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Una domenica pomeriggio grigia, quella di ieri, un primo sentore d’autunno nell’aria malinconica del cielo e delle cose tutte.

Stanco il giorno, di una stanchezza priva di fatica sulle spalle, o forse carico di una noia o un vuoto lasciato dal sole estivo nell’improvvisa quanto inaspettata fine della stagione. Inaspettata nonostante si sapesse della sua fine imminente, nonostante si sapesse che qui si era giunti, eppure mai preparati vaghiamo un po’ storditi, infreddoliti nei panni estivi, alla ricerca di un poco di calore o di un poco di qualcosa che riempia questo vuoto, o soltanto di un poco di sonno, che faccia passare la stanchezza del giorno.

Il divano appare come l’unico porto, l’unica calamita che possa bloccare questo vagare nebbioso.

Nella speranza di un sonno ristoratore ho acceso la TV, il mio sonnifero.

E invece mi sono immersa nel fondo degli occhiali di Marcello Mastroianni, in un film degli anni novanta “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore e non ho dormito affatto.

In quegli occhi, ingranditi dalle spesse lenti, ho trovato tutto l’incanto e il disincanto del mondo e mi è parso di vedere la stanchezza del giorno e la malinconia delle cose tutte.

 

Ore 17,00: cammino lentamente con mia madre per la solita passeggiata giornaliera. Non c’è un cane per strada, non un alito di vento, mia madre si lamenta del caldo, di questo vuoto, chiede dove sono andati tutti, ieri c’erano e oggi non c’è nessuno, inutile dirle che è domenica, magari sono andati a fare una gita fuori porta, ma qualsiasi risposta è inutile, dopo qualche minuto rifà la stessa domanda.

Improvvisamente sulla strada compare una persona, un uomo che saltellando ci viene incontro, ho quasi paura che nella foga, visto l’equilibrio precario di mia madre, la faccia cadere. La saluta e le stringe la mano calorosamente ed è talmente vicino che mia madre spinge la testa all’indietro insieme al bastone.

  • Io sono … vengo da … ti ricordi di me? E questa chi è tua nipote?   – chiede. Mia madre fa fatica a rispondere, gli ha detto troppo velocemente chi è e da dove viene, e poi la troppa vicinanza la infastidisce, è confusa, non sa cosa dire, allora rispondo io.

  • Sono sua figlia – dico laconica

  • Lucia? – dice – non ti avevo riconosciuta, sei molto cambiata. Non ti ricordi di me? –

  • No, dico, proprio non mi ricordo di te –

  • Eri piccola così – dice spingendo il palmo aperto della mano verso il basso.

  • Bè, non è che sono cresciuta poi molto, in che via abitavi? –

  • Nella tua via. –

  • Via Cipresso? – e nel dirlo spalanco gli occhi perché mi sembra impossibile, io ricordo tutti coloro che hanno abitato in quella via, è la via dove ho vissuto quando abitavo qui, ma di lui proprio non mi ricordo.

  • Ma no, – dice – in via … –

Mia madre sentendo la via improvvisamente e stranamente ricorda e mi dice:

  • La via dove sei nata tu –

  • Caspita! Avevo due anni quando abbiamo cambiato casa, come potrei mai ricordarti visto l’età che avevo! – dico rivolta al tipo.

  • Ma io ero più grande di te e mi ricordo. – Fa una pausa, mi guarda spalancando ancora di più gli occhi e continua – Hai scritto un libro, mi pare. – Potrei rispondergli semplicemente sì, invece lo guardo come per dire – Embè mo’ che vuoi? –  Lui ignorando completamente il mio sguardo continua:

  • Io invece ho scritto un capolavoro, sentirai parlare di me, lo sentirai, ho scritto un capolavoro, IO! Ho già tre contatti per la pubblicazione, ma devo finire di scriverlo, veramente, non lo scrivo io ma mia nipote sotto dettatura, sono 20 pagine, 20! Un capolavoro ti dico! Ah, sentirai parlare di me! –

Sono sconcertata, non dico assolutamente niente, vorrei soltanto che si togliesse dai piedi, è proprio davanti a me, un altro passo e mi pesta i piedi. Mia madre sbotta, lei fa fatica anche solo a seguire un discorso normale, di cose di tutti i giorni, i libri non hanno fatto mai parte del suo mondo, e potrei giurare che non sa il significato di capolavoro, e quasi vorrei ignorarlo anch’io, vorrei non aver mai scritto nessun libro, vorrei che nessuno mi scocciasse con questa storia di chiederti del tuo libro solo per dirti che loro ne hanno uno nella testa. Negli anni tutti quelli che scrivono, anche me stessa quindi, mi sono venuti a gran noia. Tutto questo narcisismo mi infastidisce.

  • Insomma, basta! Io sono stanca, devo sedermi, non posso stare qui ad ascoltare tutte queste ciance – dice mia madre arrabbiata.

Io non dico niente, lui si sposta e allontanandosi continua a dire: – Sentirai parlare di me, lo sentirai, ho scritto un capolavoro! IO! –

E allora mi viene da ridere, e rido.

Trenodia_ un corteo come forma d’arte.
Un progetto di arte pubblica di Mariangela e Vinicio Capossela

Calabria, Basilicata e Campania dal 18 al 29 agosto

Per chi volesse partecipare sul sito di Trenodia ci sono tutte le informazioni.

Io ho voluto dare un contrinuto a questo evento con il testo teatrale che segue. Poco importa se servirà o meno,  a me ha dato l’occasione per approfondire il tema parlando del presente e guardando al futuro con un po’ di speranza.

L’umanità è morta con i porti e le porte chiuse, con i muri. Il coro delle prefiche, nel piangere questa morte, auspica la sua rinascita.

Nell’acqua nascist e nell’acqua moristi

Le prefiche si battono il petto, si strappano i capelli e sventolano un fazzoletto bianco intorno a un catafalco che gocciola acqua, su cui giace l’umanità. Le prefiche si lamentano con parole incomprensibili. Dopo un lungo lamento dal cerchio si stacca la prima prefica.

  • Prima Prefica

Figlia!

Figlia adorata

Adorata figlia mia!

Tu che eri la speranza e lu cantu

Tu che eri l’ammor e lu ballu

Tu che abbrazzav lu ricc e lu povr (tu che abbracciavi il ricco e il povero)

Li viecch e r criatur (i vecchi e i bambini)

Li ianc e li nieur (i bianchi e i neri)

I paisan e i frstier (I paesani e i forestieri)

Tu ci hai abbandonato!

(Uno stacco con il lamento delle prefiche)

Figlia!

Figlia adorata

Adorata figlia mia!

Rosso, rosso sangue era

la cicatrice che avevi sulla guancia

Tiravi indietro i capelli, li legavi stretti stretti, i capelli tuoi belli, per mostrare il taglio che avevi sulla guancia.

“Guarda, guarda – dicevi – Guarda per non dimenticare, per ricordare, per non rifare lo stesso sbaglio!”

Ahi, ahi, figlia mia bella!

La più bella eri del creato!

Perché ci hai abbandonato?

Eri la speranza e lu cantu

Figlia!

Figlia adorata

Adorata figlia mia!

Tu che eri l’ammor e lu ballu

La tua morte piango, la tua vita cantu

(Uno stacco con il lamento delle prefiche)

Chi me lo doveva dire

figlia

Che nell’acqua nascist

Che nell’acqua moristi

Che nella caduta tutto ti portast appriess

Piatti, bicchieri, pentole, ogni ben di Dio che ci stava sul tavolo e pure il tavolo sfasciast

che nello schianto ruppe la srola (Grossa giara)

piena d’acqua era la srola

E tu in quell’acqua infracidasti

Tutto ti sei portata appresso

Piatti, bicchieri, pentole,

pane, pasta, mier (vino), vrasciol (un rotolo di carne cotta nel sugo), cannazz (ziti spezzati a mano), sauzicch (salame) e cuta cuta (gallina)

pure le parole ti portasti appresso

attoniti e muti la morte tua ci colse.

  • Coro

Le parole, le parole,

tutto ti sei portata appresso

pure le parole

srola, vrasciol, cannazz, sauzicch e cuta cuta

le parole, le parole!

A turno le prefiche si staccano dal cerchio e cantano.

  • Una prefica

Che è tutta quest’acqua, t’asciugammo, ti cambiammo e mò più fradicia di prima ti trovammo.

  • Una prefica

Figlia che i padri e le madri piangono.

  • Una prefica

Figlia che tutto ti portasti appresso, pure il sorriso, pure l’abbraccio, pure la meraviglia, pure la gioia, pure l’ammore e financo le parole!

  • Coro

Le parole, le parole,

tutto ti sei portata appresso

pure le parole

srola, vrasciol, cannazz, sauzicch e cuta cuta

le parole, le parole!

  • Una prefica

Chi me lo doveva dire

figlia

che nell’acqua nascist

che nell’acqua moristi

che ti portasti via

ogni cosa, tutte le cose

volate via come vento

come tempesta

pure le parole ti portasti

pure le parole!

  • Coro

Le parole, le parole,

tutto ti sei portata appresso

srola, vrasciol, cannazz, sauzicch e cuta cuta

le parole, le parole

pure le parole!

  • Una prefica

Chi me lo doveva dire

Figlia

Che nell’acqua nascist

Che nell’acqua moristi

Che io, che noi, tutti noi

Senza lacrime per piangerti

Senza parole, quelle belle

Quelle che ti portasti via

  • Coro

Le parole, le parole,

tutto ti sei portata appresso

pure le parole!

srola, vrasciol, cannazz, sauzicch e cuta cuta

le parole, le parole!

  • Una prefica

Figlia che la terra ti aspetta

sta terra pietrosa,

sta terra cretosa,

sta terra crposa (testarda)

ti aspetta

la terra

la terra ti aspetta

Sottoterra,

scavata è la fossa,

sottoterra

Ogni cosa sotterra!

  • Coro

Sottoterra, sottoterra,

ogni cosa sottoterra!

Tutte le cose

Sottoterra, sottoterra!

  • Una prefica

Figlia

che nell’acqua nascist

Che nell’acqua moristi

Che la terra ti aspetta

Terra cretosa,

asciuga quest’acqua

asciuga quest’acqua!

  • Coro

Asciuga, asciuga!

  • Una prefica

Figlia

Che la terra ti aspetta

imbevila d’acqua sta terra cretosa,

calma l’arsura,

rigenera!

  • Coro (le donne del coro spargono semi sul catafalco)

Rigenera, rigenera!

  • Una prefica

Figlia

Che la terra ti aspetta,

sottoterra, sottoterra!!!

figlia

che nell’acqua nascist

che nell’acqua moristi

calma l’arsura della terra

bagna, bagna il seme,

feconda, feconda ‘sta terra!

  • Coro

Feconda, feconda!

Sottoterra, sottoterra

Il seme

Sottoterra

Il seme

Mette radici

Germoglia, germoglia

Sottoterra germoglia

  • Una prefica

Figlia

Che nell’acqua nascist

Che nell’acqua moristi

Che di acqua bagnasti

Sta terra cretosa

Sottoterra, sottoterra

Ri – crea la terra

  • Coro

Nell’acqua moristi,

nell’acqua nascist,

di acqua bagnasti sta terra cretosa

sottoterra, sottoterra

lu cantu e lu ballu

Rcreia (divertiti in calitrano, qui usato anche nel senso di ricreare) la terra

Cu lu cantu e lu ballu

09/04

Si siede al tavolo con noi, racconta della passeggiata di ieri sera insieme alla sua amica per vicoli deserti, camminavano chiacchierando quando una coppia di topi ha attraversato la strada.

– Oramai sono loro gli abitanti di questi vicoli e di queste case vuote – dice.

Vado da Canio a comprare il cacioricotta, passo sotto l’arco degli zingari e incontro una donna della mia età, viveva qui, io poco distante, c’è stato un tempo che ci frequentavamo.

Mi saluta, le chiedo di sua madre, suo padre è morto da tempo.

Dice che sua madre non si alza dal letto da qualche anno e non parla più, i suoi figli vivono al nord e non può neanche andare a trovarli perchè sua madre ha paura quando vede altre persone, si lascia accudire solo da lei.

– Ha il terrore negli occhi quando si avvicina al letto un’altra persona, solo di me non ha paura, come potrei lasciarla? –

Poi apre la grotta, si guarda in giro

– Vedi non è rimasto più nessuno, te lo ricordi questo vicolo? Era pieno di persone, ora c’è solo qualche vecchio, ma è così dappertutto, soprattutto nella parte vecchia del paese, oramai questo paese sta morendo, i giovani se ne vanno, d’altra parte qui non c’è lavoro, siamo rimasti solo noi con i genitori da accudire. –

Sospira.

In quel sospiro si legge l’amarezza, il senso di impotenza, la tristezza del tempo che è passato e non ha portato niente di buono. Pare che con quel sospiro dica: 

“Non è così che l’avevamo immaginato il futuro” .

Sospira e aggiunge:

– Che vita è quella di mia madre allettata da tempo, con tutta quella paura addosso e quel mutismo che mi spezza il cuore? –

08/04

Sveglia alle sette.

Oggi hanno deciso che deve essere il giorno delle docce.

Prima mia madre.

Fare la doccia a mia madre è un’impresa ardua.

L’acqua è troppo calda, troppo fredda, troppo forte il getto, stai attenta agli occhi, oh come brucia questo shampoo, maronna mia cum aggia fa!

L’acqua scorre.

Lei si lamenta.

Era una donna forte, mia madre.

Una bersagliera.

Dove sei madre?

Nascosta in questo corpo maltrattato dagli anni non riesco a ritrovarti.

Ora tu sei la figlia e io la madre.

Fragile e indifesa, preda dei fantasmi e di quel groviglio di pensieri che in questo presente non trovano sponde.

A mio padre non piace niente di quello che compro, ogni alimento deve essere acquistato nella sua solita bottega, la carne dalla macelleria calitrana, la verdura al mercato: solo scarola riccia, la ricotta da Canio, caffè lilly al bar jolly con i punti, però poi mangia tutto.

Mangiano entrambi troppo. Promettono di mettersi a dieta. Intanto ci sono dolci in sala, in cucina, nello sgabuzzino. “Basta dolci!” Dico.

06/04/19

La mattina è sempre un gran guazzabuglio, un’agitazione che rasenta l’isteria, è come se si dovessero preparare per un viaggio, un lungo viaggio verso il giorno che ha spalancato le porte con i minuti contati, come se i minuti correndo troppo veloci li facciano arrivare in ritardo alla stazione del giorno e, quindi, non possono più partire. Tra letto da riordinare, facce da lavare, orari inflessibili per assumere le medicine e colazioni diversificate, con un rituale che non si può spezzare neanche appoggiando un cucchiaino fuori posto, tutto deve essere fatto nello stesso momento e identica precisione di ogni giorno e tu figlia che vieni ogni due o tre mesi non puoi con il tuo stupido cucchiaino infrangerne il rituale.

Non puoi e non devi.

Passeggiata pomeridiana.

Oggi mia madre è  inflessibile: mio padre deve accompagnarci. Tutti e tre ci  avviamo passettino dopo passettino per la passeggiata. Oggi non ricorda più tizio o caio, oggi qualsiasi persona le torna in mente chiede “Ma è morta?” Guarda le porte chiuse di cui oggi non ricorda chi l’avesse o l’abita ancora e ripete “Forse è morta, è sicuramente morta”.