Gli uomini e la guerra
23 Aprile 2008 di luciamarchitto
“ Sono nato il 10 maggio 1921 a Sommatino (Caltanissetta), ….
l’otto settembre l’esercito si sciolse, tanti miei compagni diventarono partigiani, io non ero proprio partigiano però ero nelle vicinanze. I tedeschi mi catturarono durante una retata, mi caricarono insieme agli altri su un vagone merci per portarci in Germania. Sul carro bestiame ero in un vagone con soli uomini, i tedeschi ci minacciarono dicendo che se qualcuno scappava fucilavano il doppio di persone rispetto a quelle che erano fuggite. Alcuni miei compagni sollevarono delle asticelle poste alla base del vagone e scapparono dal treno. Dopo un po’ i tedeschi ci contarono e dato che non eravamo più in 25 ci fecero scendere e scelsero delle persone a caso da fucilare, una di queste persone ero io…”
Si alza in piedi, è alto e magro, piega le ginocchia accompagnando le parole, sorride e forse il suo sorriso nasconde la paura che ancora dopo tanti anni viene a fargli compagnia o, forse, il tempo ha fatto il suo dovere mettendo distanza tra le cose e gli uomini e se stessi, cosicché le cose e i fatti sia pure così atroci appaiono sopportabili.
“… Le ginocchia si piegarono anche se ero rassegnato, pensavo che sarei comunque morto o per fame, il poco pane che ci avevano dato era finito da un pezzo, o per sete perché faceva un caldo tremendo, o durante uno dei tanti bombardamenti in atto, oppure sarei morto in Germania e pensai che morire in Germania di fame o morire in quel momento era la stessa cosa perciò ero rassegnato, nonostante ciò le ginocchia mi si piegarono lo stesso, insomma ero un ragazzo, ero giovane…”
Si siede, allunga il piede sullo sgabello, impercettibile un respiro di rilassamento si coglie nelle membra, alza la mano, il pollice e l’anulare si toccano, le altre dita si allargano, un alito di vento fa spostare la tenda, la luce l’illumina e lo ferisce.
Non ricorda o non sa perché all’ultimo momento fu risparmiato dalla fucilazione e fu fatto salire su un altro vagone, un vagone strapieno dove non ci si poteva sedere neanche per terra con la sete che torturava la gola e i bombardamenti continui. Erano quasi giunti a Venezia quando il treno si fermò proprio a causa di questi
“… noi cominciammo a scappare mentre i tedeschi ci sparavano addosso. Ero col naso per aria a guardare gli aerei quando mi trovai di fronte a un tedesco che mi disse qualcosa, io alzai la mano e indicai gli aerei, lui alzò la testa e io mi buttai dentro un campo di granturco e iniziai a correre per la campagna. Non ero il solo a scappare e correvamo tutti senza una meta precisa fino a quando un gruppo di ragazzi molto giovani che conoscevano benissimo i luoghi ci guidarono per la campagna portandoci presso una famiglia che ci accolse mettendo a rischio la propria vita. La prima sera ci diedero da mangiare la polenta e ci fecero fare il bagno, ci diedero anche un letto (era un mese che non dormivo in un letto). L’indomani ci accompagnarono da un’altra parte. Attraversai il Brenta su una zattera e giunsi nella provincia di Padova dove una famiglia di agricoltori mi ospitò, ce n’era già un altro con loro. Poi venne da Brescia mio fratello a prendermi.
La guerra non è finita tutta di colpo il 25 aprile è solo incominciata a finire con i fascisti che cominciavano a scappare….”
Tratto da uno dei racconti della raccolta “Dentro e Fuori”


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