Ogni cosa è armonia, dalle case pitturate come acquerelli delicati ai colori dei fiori sui balconi e per le strade. Il rosso dei gerani non fa impallidire il verde dei giardini essendo quest’ultimo altrettanto carico, altrettanto denso, altrettanto brillante, il tutto immerso in un cielo cristallino dove pure le nuvole così bianche sembrano pennellate sapienti. I boschi di pini paiono mordere la montagna nella speranza di conquistare la vetta tanto alta quanto irraggiungibile. In lontananza si sente lo scampanellare di una mucca. Pare di essere finiti dentro al cartone animato di Aidi, e sulla labbra affiora con un automatismo perfetto il ritornello “Aidi, Aidi, ti sorridono i monti …”
E’ un sorriso questa terra.
Lo chiamavamo Aidi. Quell’anno di molti anni fa, più o meno trenta, era silenzioso e schivo, era tutto ciò che io e la mia amica non eravamo. E aveva negli occhi sempre qualcosa d’altro, qualcosa che non era mare anche quando li fissava tra le onde, sul pontile di Forte dei Marmi, quando noi godevamo della pausa lavorativa dimenticandoci, come solo a vent’anni si può, del massacrante lavoro in albergo. E mi ricordo di una notte passata sul tetto a guardare le stelle con lui muto al mio fianco e percepii la sua nostalgia acuta, viscerale, un amore profondo per qualcosa che non riuscivo neppure a immaginare e che io, stesa lì al suo fianco così vicini da toccarci, per lui altro non ero che una forma indistinta, un tempo da consumare nell’attesa del ritorno.
Qualcuno disse che a lui il mare era indifferente, era lì solo per imparare a cucinare, che lui sulle Alpi aveva lasciato l’anima, e sgranava il suo rosario di giorni nell’attesa di prendere il suo sacco a pelo e vagare tra le montagne, perché lui solo quello aveva nel cuore: le montagne.
Fu così che a fine stagione, i primi di settembre, io e la mia amica andammo a Belluno e vidi per la prima volta le Alpi e pensai che lì ogni cosa era armonia. Armonia e silenzio.
L’acqua della fontana era talmente gelata da far dolorare i denti ma aveva un sapore d’acqua che non ho mai trovato altrove.
Nel ristorante ci siamo solo io e mio marito. Non c’è niente fuori luogo, nulla di eccessivo, ogni particolare curato, nel bagno un vecchio catino ha delle grosse margherite colorate appoggiate nell’acqua. Quando arrivano i piatti sono talmente belli nella loro decorazione con petali di rosa e fili d’erba cipollina che mi spiace affondarci la forchetta. 
Nel sacchetto il pane, tre fettine sottili, mi lascia affamata.
Il cimitero è lì nel parco, in mezzo ai sentieri, su un piccolo spiazzo, da lì si guarda la valle e la cime delle montagne che fanno da corona allo sguardo, e ho sentito un senso di pace per quella morte antica che si sposa con la terra e porge al cielo i suoi fiori. E tutto mi è sembrato avere un senso: la vita, la morte, e che io, come tutti del resto, sono solo una forma indistinta, un tempo da consumare nell’attesa, un tempo avaro di pane, affamato d’amore e di bellezza, consumato in solitudine, un ago di pino in cui il filo s’infila per tessere l’eterna tela.
un tempo mi dilettavo a fotografare i cimiteri, soprattutto quelli alpini. Nelle tombe ci trovi una cura e dei particolari che non vedi altrove. Ma soprattutto ci trovi Armonia, un senso di pace, di serenità. I nostri cimiteri di città sono tristi, grigi, “le vite sono sempre tragicamente strappate” e i “cari” ricordano sempre con dolore.
Quelli di montagna, in tirolo, in austria, sono coloratissimi. Mi chiedo se anche in vita quelle persone fossero più serene di noi.
è quello che ho provato: un senso di pace.
Ciao Lucia