Non ho mai voglia di rispondere al telefono, muovo piccoli passi nella speranza che smetta di trillare, così quando prendo la cornetta mi stupisce che ancora ci sia una voce dall’altro lato del filo. E’ la mia amica S.
“Mi potresti stampare la foto della pancia/mondo?”
L’ultima volta che ci siamo viste io e S. abbiamo visionato le fotografie sulla danza orientale (QUI) e quelle sulla storia del tango argentino. Abbiamo passato un pomeriggio intero su quelle foto.
“Certo, te la porto domani”
“Mi ha smosso così tante cose quella foto! Il fatto è che quando parlo con te mi si apre sempre qualcosa, mi fai muovere, ecco”
Mi fai muovere queste parole si imprimono dentro di me. S. dice sempre delle cose che mi si attaccano dentro, come le parole di quella volta in giardino “Mi invento ogni giorno” ricordo ancora il giardino come era, con quella luce strana che cadeva sulle pieghe del vestito, e ricordo anche le foglie sulle quali le parole assunsero una forma ben precisa.
Così oggi ho stampato la foto e sono andata da S.
“Ho scoperto che dentro di me è racchiusa una bambina arrabbiata – dice mostrandomi l’ultimo collage a cui sta lavorando – Non è una rabbia urlata, è piuttosto muta.” Guardo il foglio vi è disegnata una donna morta nel cui ventre c’è un bambino che le volta le spalle, ha le mani incrociate e la bocca serrata. Mi viene in mente che l’ultima volta che ci siamo viste ha detto “Ho una madre terribile”
Tanto tempo fa, anni e anni fa, anch’io pensavo di avere una madre terribile. Da molto tempo ho solo una madre molto sola, la sua solitudine mi riempie di solitudine. Mi chiedo se anche dentro di me ci sia questa bambina, mi rendo conto che no, che la mia bambina si è acquietata da tempo. Che dentro di me invece c’è una donna arrabbiata di una rabbia sorda che non esce da nessuna parte.
Una rabbia sigillata.
“I miei collage – dice – sono fatti di quadri, Renoir, Magritte… – si avvicina alla libreria stracolma di libri fotografici, tomi pesanti e piccoli libretti colorati - Ho provato a prendere fotografie dai giornali, anche da opere moderne ma niente mi attrae, niente mi stimola, forse per me il corpo è ancora troppo forte, ancora non mi sono liberata”.
Penso che neanche io mi sono liberata del corpo, se scrivo un racconto racconto una storia, un inizio e una fine, ma poi penso che da quando ho deciso di non scrivere più né racconti, né romanzi, né niente di niente, ma non riuscendo sempre a ubbidire all’imperativo impostomi ho scritto pagine piene di parole senza storie, sono macchie con gli a capo sconclusionati, e questo tempo che dedico alla fotografia, non al fare fotografia ma allo scomporre, al mutilare, modificare, incollare pezzi, tagliare, soprattutto tagliare, forse altro non è che una ricerca di liberazione. Di liberarmi dal corpo e tagliare la rabbia a fette. Forse è solo che da qualche parte quel germe/verme che mi cresce dentro deve uscire fuori.
Mi fai muovere dice di nuovo.
I nostri corpi fissi sulle sedie, le mille statuine immobili nell’eterno gesto scolpito, i libri sulla scrivania, le pietre sul tavolino giacciono nella loro pesantezza di pietra, tutto è fermo, eppure tutto è movimento.