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		<title>Cenere</title>
		<link>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/12/06/cenere/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 09:47:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[diario]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[pensieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Me ne andavo a spasso sulla neve.
C’era il sole.
C’era il biancore.
C’erano rami carichi che grondavano sulla tua fronte in pozze d’acqua gelida.
Mi chiedo che fine ha fatto il calore della fronte.
Quale via ha preso e dove è svaporato.
E poi mentre chiudevo la finestra
Ho visto il cielo: si è fatto cenere.
      [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=537&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="color:#000000;"><a href="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/12/dscf3566.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-538" title="DSCF3566" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/12/dscf3566.jpg?w=500&#038;h=375" alt="" width="500" height="375" /></a>Me ne andavo a spasso sulla neve.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">C’era il sole.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">C’era il biancore.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">C’erano rami carichi che grondavano sulla tua fronte in pozze d’acqua gelida.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Mi chiedo che fine ha fatto il calore della fronte.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Quale via ha preso e dove è svaporato.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E poi mentre chiudevo la finestra</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Ho visto il cielo: si è fatto cenere.</span></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/luciamarchitto.wordpress.com/537/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/luciamarchitto.wordpress.com/537/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/luciamarchitto.wordpress.com/537/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/luciamarchitto.wordpress.com/537/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/luciamarchitto.wordpress.com/537/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/luciamarchitto.wordpress.com/537/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/luciamarchitto.wordpress.com/537/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/luciamarchitto.wordpress.com/537/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/luciamarchitto.wordpress.com/537/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/luciamarchitto.wordpress.com/537/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=537&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">luciamarchitto</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Volevo soltanto invecchiare &#8211; racconto -</title>
		<link>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/10/13/volevo-soltanto-invecchiare-racconto/</link>
		<comments>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/10/13/volevo-soltanto-invecchiare-racconto/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 16:04:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia estetica]]></category>
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		<category><![CDATA[il corpo delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[pensione]]></category>
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		<description><![CDATA[Tu lo sai no quanto ami i miei figli, eppure quando sono andati via ho tirato un sospiro di sollievo, ero stanca, stanca di lavare tutti quei panni, di raccoglierli, stirarli, sistemarli negli armadi per trovarli poco dopo buttati alla rinfusa sui letti, per terra.
- Tutta colpa tua! – disse lei quel giorno con astio, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=532&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><img class="alignleft size-full wp-image-533" title="20060106_chirurgiaestetica[1]" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/10/20060106_chirurgiaestetica1.jpg?w=234&#038;h=346" alt="20060106_chirurgiaestetica[1]" width="234" height="346" />Tu lo sai no quanto ami i miei figli, eppure quando sono andati via ho tirato un sospiro di sollievo, ero stanca, stanca di lavare tutti quei panni, di raccoglierli, stirarli, sistemarli negli armadi per trovarli poco dopo buttati alla rinfusa sui letti, per terra.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>- Tutta colpa tua! –</em> disse lei quel giorno con astio, lei che non ha figli e che mi fa tanta pena perché sempre pronta a sparare sentenze, <em>tu non ti sai far valere</em>, <em>ti fai calpestare</em>, <em>non sai educare</em>. Tutte cose vere, per carità, verissime,  perché se fossi stata come mia madre se lo sognavano i  miei figli di lasciare tutto in giro. Però mi fa rabbia una che spara sentenze senza sapere la fatica e la lotta quotidiana e le difficoltà e tutto. Di quanto è difficile essere madri e ricordare perfettamente cosa vuol dire essere figli perciò pendi sempre da tutte e due le parti.  E ti ricordi di quell’altra, quella che allora aveva i figli piccoli e non sapeva immaginarli grandi e disse che lei mai avrebbe raccolto scarpe, vestiti, e quant’altro e che adesso non sa cosa fare con suo figlio, un quindicennee scapestrato che gira di notte e dorme di giorno, marina la scuola, beve e fa a botte?  Un teppistello  del cazzo, ecco cosa è diventato, un teppistello del cazzo! Scusa, mi è scappata, non è da me, ho sempre aborrito parolacce e lingue avvelenate. E mi dispiace per lei, mi dispiace e vorrei aiutarla, ma non so aiutare neanche me stessa. Ma dicevo quando anche l’ultimo dei miei tre figli è andato a vivere da solo ho tirato un sospiro di sollievo ed ero anche contenta.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Tu, lo sai quanto ami i miei figli, però ero stanca, prima l’università, gli esami, poi uno va in palestra, l’altro in piscina,  non hanno tempo, così la casa è un luogo di passaggio e nel passaggio si dimenticano a volte di farti anche solo un sorriso. Senza tempo. I nostri figli senza tempo. E se capita  di essere tutti insieme poi è una suoneria continua, un lampeggiare di telefonini. A volte penso che per i figli noi non siamo persone ma padri o madri e basta, insomma delle identità amorfe. Ma è giusto. Anch’io ero così. Certo non mi sognavo di mangiare senza sparecchiare o lavare i piatti o. Ma erano altri tempi. Non c’erano tutti questi impegni. Poi dopo l’università, i lavori precari, mal pagati, non ci sono soldi per pagare un affitto. E così nessuno dei tre poteva andare via. E io sempre più stanca pensavo alla pensione, la pensione … alzarsi al mattino quando capita, quando capita andare a dormire,  coltivare un orto, magari due galline. Ma poi la pensione è sempre più lontana, adesso poi che anche per le donne si va ai sessantacinque! Certo, è giusto, certo, la parità, senz’altro, hai ragione. Ma questa ragione non la sentono le mie ossa. Per quanto ho lavorato, tirato la cinghia, le corse che ho fatto quando erano piccoli! Certo anche lui lavorava, magari dodici ore, è vero, non lo nego, ma poi a casa non sollevava uno spillo. Non poteva, è vero, era stanco, non discuto di questo. Poi è stato un bravo padre, anche un buon marito, affettuoso, premuroso, gentile. E poi non so cosa è successo,  ma a un certo punto l’uno dopo l’altro i miei figli sono andati via, nonostante il lavoro precario, l’affitto alto e tutto il resto. Certo era ora, questo lo so,  Luca aveva 32 anni, Giorgio 30 e Mario 28. Avevo pensato, ecco, adesso chiedo il part-time ma non ho potuto, come si fa, i ragazzi hanno lavori precari, sottopagati, insomma, hanno bisogno di un aiuto.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E poi non mi ci potevo vedere in questa casa grande, sempre in ordine, tutta sola tutto il giorno. E te la ricordi la mia amica? Quella che poi è sparita dopo che è andata in pensione (beata lei!) sai cosa mi diceva? Diceva che avevo la sindrome del nido vuoto. Mi era piaciuta così tanto quella cosa che la ripetevo sempre “La sindrome del nido vuoto!”. Era anche lei che diceva sempre che lui mi amava tanto, che non aveva mai visto nessuno tanto innamorato, e io ridevo, e non ci pensavo tanto a lui, pensavo che tanto era inutile pensarlo quando lo avevo sempre accanto, che non ce ne fosse bisogno, che tanto lui ci sarebbe sempre stato per me, e anch’io per lui, e che i capelli prima sarebbero stati sale e pepe, oh! Come mi piacevano i capelli sale e pepe e lui brizzolato, e poi li immaginavo bianchi, e poi insieme a spingere passeggini, i nostri nipoti intorno. Ah! Come volevo godermi i miei nipoti! Sentirmi chiamare nonna! E mi piaceva pensarmi un po’ rotonda, morbida, avrebbero detto <em>“nonna, come sei morbida” e poi indicando una ruga sulla fronte “E questa, cos’è questa, nonna?” “Una ruga” “Una ruga? E Cos’è una ruga?” “Una ruga è un fatto che mi è successo, se volete ve la racconto” Racconta, racconta”</em> e mi sarei messa a raccontare, Ah! Come amo raccontare!  Tutta la mia vita e quella di miei figli gli avrei raccontato”  E poi, ci pensi cosa vuol dire avere tutto il tempo, il tempo lungo senza orologi, delle stagioni scandite piano, degli inverni con la neve, ah, sentire il tempo scorrere piano!</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E poi è successo tutto insieme, tutto si è accartocciato, come quando schiacci una lattina o una bottiglietta di plastica, così è stato per la mia vita: un rumore gracchiante e un finire dentro allo sporco tutta accartocciata.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Pensavo alla sindrome del nido vuoto e non mi sono accorta. No, ti giuro, non mi sono accorta di niente, non ci pensavo, non credevo, pensavo che dopo tutti quegli anni non ci fosse bisogno di tante parole, tanti gesti, che tutto era chiaro, e normale e.  Ah! La sicurezza degli affetti! No, non mi ero accorta che improvvisamente era sparita la pancetta e i capelli brizzolati e che c’aveva sempre qualcosa che lo portava fuori casa, un impegno, gli amici, la palestra. No, non mi sono guardata allo specchio, perché devo guardarmi, la mia faccia la conosco da così tanto tempo, cosa ha che non va la mia faccia? E’ va bene mi guardo, se proprio ci tieni mi guardo, non c’è niente che non va nella mia faccia, le rughe? Ma è normale, non ho vent’anni, certo la mia vicina ha la mia età, certo, sembra più giovane, dici? Ha fatto la plastica? Ma cosa vuoi che mi importi, non me ne importa un cazzo, scusa, non so cosa mi prende, le parolacce mi hanno sempre disgustato, ma cosa credi lo so cosa gli è successo, ha avuto paura di invecchiare per questo si è trovata una giovane, se ci penso può essere sua figlia. Sai un giorno li ho incontrati e lei era così bella e giovane, avrà avuto poco più di vent’anni! Ma no che dici? Ha più di quarant’anni, nooo, non ci credo, l’ho guardata bene. Dici che è rifatta? Ma a me non importa, ho un dolore qui che mi fa piegare in due, una lama dentro al fianco, un dolore che si mangia tutto. Ma poi lui mi ha guardata, e sì, mi sono vergognata delle mie rughe, delle borse sotto gli occhi,  dei fianchi larghi. Ah! Come mi ha guardato! Come si guarda uno scarafaggio!! E allora sono corsa a casa, mi sono messa davanti allo specchio e mi sono vista così brutta, ma così brutta ….  e allora ho preso il telefono e ho preso un appuntamento e poi un altro e un altro ancora. Cosa faccio ora? Vuoi sapere cosa faccio ora? Guardo la Tv, sì non l’avevo mai guardata, mi addormentavo sempre, ora no, sai l’insonnia e poi è così bello tutta quella vita in diretta, tutte quelle belle cose. Mi hai trovata carina. Ci mancherebbe con tutto quello che ho speso! Se son contenta? Mi hai vista sorridente ? Certo ora sorrido sempre, anche perché l’ultima volta il chirurgo ha sbagliato e così il sorriso si è stampato sulla faccia, ma poi non potrebbe essere altrimenti sono così bella, il collo dici? Bè, porto sempre una sciarpa.  E ora scusa, ti devo lasciare, sai inizia l’isola dei famosi. I miei figli come stanno? Stanno bene, grazie. I nipoti? O è ancora presto per i nipoti! C’è tempo. Ah, così ti ho detto, veramente? Non ci credo. Ho detto che volevo soltanto invecchiare? Ma dai! Noo! Non ci credo!!!</span></p>
<p>Sullo stesso argomento c&#8217;è un video molto interessante, lo trovate a questo indirizzo: <a href="http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89">http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89</a>  e un post  <a href="http://panirlipe.wordpress.com/2009/08/24/quando-le-donne-erano-uniche/">QUI</a></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/luciamarchitto.wordpress.com/532/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/luciamarchitto.wordpress.com/532/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/luciamarchitto.wordpress.com/532/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/luciamarchitto.wordpress.com/532/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/luciamarchitto.wordpress.com/532/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/luciamarchitto.wordpress.com/532/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/luciamarchitto.wordpress.com/532/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/luciamarchitto.wordpress.com/532/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/luciamarchitto.wordpress.com/532/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/luciamarchitto.wordpress.com/532/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=532&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Un poeta: Alfonso Nannariello</title>
		<link>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/08/18/un-poeta-alfonso-nannariello/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 19:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non mi intendo di poesia, dei suoi meccanismi. Non mi intendo di rime, assonanze e dissonanze, perciò a volte non so cogliere la bellezza di certi versi che pure ci deve essere perché leggo di recensioni elogiative, e me ne dispiace.
E neppure sapevo che dovevo a tutte quelle emme, che ci stanno in &#8220;Mattina: m’illumino di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=515&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="color:#000000;"><img class="alignleft size-full wp-image-518" title="albero nudo" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/08/albero.jpg?w=500&#038;h=375" alt="albero nudo" width="500" height="375" />Non mi intendo di poesia, dei suoi meccanismi. Non mi intendo di rime, assonanze e dissonanze, perciò a volte non so cogliere la bellezza di certi versi che pure ci deve essere perché leggo di recensioni elogiative, e me ne dispiace.<br />
</span><span style="color:#000000;">E neppure sapevo che dovevo a tutte quelle emme, che ci stanno in &#8220;Mattina: m’illumino di immenso&#8221;, la permanenza della bellezza in tutti questi anni che sono passati da quando, per la prima volta, lessi la poesia.<br />
</span><span style="color:#000000;">Per dirla in breve sono ignorante come una capra, mi arrampico sui crepacci, mi inerpico su pendii scoscesi, e mastico tutto ciò che mi passa sotto il muso senza distinguere le rose dalle spine.<br />
</span><span style="color:#000000;">Ma poi, quando leggo certi versi</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#ff0000;"><strong>voglio del giorno<br />
intera la mia parte <br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>voglio togliere dagli angoli l’incanto<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>e spogliare<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>la notte del suo peso<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>voglio con questi occhi<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>senza più specchi vedere<br />
</strong></span><span style="color:#000000;"><span style="color:#ff0000;"><strong>l’aura del tuo volto fasciarmi il viso    </strong> <br />
</span>di </span><span style="color:#000000;">Alfonso Nannariello</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p style="text-align:left;"> </p>
<p><span style="color:#000000;">e mi trovo dentro le <em>&#8220;nude cose</em>&#8220;, per dirla alla <span style="color:#000000;"> <a href="http://vibrisse.wordpress.com/2009/07/01/lesperienza-la-narrazione-le-nude-cose-linvenzione-e-tutto-il-resto-compreso-il-dio">Giulio Mozzi</a> ,  </span></span><span style="color:#000000;">un senso di estraneità mi coglie da quella me stessa capra irriverente, e sento la parola farsi pane, nuvola o orizzonte,<br />
o soltanto luce<br />
o soltanto ombra<br />
o soltanto&#8230;.</span></p>
<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><br />
</span><span style="color:#ff0000;"><strong>ti ho dato, amore / i miei lamenti / la frusta del mio cuore / i morsi dei miei denti   </strong></span> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> e ancora</p>
<p align="center"><span style="color:#ff0000;"><strong>Sui sigilli del ventre<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>vertigina ponente.<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>La solitudine dispone le sue truppe<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>in formazione di combattimento<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>e il grigiore assalta col vento<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>le fronde del venerdì santo.<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>In lente ascensioni di porpora<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>avanza stendardi un dolore.<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>Una pioggia si prepara a cadere<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>nella macchia e sulle linee nemiche<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>sui miei capelli grigi e sulla terra<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>sulle caviglie e sui polsi<br />
</strong></span><span style="color:#ff0000;"><strong>legate alle spalliere dei letti.   </strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Io e Alfonso siamo nati nello stesso paese: Calitri, lui giocava in via Concezione, io in via Cipresso. Sopra via Concezione, sotto via Cipresso. Siamo coetanei eppure  non ricordo il bambino che lui fu, ricordo invece i ragazzi che siamo stati e la nostra dissonanza, lui fermamente cattolico, io atea convinta. </span><span style="color:#000000;">Per anni mai ci incontrammo, neppure quando  traslocai da via Cipresso in via Concezione,  poi io scrissi un libro e lui pure. E  nella scrittura infine ci trovammo.<br />
</span><span style="color:#000000;">Alfonso è un Poeta che sa portarmi dentro <em>&#8220;le nude cose</em>&#8221; anche quando scrive prosa:<br />
</span><span style="color:#ff0000;">“Gennaio era una mano di cementite bianca che cancellava tutto l’orizzonte. Era un cielo crudo. Era mia madre che mi passava i panni sopra il fuoco ed io, sotto le coperte, che restavo nudo.   O me lo mostrava, così senza calore, quando apriva gli scuri al mio risveglio.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span style="color:#ff0000;">Gennaio era nel barattolo di vetro sopra il davanzale. Era un paesaggio di foglie di alloro tra parti di maiale sommerse da un silenzio di gelatina di brodo ed aceto. Era, dalle finestre di casa, la luce opaca sul bosco spoglio e il colle innevato”  </span>da <a href="http://www.ibs.it/code/9788887202328/nannariello-alfonso/via-concezione.html">Via Concezione </a>ed. Libria.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><br />
</span><span style="color:#000000;">Per chi volesse approfondire la conoscenza di Alfonso trova  <a href="http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?s=intervista+alfonso+nannariello">QUI</a> un&#8217;intervista molto interessante intitolata &#8217;A SUD DI DIO&#8217; .  Sullo stesso sito si possono trovare altre poesie e racconti dello stesso Autore. </span></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/luciamarchitto.wordpress.com/515/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/luciamarchitto.wordpress.com/515/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/luciamarchitto.wordpress.com/515/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/luciamarchitto.wordpress.com/515/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/luciamarchitto.wordpress.com/515/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/luciamarchitto.wordpress.com/515/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/luciamarchitto.wordpress.com/515/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/luciamarchitto.wordpress.com/515/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/luciamarchitto.wordpress.com/515/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/luciamarchitto.wordpress.com/515/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=515&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">albero nudo</media:title>
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	</item>
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		<title>Vacanze</title>
		<link>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/08/06/vacanze/</link>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 16:21:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[diario]]></category>
		<category><![CDATA[alta irpinia]]></category>
		<category><![CDATA[basilicata]]></category>
		<category><![CDATA[cala violina]]></category>
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		<category><![CDATA[toscana]]></category>
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		<description><![CDATA[
Queste sono state ferie vagabonde.
Calitri, Alta Irpinia, Campania, Basilicata, Toscana.
Soprattutto
Campi assolati.


Cani muti ci seguono dal castello fino al sagrato della chiesa.
Mi pare di camminare tra le pagine de &#8220;La zattera di pietra&#8221; di Saramago.
Venosa, città di Orazio, ti spio seduta all’ombra di un leone.
 
 
 
Altri cani sciolti
Abbaiano senza collare
Mostrano zanne aguzze oltre i vetri del finestrino.

 
Campi di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=490&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div class="mceTemp">
<p style="text-align:right;"><img class="alignright size-full wp-image-492" title="veduta di Calitri dalla Piana dell'Olmo" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf42191.jpg?w=500&#038;h=375" alt="veduta di Calitri dalla Piana dell'Olmo" width="500" height="375" />Queste sono state ferie vagabonde.</p>
<p><a href="http://maps.google.it/maps?sourceid=navclient&amp;hl=it&amp;rlz=1T4DAIT_itIT253IT253&amp;q=Calitri&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;split=0&amp;gl=it&amp;ei=i0VzSu62LciKsAaAuaD9BA&amp;sa=X&amp;oi=geocode_result&amp;ct=image&amp;resnum=1">Calitri</a>, <a href="http://www.e-irpinia.it/contents/espl/espl1/espl1_3.html">Alta Irpinia</a>, Campania, Basilicata, Toscana.</p>
<p>Soprattutto</p>
<p>Campi assolati.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-507" title="veduta da Cairano" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf4208.jpg?w=500&#038;h=375" alt="veduta da Cairano" width="500" height="375" /></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-498" title="DSCF4229" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf4229.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSCF4229" width="300" height="225" /></p>
<p>Cani muti ci seguono dal castello fino al sagrato della chiesa.</p>
<p>Mi pare di camminare tra le pagine de &#8220;La zattera di pietra&#8221; di Saramago.</p>
<p><a href="http://www.basilicata.cc/lucania/venosa/index.htm">Venosa</a>, città di Orazio, ti spio seduta all’ombra di un leone.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Altri cani sciolti<br />
Abbaiano senza collare<br />
Mostrano zanne aguzze oltre i vetri del finestrino.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-499" title="DSCF4218" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf4218.jpg?w=500&#038;h=375" alt="DSCF4218" width="500" height="375" /></p>
<p> </p>
<p>Campi di grano, agitano spighe, fagocitate dal mostro a denti  rotanti,  lanciano in aria polvere separando il grano dalla pula,  lasciando nudo e giallo il campo trapunto da balle  di fieno.</p>
<p style="text-align:center;"><img class="alignright size-large wp-image-493" title="DSCF4174" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf4174.jpg?w=1024&#038;h=768" alt="DSCF4174" width="1024" height="768" /></p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-500" title="DSCF4223" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf4223.jpg?w=300&#038;h=225" alt="DSCF4223" width="300" height="225" /></p>
<p>Fichi<br />
Occhi scuri nella bionda  e lunga estate<br />
Il tempo lungo<br />
Nel passo di mio padre</p>
<p>La spina nera della spiga<br />
Nel fianco</p>
<p> </p>
<div id="attachment_503" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.borghiditoscana.net/it/toscana/grosseto/scarlino/sentierocalaviolina.html"><img class="size-medium wp-image-503" title="DSCF4249" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf4249.jpg?w=300&#038;h=225" alt="Cala Violina" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Cala Violina</p></div>
<p>E poi l&#8217;approdo nel mare toscano<br />
E altre terre e altri boschi e altri olivi<br />
Sulla balera d’altri tempi<br />
La ragazza, sottile come una foglia,<br />
balla,<br />
volteggia lieve nella frescura della sera,<br />
la gonna scivola sui fianchi,<br />
le scarpe basse sfiorano la terra.<br />
Flessuosa  oscilla baciando l’aria.</p>
<p> </p>
<p><span style="font-size:12pt;font-family:&quot;"> </span></div>
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		<media:content url="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/07/dscf42191.jpg" medium="image">
			<media:title type="html">veduta di Calitri dalla Piana dell'Olmo</media:title>
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			<media:title type="html">veduta da Cairano</media:title>
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		</media:content>

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	</item>
		<item>
		<title>Perchè la linea e il nodo?</title>
		<link>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/06/11/perche-la-linea-e-il-nodo/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 15:21:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[comunicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione]]></category>
		<category><![CDATA[auser]]></category>
		<category><![CDATA[Botticino BS]]></category>
		<category><![CDATA[danza orientale]]></category>
		<category><![CDATA[L'AURA]]></category>
		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Centro Lucia]]></category>

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		<description><![CDATA[
 Le origini della danza del ventre
Non esistendo fonti attendibili  sono state elaborate varie ipotesi in merito alle origini della danza orientale, due di queste sono state estrapolate e prese in considerazione per lo svolgimento del monologo. La prima ipotesi risale a 25.000 anni fa quando venivano eseguiti  riti propiziatori della fertilità  legati al  culto della [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=483&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-484" title="clip_image002" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/06/clip_image002.gif?w=500&#038;h=704" alt="clip_image002" width="500" height="704" /></p>
<p style="text-align:justify;"> Le<strong> origini della danza del ventre</strong></p>
<p style="text-align:justify;">Non esistendo fonti attendibili  sono state elaborate varie ipotesi in merito alle origini della danza orientale, due di queste sono state estrapolate e prese in considerazione per lo svolgimento del monologo. La <strong>prima ipotesi </strong>risale a 25.000 anni fa quando venivano eseguiti  riti propiziatori della fertilità  legati al  culto della Madre Terra che assume diverse caratteristiche geografiche: in Babilonia è <strong>Ishtar</strong>, in Grecia <strong>Demetra </strong>e in Egitto <strong>Iside </strong>poiché nell’antichità si credeva che la fertilità fosse direttamente connessa alla terra e alle <em>donne</em>, in quanto creatrici di nuova vita, si attribuivano poteri magici. Le sacerdotesse  onoravano la dea madre con danze sacre entrando in relazione con i ritmi della natura imitandola (molti movimenti ricordano elementi naturali quali : le <em>onde del mare</em>, la forma della <em>luna</em>, il <em>serpente</em>, il <em>cammello </em>e ancora l&#8217; atto sessuale e il parto..).  <strong>La <strong>seconda</strong></strong><strong> </strong><strong>ipotesi</strong> è che la danza del ventre sia stata importata dalle tribù nomadi provenienti dall’<strong>India</strong>, le quali  attraversando paesi differenti, entrando in contatto con diversi popoli, interscambiando culture, abbiano creato un filo conduttore, con movenze che possiamo ritrovare oggi in diverse latitudini del nostro pianeta.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">“La linea e il nodo”  video &#8211; monologo di Lucia Marchitto  avvalora entrambe le ipotesi.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E’ dall’osservazione della natura che l’uomo ha fatto le prime scoperte, come quella del fuoco per dire, e in natura tutto si muove, l’acqua scorre, gli uccelli migrano, le mandrie si muovono, i pesci nuotano controcorrente per andare a deporre le uova in posti nuovi. Questi viaggi  sono difficili, spesso molti animali muoiono durante il viaggio e quando raggiungono il traguardo devono difendere loro stessi e la prole futura dai predatori, eppure ogni anno migrano dando vita a nuove vite. La fertilità quindi legata al viaggio. La fertilità legata alla terra, all’uovo, al ventre, alla donna. </span></p>
<p style="text-align:center;"><span style="color:#000000;"><strong>Perché la linea e il nodo?</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Il viaggio è una linea immaginaria che collega il luogo della partenza con quella dell’arrivo, in mezzo ci sta il nodo che rappresenta le difficoltà insite nel viaggio e nell’insediamento del nuovo habitat. Il nodo anche come intreccio, legame, tra arrivo e partenza, come ventre, fertilità. Ma se l’animale migra spinto da necessità e istinto  l’uomo ha qualcosa in più che lo fa muovere: è la magia del sogno, il sogno di una vita diversa, migliore, il sogno di conoscere altri luoghi, altri mondi, altri modi di essere, di superare i propri confini. Ed è proprio nella realizzazione del sogno che si riscontra la difficoltà, il nodo. Il nuovo mondo può essere oscuro e incomprensibile (notte) come oscure e incomprensibili possono essere le parole di una lingua sconosciuta. L’incontro con l’altro quindi va ricercato nei gesti, nella musica, nella danza.  La danza come  luogo d’incontro fra culture diverse. Incontro che genera nuove radici. </span></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Se non fosse</title>
		<link>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/05/29/se-non-fosse/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 19:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[diario]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Luxor]]></category>
		<category><![CDATA[Marsa Alam]]></category>

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		<description><![CDATA[Marsa  Alam – Egitto – 17 – 24 maggio 2009
Se non fosse che sulla spiaggia  passano cammelli e cavalli potrei pensare di essere ancora in Italia e che tutto questo altro non è che una finzione.
Se non fosse per il deserto alle mie spalle e il mare davanti, dove luccica e affiora la barriera corallina, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=468&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Marsa  Alam – Egitto – 17 – 24 maggio 2009</span></p>
<p><span style="color:#000000;"><img class="alignleft size-full wp-image-469" title="DSCF4021" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/dscf4021.jpg?w=500&#038;h=375" alt="DSCF4021" width="500" height="375" />Se non fosse che sulla spiaggia  passano cammelli e cavalli potrei pensare di essere ancora in Italia e che tutto questo altro non è che una finzione.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Se non fosse per il deserto alle mie spalle e il mare davanti, dove luccica e affiora la barriera corallina, potrei pensare  che il volo altro non è stato che una finzione come tante in questo presente che ha scordato il passato,  nonostante il passato sia lì e la morte lì, e lì le tombe.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">In questo presente farsa dove solo ciò che appare è. Tutto il resto è morto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Di quella morte che non è morte nel senso di cessazione di battiti e respiri ma morte per mancanza di nascita.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Come pietre sulla terra.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Se non fosse per il loro sesso e per la mancanza dell’altro troverei nei modi gentili la gentilezza.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Se ci fossero donne a pulire case, a fare di conto, a cucinare, a guardare il mare,   se ci fossero donne,  fossero anche  soltanto un vestito che ricopra interamente le loro membra, potrei pensare a quei modi gentili come espressione di accoglienza, come mare nelle pupille di Ahmed, come deserto in quelli di Thomas, un deserto nero, ricco.<span id="more-468"></span></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dice Hamed che questo Sahara è pieno di minerali.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Questo deserto è ricco come ricca è la valle del Nilo.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Bambini scalzi sotto il sole cocente, gli occhi cisposi, porgono mani in brandelli di stoffa, ché poi porgere non è il termine adatto ma spingere, urtare, pretendere, strappare.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Mi strappano il cuore questi bambini.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Non sei la madre di tutti</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dice lui al mio fianco</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Non puoi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Non posso allungare la mano, toccare la tua, al di là del vetro, dall’alto dei tuoi pochi anni, che non chiedono pane, ma fumo.</span></p>
<p><span style="color:#000000;"> ‘Una sigaretta’ dicono i tuoi occhi vispi che si piantano nei miei senza timore, senza pudore, senza vergogna,  spudorati.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">‘Un po’ di fumo’ dicono le tue labbra arricciate.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Non posso guardarti mentre mi guardi e sai della mia colpa.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Di non essere  madre.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Di non avere sogni da poggiarti sugli occhi per ripararli dal sole, questo sole che spacca la pietra.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Di non avere sogni da poggiarti sul capo per rinfrescarti dalla calura.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Di non avere acqua.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dice Ahmed</span></p>
<p><span style="color:#000000;">&#8216;I beduini lasciano liberi i cammelli nel deserto. I cammelli annusano la terra, fiutano l’acqua, ci poggiano sopra il muso e permettono all’uomo di dissetarsi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">&#8216;Un beduino ha quattro mogli. Quando decide di sposarsi manda la mamma a cercare la sposa.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">La mamma va dalla donna, la tocca da sopra il vestito, un vestito che copre tutto il corpo,   se è magra la scarta, servono braccia e gambe forti nel deserto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">I beduini hanno quattro mogli perché le donne lavorano e gli uomini fumano il narghilè&#8217;</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dice nacora Ahmed, </span><span style="color:#000000;">Ahmed che ha il mare negli occhi e il deserto nero sulla pelle:</span></p>
<p><span style="color:#000000;">&#8216;A Luxor c’è un albergo dove per dormire una notte si paga mille euro.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Lo stipendio medio della popolazione è di 120 euro al mese.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">In Egitto ci sono uomini molto ricchi, pochi, e tanti poveri, il ceto medio è scomparso&#8217;.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Ahmed è alto, molto alto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E’ colto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E ha il mare negli occhi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Alza la mano.<img class="alignleft size-full wp-image-480" title="DSCF4060" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/dscf40601.jpg?w=500&#038;h=375" alt="DSCF4060" width="500" height="375" /></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Le sue dita disegnano il cielo.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">L’oscurano un poco, quel tanto che basta a mitigare tutto questo chiarore di sole cocente.</span></p>
<p><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;">My name is Thomas</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dice allungandomi la mano.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Non vedo altro che i suoi occhi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Sono neri.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Due pozzi profondi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">La barriera al di là e sotto il pontile di legno ha due pozze scure, intorno brillano schiene di pesci e coralli colorati.<img class="alignright size-full wp-image-472" title="DSCF4127" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/dscf4127.jpg?w=500&#038;h=375" alt="DSCF4127" width="500" height="375" /></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Arrivano a coppie, a gruppi, si sporgono dalla ringhiera, si mettono tute, pinne, si calano in acqua.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Chi scende parla con chi è sul pontile o sulle scale poi a pelo d’acqua si allontana.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Chi resta segue con gli occhi la sagoma poi guarda il mare, i pesci, l’orizzonte.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Thomas non lo guarda nessuno.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Thomas resta lì, sul pontile, appoggiato alla balaustra.</span></p>
<p><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;">Ai bordi della strada, l’unica, quella che da Marsa alam porta a Luxor, sono abbandonati rifiuti di ogni tipo.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">A metà tra le due mete sorge una stazione di servizio.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Intorno il deserto è nero.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E’ pieno di ferro</span></p>
<p><span style="color:#000000;">La stazione è un arazzo di colori incastrata nel nero del Sahara.<img class="alignright size-full wp-image-473" title="DSCF4049" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/dscf4049.jpg?w=500&#038;h=375" alt="DSCF4049" width="500" height="375" /></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Sahara vuol dire deserto. Dire il deserto del Sahara è come dire il deserto del deserto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dice Ahmed.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Nella stazione di servizio ogni volta che un pullman arriva è festa. Si vende sempre qualcosa. Quello che guadagna  più di tutti e l’uomo delle toilette.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E dopo il deserto il Nilo e con il Nilo il verde, i campi coltivati, i piccoli aironi bianchi, gli asinelli.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Il Nilo.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Quello del ricordo. Della Storia. Delle storie.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E poi Luxor.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">L’ampia strada asfaltata è il palco dove si esibiscono i mezzi di locomozione e la loro evoluzione: un ragazzo cammina nel suo saio marrone, un uomo con uno strano copricapo cavalca un asinello magro, i piedi dell’uomo penzolano e quasi sfiorano l’asfalto, un altro asinello tira un carretto, una bicicletta trasporta due ragazzi, uno sulla sella e l’altro sulla canna, una moto, una vecchia 128, una lussuosa macchina e il nostro superaccessoriato pullman.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Luxor</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Le colonne, le statue, gli obelischi. I geroglifici. I nomi così familiari nei ricordi dei libri, dei film, della bibbia. La scrittura. Il suo dio. Il dio sole. I faraoni. Le loro tombe.</span></p>
<p><span style="color:#000000;"><img class="alignleft size-full wp-image-475" title="DSCF4075" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/dscf4075.jpg?w=500&#038;h=375" alt="DSCF4075" width="500" height="375" />Il sole è una fornace.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Vorresti startene lì, un attimo in silenzio, a guardare la valle dei re che si spalanca, a immaginare o forse solo guardare, forse solo sentire il silenzio, o l’eco della valle, e camminare in punta di piedi e entrare nelle tombe, vorresti un attimo senza umanità che si affanna, essere unico spettatore.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Essere solo occhi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">L’assalto è inaspettato.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Devastante.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Cartoline, statuine, papiri, cambio monete.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Mani spuntano da tutte le parti.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Ti senti accerchiato, incastrato, prigioniero.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Ho rivisto nei tuoi occhi lo stesso sguardo spaurito, quello che avevi a vent’anni quando, dopo un lungo viaggio in auto stop, giungemmo a Parigi e l’uomo col sigaro tra i denti bofonchiò parole incomprensibili.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E dentro le tombe manca il respiro.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Marsa lam è un luogo non luogo, davanti il mare, dietro il deserto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Non ci sono paesi o agglomerati di case, ci sono villaggi, villaggi, villaggi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Camminiamo sulla spiaggia di sabbia macchiata di pietruzze scure, maculate o bianche.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Nel poggiare i piedi le pietruzze si animano, i paguri corrono verso l’acqua.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">In questa luce strana che precede la sera potrei perdermi se non fosse per quel profilo di terra su cui è piantato l’ombrellone di paglia e tu che alzi le mani abbracciando cielo e terra e mare.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Potrei perdermi,  perché ora, qui, non ho memoria di niente se non delle tue braccia aperte.</span></p>
<p><span style="color:#000000;"><img class="alignleft size-full wp-image-476" title="DSCF4029" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/dscf4029.jpg?w=500&#038;h=375" alt="DSCF4029" width="500" height="375" /></span></p>
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		<title>Una nuvola si alza verso il cielo</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 15:57:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[monologo]]></category>
		<category><![CDATA[strage di piazza della loggia brescia]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianza]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi alzo tranquillo, infilo i jeans, metto il giaccone, mi guardo allo specchio, non è un eskimo ma ci assomiglia e comunque ho questo e lo infilo, tiro fuori i capelli dal colletto, sono lunghi i miei capelli e mi piacciono. Non prendo i libri perché non mi servono oggi, c’è manifestazione e io vado [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=463&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><img class="alignleft size-full wp-image-465" title="482edc074e36f_normal[1]" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/482edc074e36f_normal11.jpg?w=500&#038;h=304" alt="482edc074e36f_normal[1]" width="500" height="304" />Mi alzo tranquillo, infilo i jeans, metto il giaccone, mi guardo allo specchio, non è un eskimo ma ci assomiglia e comunque ho questo e lo infilo, tiro fuori i capelli dal colletto, sono lunghi i miei capelli e mi piacciono. Non prendo i libri perché non mi servono oggi, c’è manifestazione e io vado in piazza. Passo a chiamare il mio amico che come me fa parte del movimento studentesco, mi sento grande nei miei 15 anni oggi. Per strada incontriamo un altro compagno, pioviggina, una pioggerellina fastidiosa. La paura striscia fastidiosa dentro di me, negli ultimi periodi ci sono stati episodi di violenza fascista ed è per quello che stiamo andando in piazza.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Arriviamo nella piazza e c’è tanta gente e mi sento forte e la paura come un verme ritorna nella terra. Siamo vicini alla fontana, lontani dal palco, la pioggia è insistente e non abbiamo ombrelli, vedo per terra dei cartoni, mi abbasso, li prendo, li divido con i miei compagni, li mettiamo sulla testa e ci avviamo verso il centro della piazza. Pochi passi  e uno scoppio mi fa  girare verso la fontana e una nuvola strana e grigia e piena di vetri si alza verso il cielo, sopra le persone.<span id="more-463"></span> La nuvola si alza sopra la piazza e non è piena di acqua o vapore o fumo ma vetri, tanti vetri spezzati, tutti insieme spinti verso l’alto, la gente intorno a me comincia a spingere con forza e io non riesco a fermarmi e non vedo più i miei amici e non capisco cosa è quella nuvola e non capisco perché tutti spingono e dove saranno mai i miei amici e non posso cercarli questo fiume mi spinge mi afferra e mi avvolge nella sua corrente e la forza delle mie gambe cede e si spostano le mie gambe con le gambe degli altri, di tutti questi altri che sono intorno a me e tra loro non vedo i miei amici, non li vedo. Come è possibile, abbiamo messo il cartone sulla testa un attimo fa ed eravamo vicini, un attimo fa, solo un attimo fa.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E così mi ritrovo in  piazza Vittoria e lo vedo il mio amico ed è solo, l’altro non c’è e allora lo cerchiamo insieme, e non sappiamo cosa sia successo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Io non so cosa sia successo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Dobbiamo trovare il nostro amico, sarà pure da qualche parte, era con noi poco fa, soltanto poco fa.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E non posso tornare a casa perché i suoi genitori, che abitano a due passi da casa mia, mi chiederanno “dov’è?”, mi diranno “eravate insieme devi per forza sapere dov’è” e io non so cosa rispondere, mi chiederanno cosa è successo e io non lo so cosa è successo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E così continuiamo a cercare e non troviamo niente e siamo stanchi di vagare tra tutta questa gente, è così faticoso e non posso tornare a casa così vado a casa di questo  mio amico e accendiamo la radio e scopriamo cosa è successo ma io non capisco realmente cosa è successo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Non capisco e non posso tornare a casa. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E non so cosa fare.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E così arriva la sera e adesso non posso più restare e devo tornare a casa.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E ci torno a casa e scopro che è tornato anche il mio amico e sono contento.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Accendo il televisore e finalmente capisco che una bomba è scoppiata nella piazza e lo so che la gente urlava che la bomba era scoppiata ma io ancora non lo avevo capito, soltanto adesso che vedo sullo schermo il corpo insanguinato di Trebeschi, solo ora mi rendo conto che la bomba è scoppiata e penso che mi è andata bene, che se non avessi visto quei cartoni ci sarei anch’io lì vicino a Trebeschi e con me i miei amici.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Mi è andata bene, penso.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E poi al corteo l’urlo pieno di rabbia esplode dentro di me ed  è strana questa rabbia che mi scoppia dentro e che esce dalla gola con tanta forza, è strana perché io urlo e non so contro chi urlo, non so contro chi indirizzare la mia rabbia ma non ho paura siamo in tanti, riempiamo piazze, vicoli e  scuole e fabbriche e tutta la città e siamo tutti uniti e  la bomba non è riuscita a farci nascondere nella paura, dietro le porte sbarrate di una casa, non ci è riuscita la bomba.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Dal mio libro: &#8220;Ho preso in prestito le parole che ci avevano rubato&#8221;  ed. Auser di Botticino.<br />
Rielaborazione di testimonianze  in monologhi teatrali sulla strage di piazza della Loggia.</span></p>
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	</item>
		<item>
		<title>In questo spazio indifeso &#8211; Alice a Calitri (AV)</title>
		<link>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/05/13/in-questo-spazio-indifeso-alice-a-calitri-av/</link>
		<comments>http://luciamarchitto.wordpress.com/2009/05/13/in-questo-spazio-indifeso-alice-a-calitri-av/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 May 2009 15:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[calitri]]></category>
		<category><![CDATA[gianna nannini]]></category>
		<category><![CDATA[paesologia]]></category>
		<category><![CDATA[progetto scrittura solidale]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto irpinia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ciò che mi accoglie è il vento.
Di questo grigiore non avevo memoria.
Come se gli anni fossero caduti sulla pietra.
Una cataratta calata sulla collina.
E le finestre da sempre occhi vigili sulla valle paiono  annacquati come quelli dei vecchi.
Bisogna togliere il velo opaco per trovare la lucentezza della luce e la forza dell’ombra.
 
Bisogna salire, seguire il percorso [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=454&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-455" title="AliceaCalitri1" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/aliceacalitri1.jpg?w=500&#038;h=329" alt="AliceaCalitri1" width="500" height="329" /><span style="color:#000000;">Ciò che mi accoglie è il vento.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Di questo grigiore non avevo memoria.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Come se gli anni fossero caduti sulla pietra.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Una cataratta calata sulla collina.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E le finestre da sempre occhi vigili sulla valle paiono  annacquati come quelli dei vecchi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Bisogna togliere il velo opaco per trovare la lucentezza della luce e la forza dell’ombra.</span></p>
<p><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;">Bisogna salire, seguire il percorso della pietra, fino al suo ventre.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Entrare nelle case scavate nel tufo dove le botti sono piene di vino, un vino rosso, corposo, talmente denso che lascia un alone viola nel bicchiere,</span></p>
<p><span style="color:#000000;">nella goccia caduta sulla tovaglia.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Nella grotta la volta è piena di bubboni di pietra incastrati nel tufo e d’estate quando si entra il freddo scivola sulla schiena in un brivido che  raffredda i pensieri cosicché puoi sederti sul treppiedi grezzo dove i colpi dell’ascia non sono stati levigati, e stare fermo.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Soltanto stare.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Soltanto sentire il vino.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Soltanto sentire l’odore del tufo.<span id="more-454"></span></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Soltanto sentire tutti i movimenti scomparsi che non sai se si sono ripetuti negli anni o sono cambiati, di quell’affannarsi di tini e di uva e di braccia e di torchio, il tic, toc, del torchio, il vino che cola, la goccia.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">L’odore del mosto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Le facce nella luce fioca della lampadina.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Il sonno che ci coglieva infanti nella cantina.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Sono trent’anni che non vedo più vendemmie.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Le braccia di mio padre conservano il tic toc del torchio.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;">Bisogna salire, seguire il percorso della pietra, abbandonare la valle dell’Ofanto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Qui sul confine tra Pescopagano (PZ) e Calitri (AV) il mio paese natio, lì dove sto andando, il fiume è un rivolo d’acqua che scorre, nel suo letto  crescono alberi, la diga se l’è divorato. </span></p>
<p><span style="color:#000000;">Bisogna salire, seguire il serpente che si arrotola in spire che si sperdono lassù dove il grigiore si condensa, dove una volta c’era un castello, ora è solo un nome e quando c’è la luce se ne può immaginare la forma.  E’ caduto un pezzo alla volta, un terremoto alla volta: 1910, 1930  di questi ho memoria, non la mia, ma di quella tramandata nei racconti dai vecchi, del terremoto dell’80 può bastare quello che ricordo o che mostra il paese con le sue crepe.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">L’asino era nella stalla. La stalla si trovava in cima al castello, la terra tremò. Era il 23 novembre del 1980. Io ero lontana.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Nel pomeriggio il telefono di casa rispondeva alla mia chiamata con un tu tu affannoso.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Provai ogni numero dettato dalla memoria. Scavai dentro la memoria. Trovai numeri che non sapevo di conoscere.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Tu tu tu tu …</span></p>
<p><span style="color:#000000;">L’affanno si trasferì nelle orecchie.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dentro la faccia,</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dentro i piedi impazienti che mordevano l’asfalto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dentro il treno col suo ciuf ciuf incessante.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">L’asino dentro la stalla, con la stalla addosso, precipitò dalla rupe.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E non trovò la morte.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Si racconta dell’asino e del maiale trovato vivo dopo una settimana sotto le macerie.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Mi chiedo se la morte la trovarono poi per mano dei padroni.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Quello che trovai io fu un paese distrutto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">E la terra sotto i piedi scappava.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">‘<em>Non ti voglio’</em></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Diceva la terra</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Mi accusava </span></p>
<p><span style="color:#000000;"><em>&#8216;Sei andata via perchè ora ritorni?&#8217;</em></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Io toccavo la pietra e ne sentivo battere il cuore.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;">Da qui, ora, da questa valle, da questo fiume morto, da queste fabbriche che lo assediano, da queste strade e cavalcavia sospesi nel nulla verso il nulla,  s’intravede la chiesa dell’Immacolata, angolo di piramide, punta che punta il grigiore della giornata.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Una curva, due curve, tre curve .. e  via Ferrovia compare.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Via Ferrovia.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Se dovessi dare una voce a questa via le darei la voce della Nannini, una voce roca, intensa.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><em><span style="color:#000000;">Sei nell’anima, in questo spazio indifeso, sei dentro di me.</span></em></p>
<p><em><span style="color:#000000;"> </span></em></p>
<p><span style="color:#000000;">Se dovessi dare forma alle mani di questa via sarebbero nodose come quelle dei vecchi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Le mani di mia nonna.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Seduta sotto l’acacia a fare l’uncinetto.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">A destra della via la collina degrada ripida in un taglio che la separa da quella più piccola del Calvario, a sinistra regge  la parte vecchia del paese: la cascina, ma da qui pare regga tutto il paese.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Si dipartono strade in salite,  vuote di anime  e cose. Le case sono piene di polvere, non nuove non vecchie, abbandonate. In mezzo all’abbandono fioriscono a macchie come sul dorso dell’animale, case ridenti di fiori e finestre illuminate. </span></p>
<p><span style="color:#000000;">E sopra archi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Cerchietti che fermano i capelli delle vie.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Dovrei scendere, mettere le mani sul portale, togliere la polvere, sentire la pietra,</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Mi frena quella porta, anonima, la si trova ovunque, alluminio, vetro.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Per tutta la via, casa per casa, andavamo recitando poesia il giorno di natale</span></p>
<p><span style="color:#000000;">ogni recita  dieci lire,</span></p>
<p><span style="color:#000000;">ogni recita un applauso</span></p>
<p><span style="color:#000000;">e il mondo è una rima baciata vestito con l’abito della festa.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;"><em>Sei nell’anima, in questo spazio indifeso</em>.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;">Passo davanti alla scuola d’arte, mai terminata, fili di ferro al posto del tetto, un disegno sbiadito, la porta serrata. Polvere.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Sciami di persone si affollavano davanti al portone, appoggiati sul muretto, sotto la chiesa di S.Antonio. L’odore del giglio tracimava verso lo slargo san Berardino, s’innalzava come i canti fino alla scuola.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p><span style="color:#000000;">Archi</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Occhi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Spalancati occhi.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Gli archi degli zingari.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Molavano forbici e coltelli.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Raccontava sulla porta  di zingari felici.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p>In via Concezione la macchina si arresta. Per arrivare alla grotta basterebbero dieci passi ma salgo le scale qualcuno mi aspetta.</p>
<p>Dalla finestra tetti rossi su tetti rossi nascondono via Cipresso e via Ferrovia e i mille vicoli che le intersecano, davanti la collina del calvario, la chiesetta di santa Lucia, oltre le montagne. Pescopagano e San’Andrea di fronte. In mezzo la valle ofantina, che non vedo. Qui le case,  addossate come sono le une alle altre, si fanno compagnia, almeno loro, dentro solo vecchi, man mano che muoiono si serrano le porte. M’incammino verso la piazza per la strada di Pier, all’angolo il vento è un pugno di ferro. Dovrei mettere delle pietre nelle tasche per non traballare.</p>
<p>La mano stretta nella sua.</p>
<p>Il vento forte.</p>
<p>Le frange dello scialle mi sbattevano sulla faccia.</p>
<p>Chiudevo gli occhi.</p>
<p>I piedi sfioravano appena la pietra.</p>
<p>Facevo il gioco del vento. </p>
<p>Il vestito gonfio, le braccia aperte, le labbra arricciate a soffio.</p>
<p>Se non fosse stato per la mano sarei volata via.</p>
<p>Intravedo la chiesa dell’Immacolata. Dal forno odore di pane.</p>
<p>Dopo la curva</p>
<p>il terremoto.</p>
<p>Case cadute, erba che cresce, portoni mangiati dal tempo,  s’intravedono pezzi di pavimento scoperto coperto di polvere e terra e detriti.</p>
<p>Da lì sono trent’anni che non ci si può inoltrare.</p>
<p>Da quella salita si giungeva in piazza, ora bisogna fare il giro.</p>
<p>Davanti a Cola  uomini che chiacchierano, donne che camminano, c’è sempre qualcuno.</p>
<p>Guardo le facce, mi fisso sulle facce, pare che i figli siano i padri, tanto hanno fatto  gli anni da smussare le differenze.</p>
<p>Giovani siedono sul muretto della scuola elementare, nell’edicola di fronte la gente entra ed esce, davanti al bar un capannello di persone si lamenta del tempo, di quanto ha piovuto, di come è grigio. Per tutto il corso  c’è il Paese, poi ti si para davanti la torre col suo tufo tirato a nuovo, come gli archi che si addentrano quasi nelle viscere, perfetti.</p>
<p>Quadri perfetti da appendere alle pareti.</p>
<p>C’erano case prima del 1980, c’era un forno, una pasticceria, il bar r Picch, negozi di vestiti, un fotografo, un orefice.</p>
<p>La torre non c’era.</p>
<p>Era nascosta sotto le case.</p>
<p>Se giri la testa o soltanto guardi in avanti hai un senso di spaesamento: da un lato la torre e gli archi, dall’altro il terremoto con saracinesche sbilenche, porte affossate, muri crepati.</p>
<p>Mi affaccio al muretto: vedo dall’alto ciò che prima ho visto dal basso, lì dove facevo il gioco del vento. </p>
<p>Bisogna salire, seguire il percorso della pietra, liberarsi dai quadri, andare oltre.</p>
<p>Oltrepasso il municipio, sui muri fiori gialli abbelliscono il grigio della pietra che ha preso il posto del tufo, salgo gradini, mi affaccio alla ringhiera, sotto il grigiore si dirada, il profumo della primavera che non si vede mi riempie le nari, proseguo verso il castello e mi trovo la strada sbarrata.</p>
<p>Guardo in alto e poi in basso: senza castello il paese mi sembra un luogo indifeso. </p>
<p><em>Sei nell’anima, e lì ti lascio sospeso.</em>  <em>in questo spazio indifeso</em> </p>
<p>Correvo, la guantiera in mano, la banda suonava, i balconi aperti, le finestre spalancate, i bambini per strada, gli asini nelle stalle, e tutto era attesa della festa.</p>
<p>Lasciò cadere le monete nella guantiera, il tintinnio, la luce riflessa del sole, poi  mi guardò.</p>
<p>Nessuno fino ad allora mi aveva mai guardato così.</p>
<p>E non sapevo se essere contenta o dispiaciuta.</p>
<p>Se mischiarmi coi bambini o stirarmi la gonna sulle ginocchia. </p>
<p>Ritorno verso il municipio, attraverso la  piazza sbilenca, passo sotto la galleria, vado verso la terrazza dell’orologio. Tutto ristrutturato. Tutto il tufo messo a nuovo. Per strada solo cani e gatti.</p>
<p>Nessun rumore.</p>
<p>Solo vento.</p>
<p>La terrazza gialla,</p>
<p>l’orologio.</p>
<p>Mi siedo sul gradino.</p>
<p>Poggio la mano sulla lucentezza della pietra.<em> </em></p>
<p><em>Sei nell’anima<br />
In questo spazio indifeso</em><em> </em></p>
<p>Canta.</p>
<p><span style="color:#000000;">PS: Per leggere tutti i pezzi di Alice nelle città vai a <a href="http://www.etempodiscrivere.it">www.etempodiscrivere.it</a> </span></p>
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		<title>Alberto: il mio terremoto</title>
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		<pubDate>Sun, 10 May 2009 09:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciamarchitto</dc:creator>
				<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[alberto zuccalà]]></category>
		<category><![CDATA[alice in città]]></category>
		<category><![CDATA[progetto scrittura solidale]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
 

Alberto è il mio nipotino adottivo, non ci siamo mai visti nè incontrati,  ci siamo conosciuti in rete, ogni tanto ci scriviamo,  Alberto studia all&#8217;Aquila ed era lì la notte del terremoto. Mi ha inviato questa lettera. 
&#8220;NON RICORDO SE HAI GIA&#8217; AVUTO O SENTITO SU http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8909 QUESTA LETTERA, MA CI TENEVO A MANDARLA A TE PERSONALMENTE. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=448&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p> </p>
<p> </p>
<p><span style="color:#000000;"><img class="aligncenter size-full wp-image-449" title="alicesulterremoto" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/alicesulterremoto.jpg?w=500&#038;h=571" alt="alicesulterremoto" width="500" height="571" /></span></p>
<p><span style="color:#000000;">Alberto è il mio nipotino adottivo, non ci siamo mai visti nè incontrati,  ci siamo conosciuti in rete, ogni tanto ci scriviamo,  Alberto studia all&#8217;Aquila ed era lì la notte del terremoto. Mi ha inviato questa lettera. </span></p>
<p><span style="color:#000000;">&#8220;NON RICORDO SE HAI GIA&#8217; AVUTO O SENTITO SU </span><a href="http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8909"><span style="color:#000000;">http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8909</span></a><span style="color:#000000;"> QUESTA LETTERA, MA CI TENEVO A MANDARLA A TE PERSONALMENTE. PUOI INOLTRARLA SE VUOI O TENERLA CON TE. TI ABBRACCIO FORTE. FORTE COME SEMPRE. FORTE PER SEMPRE.<br />
ALBERTO</span></p>
<p><span style="color:#000000;">STRINGIMI A TE</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E poi mi trovo qui, a vedere la mia casa e i rumori della mia gente. Mi trovo qui e sembra che il mondo non sia poi lo stesso per tutti: sembra possa esistere un inferno e un paradiso senza un confine sfumato, solo netto. Un giorno ed una notte che sanno d’amore e di morte. Solo d’amore o solo di morte. Pensavo che l’alba arrivasse più lentamente. Non ricordavo un passaggio così veloce. “Ma hai sentito Albè?”. “Si, ho fermato la televisione che stava per cadere Andrè!”. “Vabbè dai, io vado a dormire”. “Si, si, spengo e mi metto a letto anch’io che domani devo ripetere per l’esame”.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Poco dopo la scossa delle 00.00 abbiamo scherzato un po’ col coinquilino. Cercavamo di sdrammatizzare, anzi, credere e convincerci che le tante rassicurazioni dei giornali dei giorni e dei mesi precedenti valessero anche per quella, che sembrava una delle tante, solo l’ennesima scossa. Nessuno tra gli amici, né i tg alimentava preoccupazioni. Ho salutato andrea e chiuso la porta accanto al mio letto. <span id="more-448"></span>Ho acceso la luce della scrivania. Ho dato un po’ di ordine a delle carte e ho rotolato tra le mani il mio anellino. Ho pensato forte a lei. Senza che il pensiero si fermasse su qualcosa di particolare. Quando penso a lei,  che sia un’arrabbiatura o una gioia, in quel pensiero finisco sempre col sorridere. Ho pensato a quello che mi ero detto poco prima con Andrea, al fatrto che era da poco entrato l’ultimo giorno prima dell’esame e poi agli amici con cui nel pomeriggio per messaggio progettavo un pasquetta. Ho acceso la luce del comodino e spento l’altra. Mi sono svestito e indossato il pigiama blu che era sotto ai miei cuscini. La batteria del cellulare, come ogni volta, l’ho collegata al caricatore . Ha emesso un suono. Mi sono arrivati alcuni messaggi. Parlavano di “buonanotte” e ho rimesso il telefonino accanto all’interruttore della lampada. Non ho spento subito e son rimasto seduto un po’ sul letto a pensare  a tante cose, fissando un disegno formato “carta da imballaggio”. L’avevo disegnato perché volevo nascondere un alone che stava su quel lato della stanza, che seppur impercettibile m’infastidiva vederlo. Ho fissato a lungo paperina che guardava paperino e ho pensato in silenzio, sorridendo: “Quanto le somiglia!”. Sono sceso con lo sguardo sulla porta e il cuore mi ha detto: “non sarebbe meglio lasciarla aperta sul corridoio questa notte?” ma ha risposto per me la stanchezza. HO tirato in basso il tasto rosso dell’interruttore della lampada e mi sono girato sul fianco stringendomi addosso il piumone.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Nell’omelia della messa delle 20.00 don Gino, che ha pochi anni più di me, aveva commentato la lettura della passione della domenica delle palme con “Dio non è un’assicurazione, un modo per evitare i problemi, sfuggire da essi. Dio ti dà la forza e il metodo per viverli e attraversarli”. Mi è ritornata in mente questa frase insieme ad altre, alla fine della quale ho detto “Aiutami a chiederTi perdono”, col desiderio di volermi confessare per la settimana santa che iniziava.  Al Cielo ho lasciato questo pensiero e le sue ali. Gli occhi erano chiusi già da un po’, i pensieri mi hanno accompagnato nel sonno. Amore. Silenzio. Stanchezza e finalmente sonno. Ore 3.32.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Il rumore di un martello pneumatico, incalzante, deciso, continuato, infinito. Che rumore forte! “Cos’è?”. Il letto vibrava e mi son messo in piedi per la stanza. L’equilibrio mancava. L’armadio sbatteva.. Buio. Tutto buio. Troppo buio. “Andrè! Andrè!” ho gridato con tutta la voce che potevo “Albè!” ho sentito rispondermi. “Cazzo! Cazzo! Questa è forte! Dai, dai usciamo!”. Sono tornato in camera. Ho cercato le scarpe nel buio e le ho infilate senza preoccuparmi dei lacci. Buio. L’abitudine mi ha fatto prendere il cellulare ed il portafoglio. Buio. Mi sono avviato per il corridoio della casa. Buio. Sentivo la voce di Andrea gridare, ma perdevo l’equilibrio. Buio. La luce del cellulare mi ha fatto intravedere una crepa importante. Ho temuto. Nell’ingresso cercavo il giubbotto, che era accanto alla porta. Ho sbattuto il ginocchio. Ho iniziato a scendere le scale e nel buio sentivo i calcinacci e le briciole di tufo per terra. Respiravo polvere. Sono riuscito ad arrivare in fondo al condominio. Il portone d’uscita era bloccato da un pannello di legno che decorava il corridoio d’ingresso. Il pannello era grande più di un’automobile e sopra era ricoperto di tufi e calcinacci. Li abbiamo spostati e abbiamo provato a tirarlo su. Il cuore faceva mancare il fiato e al primo tentativo il pannello ci è caduto a terra per il peso. Abbiamo provato una seconda e poi una terza ed una quarta volta. Abbiamo provato a muoverlo in mille modi con addosso una paura che altro è immaginarla altro è viverla. Andrea ha picchiato con i pugni sul portone gridando “Aiuto! Aiuto!”. “Dai Andrea vieni qui, proviamo di qua!” e finalmente, con una forza che non avevo pensato potessimo avere considerando i tentativi precedenti siamo riusciti a tirare su il pannello. Andrea aveva avuto la lucidità di prendere le chiavi. Se non le avesse prese ci saremmo trovati bloccati perché la serratura a scatto, elettrica non funzionava, ovviamente, senza elettricità ed ormai la porta di casa era chiusa dietro di noi.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Sembrava fosse tutto finito, ma poco dopo un polverone immenso ci ha travolti. Nei lampioni andava e veniva la corrente e tutto diventava ora fioco ora completamente buio. Ci siamo allontanati per strada come se si camminasse nella nebbia. Al centro dell’incrocio di via xx settembre con la villa comunale iniziavano ad arrivare come zombie ragazzi e ragazze che piangevano gridando. Chi in pigiama, come noi, chi in mutande, chi con ancora addosso il piumone. Tutti t4ravolti dalla disperazione. Un signore mi ha chiesto di telefonare. La linea per la quale chiamava non era libera. Ho provato a fare il numero di don Gino e poi quelli di tanti altri amici. Mi ha risposto piangendo. Era in piazza duomo e gli siamo corsi incontro. Vedevo cornicioni penzolanti, abitazioni squarciate, il corso bloccato dalle macerie e pellegrinaggi di paura a volte lenti d’incredulità e a volte in corsa di disperazione. E intorno respiravamo polvere di tufo e si tossiva. Sotto i calcinacci un uomo chiedeva aiuto. In piazza un altro si reggeva il sangue. Alcuni stesi per terra respiravano ad occhi chiusi. Abbiamo incontrato don Gino, che piangendo mi ha è corso incontro e mi ha abbracciato forte. Molto forte. In pochi istanti la piazza si affollava e i messaggi tra noi studenti arrivavano anche sul mio telefonino. Tra questi quello di Claudia: “Stiamo partendo con la macchina adesso, vieni con noi?”. Mi sono voltato verso don Gino e a lui ho fatto questa stessa domanda. “VAIIII!” mi ha gridato. Ho salutato Andrea e Luisa e sono corso tra le macerie verso la villa comunale. Il traffico aumentava, i clacson sembravano impazziti. Ero fermo, nel pigiama, ad aspettare Claudia e i suoi genitori, con la terra che borbottava di assestamento.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Un viaggio silenzioso, di notte verso strade che non conoscevamo. Il desiderio di fuggire il più possibile da lì. “VAI!”. Se non avessi sentito quel grido non sarei partito. Sarei rimasto lì, nella mia famiglia universitaria, perché (e che se ne dica) lasciare un amico era come lasciare un fratello. Se quel grido avesse tentennato, se solo avesse tentennato, non mi sarei mosso, anche se tutto, intorno non poteva altro che definirsi inequivocabilmente inferno. Avere una persona accanto conosciuta, avrebbe alleviato le paure.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">In macchina son rimasto in silenzio, nel mio pigiama blu, come si sta di fronte a tutto ciò che non puoi capire. Come ha fatto a non cadermi l’armadio enorme addosso? Come abbiamo fatto a sollevare quella lastra con Andrea? Come ho fatto ad uscire da quel palazzo ed incontrare proprio quel “VAI!”? E Claudia come ha fatto nel panico, nella corsa, a ricordarsi proprio di me? Pur restando in silenzio, questo ripassavo nel mio cuore, incredulo, nel dubbio tra un sogno riuscito male o lo spettro crudele della realtà. Come non posso chiamarlo “miracolo”? Come faccio a non credere che sia stata “provvidenza”? Perché pensavo al Signore quando quel portone sbarrato sembrava che dicesse soltanto “Dove andate? Siete sepolti qui!”.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Sono vivo e lo racconto. Scrivo in casa mia, nella stagione dei germogli dei fiori, con le voci dei vecchi che passano sotto il mio balcone e parlano un dialetto che conosco. Lo racconto e come faccio a non parlare di una “grazia”? Come faccio a non sentire su di me, adesso, anche la vita di Armando, Rossella, Andrea, Giulia, Serena… che non ci sono più? Ma solo di loro ho notizie: c’è chi è ancora lì, sotto quelle pietre. E tanti, tanti amici non li ho più sentiti: hanno i cellulari spenti. Non so che fine abbiano fatto, né se un giorno mai più li rivedrò. Ho solo il cuore che parla e li cerca respirando ancora e il mio cuore lo fa negli abbracci, nelle voci, negli occhi delle persone che adesso incontro e sento ininterrottamente e che amo stringere a me e sentirle vicino perché ne ho un bisogno infinito. Alcuni sono amici che conosco da tempo, ma altri di voi, come forse sei anche tu che stai leggendo, non li conosco, ma anche a te scrivo questa lunga lettera, che parla di vita e di morte nello stesso respiro e che non cerca spettacolarizzazioni, ma un po’ di tempo per parlare alla tua coscienza.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Non cercar il successo, il potere, i soldi, l’arrivismo, cancella dai tuoi pensieri tutti i rancori, i litigi che ci sono nella tua famiglia, fuori, nel lavoro. Perdona, cerca proprio quella persona a cui vorresti dire qualcosa e perdona! Oggi! Adesso! Muovi tu il primo passo ed ama! Che ne hai della tua vita se un giorno perderai tutto? Fa che quei silenzi non si trasformino in rimpianti eterni.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ama! Ama davvero, con tutto ciò con cui puoi dimostrarlo! Di “Ti voglio bene!” a chi incontri, ripetilo. Sorridigli e non t’importare di sembrare ridicolo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Rispetta ciò che hai e non confezionare programmi di corse frenetiche o momenti che non servono ad edificare dentro di te valori che poi non puoi raccontare. Non perderti negli estremismi del divertimento, della velocità, dell’alcool, della politica, delle idee… non serve! Tutto ciò vale poco! La ricchezza, quella vera, quella che basta è nella povertà di un affetto. Non serve a nulla accumulare finti bisogni: ciò che puoi portare con te è solo ciò che porti dentro di te, il resto finisce! Tutto! Avevo finito di scrivere il mio secondo libro, un romanzo, ne avevo iniziato un altro, aspettavo di fare l’esame due giorni dopo il terremoto per poi dedicarmi ad inviare quel testo… alle case editrici e sognare una pubblicazione. Avevo programmato quando contattare il professore per iniziare ad informarmi sul lavoro di tesi. Avevo conosciuto un sacco di nuovi amici. Ed ora? Ne conservo soltanto una bozza, ma non ricordo più dove; non so se e quando ricomincerò l’università, alcuni di quei cuori non ci sono più… .</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ho visto persone rincorrere lo studio, gli esami, il “primo posto”, ogni giorno, senza voler cercare spazio nella loro vita per suonare una chitarra e cantare, ho visto professori universitari sentirsi onnipotenti e intervistati giorni dopo dentro ad un pigiama, ho visto me stesso, di fronte a quel portone solo e spogliato della mia vita: “Mi fossi confessato” ho pensato in quel momento. Perché nient’altro ti resta che il Cielo. Perché solo quello sa cercare, in quel momento il tuo cuore. Perché vivi quegli attimi di paura senza avvertire la distanza che puoi vedere normalmente tra il cielo e la terra in un qualsiasi giorno di solo. Tiri tutto giù e il tuo cuore parla con qualcosa che somiglia davvero a quel “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato!”. Si, sembra strano forse, pensare che ti venga in mente questo, ma con la morte in faccia (perché solo questo mi diceva quella lastra di legno) non desideri altro che morire nel migliore dei modi, anche se non sai se quel Dio che si racconta nella storia e ti chiede di voler vivere dentro di te, di essere il suo prolungamento sulla terra, esiste o meno per davvero.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Quelle immagini che si vedono in televisione non si fermano soltanto lì: i miei occhio vanno oltre, perché conoscono il punto, il colore del palazzo accanto (che magari non viene inquadrato dalla telecamera) e dentro quelle montagne di pietre sanno chi ci può dormire. Oltre quelle immagini vedono storie di persone che fino a pochi giorni prima, ti avevano aperto la porta di quella casa per darti degli appunti o invitarti per sorridere ad un caffè.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E noi oggi chi siamo? Dietro cosa ci perdiamo? Quanto siamo pronti a vivere la morte? E’troppo facile dare ancora la colpa di tutto a Dio! Quelle case non le ha costruite Dio, che si preoccupa (ed occupa) invece, di edificare dentro di te, ciò che hai dentro: quelle case le hanno costruite gli uomini, con la loro libertà. Ma con quale coscienza? (E quale scienza?) Se una basilica di San Bernardino alla grande scossa non si è neppure aperta e la casa dello studente dondola come fosse di cartone: una costruita con le regole della matematica, l’altra soltanto con quelle umili di un passa parola. Cosa resta dell’orgoglio di quegli alloggi quarant’anni dopo? E’ possibile che dietro ci sia ancora una volta una logica di profitto? Si, rispondo io! Si! Perché a L’Aquila, gli studenti meno facoltosi, pur di avere un alloggio dormivano dentro gli appartamenti, che non chiamavi “tuguri” soltanto per non offendere la dignità di quell’amico. Ma con quale coscienza si affittavano? Con quale coscienza gli amministratori pensavano ad una “metropolitana di superficie” poi mai più ultimata per errori di calcolo, quando quei soldi per un servizio, oggettivamente ritenuto inutile da tutti, potevano servire per migliorare gli stabili? Andrea, Armando, Rossella, Serena, Giulia… non siano soltanto storie sulle quali ritorcere un dolore ma portino fuori di noi ciò che conta veramente, ci educhino (ex ducere) a vivere responsabilmente il nostro lavoro, le persone che incontriamo e la nostra religiosità.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Personalmente, ora che ho pianto e sono tornato a sentire il mondo, dico di aver visto davvero tanto di quello che testimonia il Vangelo. A tutti i miei amici in rubrica, questa mattina, ho mandato un messaggio che riassumeva questi pensieri, invitandoli a non confondersi, perdersi dentro le banalità, ma di cercare Cristo, perché chi sa vivere un’esperienza con Lui, anche fuori dalla semplice Pasqua e  della messa fa un’esperienza d’amore, che non è diversa da quelle che passano attraverso i nostri messaggini del telefonino, i baci, le complicità e le passeggiate in riva al mare… e come tale, morte o vita che sia, ha la potenza di sconfinare oltre gli estremi confini della terra. Senza la mia fede, avrei sofferto molto di più. Il cuore mi tiene in mano e parlo: sarei potuto morire, ma sarebbe stato diverso morire in pace con il Signore, e all’appello delle mie responsabilità di studio e di relazioni umane, quella notte mancava solo Lui.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Non restiamo in silenzio, parliamo, abbracciamoci, cerchiamoci, rispettiamoci, stimiamoci… sia questa tragedia l’inizio di un nuovo modo di vivere. Non ci blocchi la paura: c’è Chi ha insegnato un metodo per vivere la morte.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">E’ questo ciò che passa nel mio cuore ora che posso ritornare a guardare il mio mare e sento il dovere di amplificare questa Verità, con la speranza che tu in prima persona possa tra i tuoi cari, diventare suo prezioso e irripetibile prolungamento.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">“E’ arrivato il tempo, di lasciare spazio a Chi dice che di tempo e spazio non ne ho dato mai”. Canto questa canzone scritta dal mio amico Giuliano Sangiorgi. Ho trasformato quel “chi” in maiuscolo, Signore, perché come facevo anche da bambino, con la mia chitarra ti dedicavo le canzoni che più mi piacevano. La dedico  Te, perché per pensare all’esame, alla corsa della ripetizione, fino a quella notte, pensando ancora una volta di più a me stesso non ero riuscito a trovare “spazio e tempo” per chiederti perdono, neppure per un’ora.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Alberto Zuccalà</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Studente del sesto anno della facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università degli studi di L’Aquila sopravvissuto per miracolo al terremoto.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="mailto:albertissimus@libero.it">albertissimus@libero.it</a></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Galatone (lecce) 8/4/09&#8243;</span></p>
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		<title>- Alice nelle Città &#8211; Piccolo Progetto di Scrittura Solidale</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 22:17:27 +0000</pubDate>
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Circa un mese fa,  la mia amica Adriana Iacono ha proposto a quelli di Facebook una cosa molto interessante. Riporto qui ciò che ha scritto:
&#8220;L’idea è venuta leggendo due bei racconti di Giandomenico e Alberto, perché quando leggo una cosa che mi piace mi viene subito voglia di scriverla anch’io, solo che questa volta ho [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=luciamarchitto.wordpress.com&blog=2561661&post=439&subd=luciamarchitto&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p><img class="aligncenter size-full wp-image-441" title="ALICEINCITTA" src="http://luciamarchitto.files.wordpress.com/2009/05/aliceincitta.jpg?w=500&#038;h=333" alt="ALICEINCITTA" width="500" height="333" /></p>
<p><span style="color:#000000;">Circa un mese fa,  la mia amica Adriana Iacono ha proposto a quelli di Facebook una cosa molto interessante. Riporto qui ciò che ha scritto:</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">&#8220;L’idea è venuta leggendo due bei racconti di Giandomenico e Alberto, perché quando leggo una cosa che mi piace mi viene subito voglia di scriverla anch’io, solo che questa volta ho pensato in grande e mi sono detta perché non coinvolgere gli altri? Il tema c&#8217;era “Lo spazio urbano” e anche il titolo “Alice nelle città” (che Wim mi perdoni). Poi è successo il terremoto ed è successo che l’altro giorno, casualmente, ho ritrovato Marianna proprio quando la stavo cercando. Marianna vive, “viveva” dice lei, a L’Aquila e ho pensato che sarebbe stato bello aiutarla a rimarginare qualche ferita, anche piccola, attraverso la scrittura. Proviamo a ricostruire lo spazio urbano devastato dal terremoto come dalle mafie, dalla spazzatura, dal cemento, dall’inquinamento raccontandolo come ricordo, storia inventata, foto malinconica, sogno fantastico o pura realtà. Forse è ancora presto per Marianna, per provare a metabolizzare, però mi piace pensare che c’è un manipolo di scrittori disposto a fare da traino, a fare gruppo raccontando ognuno la sua città nel modo che preferisce. Francesco ha già cominciato nel suo blog (www.etempodiscrivere.it) parlando di Modica. Se la cosa vi piace potete estenderla ad altri amici ma si dovrà trovare fare in modo che ognuno possa leggere i racconti degli altri, magari è semplice ma io ho difficoltà anche solo a coniugare il verbo taggare.&#8221; <br />
Ora su FB e sul blog di Francesco Gianino  <a href="http://www.etempodiscrivere.it">www.etempodiscrivere.it</a> questa idea si sta trasformando in qualcosa di più concreto, chi volesse saperne di più può visitare il blog di Francesco, chi è su facebook può iscriversi al gruppo che si è formato, c</span><span style="color:#000000;">hi ha voglia di scrivere affili i polpastrelli e li cali nell&#8217;inchiostro. </span></p>
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