. Parlano della situazione attuale e di quella passata, raccontano il loro impegno e ciò che hanno fatto. Parlano da cristiani che si portano appresso il Cristo, magari nascosto in tasca quando si avventurano in posti poco sicuri. Uno di loro conclude dicendo: ora sono in pensione e me ne sto in una casa in campagna, non opero più ma io ci sono, sto lì per dire, eccomi io sono qui. Mi colpiscono le parole io sono qui. Rifletto sul significato profondo dell’esserci come testimone, come portatore di una fede. Chiunque di noi dovrebbe dire: ecco io ci sono e sono qui, col mio corpo, con la mia mente, ci sono e testimonio la bellezza o la conoscenza di una cosa, o la realtà del momento, o l’espressione di un’idea, di un credo.

E poi mi chiedo perchè debbano portare questa loro fede nel mondo cercando adepti, quando anche lì, come altrove, ci sono tanti culti, tante religioni, quale è il senso di questa volontà di trasmettere la propria fede?

Quale è il senso profondo di quel dire: io sono qui?

E nel mentre mi sovviene Che Guevara, di cui, giorni fa, ne approfondivo la figura leggendo alcuni testi in rete, il Che che voleva portare anche in Congo la sua idea di mondo, il suo essere comunista, anche lui portatore di una fede anche se non in un dio, ma in una idea. Che poi “forse” è la stessa cosa. Idea, fede.

Mentre i miei pensieri seguono strani sentieri mi arrivano le parole: è attorno a un’idea che si riuniscono le persone, che si fa comunità a parlare è uno dei tre vescovi, il più anziano, minuto, con due occhi vispi e con una voce e una cadenza che trovo conosciuta, anche se ora non so a chi appartiene e perchè la trovi così familiare. Lo guardo, osservo anche gli altri due: non hanno paramenti vistosi, classici, di quelli insomma che siamo abituati a vedere in un vescovo, sono vestiti di nero, con un colletto bianco appena visibile, soltanto quello in mezzo porta sul petto un crocifisso di metallo bianco, grosso e pesante, che si adagia e a volte si agita sul grosso ventre.

Attorno a un’idea si riuniscono le persone” E allora mi dico che se questa idea è un’idea di pace, di rispetto, allora è sicuramente un’idea condivisibile e poco importa se a questa idea diamo il nome di Cristo o di Maometto, o di Comunismo. Se questa idea portà in sé e raccoglie in sé un sentimento di bene comune, di rispetto e di pace, se questa idea serve a rendere la vita meno difficile alle persone che vivono in miseria, in povertà, se questa idea serve a renderci liberi nel pensiero e nella scelta del proprio modo di essere ben venga l’idea.

L’incontro è finito, le persone a gruppetti commentano, chiedono, parlano. Noi tre ci incamminiamo in questa sera ancora calda, in questo settembre che sta per finire, ed è bello camminare insieme e insieme sedersi al tavolo del bar e parlare fino a notte inoltrata, dell’iosonoqui, delle donne, del microcredito, delle strade di Addis Abeba, del lago Tano, delle dighe che si stanno costruendo e che nessuna di noi vorrebbe, che tutte e tre abbiamo dei dubbi, delle perplessità, del fatto che la vita è difficile, che non si sa mai quale è la scelta giusta, quale la strada da intraprende, che spesso si sbaglia, tante volte si soffre, e a volte si è anche felici di condividere i propri pensieri sedute al tavolo di un bar.

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Mai portato tanta roba per le vacanze. D’altra parte è la prima volta. Sarò la madre della sposa e lui il padre. Ed è da tempo che ci stiamo preparando a questo ruolo. Siamo contenti, agitati, soprattutto ansiosi.

Il viaggio è lungo come l’attesa.

E poi sono due mesi che non vediamo il nostro nipotino, sarà cresciuto, ci riconoscerà? Ha solo due anni. Un amore di bambino.

Quando arriviamo ci guarda sorpreso, ha uno sguardo interrogativo, ma subito sorride.

Forse è frastornato da tutti questi nonni.

I miei genitori, noi, i genitori di suo padre, i genitori di mio marito. Dobbiamo trovare un mezzo per non confonderlo. Lo trova da solo. Mio marito mi chiama per nome, lui lo ripete, si sente che gli piace, così comincio ad essere nonna lucia.

La festa dei 40 anni dal diploma

Entrando nella sala provo un senso di malinconia, siamo una decina soltanto, guardo la foto appesa al muro che ritrae la nostra classe nel giorno della festa, detta Mac pì , e penso che tre di noi non ci sono più.

Poi ci avviciniamo alla fotografia, e come nel film, l’attimo fuggente, guardando i ragazzi e le ragazze ritratti nella foto, mi pare di sentirne le voci. I commenti si accavallano, si intersecano, si mischiano, è un vocio sommesso, che diventa gaio, poi Marilena legge la poesia e tutto si anima, soprattutto i ricordi. Ed è strano come ognuno di noi ricordi dei fatti che gli altri non ricordano, c’è uno scambio di ricordi, e ci sono quelli condivisi e c’è il ballo. Così balliamo. Anche la quadriglia. Ci divertiamo come matti o come i ragazzi che siamo stati. E’ bello ritrovarsi dopo quarant’anni. Lavare i piatti insieme, sciacquare i bicchieri, parlare. I figli, i mariti/mogli, il lavoro. E’ come se il tempo presente si fosse agganciato al passato in un abbraccio stretto, annientando i quaranta che stanno nel mezzo.

Ho avuto dei compagni/e magnifici.

E’ bello ritrovarsi.

Nel mezzo sta lo sponz

il mio nipotino lo coglie in piazza, è lui a vederlo per prima, lui a farmelo notare: si ferma, guarda, sorride – belloooo! – dice guardando le ruote che sono fiorite nella piazza, le guardo anch’io e mi accorgo solo ora di tutto il lavoriio, del graffite sul muro, della barca sulla piazza, del fotografo sul corso che ha una vecchia macchina fotografica, infila la testa sotto la pezzuola e poi scatta fotografie che andranno poi a ricoprire le porte delle case “appese” dal 1980, dal giorno del terremoto, alzando lo sguardo vedo le luci all’interno, dentro le case crepate, mai più abitate, con quelle luci pare si voglia cancellare il disastro, o forse sono solo una speranza di rinascita.

Incontro mia cugina che ha sempre abitato qui a Calitri e non ha mai visto Borgo Castello, – Non è possibile dico che tu non lo abbia visitato! Ci devi venire, ora! – Così andiamo. La salita taglia le gambe ma lo spettacolo ricompensa la fatica.

Lo sponz ci circonda con tutte le installazioni e tutte queste persone che girano nei vicoli.

E’ una rinascita!

Una luna nuova che sta crescendo.

Lui vede la luna nel cielo – la lunaaa!!! Viene nella notte – dice. E io lo guardo questo bambino così piccolo, due anni appena, che guarda la bellezza delle cose con una gioia negli occhi che riempie il mio cuore di nonna.

La serenata

All’insegna della tradizione calitrana si prepara la serenata per la sposa.

I preparativi fervono. Si apparecchiano i tavoli nel vicolo, pane, salame, formaggio, pizze, pizzette.

Dolci di ogni tipo.

La futura sposa è all’oscuro di tutto, portata via con una scusa.

Arrivano i suonatori, si attende il segnale.

La casa nasce in una via e sbuca in un’altra via, è come una scala, ogni piolo una stanza, partendo dal vicolo in basso la scaliamo per giungere a quello in alto. Il futuro sposo prende il mazzo di fiori e ci precede. Siamo una quarantina, il vicolo è stretto, lo occupiamo tutto. Arriviamo davanti al ristorante, mia figlia è lì,  esce e parte la musica, il futuro sposo inizia a cantare una canzone d’amore, la sorpresa è dipinta sul volto di mio nipote, tutti cantano, i suonatori suonano, e il corteo ritorna indietro attraversa la casa e scende nel vicolo sottostante.

Si balla fino a notte fonda.

Si cantano i sonetti calitrani, si ride, si scherza.

E’ calda la notte.

La casa dorme quando torniamo, mi coglie la tristezza per i miei genitori che non hanno potuto partecipare alla festa, potevano forse, dovevo insistere di più, forse.

Il matrimonio

Mi alzo alle cinque. L’alba non è ancora sorta. Mia figlia è sulla soglia, ha una sottoveste bianca, le rose di carta sono sulle scale, sul tavolo apparecchiato. L’estetista è in ritardo. Vorrei dirle qualcosa. Cosa si dice a ua figlia prima di sposarsi?

Ieri ci pensavo e anche l’altro ieri, e anche prima.

Mi veniva in mente soltanto una frase: tu pensa ad essere felice che al resto ci pensiamo noi, io e tuo padre. E stavo per dirla quando, affaticata, l’estetista con una valigia pesante, è arrivata. Mi ha truccato lamentandosi della luce – ci vorrebbe quella naturale, non questo neon! – il balcone è spalancato, ma c’è soltanto un lieve chiarore. Ha truccato prima me. E’ strano affidare la propria faccia a una sconosciuta che può farne quello che vuole!

Poi sulla sedia si siede mia figlia e l’alba sorge.

Il sole si riflettesui vetri, è uno splendore questa luce, questa casa, questa mia figlia che si sta per sposare! Devo scappare, alle 7.30 ho l’appuntamento dal parrucchiere, alle otto devo essere in pasticceria, alle 8 e …. sono un tantino stressata, e mio marito aumenta il mio stress, non gli piace il trucco, – mi dispiace – dico ma adesso me lo tengo, non ho tutto questo tempo per disfare le cose fatte.

Per fortuna che c’è mia cognata che mi tira su il morale. Mi aiuta a vestire i miei genitori. E’ come una sorella per me.

E poi arrivano tutti, mio fratello, le mie nipoti venute da lontano, mio figlio e la fidanzata, ed è già ora di andare e c’è la salita, dura, con i tacchi alti, ci vuole equilibrio, e c’è un sole che spacca le pietre e mio marito che tiene al braccio la sposa, c’è la musica, tutti gli invitati, bellissimo posto per sposarsi, difficile da raggiungere, è così la vita mi dico, difficile eppure a volte incredibilmente bella, come gli sposi oggi.

E poi c’è il lancio del riso e lui piccolino come è non capisce perchè buttano il riso addosso a sua madre e scoppia in un pianto disperato, e toglie il riso dal capo della sposa, da sua madre. Gli diamo un pacco di riso per giocare e lui gioca e si dimentica.

E’ bello ritrovare qui tre mie compagne di scuola, mi commuovono, mi rincuorano, mi alleviano la tensione.

Sui tavoli del ristorante fanno bella mostra di sé le rose di carta che mia figlia ha confezionato. Sono orgogliosa di cosa ha fatto, come lo ha fatto, è bellissima, oggi.

E poi ci sono i miei cugini, sono tanti, balliamo, ci divertiamo, ci sono i miei zii, ballo anche per loro, in ricordo dei matrimoni passati, ballo anche per chi non c’è più. Li ricordo nei passi, dentro le note.

E alla fine mi sono distratta.

Non dovevo.

Ho cercato di rimediare.

Non puoi capire tutto mi dico e il pensiero mi consola.

La notte è scesa e si continua a ballare.

Guardo i miei figli.

Guardo mio nipote in braccio a mio marito.

Sono contenta.

Respiro.

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   dscf0930  La luce cade di traverso su via Musei e  resta sospesa sui tetti. Chiuse nei loro portoni le case non lasciano respiro alla strada, addossandosi nel fondo di una curva fanno muro ai miei occhi.dscf1013

Vicoli come feritoie creano correnti d’aria e di luce. In questa domenica mattina di maggio è deserta di uomini e macchine la via. Il portone del museo Santa Giulia ha ancora i colori di Van Gogh e Gougain.

Dopo la curva la luce mi cade addosso prepotente, le case lasciano spazio da un lato al tempio Capitolino, dall’altro alla piazza del Foro, la luce gialla cadendo dal tempio si allunga nel cono d’ombra della piazza.

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Pare di essere in un altro posto e in un altro tempo.

Pochi metri e la strada riprende le sembianze di prima: portoni grossi, chiusi e case addossate le une alle altre per fermare la luce.

Incrociare via Mazzini è come lasciarsi alle spalle un mondo, l’antico sparisce nel nuovo, ma via Musei non si arrende, l’oltrepassa per giungere al cuore della città, per morire appena dopo la piazzetta Tito Speri dove s’innesta con la ripida salita della contrada S. Urbano che porta al castello. La piazzetta è oscurata da ombrelli e tavoli,  non si sente il cinguettio degli uccelli, che pure ci sono, coperto dal ciarlare di tutte queste persone sedute ai tavoli e che hanno negli occhi soltanto il riflesso della tazza. Sorrido guardandoli: non ci sono occhi, soltanto occhiali neri e la tazza riflettendosi in essi assume forme strane e cangianti.
Oltre la statua i gerani incendiano la luce di rosso.

Affretto il passo costretto contro il muro da altri tavoli e da biciclette che passano veloci, imbocco l’antro oscuro che si fa strada tra le case e giro a sinistra ansiosa di trovare e guardare la mia piazza: la luce qui cade da tutte le parti e si riflette nell’oro dell’orologio.dscf0938

Mi porto al centro: mi piacerebbe avere occhi tutti intorno alla testa per abbracciarla con lo sguardo.

Questa piazza dalla ferita profonda mai rimarginata.

Gli occhi privi di lenti scure lacrimano.

Giro le spalle all’orologio per guardare la loggia col suo tetto tondo e bianco, rimessa a nuovo da poco, il marmo bianco acceca.dscf0940

I tavoli anche qui stanno rubando al passo la gioia di sfiorare la pietra.

Improvviso si affaccia un ricordo, veloce torno indietro, riattraverso l’antro oscuro e giro a sinistra: nascosto e stipato tra due muri “il trullo”, tagliato a metà dalla luce, mostra linee tonde trapunte di rossi mattoni.dscf1015

La musica di un violino si leva nell’aria, la ragazza pulisce i tavoli vuoti, ha capelli neri e occhi profondi, guarda la strada e pare che veda altro, seguendo la linea del suo sguardo mi trovo davanti la lama tagliente di un muro, finestre si girano verso la luce cercando calore.

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La malinconia mi segue sulle note del violino mentre imbocco il vicolo  e sbuco dentro piazza Paolo VI, guardo i gradini cercando l’impronta dei miei vent’anni.

Un ragazzo è seduto proprio lì dove c’è la mia impronta, ha la pelle scura, e lo stesso mio sguardo di allora.dscf0951

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Dietro l’imponenza del Duomo Nuovo si nasconde il Duomo Vecchio come a proteggere la propria pietra dal fuoco del sole e conservarla ancora e per sempre nei secoli dei secoli.

Imbocco via Trieste e sbuco di nuovo in via Mazzini e mi avvio verso i portici, sono quasi deserti, oggi le serrande dei negozi sono tutte abbassate.

Seguendo i portici all’angolo a destra si intravede piazza Loggia davanti a me corso Palestro: pittori espongono i loro quadri, ragazzi neri la loro mercanzia.

Salgo i gradini che mi portano in una piazza mercato deserta, la luce cade ovunque, lo spazio si dilata e potrebbe inghiottirmi se non fosse per quella panchina posta a lato della piazza che allunga l’ombra sulla pietra fornendo l’ancora a cui aggrapparmi.

Allunga l’ombra in righe verticali e fa tutt’uno col suo corpo, seduto mostra spalle ricurve e testa abbandonata sul petto, capelli bianchi e coppola in un meraviglioso equilibrio, orecchio grande e rosso: pare l’orecchio del mondo.dscf0980

Proseguendo giungerei in P.zza Vittoria,  ma  torno in corso Palestro, imbocco vicolo del Carro e mi trovo in contrada Soncin Rotto, aspetto davanti a un enorme portone grigio, aspetto paziente fino a quando si apre e come una ladra entro dentro veloce, fotografo e guardo il cortile. dscf0909

E’ tardi, a casa qualcuno mi aspetta.

Ritorno in corso Palestro, attraverso P.zza Vittoria, giungo di nuovo in P.zza Loggia, riguardo il mio trullo, mi incammino per via Musei, affogo di luce nel Foro e improvviso un portone si apre, faccio appena in tempo a fare clic che è già chiuso.portone

 

 

Col muso sul portone sorrido.
Se fossi straniera oggi disegnerei questa città come una donna che nasconde la sua bellezza sotto un burqa, ma non sono più straniera, questa è la mia città, la conosco, e quei portoni non nascondono i cortili ma sono portoni e cortili insieme, un’unica costruzione, un unico corpo.
Il sorriso si disegna sul vetro della macchina mentre penso a queste ore trascorse con la mia città, io e lei a braccetto sotto il sole di maggio
.

PS: Su SB il giorno 11 di questo mese ho iniziato a scrivere dei post riguardanti il mio trasferimento a Brescia, esattamente  37 anni fa iniziai a lavorare e a vivere qui. Sto facendo una specie di I remember, insomma. Ed è per omaggiare questa città che pubblico questo vecchio post.

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Toscana – ScarlinoIMG_4784

La Toscana è un campo di girasole, una pineta sul mare, una piazza per riposare, e vento tra gli alberi.
E’ girare a vuoto, camminare scalza. E’ una spiaggia libera.
E’ un tempo senza tempo.

Zone

dal mio balcone zone 4 bsE’ un balcone sul verde, una chiesa adagiata sul prato.

E’ il rumore dei passi sulla scala di legno. E’ cammino.

I camminatori partono all’alba verso la vetta, per chi resta ci sono le salite per le strade, le discese verso il chiostro. Qui è tutto un camminare. Sali, scendi e ancora sali e poi scendi. Senza una meta precisa. Soltanto un andare piano e un respiro profondo che accoglie l’odore dell’erba appena tagliata.

In fondo c’è il lago col suo occhio turchino, dalle piccole spiagge, dalla montagna che sorge nel mezzo delle acque e tu pensi a quel ponte di Christo che è stato smontato, ma che ancora alberga nei tuoi occhi.

CalitriIMG_4887

E’ musica per le strade, zoccoli di muli che fanno cantare la pietra, è archi di parole e canti, è grotte da visitare, cibo da gustare, vino rosso da bere.

Borgo castello. Il gioiello che domina il paese.

Folla di persone e fantasmi girano per strada.

Calitri è un’amica ritrovata, un abbraccio tra la folla.

E’ il mio nipotino che compie un anno. E’ una famiglia che rinasce nell’infanzia ritrovata.

Rossa come i pomodori di mio padre.

E’ un inno alla gioia dell’incontro.
E’ Vinicio col suo cappellaccio che guida la nave dello Sponzfest. E’ polvere che si solleva dalla pietra. E’ un gioco di specchi sul sentiero della cupa.

L’eco doloroso del terremoto ci ricorda che la vita è un filo sottile, che si spezza senza preavviso. Che saremo polvere.

Qui la polvere è stata calpestata e sparata in aria. Si è sollevata ed è ricaduta per risollevarsi e ricadere ancora.

Il mio cuore ricolmo ringrazia (frase mielosa,  spazzata via da anni di ripulita linguistica, di rigore nell’allontanare la banalità e la ridondanza, che ritorna ora, impietosa, nella mia scrittura)  “U masciar r la cupa”, colui che ha fatto riVivere il luogo della mia infanzia.

Grazie Vinicio Capossela. Grazie.IMG_4907

Lontano il fischio del treno.

Mi ricorda che è giunta l’ora.

Che è ora di tornare a casa.

E’ ora forse di riprendere in mano quel filo che avevo lasciato sospeso.

L’estate è ancora qui ed è viva.

 

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The Floating Piers
E così anche noi due siamo andati a camminare sull’acqua, noi due insieme a migliaia di altre persone. Verrebbe da pensare alle pecore che seguono il Pastore, questo perchè anche gli atei in Italia sono intrisi di vangelo e bibbia, o forse perchè l’artista si chiama Crhisto.
Il fatto è che da quando hanno aperto il ponte c’è fermento dappertutto perfino sul lavoro, sulla metro, per strada. Visi da tempo spenti si animano, si infiammano, tutti a dire “io sono andato da, ho preso il treno da, ho fatto la coda per tot ore, non l’ho fatta, sono andato all’alba, al tramonto, sotto il sole cocente, sotto la pioggia”. Tutti a consigliare: “vai dall’altra parte del lago, dalla parte bergamasca, prendi il traghetto e ti eviti la coda, oppure vai d Marone, da Pisogne, vai alle quattro del mattino o alle otto di sera o”.
Un fermento che si autoalimenta e fa sembrare vivo ciò che era apparso da sempre morto.
Soprattutto quella gioia nello sguardo.
Così anche noi due abbiamo sfidato e sopportato e sofferto per il traffico intenso, la ricerca di un ingresso, quella di un parcheggio e poi il bagno di folla. E in mezzo alla folla il cigno che dall’acqua si è trasferito sulla passerella arancione. Quell’arancione che a tratti è giallo sbiadito, poi intenso, poi talmente vivo da far cambiare il colore dell’acqua e rendere il monte più scuro con quegli occhi infiorati che splendono sui balconi.
E camminando mi chiedevo cosa stavamo cercando, SE stavamo cercando qualcosa, o se invece non stavamo cercando un bel niente, volevamo soltanto provare cosa vuol dire camminare sull’acqua senza bagnarsi i piedi, senza affondare, camminare restando a galla.
Ma l’arte, cosa c’entra l’arte con tutte queste sensazioni, sensazioni che magari puoi provare salendo su una giostra o su una barca, o.
Mi chiedevo cosa è l’arte e non sapevo cosa rispondere.
Così ho lasciato da parte le domande e ho camminato a piedi nudi sull’acqua. Ho guardato le persone, le loro stranezze, ho ammirato il lago, i cigni e il tramonto.
Alla fine ci siamo seduti e guardando galleggiare la passerella ho pensato che forse senza le persone sarebbe stata più bella perchè avrebbe spezzato l’azzurro dell’acqua e del cielo, perchè avrebbe schiarito il nero incombente della montagna, ma non sarebbe stata meravigliosa, non sarebbe stata arte.
Lo diventa con le persone.
Sono le persone insieme alla sua luce cangiante a renderla Arte.
E le persone senza la passerella  sono folla.
E’ il connubio che fa la differenza.
E’ un’arte in movimento, sempre diversa.
Le persone portano il loro corpo per completare il disegno.
Per questo sono tanto felici ed entusiaste.
Per poche ore sono parte di un quadro, di un disegno, hanno una forma che non è più: sei grasso, sei magro, sei vecchio, ma semplicemente sei un quadro e sei bello. Un quadro in movimento. Vivo e cangiante.

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WP_20160507_004Da sempre mi perdo quando vado in posti che non conosco, a volte mi perdo anche nei luoghi conosciuti, questa mia “capacità” fa sì che spesso rinuncio a muovermi, ad andare, ieri invece armata di telefonino con tom tom mi sono recata a Concesio (BS) per vedere la collezione Paolo VI di arte contemporanea. Mi sono avviata in anticipo conoscendo appunto la mia capacitò di perdermi e sono arrivata, senza sbagliare neanche una rotonda, al museo alle 16.05, l’ingresso  era stato fissato alle 16.30, così mi sono seduta,  ho ammirato il parco e mi sono sentita in pace,WP_20160507_005 immersa nella luce, tra il verde e l’acqua, ho sentito la morsa del tempo sciogliersi insieme alle pene che non mi fanno respirare, ultimamente vivo perennemente in apnea, ho sempre fame d’aria.
Dentro il museo, insieme agli altri, ma da sola, perchè alla fin fine è questa la condizione di ogni essere umano, da sola sono avanzata faticosamente, per un dolore lombare che ultimamente mi perseguita, tra la collezione. Anche se la guida era molto brava, l’ascoltavo da lontano o, a volte, non ascoltavo affatto, perchè ero attirata ora da un quadro, ora da un altro, con lo stupore di scoprire che in quel museo, di cui ignoravo l’esistenza e che è a due passi da Brescia, ci sono quadri di De Chirico, Picasso, Dalì, Chagall: solo per citarne alcuni.

La luce gialla di De Chirico mi ha chiamato da lontano e mi ha ridato la stessa sensazione di quando, poco prima, ero seduta nel parco. Mi sono sentita immersa nella luce, fuori dal tempo, con l’ombra perfetta nella sua geometria, sospesa in un tempo e in un luogo altro dove niente poteva raggiungermi, neanche me stessa.
staber mater michel ciryE poi la scoperta di quella madonna diversa da tutte le altre madonne che ho visto, una madre che potrebbe essere la mia, o io per i miei figli, una madre dolente, piena di rughe, con quello sguardo, uno sguardo che ti porti dietro anche quando guardi altro, uno sguardo che pone l’umanità di fronte a se stessa, alla malvagità e al dolore, ma che in fondo ci conforta con quelle rughe così simili alle nostre, così simili a quelle di un albero che ho visto a Paestum, che si innalzava nel cielo terso e azzurro con la sua chioma verde.

albero

Poi ho ammirato le linee dritte, il bianco e nero delle tonache.

0001 SCAIOLA
E alla fine mi sono persa, nonostante il tomtom, nonostante dovessi solo rifare la strada al contrario, per tornare a casa mi sono persa.

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