Ciò che mi accoglie è il vento.
Di questo grigiore non avevo memoria.
Come se gli anni fossero caduti sulla pietra.
Una cataratta calata sulla collina.
E le finestre da sempre occhi vigili sulla valle paiono annacquati come quelli dei vecchi.
Bisogna togliere il velo opaco per trovare la lucentezza della luce e la forza dell’ombra.
Bisogna salire, seguire il percorso della pietra, fino al suo ventre.
Entrare nelle case scavate nel tufo dove le botti sono piene di vino, un vino rosso, corposo, talmente denso che lascia un alone viola nel bicchiere,
nella goccia caduta sulla tovaglia.
Nella grotta la volta è piena di bubboni di pietra incastrati nel tufo e d’estate quando si entra il freddo scivola sulla schiena in un brivido che raffredda i pensieri cosicché puoi sederti sul treppiedi grezzo dove i colpi dell’ascia non sono stati levigati, e stare fermo.
Soltanto stare.
Soltanto sentire il vino.
Soltanto sentire l’odore del tufo.
Soltanto sentire tutti i movimenti scomparsi che non sai se si sono ripetuti negli anni o sono cambiati, di quell’affannarsi di tini e di uva e di braccia e di torchio, il tic, toc, del torchio, il vino che cola, la goccia.
L’odore del mosto.
Le facce nella luce fioca della lampadina.
Il sonno che ci coglieva infanti nella cantina.
Sono trent’anni che non vedo più vendemmie.
Le braccia di mio padre conservano il tic toc del torchio.
Bisogna salire, seguire il percorso della pietra, abbandonare la valle dell’Ofanto.
Qui sul confine tra Pescopagano (PZ) e Calitri (AV) il mio paese natio, lì dove sto andando, il fiume è un rivolo d’acqua che scorre, nel suo letto crescono alberi, la diga se l’è divorato.
Bisogna salire, seguire il serpente che si arrotola in spire che si sperdono lassù dove il grigiore si condensa, dove una volta c’era un castello, ora è solo un nome e quando c’è la luce se ne può immaginare la forma. E’ caduto un pezzo alla volta, un terremoto alla volta: 1910, 1930 di questi ho memoria, non la mia, ma di quella tramandata nei racconti dai vecchi, del terremoto dell’80 può bastare quello che ricordo o che mostra il paese con le sue crepe.
L’asino era nella stalla. La stalla si trovava in cima al castello, la terra tremò. Era il 23 novembre del 1980. Io ero lontana.
Nel pomeriggio il telefono di casa rispondeva alla mia chiamata con un tu tu affannoso.
Provai ogni numero dettato dalla memoria. Scavai dentro la memoria. Trovai numeri che non sapevo di conoscere.
Tu tu tu tu …
L’affanno si trasferì nelle orecchie.
Dentro la faccia,
Dentro i piedi impazienti che mordevano l’asfalto.
Dentro il treno col suo ciuf ciuf incessante.
L’asino dentro la stalla, con la stalla addosso, precipitò dalla rupe.
E non trovò la morte.
Si racconta dell’asino e del maiale trovato vivo dopo una settimana sotto le macerie.
Mi chiedo se la morte la trovarono poi per mano dei padroni.
Quello che trovai io fu un paese distrutto.
E la terra sotto i piedi scappava.
‘Non ti voglio’
Diceva la terra
Mi accusava
‘Sei andata via perchè ora ritorni?’
Io toccavo la pietra e ne sentivo battere il cuore.
Da qui, ora, da questa valle, da questo fiume morto, da queste fabbriche che lo assediano, da queste strade e cavalcavia sospesi nel nulla verso il nulla, s’intravede la chiesa dell’Immacolata, angolo di piramide, punta che punta il grigiore della giornata.
Una curva, due curve, tre curve .. e via Ferrovia compare.
Via Ferrovia.
Se dovessi dare una voce a questa via le darei la voce della Nannini, una voce roca, intensa.
Sei nell’anima, in questo spazio indifeso, sei dentro di me.
Se dovessi dare forma alle mani di questa via sarebbero nodose come quelle dei vecchi.
Le mani di mia nonna.
Seduta sotto l’acacia a fare l’uncinetto.
A destra della via la collina degrada ripida in un taglio che la separa da quella più piccola del Calvario, a sinistra regge la parte vecchia del paese: la cascina, ma da qui pare regga tutto il paese.
Si dipartono strade in salite, vuote di anime e cose. Le case sono piene di polvere, non nuove non vecchie, abbandonate. In mezzo all’abbandono fioriscono a macchie come sul dorso dell’animale, case ridenti di fiori e finestre illuminate.
E sopra archi.
Cerchietti che fermano i capelli delle vie.
Dovrei scendere, mettere le mani sul portale, togliere la polvere, sentire la pietra,
Mi frena quella porta, anonima, la si trova ovunque, alluminio, vetro.
Per tutta la via, casa per casa, andavamo recitando poesia il giorno di natale
ogni recita dieci lire,
ogni recita un applauso
e il mondo è una rima baciata vestito con l’abito della festa.
Sei nell’anima, in questo spazio indifeso.
Passo davanti alla scuola d’arte, mai terminata, fili di ferro al posto del tetto, un disegno sbiadito, la porta serrata. Polvere.
Sciami di persone si affollavano davanti al portone, appoggiati sul muretto, sotto la chiesa di S.Antonio. L’odore del giglio tracimava verso lo slargo san Berardino, s’innalzava come i canti fino alla scuola.
Archi
Occhi.
Spalancati occhi.
Gli archi degli zingari.
Molavano forbici e coltelli.
Raccontava sulla porta di zingari felici.
In via Concezione la macchina si arresta. Per arrivare alla grotta basterebbero dieci passi ma salgo le scale qualcuno mi aspetta.
Dalla finestra tetti rossi su tetti rossi nascondono via Cipresso e via Ferrovia e i mille vicoli che le intersecano, davanti la collina del calvario, la chiesetta di santa Lucia, oltre le montagne. Pescopagano e San’Andrea di fronte. In mezzo la valle ofantina, che non vedo. Qui le case, addossate come sono le une alle altre, si fanno compagnia, almeno loro, dentro solo vecchi, man mano che muoiono si serrano le porte. M’incammino verso la piazza per la strada di Pier, all’angolo il vento è un pugno di ferro. Dovrei mettere delle pietre nelle tasche per non traballare.
La mano stretta nella sua.
Il vento forte.
Le frange dello scialle mi sbattevano sulla faccia.
Chiudevo gli occhi.
I piedi sfioravano appena la pietra.
Facevo il gioco del vento.
Il vestito gonfio, le braccia aperte, le labbra arricciate a soffio.
Se non fosse stato per la mano sarei volata via.
Intravedo la chiesa dell’Immacolata. Dal forno odore di pane.
Dopo la curva
il terremoto.
Case cadute, erba che cresce, portoni mangiati dal tempo, s’intravedono pezzi di pavimento scoperto coperto di polvere e terra e detriti.
Da lì sono trent’anni che non ci si può inoltrare.
Da quella salita si giungeva in piazza, ora bisogna fare il giro.
Davanti a Cola uomini che chiacchierano, donne che camminano, c’è sempre qualcuno.
Guardo le facce, mi fisso sulle facce, pare che i figli siano i padri, tanto hanno fatto gli anni da smussare le differenze.
Giovani siedono sul muretto della scuola elementare, nell’edicola di fronte la gente entra ed esce, davanti al bar un capannello di persone si lamenta del tempo, di quanto ha piovuto, di come è grigio. Per tutto il corso c’è il Paese, poi ti si para davanti la torre col suo tufo tirato a nuovo, come gli archi che si addentrano quasi nelle viscere, perfetti.
Quadri perfetti da appendere alle pareti.
C’erano case prima del 1980, c’era un forno, una pasticceria, il bar r Picch, negozi di vestiti, un fotografo, un orefice.
La torre non c’era.
Era nascosta sotto le case.
Se giri la testa o soltanto guardi in avanti hai un senso di spaesamento: da un lato la torre e gli archi, dall’altro il terremoto con saracinesche sbilenche, porte affossate, muri crepati.
Mi affaccio al muretto: vedo dall’alto ciò che prima ho visto dal basso, lì dove facevo il gioco del vento.
Bisogna salire, seguire il percorso della pietra, liberarsi dai quadri, andare oltre.
Oltrepasso il municipio, sui muri fiori gialli abbelliscono il grigio della pietra che ha preso il posto del tufo, salgo gradini, mi affaccio alla ringhiera, sotto il grigiore si dirada, il profumo della primavera che non si vede mi riempie le nari, proseguo verso il castello e mi trovo la strada sbarrata.
Guardo in alto e poi in basso: senza castello il paese mi sembra un luogo indifeso.
Sei nell’anima, e lì ti lascio sospeso. in questo spazio indifeso
Correvo, la guantiera in mano, la banda suonava, i balconi aperti, le finestre spalancate, i bambini per strada, gli asini nelle stalle, e tutto era attesa della festa.
Lasciò cadere le monete nella guantiera, il tintinnio, la luce riflessa del sole, poi mi guardò.
Nessuno fino ad allora mi aveva mai guardato così.
E non sapevo se essere contenta o dispiaciuta.
Se mischiarmi coi bambini o stirarmi la gonna sulle ginocchia.
Ritorno verso il municipio, attraverso la piazza sbilenca, passo sotto la galleria, vado verso la terrazza dell’orologio. Tutto ristrutturato. Tutto il tufo messo a nuovo. Per strada solo cani e gatti.
Nessun rumore.
Solo vento.
La terrazza gialla,
l’orologio.
Mi siedo sul gradino.
Poggio la mano sulla lucentezza della pietra.
Sei nell’anima
In questo spazio indifeso
Canta.
PS: Per leggere tutti i pezzi di Alice nelle città vai a www.etempodiscrivere.it
allora ci sei anche tu …..
’sta alice cammina, e poi ci mangiamo un piatto con le alici …
la mia settimana di ferie è volata! Un piatto di alici lo mangerei volentieri.
Speriamo che Alice continui a camminare! Ciao Lucia