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09/04

Si siede al tavolo con noi, racconta della passeggiata di ieri sera insieme alla sua amica per vicoli deserti, camminavano chiacchierando quando una coppia di topi ha attraversato la strada.

– Oramai sono loro gli abitanti di questi vicoli e di queste case vuote – dice.

Vado da Canio a comprare il cacioricotta, passo sotto l’arco degli zingari e incontro una donna della mia età, viveva qui, io poco distante, c’è stato un tempo che ci frequentavamo.

Mi saluta, le chiedo di sua madre, suo padre è morto da tempo.

Dice che sua madre non si alza dal letto da qualche anno e non parla più, i suoi figli vivono al nord e non può neanche andare a trovarli perchè sua madre ha paura quando vede altre persone, si lascia accudire solo da lei.

– Ha il terrore negli occhi quando si avvicina al letto un’altra persona, solo di me non ha paura, come potrei lasciarla? –

Poi apre la grotta, si guarda in giro

– Vedi non è rimasto più nessuno, te lo ricordi questo vicolo? Era pieno di persone, ora c’è solo qualche vecchio, ma è così dappertutto, soprattutto nella parte vecchia del paese, oramai questo paese sta morendo, i giovani se ne vanno, d’altra parte qui non c’è lavoro, siamo rimasti solo noi con i genitori da accudire. –

Sospira.

In quel sospiro si legge l’amarezza, il senso di impotenza, la tristezza del tempo che è passato e non ha portato niente di buono. Pare che con quel sospiro dica: 

“Non è così che l’avevamo immaginato il futuro” .

Sospira e aggiunge:

– Che vita è quella di mia madre allettata da tempo, con tutta quella paura addosso e quel mutismo che mi spezza il cuore? –

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08/04

Sveglia alle sette.

Oggi hanno deciso che deve essere il giorno delle docce.

Prima mia madre.

Fare la doccia a mia madre è un’impresa ardua.

L’acqua è troppo calda, troppo fredda, troppo forte il getto, stai attenta agli occhi, oh come brucia questo shampoo, maronna mia cum aggia fa!

L’acqua scorre.

Lei si lamenta.

Era una donna forte, mia madre.

Una bersagliera.

Dove sei madre?

Nascosta in questo corpo maltrattato dagli anni non riesco a ritrovarti.

Ora tu sei la figlia e io la madre.

Fragile e indifesa, preda dei fantasmi e di quel groviglio di pensieri che in questo presente non trovano sponde.

A mio padre non piace niente di quello che compro, ogni alimento deve essere acquistato nella sua solita bottega, la carne dalla macelleria calitrana, la verdura al mercato: solo scarola riccia, la ricotta da Canio, caffè lilly al bar jolly con i punti, però poi mangia tutto.

Mangiano entrambi troppo. Promettono di mettersi a dieta. Intanto ci sono dolci in sala, in cucina, nello sgabuzzino. “Basta dolci!” Dico.

06/04/19

La mattina è sempre un gran guazzabuglio, un’agitazione che rasenta l’isteria, è come se si dovessero preparare per un viaggio, un lungo viaggio verso il giorno che ha spalancato le porte con i minuti contati, come se i minuti correndo troppo veloci li facciano arrivare in ritardo alla stazione del giorno e, quindi, non possono più partire. Tra letto da riordinare, facce da lavare, orari inflessibili per assumere le medicine e colazioni diversificate, con un rituale che non si può spezzare neanche appoggiando un cucchiaino fuori posto, tutto deve essere fatto nello stesso momento e identica precisione di ogni giorno e tu figlia che vieni ogni due o tre mesi non puoi con il tuo stupido cucchiaino infrangerne il rituale.

Non puoi e non devi.

Passeggiata pomeridiana.

Oggi mia madre è  inflessibile: mio padre deve accompagnarci. Tutti e tre ci  avviamo passettino dopo passettino per la passeggiata. Oggi non ricorda più tizio o caio, oggi qualsiasi persona le torna in mente chiede “Ma è morta?” Guarda le porte chiuse di cui oggi non ricorda chi l’avesse o l’abita ancora e ripete “Forse è morta, è sicuramente morta”.

05/04/19

Il cielo è blu.

Non ho visto altri cieli che hanno un colore come questo. Il mondo che qui puoi guardare è talmente vasto che quasi ti perdi, lo sguardo è talmente lungo e largo che ti chiedi se hai improvvisamente recuperato due o tre diottrie che avevi perso negli anni.

Il blu del cielo, l’oro del tufo e tu che guardi e pensi: perchè non ho portato la macchina fotografica? Mi devo accontentare della scarsa qualità del cellulare. Ma in fondo cosa importa il blu e l’oro sono dentro di me. Ci sono nata nel tufo, ci sono cresciuta nel blu.

Guardo in alto perché in terra non voglio vedere l’erba che cresce, il muschio, le porte serrate, le vie deserte, i cani sciolti. L’abbandono.

Dopo quasi due anni mia madre è uscita di casa e fa piccoli passi come un passero. A ogni passo dice “Qui abitava tizio, lì caio e sempronio, ora sono tutti morti”.

A ogni lentissimo passo ripete la cantilena ma guarda tutto con uno sguardo vorace, pare voglia infilarsi tra le fessure delle porte chiuse o raggiungere l’orizzonte dei campi coltivati. Ricorda i nomi di tizio caio e sempronio ma poi non riconosce nessuna delle persone che incontra, li guarda con quello sguardo che dice: “Ma questo chi è, da dove viene?” e magari è il suo vicino di casa o il tizio e sempronio che prima aveva nominato. Ma è felice perché si sente chiamare, perché gli altri la riconoscono.

Ci sediamo al sole.

E’ contenta.

Mio padre torna a casa con un vassoio enorme di paste, è il suo onomastico, “Siamo solo in quattro! – dico – non possiamo mangiarle tutte!” “ Non ti preoccupare domani a colazione non ce ne saranno più”.

E poi aspetta l’uomo del vino.

Sta lì, in piedi sulla soglia, per un’ora ad aspettare, inutile chiamarlo, dirgli che tanto quando quello arriva suona il campanello, lui sta lì e aspetta l’uomo del vino.

La giornata è bella.

Non solo perché il sole illumina le cose.

Tutti gli esseri viventi sono in attesa.

Gli alberi, per dire, hanno già dei bozzoli pronti a fiorire, alcuni si sono portati avanti come il pesco del vicino che da un giorno all’altro si è riempito di fiori e tu ti chiedi quando sono sbocciati, ieri non c’erano. Anche il prato qua e là è punteggiato di giallo e di blu e la grossa quercia ha finalmente finito di seminare foglie secche che per tutto l’inverno hanno invaso il giardino, la strada e l’ingresso della casa: ho raccolto foglie dall’autunno scorso.

Ma quante foglie ha una quercia?

Sembravano non finire mai quelle foglie, poi improvvisamente non ne è rimasta neanche una e ora i rami hanno dei piccolissimi bozzi.

Così è successo anche agli alberi del boschetto, certo nel camminare mentre porto a spasso il cane le foglie secche scricchiolano sotto i piedi e ricoprono tutta la superficie eppure qua e là dei fili d’erba e piccolissime violette spuntano, si fanno largo, pretendono di avere il loro spazio e la loro luce, di sicuro non amano  piedi che le calpestano, anche se si cerca di stare attenti non sempre si riesce ad evitarle, e non amano il cane che ostinatamente continua a spruzzare il suo liquido puzzolente nel tentativo inutile e caparbio di segnare il territorio, di dire Questo è mio! in un posto dove ci sono tanti altri cani a fare lo stesso inutile tentativo.

Sono stupidi i cani, mica come i gatti, i gatti sì che sono padroni del proprio territorio e non aspettano che il padrone metta loro un guinzaglio e li porti a spasso. I gatti vanno dove vogliono, il mio per dire a volte se ne sta fuori di casa per mesi, poi torna, si rifocilla, si rimette in forze e riparte. Il cane senza il padrone muore, sente la solitudine, ha bisogno del collare, di scodinzolare, di abbaiare, di seguirti passo passo e se lo lasci da solo allora distrugge ciò che gli capita a tiro.

Il mio, per dire, quando tu esci ed è solo in casa se trova una coperta, un maglione, qualsiasi cosa lasciata incautamente alla sua portata la morde e la distrugge con una furia, una rabbia di solitudine che non trova consolazione.

Con un cane in casa non puoi dire oggi non esco perché non ho voglia di fare quattro passi in quartiere, questo quartiere anonimo di periferia anonima fatta di case anonime, senza storia, senza una piazza, senza persone che camminano, solo macchine e porte chiuse e persone che portano a spasso i cani da cui sto alla larga perché il mio cane è un attaccabrighe, se un cane piccolo gli abbaia contro è capace di azzannarlo, di mangiarselo in un solo boccone, tanto gli fa rabbia quell’abbaiare insistente di quell’essere minuscolo, e se incrocia un altro cane della sua stessa taglia o anche più grande ma che gli sta antipatico e di cui sente l’odore da lontano, diventa una furia scatenata: è capace di fare una lotta anche impari, anche a costo di farsi molto male avventandosi contro e digrignando i denti.  Cerca di azzannare l’altro cane dritto alla gola.

E’ una forza della natura quando si arrabbia e io non riesco a tenerlo fermo col guinzaglio e a volte mi trascina, a volte mi fa cadere, così quando lo porto a spasso devo stare all’erta e tenermi lontana dagli altri cani.

Io questo cane non lo volevo, ma mio marito era così triste senza cane, sono dovuta scendere a un compromesso: o tenere un cane o tenere la tristezza di mio marito, d’altra parte la vita è tutto un compromesso, non puoi sfuggirgli se vuoi vivere.

Così prendemmo questo cane, io non so se ne sono affezionata, di certo lo accarezzo poco, ma occupa molto spazio nelle mie preoccupazioni quotidiane. Sono attenta a tutto ciò che lo riguarda: se mangia tanto o poco, se beve abbastanza, se esce abbastanza e mi preoccupo della sua salute perciò quando fumo lo scaccio dalla stanza in cui mi trovo, non vorrei che il fumo passivo lo facesse ammalare.

Non sono gentile quando lo scaccio fuori della stanza questo no, però mi preoccupo.

E quando esco per commissioni o altro dove il cane non può venire mi preoccupo se faccio tardi perché il cane poverino è da solo. Ed è una tragedia (esagerando ma non troppo) andare in ferie, a chi lo lasci? E poi: si sentirà abbandonato?

Io non lo volevo questo cane e non so se ne sono affezionata però mi condiziona la vita e io condiziono la sua.

E mi tocca portarlo a spasso.

Mi tocca stare attenta, evitare ogni altro cane e ogni padrone di altro cane.

Non sempre è possibile e non tutti i cani danno fastidio al mio cane così ogni tanto incontro questi altri cani che non danno fastidio con i loro padroni che ricordano il nome del mio cane e anche il mio e io mi vergogno perché non ricordo mai i nomi dei cani né quello dei padroni.

A me non interessano gli altri cani, infatti non li accarezzo mai, anzi di alcuni di questi cani ho persino paura, invece gli altri padroni accarezzano il mio e si ricordano di tutto ciò che lo riguarda.

Ieri, per dire, la mia vicina, che vedo sì e no tre volte l’anno, mi ha detto Ma è dimagrito? Io ho frainteso e ho detto Ma no, anzi, sono ingrassata e lei con un tono tra il meravigliato e un certo non so che di astioso, quasi piccata ecco, ha risposto che lei si riferiva al cane non alla padrona, come per dire Figurati se guardavo te!

Camminando col cane ho poi incontrato una signora che non vedevo da tempo, e lei mi dice Ma è ancora vivo? E io rispondo Chi? Il cane – risponde – pensavo fosse morto da tempo! E io quasi mi arrabbio e dico Perché doveva essere morto il mio cane? Non è vecchio né malato, Ero convinta che fosse morto.

Nel vederla da lontano mi ero avvicinata contenta per salutarla, per sapere come stava lei e la sua famiglia, la ricordavo come una persona simpatica, di piacevole compagnia. Ti saluto – ho detto – ho una certa fretta.  

Non avevo fretta per niente.

Così ho allungato il passo, ho abbandonato la strada e mi sono infilata nel boschetto.

Non c’erano lì altri cani  né padroni.

Il mio cane ha cominciato a scodinzolare, ad annusare e a innaffiare erba e foglie secche.

In mezzo alle piante con i loro piccoli bozzi ancora serrati ho sentito che la primavera stava arrivando, che tra poco sarebbe scoppiata in un tripudio di foglie tenere e verdi. E anch’io come gli alberi mi sono messa in attesa.

E come il mio cane ero felice di avere uno spazio tutto per me senza altri simili con cui condividerlo.

Ti amo da morire

Era una ragazza bellissima, ma lei non lo sapeva. Non era grassa, non era magra, aveva capelli biondi, occhi verdi, labbra carnose e rosse. Aveva finito i liceo, ne era uscita con il massimo dei voti.

– Finalmente è finita! – disse al suo amico, l’unico che avesse – mi iscrivo a Lettere a Bologna e me ne vado da questo paese, finalmente!-

– Tesoro, le disse il suo amico, sono contento per te, mi mancherai questo sì, mi mancherai molto, in questo paese di benpensanti e ruffiani, per non parlare degli invidiosi, anch’io ci resterò ancora per poco, quel poco sarà tanto senza la tua amicizia. Ma sono contento –

– Anch’io sono dispiaciuta di lasciarti ma tu lo sai quale è la mia speranza, non sentire più nessuno che mi chiami Giraffa, non voglio più essere la Giraffa per nessuno, soprattutto per me stessa. –

 – Tesoro, te lo dico da quando frequentavi le medie, te lo ripeto ora, tu sei una ragazza bellissima, quei quattro cretini che ti hanno dato questo nomignolo sono solo invidiosi –

– Si, lo so, me lo hai detto tante volte, tante volte mi hai raccontato la storia della volpe e dell’uva, però a scuola io ero sempre la più alta di tutti, non riuscivo a nascondermi, a mescolarmi con gli altri, e con le altre. Mi sfottevano tutti e tutte. Oh, quanto ho desiderato essere come le altre né alta né bassa. Normale. A Bologna spero di confondermi in mezzo a tutta quella gente, soprattutto voglio studiare, e tu sai quale è il mio sogno –

E poi successe che venne il giorno della festa del Patrono, le strade si riempirono di gente che veniva da altri paesi, tanti giovani per le strade, tra questi c’era Andrea, un ragazzo affascinante, sul petto i muscoli disegnavano la tartaruga, muscoli che lui aveva messo bene in mostra con una maglia sportiva nera che lo fasciava alla perfezione. Le ragazze del paese cascavano, si fa per dire, ai suoi piedi ma lui posò gli occhi sulla Giraffa, la invitò a ballare, poi le regalò un mazzo di fiori, la portò a pranzo e poi a cena, tenero, gentile. – Sei bellissima – diceva e lei smise di sentirsi giraffa. Disse al suo amico di sempre

Sono felice, ora finalmente mi chiamo col mio nome –

– Ti ho sempre chiamata col tuo nome, Marisa. Quando vai a Bologna? –

– Non lo so, dovrei andarci ma –

– Non dire sciocchezze, Marisa, tu a Bologna ci devi andare, sei brava, bravissima, ti piace studiare, hai il tuo sogno da realizzare –

Passarono i mesi, passò un altro anno e Marisa non andò a Bologna, Andrea voleva sposarla, Andrea aveva un lavoro che non voleva perdere, Andrea voleva tenerla sempre stretta. Andrea l’amava tanto. – Ti amo da morire – diceva Andrea e lei era felice come non lo era mai stata. I suoi genitori cercarono di dissuaderla. Lei tentennò ma Andrea la incalzò e alla fine fu decisa la data e fu tutto perfetto, l’abito da sposa, la cerimonia, gli invitati, il pranzo. A sera si aprirono le danze. Tutti applaudirono la coppia bellissima, tutti invidiarono lo sposo a cominciare dai quei quattro bulli che le avevano dato quel nomignolo stupido e che per anni l’avevano torturata, sembrava il copione di una favola a lieto fine, poi venne il suo amico di sempre e la invitò a ballare.

Ballarono così bene, affiatati come erano, cresciuti insieme come erano, che un applauso si levò nella sala. Dopo il ballo Andrea la prese per mano e la guidò verso la terrazza, lei pensava al bacio romantico sotto le stelle…

Il pugno le arrivò nelle costole, inatteso – Tu a quello non lo vedi più, non lo devi più guardare, hai capito? – Marisa tremava e tremando disse – ma lui è Mario il mio amico più caro, lui è … – non finì la frase che un altro pugno le arrivò nello stomaco. Poi Andrea le asciugò le lacrime, le diede un bacio – scusami amore, il fatto è che ti amo tanto, ti amo da morire.

Se non fosse stato per quel dolore nelle costole la serata sarebbe stata magnifica, Andrea premuroso, affettuoso, brillante, la colmò di attenzioni. Salutarono tutti. Marisa abbracciò la madre, salutò il padre, salutò Mario. – Ci vediamo tra quindici giorni dissero – Partirono abbracciati e felici per il viaggio di nozze.

Il livido era scomparso, la luna di miele finita, la casa bellissima l’accolse. Telefonò ai suoi, poi a Mario. Vengo a trovarvi. Disse. Mario le inviò su watsapp un emoticon con un bacio. Si vestì, si pettinò, si mise anche un po’ di trucco, prese la borsa e fece per uscire. La porta era chiusa, cercò le chiavi, non le trovò, telefonò ad Andrea

Amore – disse – mi hai chiusa dentro e non ho le chiavi, potresti passare un attimo da casa per aprirmi la porta? –

– Sto lavorando, non posso, e poi dove devi andare di così urgente? –

– Devo andare dai miei, mi aspettano e poi volevo salutare Mario –

– Scordatelo! – rispose e chiuse la chiamata.

A sera le portò un mazzo di rose. Il telefonino di Marisa cominciò a lampeggiare – andiamo dai tuoi, così finiscono di rompere le scatole! –

Cercò sua madre di parlarle da sola, ma Andrea non glielo permise appiccato come fu per tutta la sera.

– Dovevamo essere più decisi – disse la madre al padre – quando la coppia fu andata via, hai visto come non la lascia un attimo, ho un brutto pensiero- Il padre anch’esso preoccupato cercò di tranquillizarla. – Stai tranquilla cara, gli vuole bene, forse se smettessi di leggere tutte quelle storie di donne maltrattate saresti più serena – – Non so, forse hai ragione, forse –

Erano appena rientrati quando si sentì il suono del telefonino che avvisava la ricezione di un messaggio. Era Mario. Andrea afferrò il telefono e lo scagliò contro il muro. Poi la riempì di botte.

Poi uscì di casa solo con lui, solo per andare dai suoi genitori se no quelli rompono.

Passarono i mesi, il pronto soccorso fu visitato più volte. Ho la pressione bassa disse ai genitori e continuo a cadere. Ora anche suo padre era preoccupato. Non ci credevano alla pressione bassa. Io a quello lo ammazzo, giuro che lo ammazzo, calmati disse la moglie, quello è un palestrato ti ammazza lui, no ora si va alla polizia,basta, questa storia deve finire prima che sia troppo tardi. I poliziotti dissero che avrebbero indagato ma senza prove e senza la denuncia dell’interessata potevano fare poco. Comunque si recarono lo stesso presso l’abitazione di Marisa.
Andrea dalla finestra li vide se parli ti ammazzo e ammazzo anche i tuoi, sono stati loro lo so. Così Marisa negò, negò tutto. E non uscì più di casa. E non vide più i suoi genitori.

Andrea era sotto la doccia, aveva lasciato il telefonino sul bancone della cucina,  Marisa entrò in cucina lo vide, ascoltò il rumore della doccia, prese coraggio, afferrò il telefono e mandò un messaggio a Mario aiutami ti prego, mi tiene prigioniera! dopo averlo spedito lo cancellò.

Mario andò subito dalla polizia.
– Voglio fare una denuncia – disse,  il poliziotto lo guardò
– Ah, e chi vuoi denunciare? – Mario fece vedere il messaggio. L’altro si mise a ridere:
– E io dovrei credere a una checca come te? Te e la Giraffa mi ricordo bene di voi, che coppia! Una checca e una giraffa!-
– Sì, disse sono una checca e tu sei uno stronzo, e un pavido, io lo so perchè la tormentavi, lei era troppo intelligente, troppo intelligente per te, stronzo! –
Due volte stronzo aveva detto, che soddisfazione! e con gesto di sfida depositò il foglio della denuncia e se ne andò. Arrivato a casa, aprì il computer e scrisse: centri e associazioni antiviolenza di genere. Trovato il centro più vicino al paese, telefonò, prese un appuntamento.

Appena Mario fu uscito il poliziotto prese il foglio, lo appallottolò e lo buttò nel cestino.
Non puoi – disse il suo collega
– Tu stai zitto! –
– Adesso basta, non sono più un ragazzetto cretino che fa tutto quello che dici tu, non siamo più a scuola, tu eri stupido, io, noi, eravamo stupidi, e cattivi! –
– Smettila, e butta via quel foglio, codardo, lo sei sempre stato! –

– E’ vero, ma adesso basta! – Prese il foglio dal cestino, lo stirò – Io vado e ti consiglio di seguirmi. –

Marisa non fece in tempo ad appoggiare il telefono, Andrea uscì dalla doccia, cosa hai fatto’,  niente, non ho fatto niente, cosa hai fatto col mio telefono, cretina!, la spinse, lei cadde a terra, cercò di rialzarsi, lui le diede un calcio, suonarono alla porta, lui si distrasse, lei vide le chiavi, lui si affacciò alla finestra, lei corse verso la porta, l’aprì, lui la raggiunse, la spinse, lei cadde per le scale.

– Ha la pressione bassa, è caduta, non sono riuscito ad afferrarla – disse ai sanitari del 118, salvatela per favore, io ho solo lei, lei che amo così tanto! Marisa, amore, ti amo tanto, ti amo – piangeva, lo consolarono i sanitari, vedrai che ce la farà, coraggio!

Quando i poliziotti giunsero in casa non c’era nessuno. Bussarono alla porta accanto E’ caduta dalle scale ieri e ora è in ospedale dissero, il marito era disperato. Arrivarono in ospedale ma Marisa era in sala operatoria, aveva un grosso ematoma alla testa che le stavano asportando. Andrea li vide arrivare e riuscì a scappare. “Maledetti, nessuno potrà portarmela via, lei è mia, soltanto mia.” Così recitava mentre correva per i corridori.

Marisa aprì gli occhi, vide i suoi genitori e abbozzò un sorriso. Tesoro! dissero in coro i genitori siamo qui con te, ora sei al sicuro.

Mario al centro antiviolenza parlò a lungo. A lungo gli spiegarono come funzionava il centro. Erano persone gentili e preparate, conoscevano le leggi e i meccansismi che agivano sui carnefi e sulle vittime.

Uscì pieno di speranze ed energie e si avviò deciso verso la casa di Marisa. Ma quando giunse trovò un gruppo di curiosi che spiava nell’androne delle scale, E’ caduta disse qualcuno ora è in ospedale, no è stata spinta dal marito disse qualcun altro.
Sta bene, gli dissero, ma non puoi entrare, non sei un parente, guardo solo dal vetro disse e si appoggiò contro la vetrata, il padre di Marisa lo vide, si alzò, gli andò incontro, disse all’infermiera di lasciarlo entrare, per favore, disse, è importante per mia figlia.

Mario entrò, accarezzò Marisa, Sono qui, tesoro, sono qui.