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Per la seconda volta, dopo più di un anno, ci riuniamo in un salotto e non in biblioteca.

Il libro che si è letto  questo mese è:  La moglie del cartografo di Robert Whitaker

ed è piaciuto a tutti (cosa rara).

Il libro per il prossimo mese è “Teresa dei Ricordi” il mio. Tempo fa si decise di leggere per febbraio un libro di un autore contemporaneo e qualcuno/a disse “Perché non leggiamo un libro di Lucia?” e tutti  accettarono la proposta.

Me ne stupii assai assai perché quando entrai a far parte del gruppo di lettura la mia amica S., nel presentarmi, disse che ero una scrittrice e la cosa non destò nessun tipo di reazione, passò, diciamo, del tutto inosservata.

Per questo motivo a Natale regalai  a ognuno di loro una copia del libro e diedi in prestito un solo testo di “Partenze”  raccomandandone la restituzione perché non ho che poche copie di quel mio primo libro. Sinceramente non ricordavo neanche chi di loro lo avesse preso.

Ora sarà stato che non ci trovavamo in biblioteca ma in un salotto, sarà stato che c’erano biscottini e frittelle e bibite, sarà stato che quando ci si trova unanimemente d’accordo sul gradimento di un libro, sul suo apprezzamento,  la discussione non si accende più di tanto, fatto sta che una donna del gruppo invece di parlare della moglie del Cartografo appoggia “Partenze” sul tavolo, mi guarda e dice:

“Ci conosciamo da più di un anno e per me, sono sincera, eri anonima, insignificante, poi ho letto il tuo libro, che mi è piaciuto tantissimo, e sinceramente ti ho visto diversa, sei cresciuta molto nella mia considerazione. Posso farti una domanda …” Comincia a chiedermi come è nata la storia, se mi sono ispirata a una fatto vero ecc.. ecc..  insomma, è entusiasta del libro. Poi guarda l’orologio, dice che ha un impegno e va via.

La conversazione si accende sulle proposte dei libri per i prossimi mesi e piacevolmente si giunge alla fine dell’incontro.

Sul tavolo il vassoio dei biscotti ormai è vuoto.

Io non so, ma quei biscottini mi hanno lasciato un retrogusto poco piacevole.

Luoghi

In una cartella del mio PC ho trovato questa pagina che scrissi per la presentazione a Milano del libro “Alice nelle città per l’Aquila” ,  in cui ci sono due miei racconti, uno dei quali è “In questo spazio indifeso”  che potete leggere cliccando sul titolo ed è l’argomento trattato nella pagina che trascrivo di seguito.

“Ho scritto questo racconto aderendo all’iniziativa di Alice per l’Aquila perché penso che se ricostruire case sia importante altrettanto importante è ricostruire i luoghi della cultura come può essere una biblioteca.

Nella biblioteca c’è Alice, Alice che, dove altri vedrebbero solo un coniglio e un buco nella terra, vede un mondo fantastico.

Alice che guarda un luogo e ne vede un altro.

Quell’altro luogo che sta dentro di lei, che sta dentro di noi.

Ci sono dunque luoghi fisici e luoghi dell’anima.

Sono partita da qui, da questa considerazione per scrivere il racconto.

Ho pensato che tanti luoghi mi hanno colpito per la loro bellezza, che i luoghi in sé possono essere talmente belli da incantarci o talmente brutti da rattristarci ma a volte né la bellezze né la bruttezza permangono dentro di noi, svaniscono come certe giornate che non sanno di niente.

E ci sono luoghi che diventano parte di noi.

Luoghi che abbiamo abitato o da cui ci siamo fatti abitare.

Luoghi che nel momento in cui li vivevamo erano quasi invisibili perché facevano parte della nostra quotidianità, non si guardavano per ricordarli, erano noi e noi eravamo loro, perché credevamo che se anche sarebbero cambiati lo avrebbero fatto insieme a noi e ai nostri anni.

Poi succede che magari si va ad abitare a 900 chilometri di distanza e ci manca la pietra sotto il piede, quella pietra che non avevamo mai guardato.

Quando si torna si trova un luogo diverso da quello del ricordo: noi siamo cambiati, cambiato è il paese che abbiamo lasciato perché la vita e le cose, si sa, cambiano anche senza di noi.

Se poi appena dopo la partenza un terremoto distrugge gran parte del tuo paese come successe al mio col terremoto del 1980 allora la frattura diventa ancora più profonda.

Il terremoto dell’Irpinia  cambiò la geografia del territorio e di conseguenza anche le persone. Così come è successo all’Aquila. Così come succede ovunque avvenga un evento tanto distruttivo.

Una frattura che divide il passato dal presente: ciò che fino a quel momento è esistito poi non lo sarà più, come la mia partenza e il mio arrivo qui.

Uno spartiacque tra passato e presente.

Soltanto allora  tornano i luoghi invisibili, quei luoghi  che facevano parte di una quotidianità che non è più.

Tutto ciò che è stato si ricopre di un velo sottile di rimpianto e nostalgia che rende il ricordo lirico.

Per questi motivi ho pensato che il mio racconto doveva svilupparsi su due piani: il luogo fisico e il luogo dell’anima e che per tale motivo doveva avere due voci: il passato e il presente e che le parole, a loro volta, dovevano essere descrittive da un lato e liriche dall’altro.

E che doveva esserci una bambina che nell’angolo della via gioca col vento.

Perché Alice sono io, perché Alice sei tu, se tu e io sappiamo trasformare il vento che con la sua forza può arrestare il nostro passo, può farci indietreggiare o cadere, se tu e io sappiamo trasformare questa forza distruttiva in un gioco o in un canto sia esso allegro o doloroso, malinconico o scherzoso, struggente o lieve,  soltanto allora le città, i paesi o qualsiasi altro luogo della terra potrà essere ancora vivibile.

Ora io non so se sono riuscita nell’intento, posso soltanto dire che la voce della Nannini per un momento è stata la mia voce e che Alice ancora c’è, Alice sono io, sei tu, siamo tutti noi.

Segue da qui
Teresa sogna ancora la strada. Questa volta è piena di luce, c’è una donna che cammina rasente ai muri e prega per il suo uomo che è ammalato. Prega e chiede a Dio di  guarirlo, lo fa privandosi degli  oggetti preziosi come la collana e gli orecchini. Pregando si nasconde alla vista di ogni altro essere umano.
Teresa resta turbata  da tutta la passione avvertita nella donna del sogno, ed è  proprio riflettendo sulla passione che si rende conto che a lei  l’amore le si è addormentato nel petto.

Il testo si ispira a una vecchia canzone calitrana il cui titolo sarà svelato nella terza e ultima parte del video-racconto.

Soprattutto nelle sere d’inverno ci si riuniva vicino al camino e si raccontavano storie di vita passata o di antiche leggende.
Le donne mentre cuntavan lu cuntu cucivano o sferruzzavano, io incantata ascoltavo mentre il gatto acciambellato ai miei piedi dormiva.
Dietro le parole nascevano le immagini.
Gli anni sono passati, la famiglia non si riunisce più vicino al camino, dispersi per il mondo ci ritroviamo impigliati nella rete, la rete: un camino virtuale dove ritrovarsi e condividere lu cuntu.
Con questo video ho pensato di riallacciare i fili  alla tradizione del racconto orale. Come da bambina ho trasformato il racconto in immagini.

Una canzone calitrana e un detto di Tuahir mi hanno dato l’ispirazione, il detto è:
“Cos’è che fa camminare la strada? E’il sogno.
Finché la gente sogna, la strada continuerà a vivere.

E’ per questo che esistono i sentieri, per farci parenti del futuro”.
Il titolo della canzone lo svelerò alla fine del video che, essendo molto lungo, ho diviso in tre parti, ogni parte una frase del detto.
I calitrani spero riconosceranno la canzone nel secondo video.

Piccoli Paesi

Piccoli Paesi è un blog ma è anche una comunità che sta cercando di salvare tanti piccoli paesi dell’Irpinia dall’abbandono, dallo svuotamento, dall’oblio.  Aiutamoli a vivere.  Visitiamoli.

Entra, mi porge una pratica e dice:

“Lei è la sorella di uno dei morti senegalesi a Firenze”

E’ sulla porta, non ho il coraggio di guardarla negli occhi.

“Ora vado a Firenze” dice

E’ ferma sulla porta, soltanto la sua mano si è mossa.

Allora la guardo e afferro la sua mano tesa.

“Mi dispiace – dico accarezzandole la mano  - mi dispiace”
cos’altro avrei mai potuto dire?

Gardaland

Apprendo con amarezza che a Gardaland i bambini con sindrome di Down non possono entrare, mi unisco alla protesta e alla campagna di solidarietà intrapresa da AT21blog.blogspot.com.

 

Lo schiaffo

Le strade erano piene di luce.

L’aria tersa, limpida.

E un cielo azzurro cadeva sulle case.

Mi incamminai per i vicoli, giunsi fino alla piazza e lasciai che la luce mi inondasse.

Era domenica.

Era Primavera.

Le rondini disegnavano l’azzurro e il profumo dei fiori dai balconi giungeva fino a me che camminavo con la testa per aria.

Ero felice.

In ogni cosa vedevo Dio.

La bellezza.

In ogni cosa la scoperta delle cose.

Quando entrai nella chiesa vidi la luce cadere dal grosso rosone. Mi piaceva la luce che cadeva dentro la chiesa, sopra i bambini in fila per la prima confessione. Il prete non stava dentro il confessionale ma seduto su una sedia e pareva dicesse: lasciate che i pargoli vengano a me, e i pargoli, in fila, si avvicinavano, si inginocchiavano, si confessavano, poi lesti lesti andavano al banco col capo chino a recitare le preghiere che il prete aveva suggerito per la remissione dei peccati. Ero tranquilla, serena, ero stata attentissima e non avevo fatto alcun peccato, avevo obbedito alla mamma, fatto i compiti, non avevo litigato con mio fratello né con le mie amiche, ero stata attenta persino ai pensieri negando a quelli cattivi di entrare dentro la mia testa, ero stata attenta per prepararmi a quella prima confessione, a quel primo incontro.
Ero gioiosa e pensavo che la luce che cadeva dal rosone fosse Dio.
Le storie della bibbia mi si affollavano nella testa e si riflettevano nella luce.
Un lungo racconto di immagini la percorreva.
Poi giunse il mio turno e mi inginocchiai davanti al prete. Dovevo dire: Padre perdonami perché ho peccato titubante lo dissi ma poi quando si trattò di raccontare i peccati non sapevo che dire, il prete mi incitò, dissi

Sono stata attenta e non ho commesso alcun peccato,
Impossibile – disse il prete – sicuramente avrai fatto arrabbiare la mamma o la maestra o…
Niente – dissi - non ho fatto niente di tutto ciò,
Avrai avuto un pensiero cattivo, o hai peccato di gola
No – dissi-  sono stata attenta e di dolci a casa mia non ce ne sono.

Il prete cominciò a spazientirsi, io non sapevo cosa fare, il tempo improvvisamente era diventato lungo, lungo e pesante. Guardavo le mani del prete ed erano piene di peli neri, la voce mi incalzava, le ginocchia ossute mi dolevano a forza di stare in ginocchio e allora dissi – domenica scorsa non sono venuta a messa - non era vero, ma fu l’unica cosa che mi venne in mente, volevo alzarmi, volevo … lo schiaffo  mi colse di sorpresa e la testa girò violentemente sul collo.
Il suono dello schiaffo riempì tutta la chiesa.
Dolorante e piena di vergogna raggiunsi il banco per la preghiera.
Dal rosone la luce che cadeva era diventata fredda, livida.

Prima Comunione

lucia marchittoPrese, il pane lo spezzò e disse: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi …
disse il prete sollevando l’ostia.
Non dovevo guardarla
Dovevo abbassare la testa.
La guardai.
Allo stesso modo, prese il calice del vino …. e disse: questo è il calice del mio sangue…
Il sangue cominciò a inondare l’ostia, colò sulla mano e poi sul braccio, invase la tunica, si allargò sul pavimento, giunse fino a me, fino a mordere l’orlo della mia veste bianca.
I bambini, in fila, si avviarono verso il prete, io rimasi immobile, uno spintone mi costrinse ad andare avanti, incerta sulle mie scarpe nuove mi avviai verso l’altare.
Il corpo di Cristo disse il prete pondendomi l’ostia sulla lingua.
Richiusi in fretta la bocca per paura che scivolasse fuori, che cadesse ruzzolando sul vestito bianco di tulle e si depositasse a terra, sul pavimento di marmo.
L’ostia si appiccicò sotto il palato.
Camminai col capo chino, nelle scarpe nuove, nel vestito lungo da sposa bambina.
Il rumore della suola sul pavimento mi scorticava le orecchie.
Il banco era lontano, la chiesa era piena di gente.
L’ostia attaccata al palato.
Non mi riusciva di staccarla.
Di inghiottirla.
L’ostia era sola nella cavità della bocca, tra tutti quei denti, la lingua cercava di staccarla, di non romperla, di spingerla nella gola.
Forse si sciolse, forse la morsicai, non ricordo come, ma, alla fine, la inghiottii
.

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