Ho appena finito di leggere “Lavorare Uccide” di Marco Rovelli , è un viaggio attraverso i cantieri, i luoghi del lavoro, questo lavoro che si è frammentato giungendo ad avere imprese con un pugno di operai, un viaggio attraverso gli appalti e i subappalti, una frammentazione che fagocita le responsabilità e gli uomini, il senso di precarietà che mina la solidarietà dei lavoratori, lavoratori che ogni giorno perdono quei diritti tanto duramente conquistati dai loro padri. Un viaggio alla scoperta delle vite nascoste dietro le cosiddette “morti bianche” che di bianco hanno forse solo il lenzuolo che copre i morti.
Mi sono addentrata in questo inferno e ne sono uscita sgomenta. L’unico modo che conosco per rielaborare IL dolore e per renderlo, forse, più efficace contro il silenzio e l’indifferenza è scrivere. Rovelli restituisce un volto e una dignità a chi è morto e una voce al dolore, alla rabbia e all’impotenza di chi è rimasto. La mia vuol essere soltanto una voce che si aggiunge ad altre voci affinché diventi un coro unanime, capace di tenere alta l’attenzione, stimolare il dibattito per aprire nuove strade sul lavoro. Strade sicure. Utopia? Forse. Forse solo un modo per lottare.
Quello che segue è un mio racconto liberamente ispirato alla morte di Pasquale Costanzo, 23 anni, nato a Pagliarelle, una frazione di Petilia Policastro, provincia di Crotone. Il 31 gennaio 2000 Pasquale era andato al cantiere del Carlone nella Galleria Vaglia a Sesto Fiorentino (FI), tratta FI – BO per la T.A.V., su una jeep, andava a trenta all’ora, la jeep si ribaltò uccidendo. Non si conosce la causa di tale ribaltamento.
Cantiere Carlone – Galleria Vaglia – Tratta FI-BO per la TAV
“Sulle lamiere di questa baracca la pioggia è come il martello pneumatico, fuori dalla porta è tutto un pantano cosicché sono costretto a stare qui e quasi non mi accorgo di essere di riposo oggi, se non fosse per il fatto di essere disteso su questo letto potrei pensare di essere ancora lì dentro. Ed è tanta la stanchezza che manco riesco a dormire, serro le palpebre nella speranza di cancellare questo posto e vedere con gli occhi della mente Pagliarelle, i suoi vicoli stretti, la sua pietra che d’estate arrostiva le piante dei piedi quando scalzo mi affacciavo sulla porta aspettando il suo ritorno. Ritorno che era un po’ una festa e un po’ un lutto perché il tempo del ritorno era tanto breve da essere subito partenza.
Disse sfilandosi il guanto di lattice e appoggiando il vasetto sulla scrivania “vedi questi pallini qua dentro? E’ silicosi, si deposita negli alveoli polmonari e impedisce il respiro…”
Il respiro di mio padre negli ultimi tempi, era un rantolo continuo, per non sentirlo a volte stavo fuori anche la notte.
E mentre lo guardavo disteso e pulito con le mani incrociate sul petto sentii quasi un sollievo, finalmente non si torceva più alla ricerca d’aria.
E sentii pure una rabbia crescermi dentro, una rabbia tanto sorda quanto violenta che mi costrinse a uscire fuori sulla strada, a camminare nei vicoli stretti, ad arrampicarmi fino alla cima di questo paese di poche migliaia di anime che portano in eredità ai propri figli il cuore freddo della montagna da violare.
Questo paese che ti incanta di sole e di cielo, ti dice ‘guarda quanta bellezza’ e poi ti espelle come un pus dal fondo delle sue crepe.
Giurai quel giorno che lo avrei fatto per poco questo mestiere, che poi mi sarei comprato un chiostro che vende gelati, che fa panini imbottiti d’olive, che sarei stato sulla spiaggia di Crotone d’estate e d’inverno a Pagliarelle.
Alla fine mi sono pure addormentato e ho dormito tutta la notte di un sonno senza sogni. Mi alzo, faccio una croce sul calendario.
Oggi è lunedì 31 gennaio 2000 devono passare ancora tre settimane per tornare a casa per tre giorni, si fa per dire per tre giorni, Pagliarelle non è dietro l’angolo!.
Arrivo al cantiere che porta un nome buffo: Carlone, e penso burlone, la galleria che stiamo scavando si chiama Vaglia. Dalla prima volta che l’ho sentita nominare l’ho sempre associata ai vaglia postali che spediva mio padre, e ho pensato fosse un buon auspicio. E’ il primo giorno di lavoro nel ciclo continuo. Turni di otto ore. Sei giorni di lavoro, uno di riposo, quarantotto ore la settimana, per tre settimane, e il sindacato ha pure accettato.
Salgo sulla jeep, entro in galleria.
Rumore, fumo, oscurità, ogni volta che entro penso che io non farò come mio padre, non ci starò qui dentro per tutta la vita, non passerò la vita rantolando, boccheggiando, sempre con quella fame d’aria addosso, io finisco stò lavoro e poi cambio, inverto la rotta.
La jeep sobbalza, qualcosa batte contro il polpaccio del piede destro, è un cartello con su scritto ‘Cavet’, qualcuno del turno precedente deve averlo messo sul sedile, forse bisogna appenderlo da qualche parte, uno scossone più forte mi fa stringere il manubrio, vado pianissimo, concentro tutta la mia attenzione, non capisco perché questa cazzo di jeep improvvisamente fa le bizze, sembra prima incastrarsi e poi scivolare come se fosse su una macchia d’olio.
Non posso dire che il cielo mi sia caduto sulla testa e che io sia volato via, come ho sentito dire tante volte dire: ti cade il cielo addosso.
No so neanche se sono volato via né so effettivamente dove io mi trovi.
So che il mio corpo è tutto sporco di fumo e di fango. Rivoli rossi colano dagli occhi, dal naso, dalla testa fracassata.
Quando la testa si è fracassata io non ho sentito dolore ma soltanto una rabbia tremenda, furibonda, incontenibile, ma poi mi è venuto da ridere quando ho sentito che di me si diceva ‘un’altra morte bianca’, ho riso talmente tanto che alla fine piangevo dal troppo ridere.”

“e il sindacato ha pure accettato”. Questo mi fa stare male e vorrei sbagliarmi ma credo che fra qualche anno assisteremo alla caduta dei sindacati poiché ormai si sono trasformati in ufficio di collocamento o elargitori di buone morti, cioè accordi per la riduzione del personale.
E’ incredibile però. Siamo nel 2000 e si muore ancora di lavoro. Nonostante questo, l’emergenza nazionale sembra che sia la schedatura dei rom.
E’ amaro constatare quanto siamo tornati indietro coi diritti e quanto poco vale la vita umana di fronte al denaro! La schedatura dei Rom è un fatto gravissimo, mi inquieta e mi fa tornare alla mente un libro che ho riletto più volte: ‘l’amico ritrovato’, libro che fa capire bene come s’infilano nelle coscienze le radici dell’odio.
Vedo che sei di profilo oggi!
Ciao Lucia
‘l’amico ritrovato’ è uno dei libri che ho riletto più volte…adesso mi hai fatto venire voglia di rileggerlo ancora