I miei libri
1 Maggio 2008 di luciamarchitto
Sulla soglia dei cinquant’anni, una donna si guarda indietro. Ripercorre l’infanzia, la giovinezza e gli anni dell’università. E le vicende personali (il difficile rapporto con la madre, il legame col fratelo, gli amori e le amicizia)si intrecciano a quelle del nostro paese (la polica del sessantotto, la strage di piazza della Loggia, quella di Bologna, il terremoto in Irpinia).
Per affrontare i ricordi, c’è la scrittura:
Era estate quando ho intrapreso il camino dei granchi per non sparire in questo presente, in questa nebbia che ricopre ogni cosa, sfuma i contorni, annienta le distanze. E’ arrivato l’autunno e ha spazzato via le foglie dagli alberi, adesso è inverno. Il ghiaccio ha ricoperto i giardini nella notte.
Riluce, freddo diamante nel cielo azzurro del mattino.
Questo cielo che si veste di sole come un giorno di primavera si deposita sugli alberi
i rami come scheletri porgono rare foglie gialle.
Trasudano luce e aspettano.
Sul ramo il passero guarda l’orizzonte.
Le mani intasca, il cappotto pesante, i capelli
come rami sulla testa si espongono all’azzurro e al suo ghiaccio.
I pensieri, ultime foglie ingiallite, si aggrappano al ramo di quest’anima che vaga nei giardini d’inverno, in attesa.
L’autrice è capace di farci riflettere sul tempo trascorso, sull’essenza del vivere e sul dolore; la tecnica è quella di presentarci le testimonianze raccolte filtrandole con la propria voce narrante, che ne impreziosisce lo svolgersi con tratti lirici ispirati ma senza mai togliere spazio ai veri protagonisti del libro: le persone intervistate con i loro ricordi.
Dentro e fuori
Non ho fatto altro che salire e scendere ad ogni stazione,
andare avanti per poi tornare indietro.//Dentro e fuori dal passato. //Dentro e fuori dalle piccole storie, //dalla Storia.//Sono partita da Brescia per Botticino//attraversando l’Italia,//andando oltre, per giungere alla fine a Calitri, in Irpinia, la mia terra.//Sono tornata lì dove sono stata generata//a cercare.//Custodisco volti rugosi, capelli bianchi di lana profumati,//mani callose e mani delicate avvolte da fiumi di vene pulsanti,//corpi abbandonati alla vecchiaia //e corpi resistenti come il tronco della quercia.//E occhi//Puntati dentro//Puntati fuori/Rivolti al passato//Aperti al presente//Velati al futuro//Dentro e fuori dagli occhi i miei occhi a guardare.//A cercare.
Conservo schegge di dolore, di povertà, di sangue e di guerra,//e di timore per il futuro che avanza//nel passo giovane, nella fretta di vivere.//Custodisco perle di gioia, di amore e bellezza,//di solidarietà,//resistenza e forza.//Ogni storia si è mescolata alle altre storie,//come fili sottili si sono intrecciate//a formare di lino pregiato una tela://Appesa alla quercia//Sospinta dai venti //Dentro e fuori//
A cercare l’aria//A riempirsi di vita.
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Anna si sposa per procura con un suo compaesano emigrato in America anni prima. E parte. Anche Peppino e Maria lasceranno il loro paese. In bilico tra Storia e memoria, il racconto si pregia di un’indovinata dimensione provinciale che concede anche pittoresche mutazioni dialettali. Una rapsodia a tratti poetica scandita da incisive figure di donna.
Sento il mare sotto di me, le persone le une contro le altre, legate da questa assenza di spazio, urtano, spingono, urlano, ma io resto ferma, dritta a guardare davanti, là dove arriva l’estremità del filo, a mio padre a mia madre, a Maria, che immagino piangano, immagino perchè sono già distanti. Li vedo fermi ad allungare la loro ombra sul molo, ombra che allungandosi si è allontanata da me lasciandomi questo freddo addosso e questo gomitolo di lana tra le mani. Li guardo. Sono già estranea a loro e loro a me.
Si narra di Angelica, figlia di una coppia di custodi. In seguito all’uccisione della madre da parte del padre alcolizzato Angelica va a vivere per strada disegando madonne. In questo suo viaggio incontra gli esclusi, quelli che vivono ai margini. Costruito come una matrioska il libro contiene oltre alla storia di Angelica tante altre storie infilate le une dentro le altre a raccontarci questo nostro presente.
Se si potesse fare a meno dei ricordi, se si potesse ad un certo punto della punto della propria vita di “Apro gli occhi adesso, sotto questo ponte, in questa notte di fine inverno…” forse quel velo di tristezza si toglierebbe.
Credo fosse questo il desiderio di Angelica mentre, sdraiata in mezzo ai cartoni, guardava il cielo.
Non vollero saperne i pensieri di andersene via con i ricordi di quella casa, di quel palazzo austero dalle scale di marmo e la guardiola del custode, dove la madre passava la giornata, con l’ascensore che portava ai piani alti, dove lei non poteva andare perchè la sua casa, la casa del custode era sotto, nell’interrato. Due stanze, uno sgabuzzino detto bagno. Meglio sarebbe definirlo cesso. Da quella casa lei usciva soltanto per nascondersi in guardiola, sotto il bancone, ai piedi della madre.”

Prefazione di Giovanna Buonanno: “Ero a piazza della Loggia quelo 28 maggio1974. Sono riuscita a parlarne raramente e sempre con difficoltà perchè c’è una dimensione privata, quella dei sentimenti singoli, inividuali, intimi, riservati, il cui racconto mi costava troppa sofferenza e che ho, perciò, sempre protetto. Ma la dimensione pubblica, collettiva, politica, storica dell’evento che colpiva una piazza, cioè, un luogo pubblico per eccellenza, non mi ha mai consentito di tenermi in disparte. Perciò ho scelto la testimonianza attraverso la partecipazione e la protesta mentre un dolore, immenso, profondo, cattivo proteggeva le ragion dei miei sentimenti che hanno potuto parlare solo attraverso il pianto, spesso nascosto. e una rabbia, ancora oggi, senza confini. Raccontare per scrivere, oggi, della strage di Piazza della Loggia ha reso possibile la ricomposizione delle ragioni della memoria e della testimonianza con il desiderio di svelare sentimenti che hanno, così, ritrovato voce e spazio.
Forse per la particolare forma letteraria scelta, Lucia Marchitto è riuscita a dare voce compiuta a questa duplice esigenza. Ha saputo sapientemente tenere un filo conduttore rispettoso del fatto in sé doloroso e di emozioni profonde. Ha dato la possibilità, attraverso l’evocazione di far ritrovare la forza per poter dire meglio le cose che ancora stracciano le persone perchè fosse loro restituito il diritto di denunciare che si attende ancora giustizia, di tenere accesa una fiammella alla speranza contro il silenzio, contro l’usura delle commemorazioni, contro la fragilità della memoria di chi in piazza allora non c’era o di coloro che non possono averla perchè non ancora nati o perchè bambini.
Riconoscere le nostre parole nei monologhi qui raccolti regala la sensazione di ritrovare intatti i legami con vecchi e nuovi amici e soprattutto di conservare il bisogno di una dimensione collettiva nel nostro rapprtocon l’evento tragico che ha segnato la storia nostra e della nostra città.
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I racconti della raccolta si svolgono tutti nella stessa giornata, i personaggi sono un gruppo di persone che sono andate a Milano con una gita organizzata dal FAI. Queste persone descrivono ognuno dal proprio punto di vista questa giornata particolare. La raccolta è nata da una mia gita a Milano con il Fai appunto. Durante la giornata alcuni oggetti stimolarono la mia fantasia.
Lo sguardo si posa sulle cose e queste iniziano a raccontare.
Gli occhiali, la gonna a fiori, l’ombrello, il notes, le scarpe sono queste cose che hanno catturato il mio sguardo. Le persone che le portavano non hanno niente a che fare con le storie che ho inventato.
