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A spasso col cane

Ogni mattina, poco prima delle sette, la incontro, ha un pastore tedesco, una femmina di un anno circa, molto giocosa, che la tira e la fa sbandare da tutte le parti, porta un fagotto di vestiti, scarponi e un giaccone multitasche da cacciatore, nella mano libera un fascio di fogli A4 con alcune righe evidenziate in giallo che brillano sotto la luce dei lampioni. A volte insieme ai fogli stringe pure il cellulare e io mi chiedo come faccia a non farli cadere col cane che corre e la trascina.

All’imbrunire la incontro nel suo solito fagotto di vestiti, non si riesce a contare quante maglie sono sovrapposte le une alle altre, e sopra a tutte queste maglie il giubbotto da cacciatore e ora, che inizia a far freddo la sera, ma anche la mattina, porta una pesante sciarpa arrotolata in più giri attorno al collo, in una mano il guinzaglio e nell’altra il cellulare e i fogli A4 con delle righe evidenziate in giallo, e io mi chiedo come faccia e leggere con questa poca luce e con il cane che tira da tutte le parti.

Chissà cosa pensa di me lei che mi incontra tutte le mattine prima delle sette e tutte le sere quando già è l’ora dei lampioni mentre porto a spasso il cane che corre e mi trascina.

Cosa pensa di me che stento a tenere il passo al mio cane, che incurante mi strattona ora avanti, ora indietro, ora di lato…

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Cronaca di una serata

Mi soffermo a guardare il lago Tano, un posto (s)conosciuto, in cui nacque Makeba, personaggio importante del mio romanzo “Madonne di strada” la cui stesura fu frutto di molte letture riguardanti l’Etiopia e in particolare appunto del lago Tana. Ed è strano come un posto mai visto possa essere così familiare, tanto da suscitare ricordi ed emozioni, un luogo dell’animo in cui nacque un personaggio che mi fece scoprire un pezzo di mondo così lontano e così bello, tanto che la visione mi porta un senso di nostalgia e rimpianto.

Sono a una mostra fotografica sull’Etiopia, ci sono tre vescovi che raccontano la loro esperienza sul campo. L’incontro è patrocinato dall’associazione Amare, un’associazione nata tra genitori che hanno adottato figli etiopi e che opera sul territorio con piccoli interventi di grande utilità, cliccando qui potete leggerne le finalità e i  progetti.

I vescovi sono due italiani e uno etiope, sono simpatici, cordiali, ironici. Parlano della situazione attuale e di quella passata, raccontano il loro impegno e ciò che hanno fatto. Parlano da cristiani che si portano appresso il Cristo, magari nascosto in tasca quando si avventurano in posti poco sicuri. Uno di loro conclude dicendo: ora sono in pensione e me ne sto in una casa in campagna, non opero più ma io ci sono, sto lì per dire, eccomi io sono qui. Mi colpiscono le parole io sono qui. Rifletto sul significato profondo dell’esserci come testimone, come portatore di una fede. Chiunque di noi dovrebbe dire: ecco io ci sono e sono qui, col mio corpo, con la mia mente, ci sono e testimonio la bellezza o la conoscenza di una cosa, o la realtà del momento, o l’espressione di un’idea, di un credo.

E poi mi chiedo perchè debbano portare questa loro fede nel mondo cercando adepti, quando anche lì, come altrove, ci sono tanti culti, tante religioni, quale è il senso di questa volontà di trasmettere la propria fede?

Quale è il senso profondo di quel dire: io sono qui?

E nel mentre mi sovviene Che Guevara, di cui, giorni fa, ne approfondivo la figura leggendo alcuni testi in rete, il Che che voleva portare anche in Congo la sua idea di mondo, il suo essere comunista, anche lui portatore di una fede anche se non in un dio, ma in una idea. Che poi “forse” è la stessa cosa. Idea, fede.

Mentre i miei pensieri seguono strani sentieri mi arrivano le parole: è attorno a un’idea che si riuniscono le persone, che si fa comunità a parlare è uno dei tre vescovi, il più anziano, minuto, con due occhi vispi e con una voce e una cadenza che trovo conosciuta, anche se ora non so a chi appartiene e perchè la trovi così familiare. Lo guardo, osservo anche gli altri due: non hanno paramenti vistosi, classici, di quelli insomma che siamo abituati a vedere in un vescovo, sono vestiti di nero, con un colletto bianco appena visibile, soltanto quello in mezzo porta sul petto un crocifisso di metallo bianco, grosso e pesante, che si adagia e a volte si agita sul grosso ventre.

Attorno a un’idea si riuniscono le persone” E allora mi dico che se questa idea è un’idea di pace, di rispetto, allora è sicuramente un’idea condivisibile e poco importa se a questa idea diamo il nome di Cristo o di Maometto, o di Comunismo. Se questa idea portà in sé e raccoglie in sé un sentimento di bene comune, di rispetto e di pace, se questa idea serve a rendere la vita meno difficile alle persone che vivono in miseria, in povertà, se questa idea serve a renderci liberi nel pensiero e nella scelta del proprio modo di essere ben venga l’idea.

L’incontro è finito, le persone a gruppetti commentano, chiedono, parlano. Noi tre ci incamminiamo in questa sera ancora calda, in questo settembre che sta per finire, ed è bello camminare insieme e insieme sedersi al tavolo del bar e parlare fino a notte inoltrata, dell’iosonoqui, delle donne, del microcredito, delle strade di Addis Abeba, del lago Tano, delle dighe che si stanno costruendo e che nessuna di noi vorrebbe, che tutte e tre abbiamo dei dubbi, delle perplessità, del fatto che la vita è difficile, che non si sa mai quale è la scelta giusta, quale la strada da intraprende, che spesso si sbaglia, tante volte si soffre, e a volte si è anche felici di condividere i propri pensieri sedute al tavolo di un bar.

Mai portato tanta roba per le vacanze. D’altra parte è la prima volta. Sarò la madre della sposa e lui il padre. Ed è da tempo che ci stiamo preparando a questo ruolo. Siamo contenti, agitati, soprattutto ansiosi.

Il viaggio è lungo come l’attesa.

E poi sono due mesi che non vediamo il nostro nipotino, sarà cresciuto, ci riconoscerà? Ha solo due anni. Un amore di bambino.

Quando arriviamo ci guarda sorpreso, ha uno sguardo interrogativo, ma subito sorride.

Forse è frastornato da tutti questi nonni.

I miei genitori, noi, i genitori di suo padre, i genitori di mio marito. Dobbiamo trovare un mezzo per non confonderlo. Lo trova da solo. Mio marito mi chiama per nome, lui lo ripete, si sente che gli piace, così comincio ad essere nonna lucia.

La festa dei 40 anni dal diploma

Entrando nella sala provo un senso di malinconia, siamo una decina soltanto, guardo la foto appesa al muro che ritrae la nostra classe nel giorno della festa, detta Mac pì , e penso che tre di noi non ci sono più.

Poi ci avviciniamo alla fotografia, e come nel film, l’attimo fuggente, guardando i ragazzi e le ragazze ritratti nella foto, mi pare di sentirne le voci. I commenti si accavallano, si intersecano, si mischiano, è un vocio sommesso, che diventa gaio, poi Marilena legge la poesia e tutto si anima, soprattutto i ricordi. Ed è strano come ognuno di noi ricordi dei fatti che gli altri non ricordano, c’è uno scambio di ricordi, e ci sono quelli condivisi e c’è il ballo. Così balliamo. Anche la quadriglia. Ci divertiamo come matti o come i ragazzi che siamo stati. E’ bello ritrovarsi dopo quarant’anni. Lavare i piatti insieme, sciacquare i bicchieri, parlare. I figli, i mariti/mogli, il lavoro. E’ come se il tempo presente si fosse agganciato al passato in un abbraccio stretto, annientando i quaranta che stanno nel mezzo.

Ho avuto dei compagni/e magnifici.

E’ bello ritrovarsi.

Nel mezzo sta lo sponz

il mio nipotino lo coglie in piazza, è lui a vederlo per prima, lui a farmelo notare: si ferma, guarda, sorride – belloooo! – dice guardando le ruote che sono fiorite nella piazza, le guardo anch’io e mi accorgo solo ora di tutto il lavoriio, del graffite sul muro, della barca sulla piazza, del fotografo sul corso che ha una vecchia macchina fotografica, infila la testa sotto la pezzuola e poi scatta fotografie che andranno poi a ricoprire le porte delle case “appese” dal 1980, dal giorno del terremoto, alzando lo sguardo vedo le luci all’interno, dentro le case crepate, mai più abitate, con quelle luci pare si voglia cancellare il disastro, o forse sono solo una speranza di rinascita.

Incontro mia cugina che ha sempre abitato qui a Calitri e non ha mai visto Borgo Castello, – Non è possibile dico che tu non lo abbia visitato! Ci devi venire, ora! – Così andiamo. La salita taglia le gambe ma lo spettacolo ricompensa la fatica.

Lo sponz ci circonda con tutte le installazioni e tutte queste persone che girano nei vicoli.

E’ una rinascita!

Una luna nuova che sta crescendo.

Lui vede la luna nel cielo – la lunaaa!!! Viene nella notte – dice. E io lo guardo questo bambino così piccolo, due anni appena, che guarda la bellezza delle cose con una gioia negli occhi che riempie il mio cuore di nonna.

La serenata

All’insegna della tradizione calitrana si prepara la serenata per la sposa.

I preparativi fervono. Si apparecchiano i tavoli nel vicolo, pane, salame, formaggio, pizze, pizzette.

Dolci di ogni tipo.

La futura sposa è all’oscuro di tutto, portata via con una scusa.

Arrivano i suonatori, si attende il segnale.

La casa nasce in una via e sbuca in un’altra via, è come una scala, ogni piolo una stanza, partendo dal vicolo in basso la scaliamo per giungere a quello in alto. Il futuro sposo prende il mazzo di fiori e ci precede. Siamo una quarantina, il vicolo è stretto, lo occupiamo tutto. Arriviamo davanti al ristorante, mia figlia è lì,  esce e parte la musica, il futuro sposo inizia a cantare una canzone d’amore, la sorpresa è dipinta sul volto di mio nipote, tutti cantano, i suonatori suonano, e il corteo ritorna indietro attraversa la casa e scende nel vicolo sottostante.

Si balla fino a notte fonda.

Si cantano i sonetti calitrani, si ride, si scherza.

E’ calda la notte.

La casa dorme quando torniamo, mi coglie la tristezza per i miei genitori che non hanno potuto partecipare alla festa, potevano forse, dovevo insistere di più, forse.

Il matrimonio

Mi alzo alle cinque. L’alba non è ancora sorta. Mia figlia è sulla soglia, ha una sottoveste bianca, le rose di carta sono sulle scale, sul tavolo apparecchiato. L’estetista è in ritardo. Vorrei dirle qualcosa. Cosa si dice a ua figlia prima di sposarsi?

Ieri ci pensavo e anche l’altro ieri, e anche prima.

Mi veniva in mente soltanto una frase: tu pensa ad essere felice che al resto ci pensiamo noi, io e tuo padre. E stavo per dirla quando, affaticata, l’estetista con una valigia pesante, è arrivata. Mi ha truccato lamentandosi della luce – ci vorrebbe quella naturale, non questo neon! – il balcone è spalancato, ma c’è soltanto un lieve chiarore. Ha truccato prima me. E’ strano affidare la propria faccia a una sconosciuta che può farne quello che vuole!

Poi sulla sedia si siede mia figlia e l’alba sorge.

Il sole si riflettesui vetri, è uno splendore questa luce, questa casa, questa mia figlia che si sta per sposare! Devo scappare, alle 7.30 ho l’appuntamento dal parrucchiere, alle otto devo essere in pasticceria, alle 8 e …. sono un tantino stressata, e mio marito aumenta il mio stress, non gli piace il trucco, – mi dispiace – dico ma adesso me lo tengo, non ho tutto questo tempo per disfare le cose fatte.

Per fortuna che c’è mia cognata che mi tira su il morale. Mi aiuta a vestire i miei genitori. E’ come una sorella per me.

E poi arrivano tutti, mio fratello, le mie nipoti venute da lontano, mio figlio e la fidanzata, ed è già ora di andare e c’è la salita, dura, con i tacchi alti, ci vuole equilibrio, e c’è un sole che spacca le pietre e mio marito che tiene al braccio la sposa, c’è la musica, tutti gli invitati, bellissimo posto per sposarsi, difficile da raggiungere, è così la vita mi dico, difficile eppure a volte incredibilmente bella, come gli sposi oggi.

E poi c’è il lancio del riso e lui piccolino come è non capisce perchè buttano il riso addosso a sua madre e scoppia in un pianto disperato, e toglie il riso dal capo della sposa, da sua madre. Gli diamo un pacco di riso per giocare e lui gioca e si dimentica.

E’ bello ritrovare qui tre mie compagne di scuola, mi commuovono, mi rincuorano, mi alleviano la tensione.

Sui tavoli del ristorante fanno bella mostra di sé le rose di carta che mia figlia ha confezionato. Sono orgogliosa di cosa ha fatto, come lo ha fatto, è bellissima, oggi.

E poi ci sono i miei cugini, sono tanti, balliamo, ci divertiamo, ci sono i miei zii, ballo anche per loro, in ricordo dei matrimoni passati, ballo anche per chi non c’è più. Li ricordo nei passi, dentro le note.

E alla fine mi sono distratta.

Non dovevo.

Ho cercato di rimediare.

Non puoi capire tutto mi dico e il pensiero mi consola.

La notte è scesa e si continua a ballare.

Guardo i miei figli.

Guardo mio nipote in braccio a mio marito.

Sono contenta.

Respiro.

Ho finito di leggere la Montagna incantata di Thomas Mann, oggi 6 agosto 2017.

Ho iniziato a leggerlo un anno o due fa, non ricordo di preciso il tempo lungo di questa lettura.

Una lettura fatta nella mia casa tra le montagne dove spesso trascorro i fine settimana.

Una lunga lettura per un lungo periodo di tempo sul balcone di una casa in cui il tempo non è quello della vita in città, un tempo che segue un ritmo diverso, quasi fermo, eppure così variabile nei colori del monte di fronte al balcone. Un monte aspro dalle cime dritte verso il cielo che, sull’estrema destra, ha due protuberanze simili a mammelle. A volte in certi tramonti accesi il profilo nero pare disegnare una donna distesa, una madre gigantesca ai cui piedi camminano, come tante formiche, persone osservate nell’eterno viaggio dal paese verso il bar, nell’unico percorso quasi piano, accessibile a tutti.

Nonostante le lunghe pause ogni volta che ho ripreso la lettura mai ho dovuto rileggere le ultime pagine per ricordare ciò che avevo letto in precedenza.

Questo per dire che il mio tempo di lettura si è adeguato al tempo del libro. Al tempo di Castorp, il protagonista e la mia montagna si è (con)fusa con la sua.

Una montagna irta da scalare, soprattutto nei discorsi tra il protagonista e il razionalismo di Settembrini, perdendomi completamente con quelli dell’irrazionale pessimismo di Naphta. Io che di anni ne ho il triplo di Castorp ma la sua stessa non conoscenza o per meglio dire la sua stessa ignoranza.

Dalla mia e dalla sua parte c’è la curiosità che ci spinge in territori inesplorati.

Questa affinità mi ha permesso di avvicinarmi al testo. E non solo: la malattia e con essa il tempo e la morte.

Sono stata nella mia vita, in periodi diversi, ma sempre per periodi abbastanza lunghi, in ospedale.

L’inizio del libro, quando Castorp si reca in sanatorio per trovare il cugino Joachim con l’intenzione di soggiornare per tre settimane (si trasformeranno in sette anni), mi ha molto incuriosito leggere come si effettuava la cura per la tubercolosi, malattia che ancora oggi è attiva e devastante. La cura del balcone, il termometro, le lastre e il cibo. Abbondante. Questa abbondanza caratterizza la provenienza borghese – benestante degli ospiti.

L’attenzione di Castorp per ogni piccolo gesto, dall’avvolgersi la coperta sul balcone agli occhi chirghisi della signora Clavdia Chauchat, quel suo sbattere la porta quando entra in sala da pranzo, mi è rimasto dentro come l’affetto per il cugino che, nonostante non seguisse con lo stesso interesse le discussioni con Settembrini, sempre si affiancava a Castorp e che con lui assisteva nella fase finale le vittime della tubercolosi. Quell’avvicinarsi alla morte senza la paura della morte.

E quella pianura sempre più distante fino quasi a scomparire.

Non saprei dire quale sia stata l’esperienza che più mi ha colpito del giovane Castorp, forse mi è piaciuto quell’accostarsi alle cose con curiosità e tenacia, di sicuro la pagina più bella è quella che descrive Castorp quando si perde nella tormenta di neve.

La più dolorosa quando muore Joachim.

La più sofferta quella del duello con la morte di Naphta.

Naphta il personaggio più tenebroso.

La più emozionante quella in cui parla in francese con la signora Chauchat.

L’amore al tempo degli sguardi. D’altri tempi. Non i nostri. Non più. Dove l’orlo di un vestito o la sua scollatura erano l’eros. Dove una parola detta in altra lingua poteva essere detta ma non nella propria. Quasi un rimpianto per me, per noi, per questi corpi tutti uguali, tutti svelati e senza mistero, di uomini e donne. E non si voglia qui confondere questo desiderio, questo rimpianto con un vestire ottocentesco!

La musica. Le pagine in cui Castorp ascolta la musica, il suo essere toccato così profondamente da essa, quell’ascolto infinito, quella cura, quell’amore hanno svegliato il mio animo sopito, quasi spento, degli ultimi miei tempi.

L’addio di Settembrini. Quel tu che nasce nel distacco, quel nome di battestimo mai pronunciato che si pronuncia nell’addio.

Quell’addio da padre a figlio o da un tempo di pace a uno di guerra.

Dall’incanto della Montagna all’orrore della pianura.

E quella domanda che mi sorge leggendo di quel fango e di quei corpi straziati, di quel Castorp che forse è morto o forse no ma che calpesta l’orrore, ci vive in mezzo, lo subisce e lo provoca, quella domanda che mi sorge e che qui si esplicita e che risposte non ha, come non ne ha in qualsiasi altro contesto ma qui più che in altri è:

a cosa è servito l’incanto della Montagna? A cosa la guarigione dalla malattia, a cosa quella crescita spirituale e intellettuale  se poi tutto doveva soccombere?

In questa terza parte prosegue la mia rivisitazione del minotauro di Friedrich Dürrenmatt. , il mio punto di vista (la ragazza) diverso da quello di Durrenmatt che è il minotauro, necessariamente dopo la morte di questa, cambia ed entrano in scena personaggi che non ci sono nell’opera dello scrittore svizzero, da cui ho tratto però alcuni temi: Giustizia, colpevolezza e innocenza, il tutto inserito in un tempo che è il nostro.
per leggere le altre due parti:e

Telegiornale delle sette:
Un altro terribile omicidio si è consumato presso il grande Centro: una ragazza è stata barbaramente uccisa. Sempre nello stesso Centro sono stati uccisi precedentemente altre sei ragazze e sette ragazzi.
Questa ennesima e tragica morte è attruibuita alla stessa mano omicida, le cui fattezze, acquisite ancora una volta dalle telecamere, ci restituiscono l’immagine di un uomo grande e grosso con una faccia strana, è il figlio illeggittimo del proprietario del centro, pare sia affetto da un’alterazione cromosomica. I suoi cromosoni sono in numero maggiore rispetto alla norma e, tra l’altro, alcuni di questi non sembrano appartenere alla razza umana.
Il proprietario del Centro chiuso nella sua dimora rifiuta di farsi vedere e intervistare.
Questa sera, su questo stesso canale, sono stati invitati psicologi, psichiatri e criminologi per cercare di capire la personalità dell’assassino. Soprattutto parlerà il criminologo, facente parte della squadra di polizia scientifica, che segue da tempo questa vicenda.
La discussione verterà sul tema della colpa.
Invito pertanto i telespettatori a inviare messaggi tramite twitter o watsapp con l’hashtag #colpevole # Non colpevole.

Commissario di polizia

Ora, la questione è semplice, non c’è da ricamarci tanto intorno, da scomodare psicologi, psichiatri e quant’altro, non interessa il perchè e il percome, ma bisogna valutare i fatti, soppesarli e poi decidere. E, premessa: la colpa dei padri o delle madri non devono pagarla i figli, questo sia chiaro, non importa se il padre o la madre, soprattutto quest’ultima, sia una persone potente, o divina, come tutti la chiamano, se lui sia o non sia il vero padre, niente di tutto questo deve essere preso in considerazione nella valutazione dei fatti. E i fatti parlano chiaro:

Sette ragazzi e sette ragazze sono morti per mano del mostro, una morte orribile a cui è seguita oggi l’ultima, orribile al pari delle altre.

D’accordo, lui, il mostro, non ha coscienza dell’orrore commesso, per questo dite che non è colpevole. Posso essere d’accordo.

Ma il fatto resta, ripeto: quindici ragazzi sono stati uccisi barbaramente, senza nessun motivo, quei morti chiamano Giustizia.

Ed è in virtù di questo che lui è colpevole.

Non solo, ma domani ci potrebbero essere altri sette ragazzi e sette ragazze ad andare incontro, come dite voi, allo stesso tragico destino.

Destino.

Credere nel destino non è facoltà di un tribunale.

Un tribunale valuta i fatti, controlla la vericidità delle prove ed emette la sentenza tenendo conto della pericolosità dell’imputato.

Ed è per amore della G I U S T I Z I A che io mi adopererò affinché il mostro venga catturato.

D’altra parte questo è il mio compito, questo è il mio lavoro: salvaguardare la sicurezza e quindi il benessere della collettività catturando i malfattori, i ladri, gli assassini, appunto.

Criminologo

La commissaria ha avuto un’idea geniale, ma altrettanto geniale, se non di più, è la mia che si avvale oltre che della forza fisica possente, acquisita con anni e anni di allenamento, anche dello studio che ho condotto sull’imputato. Ho studiato il suo habitat, le sue abitudini, le sue debolezze. E a lui piace la danza, e piace specchiarsi, io sarò per lui la sua immagine riflessa.
Sarò il suo doppio.
Armati lei di un gomitolo e io di una pistola, io nel mio travestimento, lei nella sua essenza, ci inoltriamo nel labirinto di questo centro di cui mi piacerebbe tanto sapere come e perchè il costruttore abbia deciso di crearlo con questa forma incredibile riempiendolo di specchi dove le persone si smarriscono. Metterei anche lui, insieme al padre del mostro che lo ha commissionato, nella gabbia degli imputati.
Nascosto sotto il mio travestimento, mi incammino insieme a lei che comincia a srotolare il filo mentre ci inoltriamo nel Centro.

E che la caccia abbia inzio!
continua…

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per leggere la prima parte  

Il tumulto del cuore muove i passi nella danza

Sono farfalla,

sono fiore,

sono ape che vola.

Sono l’alba del mondo.

Sono io, e sono qui

sono la moltitudine di me stessa.

Lui danzò la gioia di averla trovata, lei danzò la paura di essere trovata”(Dūrrenmatt)

La sua danza è una gioia incontenibile, si porta dentro tutte le danze conosciute e sconosciute, un che di selvaggio e di antico, un po’ animale e un po’ uomo, un senso del divino che arriva sui suoi passi fino a me, un che di oscuro, anche, che mi fa muovere nella paura, nel timore di essere trovata, anche se vorrei che mi trovasse.

La sua ombra mi sovrasta, è una coltre di ghiaccio che mi cala addosso e mi imprigiona.

Oltre la sua ombra mille altre ombre mi sovrastano.

Oltre alla sua ombra la mia con tutte le altre mie angosciose ombre, angosciose, terrorizzate, ghiacciate ombre.

Arretro davanti a lui che danza, arretro danzando, ma la sua oscurità mi raggiunge, mi ricopre.
Scompare la primavera e il suo canto.
Soltanto terrore, paura, morte, disperazione.
Arretro davanti a lui che danza.

Sono dentro l’oscurità.

Questa oscurità mi porta dove non vorrei essere, tra i morti affogati sul fondo del mare, tra  guerre, miserie,  fame, sete.
Tra i morti ammazzati.

E’ un mondo spaventoso.

In questo spavento appaiono i suoi occhi.

I suoi occhi

C’è del buono in fondo ai suoi occhi,
c’è la primavera,
ne sento il canto.

Tra milioni di immagini ha trovato la mia carne.

Le sue braccia mi afferrano, il suo corpo imprigiona il mio corpo,
è felice,
sono felice,
insieme danziamo la nostra felicità.

Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva sapere nemmeno che l’uccideva, perché non sapeva cos’era vita e cosa morte.” (Dūrrenmatt)

continua …

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Questo testo teatrale l’ho scritto rivisitando e reinterpretando il testo del Minotauro di Dürrenmatt. Cliccare per i dettagli suIl minotauro
E’ molto lungo perciò pubblicherò a scadenza settimanale il testo.

Mi sono persa. In un dedalo di negozi, tra tutte queste vetrine, mi sono persa. Ah, ho detto dedalo e non labirinto! Ci fosse stata qui Arianna mi avrebbe preso in giro! Ma ora non posso pensare all’Arianna, ora devo trovare l’uscita. Salgo e scendo per le scale mobili, da un piano all’altro, di questo grande centro commerciale.
Un labirinto fatto di specchi. Non riesco più a distinguere le persone dalle loro immagini riflesse, e tra tutte queste immagini non so più quale è la mia. O forse sono io la moltitudine che si specchia nelle vetrine.
Questi specchi che riflettono la mia immagine all’infinito!
Mi tocco la faccia, le braccia, le gambe. Per sentire che ci sono, che sono io.  Corro, inciampo, cado, mi rialzo e ricomincio a correre. Perchè sono venuta in questo posto, perchè? Cosa mi ha spinto a lasciare la mia casa, la sua calda protezione, il guscio, l’uovo da cui mai sarei dovuta uscire?
Mi sono sentita costretta, da chi poi? Da un armadio. Sì, da un armadio, dovevo cercare il vestito da mettere domani per la festa di primavera, ho aperto l’armadio e quasi mi cadevano tutti i vestiti addosso tanto erano stipati, una confusione! Tra tutta quella roba non ho trovato niente. Fosse stato l’armadio dell’Arianna, perfetto, ogni maglia abbinata alla gonna, ogni colore separato da un altro, i capi leggeri da una parte i capi invernali dall’altra, avrei trovato sicuramente ciò che cercavo.
Ah, come invidio l’Arianna, il suo senso pratico!
E lei invidia me perchè le racconto sempre storie strane, mi invidia per la mia capacità di invenzione.
Ci invidiamo a vicenda io e l’Arianna. Siamo così diverse!
L’Arianna che invidia me e anche suo fratello, oddio, non è proprio suo fratello, per la precisione il suo fratellastro, figlio della stessa madre ma non dello stesso padre, un tipo grande e grosso con una faccia strana! E non solo la faccia è strano tutto.
Vive fuori dal mondo, in un mondo tutto suo.
Non capisco perchè l’Arianna invidia quel fratellastro tanto strano, forse per via del padre che ha persino scomodato il Grande Artista per fare costruire una stanza al “mostro”, è così che lo chiama il mostro! E’ una stanza enorme fatta di specchi.
Mi guardo in giro, mi sembra di essere precipitata nella sua stanza, anche qui tutti questi specchi!
Devo smettere di pensare all’Arianna e ai suoi fratelli, devo concentrarmi, devo uscire da questo posto. Mi guardo in giro, non vedo nessuno.
Ma dove sono andati tutti quanti? Tutta quella folla che prima mi spingeva da una una parte all’altra, sembravamo formiche che si accalcavano davanti alle vetrine, sui banconi delle merci, ora è tutto vuoto, ci sono solo io e le mie centinaia, che dico, migliaia di immagini che si riflettono dappertutto. Il panico mi assale, faccio fatica a respirare, il cuore mi batte all’impazzata.
Cerco di calmarmi, mi fermo, rifletto, apro la borsa, cerco il cellulare, non lo trovo, vuoto il contenuto della borsa per terra, eccolo, un lampo di gioia mi illumina, lo afferro: è scarico! Morto, completamente morto!
Cerco di pensare come avrebbe potuto pensare l’Arianna, non ci riesco, non ho i suoi geni, siamo diverse.
Proveniamo da mondi opposti.
Uno sopra e l’altro sotto.
E quello sotto è il mio.
Guardo le mie cose sparpagliate per terra, tutte queste cose che mi porto sempre appresso, a cosa mi servono? A cosa mi servono tutti quei vestiti nell’armadio?
Cosa mi serviva per la festa di primavera?
Bastava un fiore nei capelli!
A cosa mi serve ora quest’idea così semplice e così geniale se non posso più uscire da questo posto?
Improvvisamente un’ombra si alza minacciosa e mi sovrasta.
Il terrore mi paralizza.
L’ombra si muove.
E’ sempre più vicina.
E’ un gigante,
ha una faccia strana,
è un essere spaventoso.
Si avvicina,
è tanto vicina che vedo i suoi occhi e
strano
non hanno dentro nessuna ferocia, mi pare un essere buono, forse anche lui si è perso in questo labirinto. Forse anche lui come me sta cercando una via d’uscita. Lo guardo. Ha qualcosa di magico negli occhi. Mi guarda come nessuno mi ha mai guardato, mi sembra di rinascere nel suo sguardo.
Mi viene incontro danzando e danzo anch’io.
Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza” (Dūrrenmatt)
Continua …

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