In una cartella del mio PC ho trovato questa pagina che scrissi per la presentazione a Milano del libro “Alice nelle città per l’Aquila” , in cui ci sono due miei racconti, uno dei quali è “In questo spazio indifeso” che potete leggere cliccando sul titolo ed è l’argomento trattato nella pagina che trascrivo di seguito.
“Ho scritto questo racconto aderendo all’iniziativa di Alice per l’Aquila perché penso che se ricostruire case sia importante altrettanto importante è ricostruire i luoghi della cultura come può essere una biblioteca.
Nella biblioteca c’è Alice, Alice che, dove altri vedrebbero solo un coniglio e un buco nella terra, vede un mondo fantastico.
Alice che guarda un luogo e ne vede un altro.
Quell’altro luogo che sta dentro di lei, che sta dentro di noi.
Ci sono dunque luoghi fisici e luoghi dell’anima.
Sono partita da qui, da questa considerazione per scrivere il racconto.
Ho pensato che tanti luoghi mi hanno colpito per la loro bellezza, che i luoghi in sé possono essere talmente belli da incantarci o talmente brutti da rattristarci ma a volte né la bellezze né la bruttezza permangono dentro di noi, svaniscono come certe giornate che non sanno di niente.
E ci sono luoghi che diventano parte di noi.
Luoghi che abbiamo abitato o da cui ci siamo fatti abitare.
Luoghi che nel momento in cui li vivevamo erano quasi invisibili perché facevano parte della nostra quotidianità, non si guardavano per ricordarli, erano noi e noi eravamo loro, perché credevamo che se anche sarebbero cambiati lo avrebbero fatto insieme a noi e ai nostri anni.
Poi succede che magari si va ad abitare a 900 chilometri di distanza e ci manca la pietra sotto il piede, quella pietra che non avevamo mai guardato.
Quando si torna si trova un luogo diverso da quello del ricordo: noi siamo cambiati, cambiato è il paese che abbiamo lasciato perché la vita e le cose, si sa, cambiano anche senza di noi.
Se poi appena dopo la partenza un terremoto distrugge gran parte del tuo paese come successe al mio col terremoto del 1980 allora la frattura diventa ancora più profonda.
Il terremoto dell’Irpinia cambiò la geografia del territorio e di conseguenza anche le persone. Così come è successo all’Aquila. Così come succede ovunque avvenga un evento tanto distruttivo.
Una frattura che divide il passato dal presente: ciò che fino a quel momento è esistito poi non lo sarà più, come la mia partenza e il mio arrivo qui.
Uno spartiacque tra passato e presente.
Soltanto allora tornano i luoghi invisibili, quei luoghi che facevano parte di una quotidianità che non è più.
Tutto ciò che è stato si ricopre di un velo sottile di rimpianto e nostalgia che rende il ricordo lirico.
Per questi motivi ho pensato che il mio racconto doveva svilupparsi su due piani: il luogo fisico e il luogo dell’anima e che per tale motivo doveva avere due voci: il passato e il presente e che le parole, a loro volta, dovevano essere descrittive da un lato e liriche dall’altro.
E che doveva esserci una bambina che nell’angolo della via gioca col vento.
Perché Alice sono io, perché Alice sei tu, se tu e io sappiamo trasformare il vento che con la sua forza può arrestare il nostro passo, può farci indietreggiare o cadere, se tu e io sappiamo trasformare questa forza distruttiva in un gioco o in un canto sia esso allegro o doloroso, malinconico o scherzoso, struggente o lieve, soltanto allora le città, i paesi o qualsiasi altro luogo della terra potrà essere ancora vivibile.
Ora io non so se sono riuscita nell’intento, posso soltanto dire che la voce della Nannini per un momento è stata la mia voce e che Alice ancora c’è, Alice sono io, sei tu, siamo tutti noi.
