Perché scrivo un blog
19 Gennaio 2008 di luciamarchitto
Ogni volta che mi interrogo sul perché io scriva mi ritrovo a formulare una risposta nuova e diversa dalle precedenti che non rinnega ciò che si è pensato, soltanto si modifica.
Ma ciò che ho capito di questa mia esigenza essenziale è che scrivere mi serve per riflettere sul presente, sulla mia vita ma soprattutto sul mondo in cui vivo.
La scrittura è uno sguardo e una voce.
Ho prestato la mia voce a persone che l’avevano smarrita o che hanno una voce talmente fioca da essere sopraffatta dai rumori del mondo.
Una voce carica di dolore ma anche di gioia.
A volte penso che è una condanna avere lo sguardo che ho, uno sguardo che si riempie di meraviglia di fronte alla bellezza e che assorbe il dolore degli altri come una spugna facendolo proprio, questo mettersi sempre nei panni degli altri…
A volte penso che è la cosa più bella che io possegga.
Sono nata nel dubbio e vivo nel dubbio.
Perennemente tesa a interrogarmi sul senso delle cose, della vita, su “dove stiamo andando” e non sapere mai cosa rispondermi.
E poi ho aperto un blog.
Un diario? O un blog di racconti? O scritture varie?
A chi mai potrebbe interessare la mia vita? A nessuno. Mi rispondo.
I miei racconti? Ci sono centinaia di racconti sulla rete. Sono come fili d’erba in un campo sterminato. Nessuno ha bisogno di un filo d’erba in più che cresce. Mi rispondo.
Forse scrivere un blog o scrivere su carta o anche sulla sabbia è un modo come un altro di lasciare delle impronte, delle orme, che ci danno l’illusione di non essere ombre.
Forse scrivere oltre a lasciare orme sulla sabbia destinate a una rapida quanto effimera illusione di lasciare una traccia di sé è anche qualcosa d’altro.
Forse scrivere per prestare la propria voce a chi non ha una voce non è l’unica molla che mi spinge a farlo.
Forse tutto sta nella forza creativa dello scrivere.
E questo concetto di forza creativa l’espressi un giorno al mio amico Francesco con queste parole
“Io penso che quando si scrive una storia, una qualsiasi storia, è sempre qualcosa al di fuori di noi ma anche dentro di noi. E che nel momento che scriviamo anche se scriviamo di noi diviene altro da noi. E che comunque io quando scrivo mi sento, sono, sempre in un luogo altro dove è difficile raggiungermi, un luogo che sebbene abbia tutte le cose che sempre mi circondano queste cose e me stessa sono altro dal mio mondo e da me. In estate, quando ero piccola, vivevo in campagna, davanti alla masseria, sotto uno dei due alberi di gelso c’era un rudimentale tavolo di legno, un tavolaccio con quattro gambe storte, fatto da mio padre, spesso ci si appoggiava sopra una grossa coperta di tela mezza lisa, io mi infilavo sotto, tiravo ben bene la coperta e spiavo dai buchi: vedevo spezzoni di casa, sassi, piedi di gallina e altro, guardando immaginavo dove la gallina fosse andata, o di chi erano le scarpe, poi mi perdevo dietro le mie fantasie, fantasie che avevano piedi di gallina, scarpe, pezzi di cielo, di casa. Lo stesso gioco lo facevo quando ero in braccio a mia madre che mi copriva la testa col suo scialle pensando stessi dormendo.
Quando scrivo sono sempre lì sotto il tavolaccio di legno o sotto lo scialle di mia madre, da lì osservo il mondo e lo trasformo, trasformandomi”
Forse questo blog alla fine è il tavolo di mio padre e lo scialle di mia madre.
Forse questo blog alla fine è solo un mezzo per continuare a fare quello che faccio da sempre: scrivere ma rendendolo pubblico coltivo l’illusione di poter condividere ciò che scrivo con gli altri.
“Forse questo blog alla fine è il tavolo di mio padre e lo scialle di mia madre.” Ho trovato questo pensiero già così denso di sensazioni, immagini, storia, odori, curiosità del mondo…da bastare da solo a dire tutto. Torno presto, è un bel posto questo…
Grazie Rossana per esserti fermata a leggere e per le tue parole così belle. Ciao Lucia
è come dici: tutto sta nella forza creativa dello scrivere. è una cosa che va da sè e non ci si riesce a fermare. si scrive per sè e per gli altri, anche se il prato non ha bisogno di un altro filo d’erba, siamo noi a cercare un pezzo di terra sufficientemente fertile per germogliare.