Vittorio, Viola e la sindrome londinese
9 Maggio 2008 di luciamarchitto
Si alzò come al solito alle cinque del mattino, andò in bagno, si lavò con l’acqua quasi fredda, poi aprì l’armadietto, prese il sapone da barba, il pennello e si spalmò la faccia. Tenendo ferma la guancia con la mano sinistra e tirando la pelle verso il basso appoggiò la lama del rasoio sotto la basetta facendola scorrere fino al mento e la schiuma si colorò di rosso. Tamponò con l’asciugamano, questo col rasoio elettrico non sarebbe successo. Quanti rasoi aveva nel cassetto? Ognuno nella propria scatola, mai toccati! Prima i figli e poi i nipoti, ostinati, gli avevano regalato per anni rasoi elettrici, si erano mai accorti che non li aveva mai usati? Ci metteva poco più di cinque minuti a tagliarla la barba, pulire il lavandino, “mai bene” diceva sua moglie e poi via, verso la campagna.
Quella mattina indugiò davanti allo specchio, osservò la mezzaluna del suo cranio, i pochi capelli bianchi ai lati della testa, gli occhi infossati nelle rughe “Sono invecchiato, eh, sì, sto proprio diventando vecchio! Chissà a Londra come si taglia i capelli uno come me, uno come me a Londra fa dell’ironia su tutto, no, no, ironia no …. come ha detto Viola? Humour sì, ha detto humour, con quell’accento già tutto inglese”.
L’acqua scorreva nel lavandino portando via la schiuma e i peli della barba. Asciugò le gocce per terra, uscì dal bagno, prese la sacca e si avviò verso la campagna. Per le strade deserte si sentivano soltanto le rondini che col loro volo frenetico muovevano l’aria e lasciavano cadere gli escrementi. Uno in particolare colpì Vittorio sulla pelata. Guardò in alto infuriato e accelerò il passo. “A Londra questo non mi succederebbe.” “Ma che ne sai tu di Londra” aveva detto sua moglie “Se è per questo neanche tu, io so solo che quegli inglesi lì non sanno parlare, stanno qui anni e anni e quando dicono la t si mordono sempre la lingua tra i denti, guarda i marocchini invece, dopo pochi mesi pure il dialetto ti parlano” “Nonno ma quanti inglesi conosci? E poi loro non hanno bisogno di imparare una lingua, la loro lingua la conoscono tutti” “Io no, e sta di fatto che non imparano mai a parlare bene l’italiano” Ma Viola già non lo ascoltava e così lui aveva smesso di parlare.
Camminava veloce, forse un po’ più veloce del solito, quei cinque chilometri per lui erano una passeggiata eppure, quando arrivò, non aprì subito la porta ma si sedette stanco sotto l’olmo a pensare.
“Meno male che non sono inglese, cinque anni più avanti, così ha detto Viola, i Londinesi sono sempre cinque anni avanti rispetto al resto del mondo, e meno male che sono italiano perché già ne ho settanta di anni! E cosa ha aggiunto Marco? Marco che puzza ancora di latte .. , così gli ho detto, anche se mi dispiace perché non volevo ferirlo, ha detto che a Lontra è da quarant’anni che si crea il … il … brit-pop o il bit-pop? Boh! e poi non l’ho più ascoltato, o meglio non ho più capito un accidenti! Me ne sono stato zitto a sorbirmi i commenti di figli e nipoti sulla necessità di fare esperienza, di partire, conoscere l’inglese, “è il futuro l’inglese. Una città, nonno, è un sacco di cose diverse, Londra poi è diversa anche dalle altre città” e lì dovevo continuare a stare zitto ma le parole sono uscite senza che potessi fermarle “Un sacco di cose diverse? Certo si infilano aghi e chiodi nel naso e sulla lingua e non c’è un centimetro di pelle che non sia stato torturato da colori. Peggio dei carcerati, li ho visti, io, una sera per televisione, quei londinesi lì, con tutti quei persing, o pirsing” “Piercing!” - ha detto Giulia arrabbiata e a Marco gli brillavano gli occhi quando ha sottolineato “tatuaggi nonno, tatuaggi!” e mio figlio guardando Viola imperioso e minaccioso ha detto “Un sacco di cose diverse non vuol dire buchi nel naso e tatuaggi a tutto spiano” e allora mia moglie per rompere la tensione ha preso i dolci e li ha appoggiati sul tavolo chiedendo: “Che dolci si mangiano a Londra?” “Non saranno mai come i tuoi nonna!” ha risposto Viola e poi mi è venuta vicino e mi ha fatto una carezza.
Il sole ormai rischiarava il giorno, la leggera brezza muoveva le foglie che brillavano lanciando luccichii bianchi. L’aria profumava di rugiada, sentì un brivido sulla schiena, si alzò, cercò la chiave, l’infilò nella toppa, i gatti sbucarono dal nulla e si accostarono tra le gambe miagolando impazienti, quando aprì la porta per poco non inciampò in quello bianco e nero con l’orecchio sinistro mozzo, era Peter, il gatto di Viola e l’altro quello nero, Brit, era di Marco, quello striato di rosso, Pop, era di Giulia, e quello grigio chiamato semplicemente Cat era di Andrea.
Sei mesi prima Viola li aveva trovati in una scatola di scarpe abbandonati vicino ad un cassonetto. E dove li aveva portati? Non a casa sua al quinto piano, non dalla zia e neanche dalla nonna, ma da Vittorio, in campagna, fa niente se al nonno Vittorio non piacciono i gatti! Li aveva messi in macchina insieme al fratello e ai cugini ed erano piombati nel bel mezzo della siesta pomeridiana nella casa di campagna. Vittorio era quasi saltato dal letto “Non li voglio quei gatti” “Ma sono i nostri, ce li tieni soltanto” “E chi li ha trovati?” “Viola” “E allora li tiene lei!” “Ma io vado a Londra tra pochi mesi” “A Londra?”
E adesso Viola stava volando verso Londra e lui era lì con quei quattro gatti che reclamavano cibo e carezze.
E suo figlio che l’aveva lasciata partire e gli altri tre nipoti che fremevano “Perché appena Viola si sistema l’andiamo a trovare. Vieni anche tu nonno, tutti vanno a Londra almeno una volta!”
Si sedette di nuovo sopra la panca di legno, sotto l’olmo, non aveva voglia di andare nella vigna. Appena seduto i gatti si accoccolarono vicino a lui e Peter gli saltò in grembo. “Peter… e se Viola incontra un Peter qualunque e se è proprio quello giusto, e se…”
Si scosse, si alzò, aprì il cancelletto, fece uscire le galline, diede da mangiare ai conigli e intanto tra un pensiero e l’altro gli appariva Viola, Viola con un piercing nel naso, uno sul sopracciglio sinistro, un tatuaggio sulla caviglia, uno sulla spalla destra e forse anche uno … ma qui non finì il pensiero annegandolo dentro un sorso di vino e allora si accorse di avere fame e tagliò una grossa fetta di pane e un bel pezzo di salame, versò altro vino nel bicchiere, il suo vino, rosso, corposo e profumato “E che ci vengo a fare a Londra, neanche il vino buono potrei bere, che cavolo di vino hanno i Londinesi, annacquato di fumo e nebbia?” Avevano riso tutti, pure lui.
E continuava a ridere mentre il vino gli scendeva giù nella gola “….e chi se ne frega della pressione!”.
E poi il tempo era passato, un mese, due mesi, un anno.
Ma quando torna Viola?
E così adesso erano tutti lì: Marco e Giulia davanti, Andrea seduto vicino a lui col naso spiaccicato sul finestrino e dietro gli altri, anche sua moglie che aveva il terrore degli aerei “perché cadono come mosche”
E stavano andando a Londra perché tutti ci vanno almeno una volta nella vita.
il rosso, nelle sue sfumature, è sempre presente nei tuoi racconti. Qui parte addirittura con il rosso sangue e lasciava presagire un racconto quasi noir. Invece è rimasto rosso…anzi, Viola.
che bello che è cara Lucia questo specchio reale! Io nn vivo a Londra….ma mio nonno somigliava a Vittorio. Magia della tua scrittura. Ho visto attraverso le tue parole. Ti abbraccio con affetto
@pani: solo una volta ho provato a scrivere un ‘giallo-noir’ il risultato non mi è parso soddisfacente, sarà che non amo il giallo nelle sue varie sfaccettature! Sarà che il giallo va scritto attenendosi strettamente a una serie di vincoli narrativi … non saprei. Lo metterò nel prossimo post, magari mi dai dei consigli!
@Irene: sono affezionata a questo racconto perchè il personaggio Vittorio è ispirato a mio padre. Grazie cara per le tue parole!
Un abbraccio a tutti e due. Ciao Lucia
il giallo ha tante sfaccettature, può anche tendere al rosso…l’abilità sta proprio nello stravolgere i canoni narrativi, creare dei nuovi colori, scrivere un giallo che proprio giallo non è. Magari quello che hai scritto tu era proprio questo.
mah! quello che ho scritto io (dieci anni fa) doveva essere un giallo classico. Ero iscritta a un corso di scrittura per corrispondenza e mi avevano dato una traccia da seguire. Ora, visto che è passato tanto tempo, visto che è troppo lungo per un post lo accorcerò drasticamente e poi mi dirai.
Ciao Pani, buona domenica. Lucia