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Ti amo da morire

Era una ragazza bellissima, ma lei non lo sapeva. Non era grassa, non era magra, aveva capelli biondi, occhi verdi, labbra carnose e rosse. Aveva finito i liceo, ne era uscita con il massimo dei voti.

– Finalmente è finita! – disse al suo amico, l’unico che avesse – mi iscrivo a Lettere a Bologna e me ne vado da questo paese, finalmente!-

– Tesoro, le disse il suo amico, sono contento per te, mi mancherai questo sì, mi mancherai molto, in questo paese di benpensanti e ruffiani, per non parlare degli invidiosi, anch’io ci resterò ancora per poco, quel poco sarà tanto senza la tua amicizia. Ma sono contento –

– Anch’io sono dispiaciuta di lasciarti ma tu lo sai quale è la mia speranza, non sentire più nessuno che mi chiami Giraffa, non voglio più essere la Giraffa per nessuno, soprattutto per me stessa. –

 – Tesoro, te lo dico da quando frequentavi le medie, te lo ripeto ora, tu sei una ragazza bellissima, quei quattro cretini che ti hanno dato questo nomignolo sono solo invidiosi –

– Si, lo so, me lo hai detto tante volte, tante volte mi hai raccontato la storia della volpe e dell’uva, però a scuola io ero sempre la più alta di tutti, non riuscivo a nascondermi, a mescolarmi con gli altri, e con le altre. Mi sfottevano tutti e tutte. Oh, quanto ho desiderato essere come le altre né alta né bassa. Normale. A Bologna spero di confondermi in mezzo a tutta quella gente, soprattutto voglio studiare, e tu sai quale è il mio sogno –

E poi successe che venne il giorno della festa del Patrono, le strade si riempirono di gente che veniva da altri paesi, tanti giovani per le strade, tra questi c’era Andrea, un ragazzo affascinante, sul petto i muscoli disegnavano la tartaruga, muscoli che lui aveva messo bene in mostra con una maglia sportiva nera che lo fasciava alla perfezione. Le ragazze del paese cascavano, si fa per dire, ai suoi piedi ma lui posò gli occhi sulla Giraffa, la invitò a ballare, poi le regalò un mazzo di fiori, la portò a pranzo e poi a cena, tenero, gentile. – Sei bellissima – diceva e lei smise di sentirsi giraffa. Disse al suo amico di sempre

Sono felice, ora finalmente mi chiamo col mio nome –

– Ti ho sempre chiamata col tuo nome, Marisa. Quando vai a Bologna? –

– Non lo so, dovrei andarci ma –

– Non dire sciocchezze, Marisa, tu a Bologna ci devi andare, sei brava, bravissima, ti piace studiare, hai il tuo sogno da realizzare –

Passarono i mesi, passò un altro anno e Marisa non andò a Bologna, Andrea voleva sposarla, Andrea aveva un lavoro che non voleva perdere, Andrea voleva tenerla sempre stretta. Andrea l’amava tanto. – Ti amo da morire – diceva Andrea e lei era felice come non lo era mai stata. I suoi genitori cercarono di dissuaderla. Lei tentennò ma Andrea la incalzò e alla fine fu decisa la data e fu tutto perfetto, l’abito da sposa, la cerimonia, gli invitati, il pranzo. A sera si aprirono le danze. Tutti applaudirono la coppia bellissima, tutti invidiarono lo sposo a cominciare dai quei quattro bulli che le avevano dato quel nomignolo stupido e che per anni l’avevano torturata, sembrava il copione di una favola a lieto fine, poi venne il suo amico di sempre e la invitò a ballare.

Ballarono così bene, affiatati come erano, cresciuti insieme come erano, che un applauso si levò nella sala. Dopo il ballo Andrea la prese per mano e la guidò verso la terrazza, lei pensava al bacio romantico sotto le stelle…

Il pugno le arrivò nelle costole, inatteso – Tu a quello non lo vedi più, non lo devi più guardare, hai capito? – Marisa tremava e tremando disse – ma lui è Mario il mio amico più caro, lui è … – non finì la frase che un altro pugno le arrivò nello stomaco. Poi Andrea le asciugò le lacrime, le diede un bacio – scusami amore, il fatto è che ti amo tanto, ti amo da morire.

Se non fosse stato per quel dolore nelle costole la serata sarebbe stata magnifica, Andrea premuroso, affettuoso, brillante, la colmò di attenzioni. Salutarono tutti. Marisa abbracciò la madre, salutò il padre, salutò Mario. – Ci vediamo tra quindici giorni dissero – Partirono abbracciati e felici per il viaggio di nozze.

Il livido era scomparso, la luna di miele finita, la casa bellissima l’accolse. Telefonò ai suoi, poi a Mario. Vengo a trovarvi. Disse. Mario le inviò su watsapp un emoticon con un bacio. Si vestì, si pettinò, si mise anche un po’ di trucco, prese la borsa e fece per uscire. La porta era chiusa, cercò le chiavi, non le trovò, telefonò ad Andrea

Amore – disse – mi hai chiusa dentro e non ho le chiavi, potresti passare un attimo da casa per aprirmi la porta? –

– Sto lavorando, non posso, e poi dove devi andare di così urgente? –

– Devo andare dai miei, mi aspettano e poi volevo salutare Mario –

– Scordatelo! – rispose e chiuse la chiamata.

A sera le portò un mazzo di rose. Il telefonino di Marisa cominciò a lampeggiare – andiamo dai tuoi, così finiscono di rompere le scatole! –

Cercò sua madre di parlarle da sola, ma Andrea non glielo permise appiccato come fu per tutta la sera.

– Dovevamo essere più decisi – disse la madre al padre – quando la coppia fu andata via, hai visto come non la lascia un attimo, ho un brutto pensiero- Il padre anch’esso preoccupato cercò di tranquillizarla. – Stai tranquilla cara, gli vuole bene, forse se smettessi di leggere tutte quelle storie di donne maltrattate saresti più serena – – Non so, forse hai ragione, forse –

Erano appena rientrati quando si sentì il suono del telefonino che avvisava la ricezione di un messaggio. Era Mario. Andrea afferrò il telefono e lo scagliò contro il muro. Poi la riempì di botte.

Poi uscì di casa solo con lui, solo per andare dai suoi genitori se no quelli rompono.

Passarono i mesi, il pronto soccorso fu visitato più volte. Ho la pressione bassa disse ai genitori e continuo a cadere. Ora anche suo padre era preoccupato. Non ci credevano alla pressione bassa. Io a quello lo ammazzo, giuro che lo ammazzo, calmati disse la moglie, quello è un palestrato ti ammazza lui, no ora si va alla polizia,basta, questa storia deve finire prima che sia troppo tardi. I poliziotti dissero che avrebbero indagato ma senza prove e senza la denuncia dell’interessata potevano fare poco. Comunque si recarono lo stesso presso l’abitazione di Marisa.
Andrea dalla finestra li vide se parli ti ammazzo e ammazzo anche i tuoi, sono stati loro lo so. Così Marisa negò, negò tutto. E non uscì più di casa. E non vide più i suoi genitori.

Andrea era sotto la doccia, aveva lasciato il telefonino sul bancone della cucina,  Marisa entrò in cucina lo vide, ascoltò il rumore della doccia, prese coraggio, afferrò il telefono e mandò un messaggio a Mario aiutami ti prego, mi tiene prigioniera! dopo averlo spedito lo cancellò.

Mario andò subito dalla polizia.
– Voglio fare una denuncia – disse,  il poliziotto lo guardò
– Ah, e chi vuoi denunciare? – Mario fece vedere il messaggio. L’altro si mise a ridere:
– E io dovrei credere a una checca come te? Te e la Giraffa mi ricordo bene di voi, che coppia! Una checca e una giraffa!-
– Sì, disse sono una checca e tu sei uno stronzo, e un pavido, io lo so perchè la tormentavi, lei era troppo intelligente, troppo intelligente per te, stronzo! –
Due volte stronzo aveva detto, che soddisfazione! e con gesto di sfida depositò il foglio della denuncia e se ne andò. Arrivato a casa, aprì il computer e scrisse: centri e associazioni antiviolenza di genere. Trovato il centro più vicino al paese, telefonò, prese un appuntamento.

Appena Mario fu uscito il poliziotto prese il foglio, lo appallottolò e lo buttò nel cestino.
Non puoi – disse il suo collega
– Tu stai zitto! –
– Adesso basta, non sono più un ragazzetto cretino che fa tutto quello che dici tu, non siamo più a scuola, tu eri stupido, io, noi, eravamo stupidi, e cattivi! –
– Smettila, e butta via quel foglio, codardo, lo sei sempre stato! –

– E’ vero, ma adesso basta! – Prese il foglio dal cestino, lo stirò – Io vado e ti consiglio di seguirmi. –

Marisa non fece in tempo ad appoggiare il telefono, Andrea uscì dalla doccia, cosa hai fatto’,  niente, non ho fatto niente, cosa hai fatto col mio telefono, cretina!, la spinse, lei cadde a terra, cercò di rialzarsi, lui le diede un calcio, suonarono alla porta, lui si distrasse, lei vide le chiavi, lui si affacciò alla finestra, lei corse verso la porta, l’aprì, lui la raggiunse, la spinse, lei cadde per le scale.

– Ha la pressione bassa, è caduta, non sono riuscito ad afferrarla – disse ai sanitari del 118, salvatela per favore, io ho solo lei, lei che amo così tanto! Marisa, amore, ti amo tanto, ti amo – piangeva, lo consolarono i sanitari, vedrai che ce la farà, coraggio!

Quando i poliziotti giunsero in casa non c’era nessuno. Bussarono alla porta accanto E’ caduta dalle scale ieri e ora è in ospedale dissero, il marito era disperato. Arrivarono in ospedale ma Marisa era in sala operatoria, aveva un grosso ematoma alla testa che le stavano asportando. Andrea li vide arrivare e riuscì a scappare. “Maledetti, nessuno potrà portarmela via, lei è mia, soltanto mia.” Così recitava mentre correva per i corridori.

Marisa aprì gli occhi, vide i suoi genitori e abbozzò un sorriso. Tesoro! dissero in coro i genitori siamo qui con te, ora sei al sicuro.

Mario al centro antiviolenza parlò a lungo. A lungo gli spiegarono come funzionava il centro. Erano persone gentili e preparate, conoscevano le leggi e i meccansismi che agivano sui carnefi e sulle vittime.

Uscì pieno di speranze ed energie e si avviò deciso verso la casa di Marisa. Ma quando giunse trovò un gruppo di curiosi che spiava nell’androne delle scale, E’ caduta disse qualcuno ora è in ospedale, no è stata spinta dal marito disse qualcun altro.
Sta bene, gli dissero, ma non puoi entrare, non sei un parente, guardo solo dal vetro disse e si appoggiò contro la vetrata, il padre di Marisa lo vide, si alzò, gli andò incontro, disse all’infermiera di lasciarlo entrare, per favore, disse, è importante per mia figlia.

Mario entrò, accarezzò Marisa, Sono qui, tesoro, sono qui.

Ritorno al futuro

Ho fatto un sogno: mi trovavo a Calitri, qualcuno bussava alla porta, andavo ad aprire e mi trovavo di fronte una giovane donna vestita con l’abito tipico calitrano molto consumato, non era, per dire, come quelli che si indossano nei balli tradizionali o nelle rappresentazioni che si fanno durante il presepe vivente.

– Chi sei?- ho chiesto

Mi ha guardato tutta stralunata, ha risposto con un filo di voce, quasi distrattamente presa com’era a guardare la casa.

– Sono Angelina A. –

Mamma Lina?!? (nonna Lina) ho esclamato.  Entra, le ho detto, sono tua nipote Lucia, ti ricordi di me?

E’ entrata ma non mi ha risposto.

– Che caldo! Da dove viene tutto questo caldo, mamma mia, fuori c’è neve e ghiaccio, e qui si muore di caldo! –

– Dai caloriferi –

– Caloriferi e cosa sono? –

– Questi –

Li ha toccati con la mano e l’ha subito ritirata.

– Che diavoleria è mai questa?  Sono venuta a chiederti una coperta in prestito, l’unica che abbiamo si è bagnata ed ora chissà quando si asciuga. Si è aperta una crepa nel tetto proprio sul letto ed è caduta sopra la neve. Ora è un pezzo rigido di ghiaccio. E’ il letto dei miei figli, sono sette, l’ultima è proprio piccola non sopravviverebbe a tutto questo freddo.

Apro l’armadio delle coperte

– Gesù!!! dice quanta roba? Non avevo mai visto tanta roba tutta insieme!  Mi presteresti anche un tozzo di pane che, con tutto quello che è successo non sono riuscita a farlo. Domani appena lo sforno te lo restituisco. Apro la dispensa per prendere il pane e lei dice:

– Maronna mia quanta roba, non è che sono morta e ora mi trovo in paradiso?

Mette la coperta e il pane in una cesta, arrotola un lungo pezzo di tela, lo mette sulla testa (a sparegghia mi pare che si chiami in calitrano), prendo un pacco di pasta, uno di tonno, un pezzo di prosciutto crudo e faccio per metterli insieme al pane.

– Tutto quello che mi serve è già nella cesta. Grazie. Ora devo proprio andare –

Mette la cesta sulla ‘sparegghia’, apre la porta ed esce.

Non faccio in tempo a raggiungere la cucina che una gragnuola di colpi sulla porta mi fa tornare indietro.

– Cosa è successo, perchè sei così spaventata? –

– C’è un gruppo di ragazzi là fuori con i pantaloni strappati, sembran muzzcat ra li cani, (sembrano morsicati dai cani) e hanno in mano una cosa e ci parlano a quella cosa che risponde pure, ma non parlano tra di loro, ci sono anche uomini e donne di ogni età e tutti hanno quell’aggeggio in mano. Parlano, gesticolano, ridono, si arrabbiano, alcuni sembrano persino astiosi e tutto verso quella cosa che tengono in mano. Non sono normali, no!

– Ti accompagno ma non aver paura, i pantaloni strappati sono di moda e i cellullari … –

– Moda, cellulari ma che sono? Ii n sacc nient r s cos (io non so niente di queste cose), comunque è tardi e devo assulutamente tornare a casa! –

– Stai tranquilla, i ragazzi e le persone che hai incontrato non sono pericolosi –

– Sarà, però è meglio se mi accompagni subito per favore, è tardi!”.

L’accompagno, le strade sono piene di persone e nessuno sembra meravigliarsi o stupirsi, o comunque avere una certa curiosità verso questa giovane donna che indossa un vecchio costume e che porta una cesta in equilibrio perfetto sulla testa. Concentrati come sono sui telefonini non vedono  niente. Sono ciechi di fronte alla bellezza dell’equilibrio.  Cammina veloce, faccio fatica a starle dietro, continua a dire che è tardi, che bisogna muoversi, attraversiamo il paese e come ci inoltriamo per un viottolo di campagna si ferma e dice:

– Fermati, tu qui non puoi venire, tornatene a casa – e si avvia a passo svelto, la guardo con la nostalgia negli occhi e un senso di vuoto mi coglie improvviso e violento, mi siedo sui gradini e la guardo andare via. Arrivata ai confini del bosco, si ferma, si gira verso di me e dice:

– Avete case calde, coperte e ogni ben di Dio cosa è che vi manca? Perchè siete così s … –

Così come?

Non mi sente, il bosco l’ha inghiottita, faccio per alzarmi e rincorrerla e mi accorgo di essere sospesa nel vuoto.

Il viottolo è sparito, sparito è il bosco e con esso mia nonna, e io galleggio da sopra questi gradini in un mare di nebbia

ogni confine è scomparso.

Riassunto delle prime tre parti
Una ragazza entra in un centro commerciale e perdendosi finisce nel labirinto dove incontra Mino, un uomo con alterazioni cromosoniche che ne deturpano la struttura fisica, e danza insieme a lui. Non ne uscirà più. Altri quattordici tra ragazze e ragazzi si sono persi nello stesso modo. “Le scomparse” sono attribuite ma mai accertate a Mino.
La rete televisiva nazionale ha invitato psicologi, psichiatri e criminologi per cercare di capire la personalità del presunto responsabile. La discussione verterà sul tema della colpa. La stessa rete televisiva ha inoltre invitato tutti i cittadini a inviare messaggi tramite i social network rispondendo alla domanda: può un essere non in grado di intendere e volere considerarsi colpevole?
Potete trovare i testi precedenti cliccando su I parte, II parte , III parte

Diretta TV
I messaggi si susseguono veloci, invitiamo ripetutamente i cittadini a non usare linguaggi volgari o violenti, ma pare che nessuno ascolti, la rabbia ha prevalso sul buonsenso e la maggior parte delle persone incita alla morte violenta del presunto assassino. Come potete vedere dal grafico vi è una percentuale minima che lo ritiene non colpevole in quanto non in grado di intendere e di volere. Qualcuno, cavalcando la rabbia, propone di chiudere il centro definitivamente, proposta che il governo sta valutando positivamente.
Il paese dove sorge il centro si è opposto in quanto la maggior parte degli abitanti lavora nel centro stesso.
Un nostro inviato si è recato sul posto e sta raccogliendo pareri riguardo alla possibilità di una chiusura definitiva del Centro, come potete vedere dalle immagini c’è una grande folla.
Primo intervistato
“Il centro deve restare aperto perché noi viviamo nel centro”
Giornalista
“Non ha paura di perdersi in quel labirinto?”
Primo Intervistato
“No, ho imparato, come quasi tutti coloro che vivono qui, ad avere memoria, certo non bisogna distrarsi, certo si corrono dei rischi ma, ditemi, dove si trova un posto veramente sicuro in questo mondo?”
Secondo intervistato
“Ovunque si vada si corrono dei rischi, è così, è la vita stessa per come è fatta!”
Giornalista
“E chi non ha memoria allora è condannato a perdersi?”
Primo intervistato
“La memoria si coltiva, e lei lo sa meglio di noi tutti”.
Giornalista
“Siete disposti, dunque, a sacrificare i vostri ragazzi, pur di non chiudere il centro?”
Primo intervistato
“No, noi vogliamo che quell’essere venga catturato”
Secondo intervistato
“Ma sa che le dico? Che si corrono pericoli per ogni cosa, andando in auto, o in treno, in bici, o camminando per strada, ma nessuno si sognerebbe di non fare queste cose perché corre dei pericoli, non le pare? E’ la vita stessa che è un pericolo, è la vita bello, la vita!”
continua …

tutti i diritti riservati

tutti i diritti riservati

E’ una bellissima storia questa, soprattutto mi è piaciuta per l’assenza della forma, non disegni di bambini e adulti, ma macchie, ognuno può immaginare attraverso di esse la forma che più gli aggrada, ognuno può vedere attraverso queste macchie soltanto l’essenza del gioco, dell’amicizia, dell’amore che trasforma tutti in esseri migliori.

I bambini non hanno bisogno di forme perfette e replicanti di uomini e donne. Ai bambini bastano delle macchie di colore per immaginare il mondo. Un mondo migliore di quello in cui oggi, soprattutto oggi, ci troviamo a vivere, dove gli esseri umani alzano muri, separano bambini dai genitori o li lasciano affogare nel mare insieme alle madri, ai padri, ai fratelli, soltanto perchè hanno un colore diverso di pelle, soltanto perchè sono poveri e per questo diversi.

Questo video è per quegli adulti che non credono nella mescolanza, che non sanno che questa fa nascere nuovi colori, che la vita e il mondo sarebbe un posto migliore se soltanto fossimo in grado di lasciare le nostre forme perfette trasformandoci in macchie di colori.

Seduta in terrazzo, immersa nella lettura, ogni tanto sollevo lo sguardo al giardino: il gelsomino verde brillante ricopre il muro che mi separa dai vicini, il limone spande profumo dai numerosi fiori bianchi, la margherita tracima dal vaso in un’esplosione di colore, l’ulivo e il ciliegio occupano tutto lo spazio e lo contendono alla maestosa quercia che sta appena fuori dal muro che separa il giardino dalla pista ciclabile.
Un angolo di periferia.
Una periferia vista da chi non la abita come il Bronx.
Io ci vivo con le porte aperte e da trent’anni circa.
Una periferia che nel corso di questi trent’anni ha cambiato lingue e dialetti, ci sono neri, meridionali,  qualche orientale,  e tante altre razze che non so di preciso da dove vengono. E bresciani.
Un miscuglio di culture.
Grandi parchi, piste ciclabili, boschetti, e campi coltivati tutti sullo stesso lato, dall’altro una fabbrica di acciaio, tangenziale e autostrada.
E mi pare che questa spaccatura di natura fiorente e grigio acciaio sia la rappresentazione di questo presente.
I due lati si contendono il cielo che oggi è meraviglioso, con qualche nuvoletta bianca giusto per decorare un po’ l’azzurro, e questo silenzio interrotto soltanto dal canto del cucù e dal fruscio delle foglie sugli alberi.
Il cuore pacificato.
La beata solitudine del tempo che scorre lento.
L’inquietudine l’ho lasciata ieri sera seduta davanti al bar, in una città piena di gente.
Dove, tra le parole, si coglieva l’incertezza del presente.
“Cosa succederà domani, cosa è già successo, questa Italia tutta spostata a destra, questo razzismo che cresce con la paura, questa volontà di trovare negli altri la colpa della propria inefficienza, dei propri sbagli, questa necessità di avere sempre un nemico da combattere e da distruggere, questo non saper godere delle cose che si hanno, fosse anche soltanto  una bella giornata di primavera, come questa”.
Mi chiedo dove nasce, dove si nascondono le radici dell’odio, dell’intolleranza, di questo rancore che occupa tutto lo spazio.
Un rancore così cieco da far credere vere tutte le bufale che impazzano sul web, nei social networks, un rancore che porta a integralismi di vario genere, dal vegano che ammazzerebbe una persona per salvare un moscerino, agli anti vax che mettono a repentaglio la salute dei propri figli e di quella degli altri, agli irosi che si scagliano contro una persona per un qualsiasi motivo, anche per i peli sotto le ascelle.
Questo rancore che porta a una violenza senza precedenti contro chiunque, contro i maestri, i professori, i medici, gli infermieri, le donne. Soprattutto le donne.
Questo sentirsi sempre offesi e derubati.
Tanto che tutti, anche gli ambientalisti che ogni giorno pubblicano foto di pesci morti tra la plastica, si rivoltano, urlano, strepitano per non pagare un centesimo per un sacchetto biodegradabile, quando prima, il sacchetto di plastica per la frutta e la verdura non aveva prezzo (dubito, semplicemente non era esposto) scordandosi del proprio cuore ambientalista.
E le urla urlate dei giornalisti, quell’urgenza di dare una notizia ogni due minuti, tanto veloce da non avere il tempo di rileggere e i refusi li trovi dappertutto. L’imprecisione voluta del linguaggio sempre un tono più su della stessa notizia. Sempre un aggettivo di troppo o un sostantivo inappropriato. Questo mondo divenuto improvvisamente tanto piccolo che tutte le tragedie ti cadono addosso.
E’ morto un uomo morso da un ragno velenoso da qualche parte, in un luogo che non sapevi neanche esistesse e tu inizi ad aver paura di tutti i ragni.
Seduta qui, con un libro tra le mani, circondata da questo giardino dove tutto cresce senza un disegno prestabilito, in questa casa di periferia, questa periferia denominata Bronx, tutto mi appare come l’eco di un’altro mondo,  come
“Cose dell’altro mondo!”.

Avevo una paura tremenda prima di scendere alla stazione, invece c’erano solo due o tre immigrati e mi è passata la paura”

Come mai tanta paura?”

Per tutto quello che si sente ogni giorno”

Ma si sente anche di tutte le donne ammazzate dai mariti, compagni, allora dovresti aver paura  anche del tuo fidanzato”

Ma che c’entra” risponde e cambia argomento

Per strada incontro qualcuno che dice:

Hanno votato lega per la paura degli immigrati”

Qui non si trova un immigrato neanche a cercarlo con il lanternino” dico

Ma con quello che si sente tutti i giorni!”

Si sente ciò che si vuol sentire” dico io

E poi c’è qualcun altro che dice “Nella bibbia (?) c’è scritto ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ quindi prima i nostri e che gli altri se ne stiano a casa loro”, intendendo il prossimo come colui che ti sta più vicino, che viene subito dopo di te, come dire la prossima casa, il prossimo palazzo, la prossima via, non sa che prossimo indica tutte le persone che non sono te, cioè gli altri messi tutti insieme.

Io non sono credente però ho avuto un’educazione cattolica e mi pare di ricordare che per prossimo si intedesse proprio questo. Faccio una ricerca su intenet, consulto vari siti, e constato che ciò di cui ero convinta è vero.

E qui lo si spiega molto bene

Amerai il prossimo tuo come te stesso” era un comandamento antico, scritto nella legge di Mosè e Gesù stesso lo cita come tale (Lc 10, 27).

Come mai dunque Gesù lo chiama il “suo” comandamento e il comandamento “nuovo”?

La risposta è che con lui sono cambiati l’oggetto, il soggetto e il motivo dell’amore del prossimo.

È cambiato anzitutto l’oggetto, cioè chi è il prossimo da amare. Esso non è più solo il connazionale, o al massimo l’ospite che abita con il popolo, ma ogni uomo, anche lo straniero, anche il nemico…” per leggere tutto il testo cliccare qui

Possiamo affermare che colui che ha citato le parole di Cristo si crede “credente” ma non lo è affatto o perlomeno crede in un altro dio, non quello che si trova nei vangeli.

Quel dio si chiama Salvini che ha cavalcato tale ignoranza e ne ha fatto il suo cavallo di battaglia e ha vinto le elezioni.

Di fronte a tale spaventosa ignoranza, di fronte a tale spaventosa paura, di fronte a tale odio razzista tutte le parole e le argomentazioni non servono a niente.

A niente.

Sono non solo amareggiata, sono preoccupata, sono anche molto arrabbiata.

E non so che cosa fare, cosa pensare.

Mi viene in mente l’odissea.

Ora che questo cavallo si trova dentro le nostre mura dovremo fare come fece Ulisse: entrarci dentro e distruggerlo.

Sì, ma come?