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Eravamo così

Eravamo così, piene di sogni, sul ballatoio che univa le due case, una un poco più in alto dell’altra, e noi stavamo lì sui gradini più alti per essere più vicine al cielo, per riempirci di nuvole e guardare in basso la strada, quella strada che solo poco tempo addietro era stato il campo dei nostri giochi, della palla, della corda, dei madamadorè, delle corse sfrenate.

Eravamo così, chine sulla tela a ricamare il futuro, quel futuro che è già passato da un pezzo, che ci ha portato lontane, che ha vuotato la strada e il ballatoio. Sulla pietra colorata di verde dal muschio che ha ricoperto un passato che non voleva passare, tese come eravamo, protese come eravamo dal ballatoio a spiarlo.

E la musica, la classifica dei dischi che ascoltavamo la mattina prima di andare a scuola e che cantavamo nel ricamo di giorni pieni di luce e di splendore, e di tormenti anche, di sospiri, di attesa.

Quella musica che ogni volta ritorna nel suo ritornello a cantare un amore che non era carne, non era forma, era nuvola bianca, cangiante, inavvicinabile, lontana, struggente come la luna appesa sulla collina del Calvario. La collina dei ranuncoli in fiore da cui assitevamo la nascita del giorno.

Eravamo così, chine sulla tela a ricamare raccontando, cantando, sognando.

Eravamo ragazze.

Stupide a volte, stupite sempre, con gli occhi sgranati a guardare il mondo, a cercare di comprenderlo, di farne parte, di capovolgerlo,di riempirlo dei nostri passi, di percorrerlo e andare sempre oltre.

I battiti del cuore, li ricordate ragazze che chine sulla tela ricamavate il futuro?

I battiti, quel cuore impazzito per uno sguardo, per la visione di un attimo, per un sogno che non si avverava mai.

Le lacrime, sorelle ricordate le lacrime che scorrevano copiose e veloci si asciugavano, e subitanee sparivano nell’allegria incontenibile, nella gioia di un nuovo sorriso, di una nuova canzone, di una nuova promessa, nella corsa sui gradini, due alla volta, per andare a vedere non so cosa, ma qualcosa di così importante da essere dimenticata, come la tela abbandonata sulla sedia in un disegno incompiuto?

Ora ognuno di noi ha quel disegno, compiuto e un poco sbiadito, come questa foto che ci ritrae dritte sul loggione, che ritrae me e la mia amica, la più cara di quel tempo che fu.

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E’ sera.
Tutto tace.
La via deserta.
I lampioni accesi. Qualche sparo ogni tanto giusto per spaventare il mio cane, che tengo in casa per paura che mi trascini nel suo terrore, soprattutto per non aumentarlo ancora di più. C’è anche il gatto, che ignaro di tutto dorme. Tra poco pulirò le cozze e i gamberetti, un po’ di insalata e nient’altro.
Una cena per due, per me e mio marito che oggi lavora e tornerà a casa soltanto più tardi. D’altra parte questo è il lavoro che si è scelto e che gli piace. Gli infermieri lavorano anche nei giorni festivi. Nelle notti. E qualche volta, come quest’anno, all’ultimo dell’anno sono a casa.
In questa solitudine pensare all’anno che sta per scadere è quasi normale, come tirare le somme di ciò che è stato per me, per la mia famiglia e sono somme serene, con sprazzi di felicità, perchè questa non può essere che così, altrimenti diventerebbe consuetudine e scomparirebbe.
Con molti dubbi su ciò che ho fatto, che potevo fare meglio, forse. Non so.
L’anno che sta per arrivare sarà l’anno della svolta. Andrò in pensione. Una decisione sofferta: l’opzione donna o lavorare ancora 5 anni e mezzo. Troppo.
Non è facile pensare a come sarà la mia nuova vita, un po’ mi spaventa e un po’ mi allieta. Ma andare in pensione vuol dire anche che si è giunti a una certa età. E io quando mi penso, mi penso sempre giovane, ma quando mi guardo allo specchio so che non lo sono.
Il mio tempo del lavoro sta per finire e con esso il mio tempo giovane.
Devo salutare la donna che sono stata per poter accogliere la nonna che sono diventata: un nipotino di due anni, splendido, e una nipotina che sta per arrivare, e genitori anziani, così fragili.

Mi spaventa il tempo lungo delle giornate, la solitudine anche. Il lavoro ha assorbito il mio tempo lasciando poco spazio per una socialità al di fuori di esso, soprattutto negli ultimi anni in cui tornando a casa aspiravo solo al divano, troppo stanca per fare altro.

Dovrò reinventarmi.

Questa è la sfida che porta in sé il 2018.

Non c’è nessuno, siamo soli! Le case sono tutte chiuse. La strada è deserta. E noi siamo qua, soli. Sì, c’è tuo fratello, passa ogni giorno e pure N. ma le porte sono tutte chiuse!” I miei genitori non si rassegnano.
Vorrebbero tutte le case aperte,
tutti i morti vivi,
tutti quelli lontani vicini. 

E non vogliono cambiare casa.

Non possiamo abbandonare la casa, non possiamo lasciarla sola”

La casa, la casa,  una cosa morta con un’anima.

E’ così che a volte anch’io sento le cose.

L’abbandono.

Lasciare andare le cose.

L’abbandono

è questa malinconia tinta di rosso come un giorno che muore.

E tu sei lì sulla linea che separa, che taglia, che divide.
Sei la linea scura.

Quelle stanze piene improvvisamente vuote. Quando “l’improvviso” ci coglie di sorpresa nonostante gli anni che sono passati.

Quelle risate, quelle grida, quei tormenti. Quelle gioie.

Quelle gioie che si attaccano alle pietre, dentro le pietre, tra una fessura e l’altra per dire io c’ero, c’eravate voi, c’eravamo noi
adesso non più.

Non più.

E io sono qui.

Qui è la mia casa. Ora.

Vorrei avere il dono dell’ubiquità.
M
i consuma questo desiderio.

Domenica

Non pensa altro che alle olive.

Mia madre:

Quando devi andare al frantoio?

Mio padre:

Mercoledì vado per confermare l’appuntamento per giovedì

Io e mio fratello:

Non è necessario, è già fissato, la signora ha preso nota, sulla lista c’è già il tuo nome.

Mio padre:

No, no, vado mercoledì per la conferma.

Lunedì

Mio padre:

Bisogna lavare i contenitori, quello da trenta e quello da 25 litri.

Io: ma per un quintale e mezzo di olive quanto olio vuoi fare?

Mio padre:

Le olive sono belle, non hanno il verme, sono grosse, lava due contenitori, perchè se poi non basta uno bisogna usare anche il secondo.

Mia madre:

Quando devi andare al frantoio?

Mercoledi per confermare l’appuntamento di giovedì

Martedì

Mio padre:

Oggi finisco di setacciare le olive

Mia Madre:

Quando devi andare al frantoio?

Domani per confermare l’appuntamento di giovedì

Mercoledì

Inizia il trasporto dalla campagna a casa delle casse di olive.

E’ affannato, fa tre viaggi di cui uno a vuoto: ha dimeticato le chiavi della masseria, stava rischiando di restare a piedi perchè non aveva riempito il serbatoio di nafta per il tre ruote.

E io lo guardo nel suo instabile passo di 87 anni mentre scarica le cassette di 25 kg.

Mio padre

Sono andato al frantoio: è confermato l’appuntamento per domani alle due, andrò all’una così sono sicuro.

Mia madre:

Ah, è domani che devi andare allora.

Giovedì

Alle sei del mattino sento un gran fracasso nel bagno e luci che si accendono e si spengono, su e giù per le scale.

Che succede? Dico

Mio padre:

Oggi dobbiamo andare al frantoio e ora devo andare in campagna a recuperare le ultime due casse.

Mia madre

Ma è oggi che devi andare al frantoio, non me lo avevi mica detto.

Giovedì pomeriggio è finalmente arrivato, io e mio fratello andiamo alle quattorci, troviamo mio padre in attesa.

C’è un gran fracasso. Pesiamo le olive di mio padre, poi passiamo al setaccio elettrico le nostre comprate al frantoio. La responsabile ci aiuta a mettere le olive nella macchina infernale dal rumore assordante, mentre le olive passano sul rullo dobbiamo togliere più foglie possibili, arranchiamo dietro le foglie, poi una signora che attende di macinare le sue ci spiega come fare in modo veloce ed efficace a togliere le foglie.

Dice: me lo ha insegnato quello prima di me.

Effettivamente il suo metodo è efficace e le olive che vanno alla macina sono ben setacciate.

Passano dal rullo sotto le enormi ruote di pietra.

La responsabile è una giovane donna energica, sempre con un bel sorriso sulle labbra, ha due occhi vispi e attenti, dirige il frantoio come se fosse un’orchestra, accoglie i clienti, segue le ruote, impartisce ordini ai due operai, controlla i filtri, e l’olio che cola, infine va alla cassa per riscuotere e dare la ricevuta. Io la guardo e l’ammiro.

Passano le ore, mio padre seduto su un grosso contenitore di latta sonnecchia. E’ stanco. Alla fine riusciamo a mandarlo a casa promettendogli di chiamarlo quando uscirà il suo olio, non vuole perdersi quel momento magico.

Mi siedo vicino alla signora che ci ha dato i consigli sulla cernita, mi racconta la sua vita. Arrivano altri clienti, parte di nuovo il setaccio, ora siamo io e mio fratello ad insegnare come si fa con la cernita. Il tempo passa, altre persone arrivano, altre persone si raccontano. Raccolgo i racconti di tutti. Ci alterniamo al filtro per girare l’olio scuro, per aiutare a versare l’olio nei bidoni. Quando manca poco all’uscita dell’olio di mio padre lo chiamiamo.

L’olio inizia a uscire, è di un colore più intenso rispetto agli altri, l’olio colo, cola.

Zio Vincenzo ma quanto olio le tue olive! – dicono in coro le persone – hai preso il 28! 28 litri al quintale! E’ tantissimo! Più di tutti oggi!” mio padre si commuove. Mi pare di scorgere delle lacrime negli occhi rossi di stanchezza e contentezza. Non credo che dimenticherò mai il viso di mio padre mentre guarda l’olio colare, mentre tutti gli dicono hai preso il 28.

Carichiamo l’olio, rientriamo per pagare.

Tutti mi salutano con una stretta di mano, un abbraccio e due baci sulle guance.

E’ stato bello – dico – grazie di tutto”

Fuori è già notte.

Conservo con cura i racconti delle persone che oggi ho incontrato.

Venerdì

Domani parto. Esco a fare compere. Vado da “I nobili” a comprare dei biscotti, c’è Luciana parliamo del convegno che si è tenuto domenica sulla violenza di genere. Una lunga chiacchierata, una riflessione sui ruoli, sulla società di ieri e di oggi, parliamo si scrittura anche, di racconti. Per strada incontro mia cugina e poi Vito. Si parla di figli, di nipoti, di genitori che invecchiano. Incontro anche la signora Piumelli, sempre in gamba nonostante gli anni. Dopo tutti questi giorni passati perloppiù in compagnia di mia madre, con grande tristezza nel vedere come è cambiata dalla donna battagliera che era a quello che è diventata, fragile e indifesa, spesso persa nei meambri di ricordi che si confondono, che si aggrappa agli orari, alle piccole abitudini per non smarrirsi del tutto, dicevo oggi mi è parso di non essere più una straniera nel mio paese.

Sono in orario penso nel vederla.

E’ puntuale, tutte le mattine alle 7.15 affronta la curva per immettersi nel viale che conduce alla metro. E’ una maestra in pensione e va in centro ad insegnare italiano agli stranieri.

Ha un sorriso bianco, aperto, e un vestire rigoroso, quasi da suora.

Sul nero dei vestiti spicca il candore dei capelli, nel passo lento il carico degli anni.

Buongiorno bella fanciulla!” esclama e mi viene da pensare che il suo intervento di cataratta non è riuscito.

Come va l’occhio?” chiedo

Bene! Dopo l’intervento, quando mi sono guardata allo specchio, ho dato un urlo che ha fatto spaventare mia figlia, il fatto è che ho visto tutte queste rughe che prima non vedevo, e poi ho visto la polvere sui mobili e le ditate, anche! Prima mi vedevo più giovane e la casa sempre pulita, ora, ahime, vedo tutto. Mi sono molto spaventata. Ho proprio urlato”

Sorride e sorrido.

Allora è andato tutto bene, l’intervento è riuscito. Quando toglierà la cataratta all’altro occhio?”

Sono indecisa, non so se voglio farlo. Chissà cosa vedrò poi che ancora non ho visto!”

Mi chiede come mi chiamo. Sono mesi che ci incontriamo sulla strada per la metro, che parliamo e ancora non conosciamo i nostri nomi, così ci presentiamo.

Ora che abbiamo un nome non siamo più due ombre che camminano nel chiarore dell’alba. Sembra quasi che i nomi abbiamo delineato e sottolineato i contorni dei nostri corpi rendendoli reali e tangibili in questo chiarore di giornata dove l’autunno sfoggia colori di un rosso acceso e le foglie sul viale fanno un rumore secco, quasi cristallino sotto le scarpe, quasi un chiacchiericcio, un suono allegro.

Un canto.

Questo autunno.

Questo cielo che ora si apre tutto attorno.

Questo meraviglioso cielo azzurro.

Questi alberi.

Rossi

Gialli

Maculati di giallo e rosso

Aranciati.

Sul fondo la voce metallica annuncia l’arrivo del metrò.

I ragazzi si affollano verso l’entrata.

Noi due ci sediamo di fronte e a lato di due ragazzi.

La ragazza ha i jeans tagliati sulle ginocchia, quando si siede il taglio si allarga sulla carne rosa.

Il ragazzo ha il cappuccio della felpa sul capo e dentro due occhi neri.

Li vedo da mesi tutte le mattine.

Ricordo i loro volti.

Mi piacerebbe conoscere i loro nomi.

Sorridiamo noi due nel parlare, nel continuare il racconto delle nostre vite, dei nostri nomi.

A spasso col cane

Ogni mattina, poco prima delle sette, la incontro, ha un pastore tedesco, una femmina di un anno circa, molto giocosa, che la tira e la fa sbandare da tutte le parti, porta un fagotto di vestiti, scarponi e un giaccone multitasche da cacciatore, nella mano libera un fascio di fogli A4 con alcune righe evidenziate in giallo che brillano sotto la luce dei lampioni. A volte insieme ai fogli stringe pure il cellulare e io mi chiedo come faccia a non farli cadere col cane che corre e la trascina.

All’imbrunire la incontro nel suo solito fagotto di vestiti, non si riesce a contare quante maglie sono sovrapposte le une alle altre, e sopra a tutte queste maglie il giubbotto da cacciatore e ora, che inizia a far freddo la sera, ma anche la mattina, porta una pesante sciarpa arrotolata in più giri attorno al collo, in una mano il guinzaglio e nell’altra il cellulare e i fogli A4 con delle righe evidenziate in giallo, e io mi chiedo come faccia e leggere con questa poca luce e con il cane che tira da tutte le parti.

Chissà cosa pensa di me lei che mi incontra tutte le mattine prima delle sette e tutte le sere quando già è l’ora dei lampioni mentre porto a spasso il cane che corre e mi trascina.

Cosa pensa di me che stento a tenere il passo al mio cane, che incurante mi strattona ora avanti, ora indietro, ora di lato…

Cronaca di una serata

Mi soffermo a guardare il lago Tano, un posto (s)conosciuto, in cui nacque Makeba, personaggio importante del mio romanzo “Madonne di strada” la cui stesura fu frutto di molte letture riguardanti l’Etiopia e in particolare appunto del lago Tana. Ed è strano come un posto mai visto possa essere così familiare, tanto da suscitare ricordi ed emozioni, un luogo dell’animo in cui nacque un personaggio che mi fece scoprire un pezzo di mondo così lontano e così bello, tanto che la visione mi porta un senso di nostalgia e rimpianto.

Sono a una mostra fotografica sull’Etiopia, ci sono tre vescovi che raccontano la loro esperienza sul campo. L’incontro è patrocinato dall’associazione Amare, un’associazione nata tra genitori che hanno adottato figli etiopi e che opera sul territorio con piccoli interventi di grande utilità, cliccando qui potete leggerne le finalità e i  progetti.

I vescovi sono due italiani e uno etiope, sono simpatici, cordiali, ironici. Parlano della situazione attuale e di quella passata, raccontano il loro impegno e ciò che hanno fatto. Parlano da cristiani che si portano appresso il Cristo, magari nascosto in tasca quando si avventurano in posti poco sicuri. Uno di loro conclude dicendo: ora sono in pensione e me ne sto in una casa in campagna, non opero più ma io ci sono, sto lì per dire, eccomi io sono qui. Mi colpiscono le parole io sono qui. Rifletto sul significato profondo dell’esserci come testimone, come portatore di una fede. Chiunque di noi dovrebbe dire: ecco io ci sono e sono qui, col mio corpo, con la mia mente, ci sono e testimonio la bellezza o la conoscenza di una cosa, o la realtà del momento, o l’espressione di un’idea, di un credo.

E poi mi chiedo perchè debbano portare questa loro fede nel mondo cercando adepti, quando anche lì, come altrove, ci sono tanti culti, tante religioni, quale è il senso di questa volontà di trasmettere la propria fede?

Quale è il senso profondo di quel dire: io sono qui?

E nel mentre mi sovviene Che Guevara, di cui, giorni fa, ne approfondivo la figura leggendo alcuni testi in rete, il Che che voleva portare anche in Congo la sua idea di mondo, il suo essere comunista, anche lui portatore di una fede anche se non in un dio, ma in una idea. Che poi “forse” è la stessa cosa. Idea, fede.

Mentre i miei pensieri seguono strani sentieri mi arrivano le parole: è attorno a un’idea che si riuniscono le persone, che si fa comunità a parlare è uno dei tre vescovi, il più anziano, minuto, con due occhi vispi e con una voce e una cadenza che trovo conosciuta, anche se ora non so a chi appartiene e perchè la trovi così familiare. Lo guardo, osservo anche gli altri due: non hanno paramenti vistosi, classici, di quelli insomma che siamo abituati a vedere in un vescovo, sono vestiti di nero, con un colletto bianco appena visibile, soltanto quello in mezzo porta sul petto un crocifisso di metallo bianco, grosso e pesante, che si adagia e a volte si agita sul grosso ventre.

Attorno a un’idea si riuniscono le persone” E allora mi dico che se questa idea è un’idea di pace, di rispetto, allora è sicuramente un’idea condivisibile e poco importa se a questa idea diamo il nome di Cristo o di Maometto, o di Comunismo. Se questa idea portà in sé e raccoglie in sé un sentimento di bene comune, di rispetto e di pace, se questa idea serve a rendere la vita meno difficile alle persone che vivono in miseria, in povertà, se questa idea serve a renderci liberi nel pensiero e nella scelta del proprio modo di essere ben venga l’idea.

L’incontro è finito, le persone a gruppetti commentano, chiedono, parlano. Noi tre ci incamminiamo in questa sera ancora calda, in questo settembre che sta per finire, ed è bello camminare insieme e insieme sedersi al tavolo del bar e parlare fino a notte inoltrata, dell’iosonoqui, delle donne, del microcredito, delle strade di Addis Abeba, del lago Tano, delle dighe che si stanno costruendo e che nessuna di noi vorrebbe, che tutte e tre abbiamo dei dubbi, delle perplessità, del fatto che la vita è difficile, che non si sa mai quale è la scelta giusta, quale la strada da intraprende, che spesso si sbaglia, tante volte si soffre, e a volte si è anche felici di condividere i propri pensieri sedute al tavolo di un bar.