L’associazione Amici della bici di Brescia organizza eventi vari per promuovere l’uso della bicicletta. Lo scorso 12 marzo ha organizzato all’interno degli Spedali Civili di Brescia (ospedale in cui lavoro) una manifestazione per invitare i 5 mila dipendenti a usare la bicicletta per recarsi al lavoro. 15 volontari, dipendenti dell’ospedale, hanno allestito due installazioni presso la struttura sanitaria e per ben 15 ore sono stati a disposizione per fornire informazioni sul progetto. Stefania coordinatrice dell’evento nonchè dipendete ospedaliera mi contattò chiedendomi di scrivere un racconto sulla bici da distribuire durante la giornata. Con piacere accettai scrivendo una storia d’amore intitolata “La bicicletta rosa” che lei ha trasformato in un simpatico libretto sulla cui copertina c’è la foto di una bici tutta rosa prestata per l’occasione da una nostra collega. E’ nato così dalla collaborazione di tre persone un piccolissimo libro che spero serva a passare un momento piacevole e a stimolare l’uso della bicicletta.
Vi trascrivo qui il racconto.
“E adesso come faccio? Chi trovo a quest’ora la notte della vigilia di Pasqua, anzi quasi mattino, quasi Pasqua, adesso che la casa è vuota e tutti sono in giro per il mondo? I miei sono in vacanza, potrei chiamarli, ma poi cosa gli dico: ho sfasciato la macchina, no, non mi sono fatto niente, sentire il loro respiro di sollievo, ma poi mio padre imprecherebbe tra i denti dicendomi tutte le cose che già da solo mi sono detto: che non dovevo spingere l’acceleratore così forte in quella strada, con la nebbia, che avrei potuto investire qualcuno, anche solo un cane per strada, e che razza di medico sei se te ne vai in giro come un pirata rischiando di investire la gente, quella stessa gente che poi curi in pronto soccorso e, infine, tanto per finire, dire che mi hanno ritirato la patente per tre mesi e che devo pagare una multa di 600 euro? Oddio dire che mi hanno ritirato la patente non è esattamente vero nel senso che quando la polizia mi ha chiesto i documenti mi sono accorto di aver perso il portafoglio, l’abbiamo cercato dappertutto dentro quello che restava della macchina e nei campi intorno ma del portafoglio neanche l’ombra, in compenso ho ritrovato il cellulare tutto schiacciato, sottile come un’acciuga! No, è meglio che io non telefoni ai miei e che si godano la vacanza! Quando ritornano affronterò la cosa, ora ho un problema più urgente. Domani sono di guardia insieme al rude Dr. Tacco. Sono lo specializzando più sfigato del mio corso. E’ vero. Nessuno vuole essere affiancato al Dr. Tacco. Dunque faccio il punto della situazione: sono senza macchina, senza soldi, senza bancomat, il libretto degli assegni è vuoto, sono senza cellulare e ricordassi non dico due numeri di telefono ma almeno uno! Niente, vuoto assoluto, tutti registrati sotto nomi o nomignoli sulla rubrica del cellulare, i numeri non li ho mai trascritti e ora non c’è verso che li ricordi. A quest’ora di notte che poi è quasi giorno, questo giorno che è quasi Pasqua sono solo, senza una lira, senza bancomat, senza cellulare, insomma se domani il Dr. Tacco non mi vede arrivare ho finito di vivere! Non mi resta che andare a piedi al lavoro”.
Nervoso come un gatto Alberto girava per casa alla ricerca di un’idea, di un qualcosa cui aggrapparsi. Poi gli occhi gli caddero sulla fotografia appoggiata sul camino: c’era lui e sua sorella, lui sul sellino dietro e sua sorella sul sellino davanti e la mamma sorridente che pedalava. La bicicletta! Vado al lavoro in bicicletta! Contento della soluzione se ne andò a dormire.
Quando la sveglia suonò era ancora buio, si alzò di corsa, si vestì con gli occhi chiusi, incollati dal sonno, andò in garage: la sua bici non solo era mezza arrugginita ma aveva anche tutte e due le ruote a terra! In parte c’era la bicicletta di sua sorella, l’unica persona della famiglia che usava questo mezzo di trasporto. Strabuzzò gli occhi sulla bicicletta. Ma non aveva altra scelta doveva andare al lavoro e doveva anche muoversi alla svelta così inforcò la bicicletta rosa, col cestino rosa, con l’orsetto rosa attaccato al manubrio, e pedalò. Pedalando vide l’alba arrossare il cielo e la luce infilarsi nei vicoli ancora addormentati, prese scorciatoie passando per strade che da tempo non percorreva, e per la prima volta da quando suo nonno era morto, un anno prima circa, pensò a lui. Suo nonno che era sempre in sella a una bicicletta. Il ricordo gli si appollaiò nello stomaco come un grumo.
“Pronto, Pronto! Marina guarda che abbiamo portato la nonna al Pronto Soccorso!”
“Come al Pronto Soccorso, cosa è successo?”
“Dopo che tu sei andata via ha avuto un malore passeggero, niente di ché, però insomma è venuta l’ambulanza e adesso siamo in Pronto Soccorso”
Marina inforcò la bici e veloce corse in ospedale. Individuò subito il parcheggio adatto, infilò la bici tra le due sbarre e cercò inutilmente la catena per legarla.
“Deve essere caduta, oppure ieri l’ho appoggiata da qualche parte, vabbé, pace, tanto chi vuoi che rubi oggi una bicicletta rosa, c’è nessuno in giro e il parcheggio è vuoto”. Pensare il pensiero che le era venuto e appoggiare lo sguardo al parcheggio fu tutt’uno, un tutt’uno che la fece sorridere: c’era solo un’altra bici…. Rosa, identica alla sua.
Era troppo in pensiero per sua nonna, aveva troppa fretta di arrivare così invece di prendere l’ascensore fece le scale due alla volta, nell’entrare finì dritta tra le braccia di uno spilungone col camice bianco, la borsa che aveva aperto per cercare il cellulare cadde a terra rovinosamente, entrambi si abbassarono, entrambi raccolsero: rossetto, agendina, penna, pacchetto di Klenex, occhiali da sole, portafogli, cellulare, e tutte le mille altre cose che sempre si portava appresso. Rossa in viso, farfugliando scuse, si avviò verso la sala d’attesa proprio nel momento in cui, su una barella, la nonna veniva portata in reparto, entrò al volo insieme a lei nell’ascensore.
Alberto arrivò nell’attimo in cui le porte dell’ascensore si serravano e rimase con il borsellino tra le mani. “Dopo lo lascerò al posto di guardia” pensò mentre si apprestava ad andare a suturare il ginocchio di un ragazzino.
Quando stremato finì il turno andò al parcheggio, aveva ancora addosso gli occhi truci del Dr. Tacco, nelle orecchie la sua sgradevole voce, nel corpo una stanchezza infinita. Inforcò la bici e cercò di allontanarsi di corsa “non sia mai che qualcuno mi veda con una bicicletta rosa!” pensò. Mentre pedalava le ginocchia quasi gli arrivavano sotto il mento. “Strano, ho alzato il sellino, prima non era così bassa!” soltanto in quel momento notò che non c’era più l’orsetto che penzolava sul manubrio. “Chissà quante storie mi farà Chiara! Uff! Che giornata!”
Eppure, dopo aver alzato il sellino, dopo aver fatto poche pedalate sentì tutta la stanchezza della giornata scivolargli addosso. “In fondo – pensò – è così piacevole andare in bici, dovrò farlo più spesso” sorrise al pensiero che per i prossimi tre mesi era senza patente e che quello sarebbe stato il suo unico mezzo di trasporto.
Marina dopo essersi assicurata che la nonna stava bene, che la trattenevano soltanto per una controllatina, così aveva detto il medico “una controllatina!”, dopo averle stampato un bacio sulla fronte tornò alla sua bici. Si accorse subito che non era la sua, il sellino era troppo alto, e poi c’era quell’orsetto che ciondolava appeso al manubrio, l’altra bicicletta, la sua, quell’altra unica bicicletta rosa non era più nel parcheggio. Arrabbiata abbassò il sellino e se ne tornò a casa e nel pedalare trovò tutti i difetti possibili e immaginabili su quella bici non sua. “Ma forse, si disse, è soltanto perché sono così affezionata alla mia!” Marina usava la bici tutti i giorni, la sua filosofia di vita era la lentezza e quella corsa e l’agitazione l’avevano sfiancata. Arrivata a casa buttò la borsa sul tavolo e si sdraiò sul divano.
Scattò al suono del telefono pensando alla nonna, alzò la cornetta: “Pronto, parlo con la signora o signorina Marina M?” “Chi parla?” “Sono un medico” il cuore di Marina fece una capriola “Cosa è successo a mia nonna?” “Sua nonna? Non so chi sia sua nonna io le telefono perché oggi quando ci siamo scontrati, veramente quando mi ha investito e le è caduta la borsa, insomma ha perso il portafoglio, che ora è qui tra le mie mani” “Difficile che l’abbia investita essendo io tanto piccola al suo confronto, diciamo che lei ha investito me”
“Diciamo che ci siamo scontrati, va bene così?”
“Diciamo che va meglio così”
“Insomma io ho il suo portafoglio”
“Vorrà dire che me lo restituirà”
“Quando, dove?”
“Non adesso di sicuro. Domani. Passo a trovare mia nonna e poi vengo in Pronto Soccorso”
“Domani non lavoro”
“Non lavora, e perché mai non lo ha lasciato in Pronto Soccorso?”
“Me ne sono dimenticato”
“Vorrà dire che ci incontreremo da qualche parte e me lo darà. Ho dentro i documenti”
“Sono senza macchina, non posso portarglielo”
“Avrà pure delle gambe, può camminare o pedalare”
“Vabbè diciamo che ho una bicicletta, un po’ così, insomma una specie di catorcio, però, insomma, va bene lo stesso, ci vediamo in centro, diciamo a piazzale Corvi, lì c’è un bar, ci sono dei tavoli, magari le offro un caffè”.
Marina arrivò puntuale con la sua bicicletta. Durante la strada annotò tutti i difetti: la sua era più docile non tendeva a sbandare a destra, poi la infastidiva il ciondolo che non aveva tolto nella speranza di trovare la proprietaria e effettuare lo scambio. In piazzale Corvi non c’era nessuno a quell’ora, si sentiva solo il cinguettare di alcuni uccelli, e nel minuscolo giardino c’erano segni della primavera che stava per esplodere. Si sedette, tirò fuori dalla borsa un libro e si mise a leggere.
Alberto era in ritardo. Nel prendere la bicicletta pensò “la lascio distante così non faccio la figuraccia di presentarmi con una bicicletta rosa”. Pedalando l’aria s’infilava nel naso portando l’odore della primavera che stava appollaiata sui rami degli alberi in attesa di nascere nello splendore dei fiori e delle foglie. Pedalava piano assaporando il piacere di sentire la bicicletta adattarsi al suo corpo, il lieve rumore delle ruote rompeva il silenzio cadenzandolo. Si ricordò delle corse che faceva con i suoi amici da ragazzo quando con la bici si sfidavano, si allontanavano, sfuggivano agli occhi dei genitori e dei vicini, erano frecce lanciate contro il mondo. I suoi amici, le loro bici, molti non li vedeva da tanto, da quando aveva iniziato l’università. Una pedalata dopo l’altra, un ricordo dopo l’altro e Alberto giunse in città e si rese conto di essere spaventosamente in ritardo perciò fece gli ultimi metri pedalando a più non posso, col fiatone arrestò la corsa davanti al bar dimenticandosi di nascondere la bicicletta. Lei non lo vide, notò soltanto la bicicletta, la SUA bicicletta, si alzò di scatto urlando “Fermati, fermati, la mia bicicletta, questa bicicletta è mia!” “Bene, allora puoi restituirmi la mia” Soltanto allora Marina guardò Alberto e Alberto guardò Marina “Ma tu sei quella del portafoglio!” “E tu sei quello che ha detto che la mia bicicletta è un catorcio!” Nei loro sguardi passò la rabbia, poi la sfida, poi scoppiarono in una sonora risata, poi, insieme sul rosa delle loro biciclette se ne andarono a zonzo per la città.
Gli anni sono passati, la primavera è tripudio di colori, il rumore delle ruote dà ritmo al silenzio a tratti interrotto dalla voce squillante della bimba che allegra pedala sulla sua bicicletta tutta rosa, Alberto e Marina la guardano assaporando la nuova primavera.
L’odore dei tigli profuma l’aria, lungo i bordi del viale crescono papaveri rossi, e nei giardini è sbocciata la rosa.
bella l’iniziativa, incantevole il racconto…
Ti abbraccio di cuore anima bella
Iry
galeotta fu la bicicletta…più che il portafogli. Un racconto d’altri tempi, biciclette rosa non se ne vedono più, così come è difficile muoversi su questo mezzo.
Mi piace il finale, il legame nascosto tra il colore delle bici e la rosa intesa come fiore, il nascere di un amore che poi sboccia con una bimba.
Io proverei a togliere o usare qualche sinonimo per “bicicletta”.
@Irene: grazie cara
@panirlipe: qui a Brescia molti usano la bicicletta e la collega che ci ha prestato la sua bici rosa viene a lavorare tutti i giorni con questo mezzo di trasporto e non è l’unica, anzi! Ho scelto il colore rosa per alludere alla storia d’amore e alla primavera. Hai ragione però sul fatto che ho messo troppe volte la parola bicicletta. Seguirò il tuo consiglio. Grazie!!!
Ciao a tutti e due Lucia
Be’, tutti e due hanno ritrovato la bicicletta, uno anche il portafogli… se non è ottimismo questo!
Divertente l’mmagine di Alberto che arranca sulla bicicletta rosa della sorella…
Mi hai fatto venire in mente che è ora di tirare fuori la bici dalla cantina!
Il destino vuole che quelli che vanno a lavoro tutti i giorni in bicicletta ne abbiano una rosa???
Anche io ne ho una (ops… adesso ne ho due tutte rosa) rosa, e la uso tutti i giorni. Anche io sono a Brescia. Complimenti per il bel libretto, una storia davvero simpatica, vivace, carina e piacevole da leggere. Grazie!!!
@Laura: grazie a te per esserti fermata a leggere, non è che lavori anche tu all’ospedale Civile? Ciao Lucia
Ciao!! No, non lavoro al civile, ma sarebbe stato il colmo, eheheh. Grazie per aver commentato il mio blog!!!
Ciao!! Stavo pensando di scrivere un post nel mio blog con il tuo racconto e ovviamente il link al tuo bel blog. Se ti fa piacere ovviamente, fammi sapere. Nel caso mi potresti far avere una foto della copertina del racconto con una buona qualità?
Grazie!!!
Ciao Laura
@Laura: certo che mi fa piacere! Purtroppo non ho una fotografia migliore però puoi mettere quella della tua nuova bicicletta rosa: è così bella! Ciao Lucia