Feeds:
Articoli
Commenti

Domenica

Non pensa altro che alle olive.

Mia madre:

Quando devi andare al frantoio?

Mio padre:

Mercoledì vado per confermare l’appuntamento per giovedì

Io e mio fratello:

Non è necessario, è già fissato, la signora ha preso nota, sulla lista c’è già il tuo nome.

Mio padre:

No, no, vado mercoledì per la conferma.

Lunedì

Mio padre:

Bisogna lavare i contenitori, quello da trenta e quello da 25 litri.

Io: ma per un quintale e mezzo di olive quanto olio vuoi fare?

Mio padre:

Le olive sono belle, non hanno il verme, sono grosse, lava due contenitori, perchè se poi non basta uno bisogna usare anche il secondo.

Mia madre:

Quando devi andare al frantoio?

Mercoledi per confermare l’appuntamento di giovedì

Martedì

Mio padre:

Oggi finisco di setacciare le olive

Mia Madre:

Quando devi andare al frantoio?

Domani per confermare l’appuntamento di giovedì

Mercoledì

Inizia il trasporto dalla campagna a casa delle casse di olive.

E’ affannato, fa tre viaggi di cui uno a vuoto: ha dimeticato le chiavi della masseria, stava rischiando di restare a piedi perchè non aveva riempito il serbatoio di nafta per il tre ruote.

E io lo guardo nel suo instabile passo di 87 anni mentre scarica le cassette di 25 kg.

Mio padre

Sono andato al frantoio: è confermato l’appuntamento per domani alle due, andrò all’una così sono sicuro.

Mia madre:

Ah, è domani che devi andare allora.

Giovedì

Alle sei del mattino sento un gran fracasso nel bagno e luci che si accendono e si spengono, su e giù per le scale.

Che succede? Dico

Mio padre:

Oggi dobbiamo andare al frantoio e ora devo andare in campagna a recuperare le ultime due casse.

Mia madre

Ma è oggi che devi andare al frantoio, non me lo avevi mica detto.

Giovedì pomeriggio è finalmente arrivato, io e mio fratello andiamo alle quattorci, troviamo mio padre in attesa.

C’è un gran fracasso. Pesiamo le olive di mio padre, poi passiamo al setaccio elettrico le nostre comprate al frantoio. La responsabile ci aiuta a mettere le olive nella macchina infernale dal rumore assordante, mentre le olive passano sul rullo dobbiamo togliere più foglie possibili, arranchiamo dietro le foglie, poi una signora che attende di macinare le sue ci spiega come fare in modo veloce ed efficace a togliere le foglie.

Dice: me lo ha insegnato quello prima di me.

Effettivamente il suo metodo è efficace e le olive che vanno alla macina sono ben setacciate.

Passano dal rullo sotto le enormi ruote di pietra.

La responsabile è una giovane donna energica, sempre con un bel sorriso sulle labbra, ha due occhi vispi e attenti, dirige il frantoio come se fosse un’orchestra, accoglie i clienti, segue le ruote, impartisce ordini ai due operai, controlla i filtri, e l’olio che cola, infine va alla cassa per riscuotere e dare la ricevuta. Io la guardo e l’ammiro.

Passano le ore, mio padre seduto su un grosso contenitore di latta sonnecchia. E’ stanco. Alla fine riusciamo a mandarlo a casa promettendogli di chiamarlo quando uscirà il suo olio, non vuole perdersi quel momento magico.

Mi siedo vicino alla signora che ci ha dato i consigli sulla cernita, mi racconta la sua vita. Arrivano altri clienti, parte di nuovo il setaccio, ora siamo io e mio fratello ad insegnare come si fa con la cernita. Il tempo passa, altre persone arrivano, altre persone si raccontano. Raccolgo i racconti di tutti. Ci alterniamo al filtro per girare l’olio scuro, per aiutare a versare l’olio nei bidoni. Quando manca poco all’uscita dell’olio di mio padre lo chiamiamo.

L’olio inizia a uscire, è di un colore più intenso rispetto agli altri, l’olio colo, cola.

Zio Vincenzo ma quanto olio le tue olive! – dicono in coro le persone – hai preso il 28! 28 litri al quintale! E’ tantissimo! Più di tutti oggi!” mio padre si commuove. Mi pare di scorgere delle lacrime negli occhi rossi di stanchezza e contentezza. Non credo che dimenticherò mai il viso di mio padre mentre guarda l’olio colare, mentre tutti gli dicono hai preso il 28.

Carichiamo l’olio, rientriamo per pagare.

Tutti mi salutano con una stretta di mano, un abbraccio e due baci sulle guance.

E’ stato bello – dico – grazie di tutto”

Fuori è già notte.

Conservo con cura i racconti delle persone che oggi ho incontrato.

Venerdì

Domani parto. Esco a fare compere. Vado da “I nobili” a comprare dei biscotti, c’è Luciana parliamo del convegno che si è tenuto domenica sulla violenza di genere. Una lunga chiacchierata, una riflessione sui ruoli, sulla società di ieri e di oggi, parliamo si scrittura anche, di racconti. Per strada incontro mia cugina e poi Vito. Si parla di figli, di nipoti, di genitori che invecchiano. Incontro anche la signora Piumelli, sempre in gamba nonostante gli anni. Dopo tutti questi giorni passati perloppiù in compagnia di mia madre, con grande tristezza nel vedere come è cambiata dalla donna battagliera che era a quello che è diventata, fragile e indifesa, spesso persa nei meambri di ricordi che si confondono, che si aggrappa agli orari, alle piccole abitudini per non smarrirsi del tutto, dicevo oggi mi è parso di non essere più una straniera nel mio paese.

Annunci

Sono in orario penso nel vederla.

E’ puntuale, tutte le mattine alle 7.15 affronta la curva per immettersi nel viale che conduce alla metro. E’ una maestra in pensione e va in centro ad insegnare italiano agli stranieri.

Ha un sorriso bianco, aperto, e un vestire rigoroso, quasi da suora.

Sul nero dei vestiti spicca il candore dei capelli, nel passo lento il carico degli anni.

Buongiorno bella fanciulla!” esclama e mi viene da pensare che il suo intervento di cataratta non è riuscito.

Come va l’occhio?” chiedo

Bene! Dopo l’intervento, quando mi sono guardata allo specchio, ho dato un urlo che ha fatto spaventare mia figlia, il fatto è che ho visto tutte queste rughe che prima non vedevo, e poi ho visto la polvere sui mobili e le ditate, anche! Prima mi vedevo più giovane e la casa sempre pulita, ora, ahime, vedo tutto. Mi sono molto spaventata. Ho proprio urlato”

Sorride e sorrido.

Allora è andato tutto bene, l’intervento è riuscito. Quando toglierà la cataratta all’altro occhio?”

Sono indecisa, non so se voglio farlo. Chissà cosa vedrò poi che ancora non ho visto!”

Mi chiede come mi chiamo. Sono mesi che ci incontriamo sulla strada per la metro, che parliamo e ancora non conosciamo i nostri nomi, così ci presentiamo.

Ora che abbiamo un nome non siamo più due ombre che camminano nel chiarore dell’alba. Sembra quasi che i nomi abbiamo delineato e sottolineato i contorni dei nostri corpi rendendoli reali e tangibili in questo chiarore di giornata dove l’autunno sfoggia colori di un rosso acceso e le foglie sul viale fanno un rumore secco, quasi cristallino sotto le scarpe, quasi un chiacchiericcio, un suono allegro.

Un canto.

Questo autunno.

Questo cielo che ora si apre tutto attorno.

Questo meraviglioso cielo azzurro.

Questi alberi.

Rossi

Gialli

Maculati di giallo e rosso

Aranciati.

Sul fondo la voce metallica annuncia l’arrivo del metrò.

I ragazzi si affollano verso l’entrata.

Noi due ci sediamo di fronte e a lato di due ragazzi.

La ragazza ha i jeans tagliati sulle ginocchia, quando si siede il taglio si allarga sulla carne rosa.

Il ragazzo ha il cappuccio della felpa sul capo e dentro due occhi neri.

Li vedo da mesi tutte le mattine.

Ricordo i loro volti.

Mi piacerebbe conoscere i loro nomi.

Sorridiamo noi due nel parlare, nel continuare il racconto delle nostre vite, dei nostri nomi.

A spasso col cane

Ogni mattina, poco prima delle sette, la incontro, ha un pastore tedesco, una femmina di un anno circa, molto giocosa, che la tira e la fa sbandare da tutte le parti, porta un fagotto di vestiti, scarponi e un giaccone multitasche da cacciatore, nella mano libera un fascio di fogli A4 con alcune righe evidenziate in giallo che brillano sotto la luce dei lampioni. A volte insieme ai fogli stringe pure il cellulare e io mi chiedo come faccia a non farli cadere col cane che corre e la trascina.

All’imbrunire la incontro nel suo solito fagotto di vestiti, non si riesce a contare quante maglie sono sovrapposte le une alle altre, e sopra a tutte queste maglie il giubbotto da cacciatore e ora, che inizia a far freddo la sera, ma anche la mattina, porta una pesante sciarpa arrotolata in più giri attorno al collo, in una mano il guinzaglio e nell’altra il cellulare e i fogli A4 con delle righe evidenziate in giallo, e io mi chiedo come faccia e leggere con questa poca luce e con il cane che tira da tutte le parti.

Chissà cosa pensa di me lei che mi incontra tutte le mattine prima delle sette e tutte le sere quando già è l’ora dei lampioni mentre porto a spasso il cane che corre e mi trascina.

Cosa pensa di me che stento a tenere il passo al mio cane, che incurante mi strattona ora avanti, ora indietro, ora di lato…

Cronaca di una serata

Mi soffermo a guardare il lago Tano, un posto (s)conosciuto, in cui nacque Makeba, personaggio importante del mio romanzo “Madonne di strada” la cui stesura fu frutto di molte letture riguardanti l’Etiopia e in particolare appunto del lago Tana. Ed è strano come un posto mai visto possa essere così familiare, tanto da suscitare ricordi ed emozioni, un luogo dell’animo in cui nacque un personaggio che mi fece scoprire un pezzo di mondo così lontano e così bello, tanto che la visione mi porta un senso di nostalgia e rimpianto.

Sono a una mostra fotografica sull’Etiopia, ci sono tre vescovi che raccontano la loro esperienza sul campo. L’incontro è patrocinato dall’associazione Amare, un’associazione nata tra genitori che hanno adottato figli etiopi e che opera sul territorio con piccoli interventi di grande utilità, cliccando qui potete leggerne le finalità e i  progetti.

I vescovi sono due italiani e uno etiope, sono simpatici, cordiali, ironici. Parlano della situazione attuale e di quella passata, raccontano il loro impegno e ciò che hanno fatto. Parlano da cristiani che si portano appresso il Cristo, magari nascosto in tasca quando si avventurano in posti poco sicuri. Uno di loro conclude dicendo: ora sono in pensione e me ne sto in una casa in campagna, non opero più ma io ci sono, sto lì per dire, eccomi io sono qui. Mi colpiscono le parole io sono qui. Rifletto sul significato profondo dell’esserci come testimone, come portatore di una fede. Chiunque di noi dovrebbe dire: ecco io ci sono e sono qui, col mio corpo, con la mia mente, ci sono e testimonio la bellezza o la conoscenza di una cosa, o la realtà del momento, o l’espressione di un’idea, di un credo.

E poi mi chiedo perchè debbano portare questa loro fede nel mondo cercando adepti, quando anche lì, come altrove, ci sono tanti culti, tante religioni, quale è il senso di questa volontà di trasmettere la propria fede?

Quale è il senso profondo di quel dire: io sono qui?

E nel mentre mi sovviene Che Guevara, di cui, giorni fa, ne approfondivo la figura leggendo alcuni testi in rete, il Che che voleva portare anche in Congo la sua idea di mondo, il suo essere comunista, anche lui portatore di una fede anche se non in un dio, ma in una idea. Che poi “forse” è la stessa cosa. Idea, fede.

Mentre i miei pensieri seguono strani sentieri mi arrivano le parole: è attorno a un’idea che si riuniscono le persone, che si fa comunità a parlare è uno dei tre vescovi, il più anziano, minuto, con due occhi vispi e con una voce e una cadenza che trovo conosciuta, anche se ora non so a chi appartiene e perchè la trovi così familiare. Lo guardo, osservo anche gli altri due: non hanno paramenti vistosi, classici, di quelli insomma che siamo abituati a vedere in un vescovo, sono vestiti di nero, con un colletto bianco appena visibile, soltanto quello in mezzo porta sul petto un crocifisso di metallo bianco, grosso e pesante, che si adagia e a volte si agita sul grosso ventre.

Attorno a un’idea si riuniscono le persone” E allora mi dico che se questa idea è un’idea di pace, di rispetto, allora è sicuramente un’idea condivisibile e poco importa se a questa idea diamo il nome di Cristo o di Maometto, o di Comunismo. Se questa idea portà in sé e raccoglie in sé un sentimento di bene comune, di rispetto e di pace, se questa idea serve a rendere la vita meno difficile alle persone che vivono in miseria, in povertà, se questa idea serve a renderci liberi nel pensiero e nella scelta del proprio modo di essere ben venga l’idea.

L’incontro è finito, le persone a gruppetti commentano, chiedono, parlano. Noi tre ci incamminiamo in questa sera ancora calda, in questo settembre che sta per finire, ed è bello camminare insieme e insieme sedersi al tavolo del bar e parlare fino a notte inoltrata, dell’iosonoqui, delle donne, del microcredito, delle strade di Addis Abeba, del lago Tano, delle dighe che si stanno costruendo e che nessuna di noi vorrebbe, che tutte e tre abbiamo dei dubbi, delle perplessità, del fatto che la vita è difficile, che non si sa mai quale è la scelta giusta, quale la strada da intraprende, che spesso si sbaglia, tante volte si soffre, e a volte si è anche felici di condividere i propri pensieri sedute al tavolo di un bar.

Mai portato tanta roba per le vacanze. D’altra parte è la prima volta. Sarò la madre della sposa e lui il padre. Ed è da tempo che ci stiamo preparando a questo ruolo. Siamo contenti, agitati, soprattutto ansiosi.

Il viaggio è lungo come l’attesa.

E poi sono due mesi che non vediamo il nostro nipotino, sarà cresciuto, ci riconoscerà? Ha solo due anni. Un amore di bambino.

Quando arriviamo ci guarda sorpreso, ha uno sguardo interrogativo, ma subito sorride.

Forse è frastornato da tutti questi nonni.

I miei genitori, noi, i genitori di suo padre, i genitori di mio marito. Dobbiamo trovare un mezzo per non confonderlo. Lo trova da solo. Mio marito mi chiama per nome, lui lo ripete, si sente che gli piace, così comincio ad essere nonna lucia.

La festa dei 40 anni dal diploma

Entrando nella sala provo un senso di malinconia, siamo una decina soltanto, guardo la foto appesa al muro che ritrae la nostra classe nel giorno della festa, detta Mac pì , e penso che tre di noi non ci sono più.

Poi ci avviciniamo alla fotografia, e come nel film, l’attimo fuggente, guardando i ragazzi e le ragazze ritratti nella foto, mi pare di sentirne le voci. I commenti si accavallano, si intersecano, si mischiano, è un vocio sommesso, che diventa gaio, poi Marilena legge la poesia e tutto si anima, soprattutto i ricordi. Ed è strano come ognuno di noi ricordi dei fatti che gli altri non ricordano, c’è uno scambio di ricordi, e ci sono quelli condivisi e c’è il ballo. Così balliamo. Anche la quadriglia. Ci divertiamo come matti o come i ragazzi che siamo stati. E’ bello ritrovarsi dopo quarant’anni. Lavare i piatti insieme, sciacquare i bicchieri, parlare. I figli, i mariti/mogli, il lavoro. E’ come se il tempo presente si fosse agganciato al passato in un abbraccio stretto, annientando i quaranta che stanno nel mezzo.

Ho avuto dei compagni/e magnifici.

E’ bello ritrovarsi.

Nel mezzo sta lo sponz

il mio nipotino lo coglie in piazza, è lui a vederlo per prima, lui a farmelo notare: si ferma, guarda, sorride – belloooo! – dice guardando le ruote che sono fiorite nella piazza, le guardo anch’io e mi accorgo solo ora di tutto il lavoriio, del graffite sul muro, della barca sulla piazza, del fotografo sul corso che ha una vecchia macchina fotografica, infila la testa sotto la pezzuola e poi scatta fotografie che andranno poi a ricoprire le porte delle case “appese” dal 1980, dal giorno del terremoto, alzando lo sguardo vedo le luci all’interno, dentro le case crepate, mai più abitate, con quelle luci pare si voglia cancellare il disastro, o forse sono solo una speranza di rinascita.

Incontro mia cugina che ha sempre abitato qui a Calitri e non ha mai visto Borgo Castello, – Non è possibile dico che tu non lo abbia visitato! Ci devi venire, ora! – Così andiamo. La salita taglia le gambe ma lo spettacolo ricompensa la fatica.

Lo sponz ci circonda con tutte le installazioni e tutte queste persone che girano nei vicoli.

E’ una rinascita!

Una luna nuova che sta crescendo.

Lui vede la luna nel cielo – la lunaaa!!! Viene nella notte – dice. E io lo guardo questo bambino così piccolo, due anni appena, che guarda la bellezza delle cose con una gioia negli occhi che riempie il mio cuore di nonna.

La serenata

All’insegna della tradizione calitrana si prepara la serenata per la sposa.

I preparativi fervono. Si apparecchiano i tavoli nel vicolo, pane, salame, formaggio, pizze, pizzette.

Dolci di ogni tipo.

La futura sposa è all’oscuro di tutto, portata via con una scusa.

Arrivano i suonatori, si attende il segnale.

La casa nasce in una via e sbuca in un’altra via, è come una scala, ogni piolo una stanza, partendo dal vicolo in basso la scaliamo per giungere a quello in alto. Il futuro sposo prende il mazzo di fiori e ci precede. Siamo una quarantina, il vicolo è stretto, lo occupiamo tutto. Arriviamo davanti al ristorante, mia figlia è lì,  esce e parte la musica, il futuro sposo inizia a cantare una canzone d’amore, la sorpresa è dipinta sul volto di mio nipote, tutti cantano, i suonatori suonano, e il corteo ritorna indietro attraversa la casa e scende nel vicolo sottostante.

Si balla fino a notte fonda.

Si cantano i sonetti calitrani, si ride, si scherza.

E’ calda la notte.

La casa dorme quando torniamo, mi coglie la tristezza per i miei genitori che non hanno potuto partecipare alla festa, potevano forse, dovevo insistere di più, forse.

Il matrimonio

Mi alzo alle cinque. L’alba non è ancora sorta. Mia figlia è sulla soglia, ha una sottoveste bianca, le rose di carta sono sulle scale, sul tavolo apparecchiato. L’estetista è in ritardo. Vorrei dirle qualcosa. Cosa si dice a ua figlia prima di sposarsi?

Ieri ci pensavo e anche l’altro ieri, e anche prima.

Mi veniva in mente soltanto una frase: tu pensa ad essere felice che al resto ci pensiamo noi, io e tuo padre. E stavo per dirla quando, affaticata, l’estetista con una valigia pesante, è arrivata. Mi ha truccato lamentandosi della luce – ci vorrebbe quella naturale, non questo neon! – il balcone è spalancato, ma c’è soltanto un lieve chiarore. Ha truccato prima me. E’ strano affidare la propria faccia a una sconosciuta che può farne quello che vuole!

Poi sulla sedia si siede mia figlia e l’alba sorge.

Il sole si riflettesui vetri, è uno splendore questa luce, questa casa, questa mia figlia che si sta per sposare! Devo scappare, alle 7.30 ho l’appuntamento dal parrucchiere, alle otto devo essere in pasticceria, alle 8 e …. sono un tantino stressata, e mio marito aumenta il mio stress, non gli piace il trucco, – mi dispiace – dico ma adesso me lo tengo, non ho tutto questo tempo per disfare le cose fatte.

Per fortuna che c’è mia cognata che mi tira su il morale. Mi aiuta a vestire i miei genitori. E’ come una sorella per me.

E poi arrivano tutti, mio fratello, le mie nipoti venute da lontano, mio figlio e la fidanzata, ed è già ora di andare e c’è la salita, dura, con i tacchi alti, ci vuole equilibrio, e c’è un sole che spacca le pietre e mio marito che tiene al braccio la sposa, c’è la musica, tutti gli invitati, bellissimo posto per sposarsi, difficile da raggiungere, è così la vita mi dico, difficile eppure a volte incredibilmente bella, come gli sposi oggi.

E poi c’è il lancio del riso e lui piccolino come è non capisce perchè buttano il riso addosso a sua madre e scoppia in un pianto disperato, e toglie il riso dal capo della sposa, da sua madre. Gli diamo un pacco di riso per giocare e lui gioca e si dimentica.

E’ bello ritrovare qui tre mie compagne di scuola, mi commuovono, mi rincuorano, mi alleviano la tensione.

Sui tavoli del ristorante fanno bella mostra di sé le rose di carta che mia figlia ha confezionato. Sono orgogliosa di cosa ha fatto, come lo ha fatto, è bellissima, oggi.

E poi ci sono i miei cugini, sono tanti, balliamo, ci divertiamo, ci sono i miei zii, ballo anche per loro, in ricordo dei matrimoni passati, ballo anche per chi non c’è più. Li ricordo nei passi, dentro le note.

E alla fine mi sono distratta.

Non dovevo.

Ho cercato di rimediare.

Non puoi capire tutto mi dico e il pensiero mi consola.

La notte è scesa e si continua a ballare.

Guardo i miei figli.

Guardo mio nipote in braccio a mio marito.

Sono contenta.

Respiro.

Ho finito di leggere la Montagna incantata di Thomas Mann, oggi 6 agosto 2017.

Ho iniziato a leggerlo un anno o due fa, non ricordo di preciso il tempo lungo di questa lettura.

Una lettura fatta nella mia casa tra le montagne dove spesso trascorro i fine settimana.

Una lunga lettura per un lungo periodo di tempo sul balcone di una casa in cui il tempo non è quello della vita in città, un tempo che segue un ritmo diverso, quasi fermo, eppure così variabile nei colori del monte di fronte al balcone. Un monte aspro dalle cime dritte verso il cielo che, sull’estrema destra, ha due protuberanze simili a mammelle. A volte in certi tramonti accesi il profilo nero pare disegnare una donna distesa, una madre gigantesca ai cui piedi camminano, come tante formiche, persone osservate nell’eterno viaggio dal paese verso il bar, nell’unico percorso quasi piano, accessibile a tutti.

Nonostante le lunghe pause ogni volta che ho ripreso la lettura mai ho dovuto rileggere le ultime pagine per ricordare ciò che avevo letto in precedenza.

Questo per dire che il mio tempo di lettura si è adeguato al tempo del libro. Al tempo di Castorp, il protagonista e la mia montagna si è (con)fusa con la sua.

Una montagna irta da scalare, soprattutto nei discorsi tra il protagonista e il razionalismo di Settembrini, perdendomi completamente con quelli dell’irrazionale pessimismo di Naphta. Io che di anni ne ho il triplo di Castorp ma la sua stessa non conoscenza o per meglio dire la sua stessa ignoranza.

Dalla mia e dalla sua parte c’è la curiosità che ci spinge in territori inesplorati.

Questa affinità mi ha permesso di avvicinarmi al testo. E non solo: la malattia e con essa il tempo e la morte.

Sono stata nella mia vita, in periodi diversi, ma sempre per periodi abbastanza lunghi, in ospedale.

L’inizio del libro, quando Castorp si reca in sanatorio per trovare il cugino Joachim con l’intenzione di soggiornare per tre settimane (si trasformeranno in sette anni), mi ha molto incuriosito leggere come si effettuava la cura per la tubercolosi, malattia che ancora oggi è attiva e devastante. La cura del balcone, il termometro, le lastre e il cibo. Abbondante. Questa abbondanza caratterizza la provenienza borghese – benestante degli ospiti.

L’attenzione di Castorp per ogni piccolo gesto, dall’avvolgersi la coperta sul balcone agli occhi chirghisi della signora Clavdia Chauchat, quel suo sbattere la porta quando entra in sala da pranzo, mi è rimasto dentro come l’affetto per il cugino che, nonostante non seguisse con lo stesso interesse le discussioni con Settembrini, sempre si affiancava a Castorp e che con lui assisteva nella fase finale le vittime della tubercolosi. Quell’avvicinarsi alla morte senza la paura della morte.

E quella pianura sempre più distante fino quasi a scomparire.

Non saprei dire quale sia stata l’esperienza che più mi ha colpito del giovane Castorp, forse mi è piaciuto quell’accostarsi alle cose con curiosità e tenacia, di sicuro la pagina più bella è quella che descrive Castorp quando si perde nella tormenta di neve.

La più dolorosa quando muore Joachim.

La più sofferta quella del duello con la morte di Naphta.

Naphta il personaggio più tenebroso.

La più emozionante quella in cui parla in francese con la signora Chauchat.

L’amore al tempo degli sguardi. D’altri tempi. Non i nostri. Non più. Dove l’orlo di un vestito o la sua scollatura erano l’eros. Dove una parola detta in altra lingua poteva essere detta ma non nella propria. Quasi un rimpianto per me, per noi, per questi corpi tutti uguali, tutti svelati e senza mistero, di uomini e donne. E non si voglia qui confondere questo desiderio, questo rimpianto con un vestire ottocentesco!

La musica. Le pagine in cui Castorp ascolta la musica, il suo essere toccato così profondamente da essa, quell’ascolto infinito, quella cura, quell’amore hanno svegliato il mio animo sopito, quasi spento, degli ultimi miei tempi.

L’addio di Settembrini. Quel tu che nasce nel distacco, quel nome di battestimo mai pronunciato che si pronuncia nell’addio.

Quell’addio da padre a figlio o da un tempo di pace a uno di guerra.

Dall’incanto della Montagna all’orrore della pianura.

E quella domanda che mi sorge leggendo di quel fango e di quei corpi straziati, di quel Castorp che forse è morto o forse no ma che calpesta l’orrore, ci vive in mezzo, lo subisce e lo provoca, quella domanda che mi sorge e che qui si esplicita e che risposte non ha, come non ne ha in qualsiasi altro contesto ma qui più che in altri è:

a cosa è servito l’incanto della Montagna? A cosa la guarigione dalla malattia, a cosa quella crescita spirituale e intellettuale  se poi tutto doveva soccombere?

In questa terza parte prosegue la mia rivisitazione del minotauro di Friedrich Dürrenmatt. , il mio punto di vista (la ragazza) diverso da quello di Durrenmatt che è il minotauro, necessariamente dopo la morte di questa, cambia ed entrano in scena personaggi che non ci sono nell’opera dello scrittore svizzero, da cui ho tratto però alcuni temi: Giustizia, colpevolezza e innocenza, il tutto inserito in un tempo che è il nostro.
per leggere le altre due parti:e

Telegiornale delle sette:
Un altro terribile omicidio si è consumato presso il grande Centro: una ragazza è stata barbaramente uccisa. Sempre nello stesso Centro sono stati uccisi precedentemente altre sei ragazze e sette ragazzi.
Questa ennesima e tragica morte è attruibuita alla stessa mano omicida, le cui fattezze, acquisite ancora una volta dalle telecamere, ci restituiscono l’immagine di un uomo grande e grosso con una faccia strana, è il figlio illeggittimo del proprietario del centro, pare sia affetto da un’alterazione cromosomica. I suoi cromosoni sono in numero maggiore rispetto alla norma e, tra l’altro, alcuni di questi non sembrano appartenere alla razza umana.
Il proprietario del Centro chiuso nella sua dimora rifiuta di farsi vedere e intervistare.
Questa sera, su questo stesso canale, sono stati invitati psicologi, psichiatri e criminologi per cercare di capire la personalità dell’assassino. Soprattutto parlerà il criminologo, facente parte della squadra di polizia scientifica, che segue da tempo questa vicenda.
La discussione verterà sul tema della colpa.
Invito pertanto i telespettatori a inviare messaggi tramite twitter o watsapp con l’hashtag #colpevole # Non colpevole.

Commissario di polizia

Ora, la questione è semplice, non c’è da ricamarci tanto intorno, da scomodare psicologi, psichiatri e quant’altro, non interessa il perchè e il percome, ma bisogna valutare i fatti, soppesarli e poi decidere. E, premessa: la colpa dei padri o delle madri non devono pagarla i figli, questo sia chiaro, non importa se il padre o la madre, soprattutto quest’ultima, sia una persone potente, o divina, come tutti la chiamano, se lui sia o non sia il vero padre, niente di tutto questo deve essere preso in considerazione nella valutazione dei fatti. E i fatti parlano chiaro:

Sette ragazzi e sette ragazze sono morti per mano del mostro, una morte orribile a cui è seguita oggi l’ultima, orribile al pari delle altre.

D’accordo, lui, il mostro, non ha coscienza dell’orrore commesso, per questo dite che non è colpevole. Posso essere d’accordo.

Ma il fatto resta, ripeto: quindici ragazzi sono stati uccisi barbaramente, senza nessun motivo, quei morti chiamano Giustizia.

Ed è in virtù di questo che lui è colpevole.

Non solo, ma domani ci potrebbero essere altri sette ragazzi e sette ragazze ad andare incontro, come dite voi, allo stesso tragico destino.

Destino.

Credere nel destino non è facoltà di un tribunale.

Un tribunale valuta i fatti, controlla la vericidità delle prove ed emette la sentenza tenendo conto della pericolosità dell’imputato.

Ed è per amore della G I U S T I Z I A che io mi adopererò affinché il mostro venga catturato.

D’altra parte questo è il mio compito, questo è il mio lavoro: salvaguardare la sicurezza e quindi il benessere della collettività catturando i malfattori, i ladri, gli assassini, appunto.

Criminologo

La commissaria ha avuto un’idea geniale, ma altrettanto geniale, se non di più, è la mia che si avvale oltre che della forza fisica possente, acquisita con anni e anni di allenamento, anche dello studio che ho condotto sull’imputato. Ho studiato il suo habitat, le sue abitudini, le sue debolezze. E a lui piace la danza, e piace specchiarsi, io sarò per lui la sua immagine riflessa.
Sarò il suo doppio.
Armati lei di un gomitolo e io di una pistola, io nel mio travestimento, lei nella sua essenza, ci inoltriamo nel labirinto di questo centro di cui mi piacerebbe tanto sapere come e perchè il costruttore abbia deciso di crearlo con questa forma incredibile riempiendolo di specchi dove le persone si smarriscono. Metterei anche lui, insieme al padre del mostro che lo ha commissionato, nella gabbia degli imputati.
Nascosto sotto il mio travestimento, mi incammino insieme a lei che comincia a srotolare il filo mentre ci inoltriamo nel Centro.

E che la caccia abbia inzio!
continua…

tutti i diritti riservati