Entrarono senza bussare.
Entrarono lo afferrarono, lo picchiarono, ruppero ogni cosa, qualsiasi cosa,
restai col mestolo in mano e l’acqua della pentola straripò sul fornello.
Era un giorno qualunque.
Gli legarono le mani dietro la schiena e lo portarono via.
Dicono che erano là fuori, sulla strada, ancora all’alba.
“Cosa ha fatto mio figlio!”
Urlai
L’urlo scivolò sul sasso liscio della loro faccia
“Dove lo portate? Mio figlio, Dove lo portate?”
Urlai sulle loro schiene lisce d’olio.
“Lui non ha fatto niente, niente!”
Gli occhi dietro le finestre risposero:
“Per qualcosa sarà stato,
qualcosa avrà pur commesso”
Dalle finestre aperte rotolò sulla strada la musica della fisarmonica
per dire alle facce di pietre
“Io non ho visto niente, io non c’entro.
Questo è un giorno qualunque.
Un giorno di canto, un giorno di tango”. (inserire tango)
Me ne tornai nella casa, dietro alla finestra, ad aspettare il ritorno
perché lui, mio figlio, niente aveva commesso.
Non tornò.
Non tornò il giorno dopo e l’altro dopo ancora, e ancora l’altro e non potevo stare dietro una finestra ad attendere, non potevo.
Iniziai così a camminare col suo nome scritto sui fogli, sulla punta della lingua.
Pazza, dicevano, pazza tuo figlio non esiste.
Imparai a vedere
Vidi uomini, militari in borghese, entrare nelle case vicine
E uscirne con ragazzi ammanettati, picchiati, oltraggiati, violentati.
Ragazzi e ragazze inghiottiti dal nulla e nel nulla scomparsi.
Desaparecidos
“La scomparsa – disse – è garanzia di impunità.”
Fino ad allora avevo guardato e non avevo mai visto niente ma credevo ancora, speravo nella chiesa, nel sindacato, nella polizia, nella magistratura. A loro chiedevo:
“Dove è mio figlio, aiutatemi a cercare”
Le mie parole scivolarono sulle loro schiene lisce d’olio.
“Per qualcosa sarà stato, qualcosa avrà pur commesso”
insieme ai passi tornavano le parole, così cercai ogni più piccolo indizio, ogni parola detta o scritta da mio figlio e ogni frase assumeva un significato diverso: sì mio figlio aveva fatto qualcosa, aveva capito l’odio che cresceva come erba maligna, l’odio dello sterminio, e contro questo si batteva mio figlio. Contro l’odio e lo sterminio.
L’odio, lo sterminio, il sangue nelle strade, sotto le strade, nel cielo come d’uccelli uccisi in volo.
L’odio, lo sterminio.
“ ‘Se li sterminiamo tutti ci sarà paura per varie generazioni” disse l’ufficiale della Marina
“Cosa intende per tutti?”
“Qualcosa come ventimila persone. E anche i loro parenti devono essere sradicati, e anche coloro che potrebbero ricordarne i nomi’” rispose l’Ufficiale della Marina (Daniela Padoan – Le pazze).
L’odio, lo sterminio, sangue che macchia la via.
Quando il filo rosso del sangue segnò nuovi cammini sulla terra io andai in plaza de Mayo e mi coprii il capo col fazzoletto bianco che portava il tuo nome, figlio.
Camminai suoi tuoi passi.
Ero già madre diventai figlio.
Era un giorno qualunque e la fisarmonica suonava:
Stradina che il tempo ha cancellato,
che insieme un giorno ci hai visto passare,
sono venuto per l’ultima volta,
sono venuto a raccontarti il mio dolore…
Stradina, che allora eri
costeggiata di trifoglio e di giunchiglie in fiore,
un’ombra ben presto sarai,
un’ombra come me… (Caminito – tango)
Si fa triste la nota,
si fa amara,
si fa dolore,
si fa sangue.
Le parole s’arrotolano, stritolano, trasformano, nascondono, uccidono, tappano la bocca, s’infilano nella torre e muoiono.
Muta.
Sono muta.
Allora cammino, cammino in Plaza De Majo e al posto della parola ho un fazzoletto bianco col tuo nome figlio.
E quando incontro l’altrui passo, quando insieme i passi percorrono la piazza, la nota si fa lotta
Si fa lotta
Resistenza
Amore
Solidarietà
Coraggio
P a r o l a
Pazze, ci chiamano pazze.
E quando tutti i trentamila figli tornarono nel mio ventre tolsi dal fazzoletto il nome e io ritornai madre, sono la madre di trentamila figli.
Sono la madre di tutti i figli.
Nota a margine: questo testo è solo una bozza di un lavoro che sto facendo e che sarà molto più lungo. Anche se ancora incompleto sarà letto in teatro in questi giorni insieme ad altri testi sulla resistenza.
Trovo affascinante chi riesce a scrivere di storie così forti di anime vilipese… di una storia che nessuno verrebbe propria ma solo da leggere come cronaca d’altri pianeti!
E la tua sensibilità è un veicolo d’assennato equilibrio descrittivo che incanta anche nel riportare alla luce quel fastidioso “sentito dire”!… con la stima di sempre.
Grazie Paolo. Un abbraccio Lucia
e pensare che all’inizio pensavo fosse un racconto sulla Resistenza in Italia. Dopotutto, epoca e paesi diversi ma il male che resta è sempre uguale.
Coinvolgente, anche per le note musicali che a video non si sentono ma si immaginano
lucia, leggendo mi sono detto: arriverà la citazione. tratto da, ero curioso.
mi prenoto per quel che sarà perché da quel che leggo tu sei brava (oltre a essere una bella persona).
@panirlipe: già il male resta sempre uguale, purtroppo, grazie per le tue parole, mi incoraggiano a proseguire il lavoro iniziato.
@remo: ho letto il libro Le Pazze da cui ho tratto i pezzi in corsivo, è un libro molto interessante non solo come testimonianza sui fatti dell’Argentina ma anche sull’aspetto politico del fare resistenza e sul concetto di socializzazione della maternità che queste donne coraggiose portano avanti.
Sarà mia premura informarti quando si rappresenterà in teatro ci vorrà ancora molto tempo perchè le persone coinvolte sono volontari.
Un abbraccio a tutti e due.
Ciao Lucia