Racconto collegato a “La professoressa” che si trova QUI
Sono qui a guardare l’immobilità di questa donna che fino a ieri animava la mia classe, dava voce a chi non l’aveva, la mia per dire se ne sta sempre rintanata dentro l’oscurità della gola e quando con forza cerco di tirarla fuori è talmente fioca che non giunge da nessuna parte. Ma lei, la mia professoressa, ha saputo stanarla la mia voce e guidarla e ieri era chiara e forte, era tanto chiara e tanto forte da non sembrare la mia.
Ieri soltanto ieri.
Adesso guardo il suo corpo, osservo la sua bocca muta come non lo è mai stata, la cassa che la contiene, e mi chiedo:
“La voce, dov’è la sua voce?”
Cammino verso la piazza.
E’ stata lavata di recente.
Non c’è traccia di niente.
Giro intorno alla piazza.
Altre ombre girano intorno.
Guardano.
E non trovano niente.
Tutto è stato ripulito.
Come quando mia sorella dopo aver pianto per ore perché l’ha lasciata il suo grande amore, uno al giorno, piange lacrime nere piene di mascara, poi si lava, si pettina si rimette il trucco e va incontro al nuovo amore senza traccia di niente.
Mia sorella ha solo quindici anni e cammina col passo indolente di chi dalla vita ancora tutto s’attende.
Cosa si attende ancora in questa piazza?
Ombre.
Ci aggiriamo randagie nella piazza lavata.
Poi lo vedo arrivare, suo marito, lo vedo e mi avvicino, si avvicina anche un’altra persona e un’altra e un’altra ancora, ancora, ancora, ancora
e
all’improvviso
la sento
la voce,
la sento dentro di me, dentro la piazza, oltre la piazza ed è la sua voce, la sua voce che mi parla di amore, di pace, di uguaglianza, di uomini e donne tutti uguali, di bambini che devono crescere nella nuova scuola, del fatto che oggi ha visto il sole illuminare la piazza mentre guardava suo marito, mentre tutti avevano l’ombrello aperto sulla testa.
[...] La voce [...]
[...] sono ancora liberi e ben protetti, qualcuno ricorda, e scrive, e racconta: qui (1), (2), (3), (4), [...]