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Danubio

Circa dieci anni fa feci un corso di scrittura per corrispondenza con la rivista Storie. Uno degli esercizi era sul giallo, la traccia era pressappoco questa: “Scrivere un racconto giallo ambientato a Vienna nella zona del Prater. La vittima si chiama Ilde Gross. Elementi essenziali da tener presente: un biglietto ferroviario Milano- Vienna e un album con fotografie di bambini“. 

 

E’ sera inoltrata, fa freddo, il Danubio senza blu ha un aspetto minaccioso, nero e ringhioso, stende un’ombra di paura lungo la strada del Prater. Ilde Gros cammina veloce. Ha fatto tardi per colpa di Franz. Adesso ha addosso un’ansia, nera ansia, che si riflette nell’oscurità del Danubio. Sente un fruscio, si guarda intorno, non vede nessuno. Allunga il passo.
Un urlo, si allunga come un’ombra nel Prater,  rimbalza e sparisce nel gorgoglio delle acque. Franz si alza di scatto “Non ha sentito un urlo?” chiede al ragazzo della birreria “Vai a casa Franz, per stasera hai già bevuto abbastanza!” “L’ho sentito, ti dico che l’ho sentito!” Esce traballando nella sera Franz, cade per terra, qualcuno l’ha spinto, si rialza a fatica, dopo aver fatto pochi passi urla: “Ilde, mio Dio! Ildeeee!!!” Si abbassa, la scuote, “Ilde, Ilde, Mio Dio, cosa ti hanno fatto!” e con mano tremante  sfila il coltello   inginocchiandosi al suo fianco.

Quando arriva l’ispettore Kappa seguito dal suo assistente Joseph Rathaus il corpo di Ilde Gros giace per terra con gli occhi sbarrati. La paura è volata via attraverso gli occhi aperti, si è sollevata sopra il Prater ed è sparita. Continua a leggere

Si alzò come al solito alle cinque del mattino, andò in bagno, si lavò con l’acqua quasi fredda, poi aprì l’armadietto, prese il sapone da barba, il pennello e si spalmò la faccia. Tenendo ferma la guancia con la mano sinistra e tirando la pelle verso il basso appoggiò la lama del rasoio sotto la basetta facendola scorrere fino al mento e la schiuma si colorò di rosso. Tamponò con l’asciugamano, questo col rasoio elettrico non sarebbe successo. Quanti rasoi aveva nel cassetto? Ognuno  nella propria  scatola, mai toccati! Prima i figli e poi i nipoti, ostinati, gli avevano regalato per anni rasoi elettrici, si erano mai accorti che non li aveva mai usati? Ci metteva poco più di cinque minuti a tagliarla la barba, pulire il lavandino, “mai bene” diceva sua moglie e poi via, verso la campagna.

Quella mattina indugiò davanti allo specchio, osservò la mezzaluna del  suo cranio, i pochi capelli bianchi ai lati della testa, gli occhi infossati nelle rughe “Sono invecchiato,  eh, sì, sto proprio diventando vecchio! Chissà a Londra come  si taglia i capelli uno come me, uno come me a Londra fa dell’ironia su tutto, no, no, ironia no …. come ha detto Viola? Humour sì, ha detto humour, con quell’accento già tutto inglese”. Continua a leggere

 

Carissimo,

mi ha colto di sorpresa l’aria tra le foglie del ciliegio, ero lì intenta a rinvasare e non pensavo a niente, tutta concentrata com’ero a non rovinare le radici, a mettere la giusta dose di terra, ad appianarla con le dita, e poi quel fruscio… ho sollevato gli occhi e ho visto il tremore del ciliegio e nel tremore è giunta la risata tua di quel giorno e l’orizzonte lucido davanti agli occhi, un orizzonte tanto vasto da darmi il capogiro. Mi ero aggrappata al tronco arrampicandomi veloce. Da lì guardavo l’orizzonte. Mi nascosi tra le fronde.

E tra le fronde il bacio.

Rosso.

Come i frutti che di lì a poco sarebbero maturati.

Ma intanto c’era la purezza bianca del fiore. Il suo profumo. I tuoi occhi. Le tue labbra.

Scendendo l’orlo si impigliò nel ramo.

La tua mano sotto l’orlo della veste.

L’aveva cucito mia madre il giorno prima.

Sulla terra sdraiati come lucertole, immobili, spauriti e persi in quell’unico bacio, con l’ombra delle nuvole negli occhi, col fuoco che accendeva la superficie delle cosce che si sfioravano lì sulla terra, non dissi una parola e tu non apristi bocca.

Eravamo arrivati correndo e ridendo e parlando e nascondendoci, giocando come eravamo solito fare, con i calzettoni che scivolavano sulle scarpe.

Tornammo a casa umidi e muti e dopo di allora mai più giocammo a nascondino.

Io con le mie amiche tu con i tuoi compagni.

E sguardi dietro le tende accostate.

Io non ti dissi mai e tu mai mi dicesti alcunché.

Le nostre case sono sempre lì che si guardano dalle finestre aperte, l’una di fronte all’altra come sempre, a volte cerco sulle porte l’impronta delle nostre mani aperte.

Ora siamo lontani, siamo altrove, siamo oltre l’orizzonte, così distanti da non incontrarci mai. Quelle poche volte che torniamo alle nostre vecchie case, dalle nostre vecchie madri, soltanto le nostre ombre si guardano  da dietro le tende chiuse.

Io ti scrivo  oggi che il ciliegio è nuovamente fiorito, oggi che i miei capelli hanno lo stesso colore dei suoi fiori, e mentre le parole scivolano veloci sul foglio ti vedo mentre sei lì teso come una corda sul confine dell’infanzia,  mi sorridi e sento ancora il calore delle tue mani sotto la veste. L. M.

P.S.

Barbara Garlaschelli  nel suo blog ha promosso una inziativa molto simpatica: scrivere una lettera d’amore, trovandola come detto molto simpatica simpaticamente ho aderito alla cosa scrivendo questa lettera.

 

la luce e l\'ombra

Cadendo dall’altra parte la luce mi riempie d’oscurità

Sono nato il 10 maggio 1921 a Sommatino (Caltanissetta),  ….

l’otto settembre l’esercito si sciolse, tanti miei compagni diventarono partigiani, io non ero proprio partigiano però ero nelle vicinanze. I tedeschi mi catturarono durante una retata, mi caricarono insieme agli altri su un vagone merci per portarci  in Germania. Sul carro bestiame ero in un vagone con soli uomini, i tedeschi ci  minacciarono dicendo che se qualcuno scappava fucilavano il doppio di persone rispetto a quelle che erano fuggite. Alcuni miei compagni sollevarono delle asticelle poste alla base del vagone e scapparono dal treno. Dopo un po’ i tedeschi ci contarono e dato che non eravamo più in 25 ci fecero scendere e scelsero delle persone a caso da fucilare, una di queste persone ero io…” Continua a leggere

“Mi chiamo Maria Rosa, sono nata il 2 giugno 1934 a Brescia …. nel nostro cortile abitavano trenta – quaranta famiglie, noi eravamo gli unici a possedere una radio e ci riunivamo per ascoltare Radio Londra,  il Francese si metteva davanti al portone a fare la guardia, se arrivavano gli squadristi ci faceva dei segni particolari per farci scappare. Anche a lui come a mio padre i fascisti gliela hanno fatta pagare, è stato picchiato e messo in prigione e come mio padre ha bevuto litri di olio di ricino. Ricordo in particolare una cosa della guerra ed è stato quando è caduto il rifugio qui vicino, in una via parallela a via Milano, sono morte tantissime persone, poco dopo un camion è passato raccogliendo i morti, ho visto  un piede nero che usciva dal camion, le unghia erano pitturate di rosso, quelle unghia pitturate di rosse ….

….dopo tanti anni ancora le vedo … Continua a leggere

Entrarono senza bussare.

Entrarono lo afferrarono, lo picchiarono, ruppero ogni cosa, qualsiasi cosa,

restai col mestolo in mano e l’acqua della pentola straripò sul fornello.

Era un giorno qualunque.

Gli legarono le mani dietro la schiena e lo portarono via.

Dicono che erano là fuori, sulla strada,  ancora all’alba.

“Cosa ha fatto mio figlio!”

Urlai

L’urlo scivolò sul sasso liscio della loro faccia

“Dove lo portate? Mio figlio, Dove lo portate?”

Urlai sulle loro schiene lisce d’olio.

“Lui non ha fatto niente, niente!”

Gli occhi dietro le finestre risposero:

“Per qualcosa sarà stato,

qualcosa avrà pur commesso” Continua a leggere

Partecipo all’iniziativa promossa dal blog Le Mondine: 250 bloggers per il 25 aprile.

 

 

 

Leggo sulla barra laterale del blog le Mondine:

“Mondine 2.0 – di madre in figlia” è un progetto multimediale e collettivo che ha l’intento di raccontare una storia abbattendo il confine tra autori e pubblico.
La storia è quella delle mondine. Donne straordinarie che abbiamo la fortuna di conoscere e che ci hanno insegnato molto. La loro storia è anche la nostra, e siamo consapevoli che le battaglie che portiamo avanti oggi non sono che il proseguimento di quelle delle mondine….”

Ed è proprio su queste ultime parole che mi soffermo: le battaglie oggi che si portano avanti non sono che il proseguimento di quelle delle mondine e dei partigiani tutti.

In primo luogo bisogna portare avanti le nostre battaglie sul posto di lavoro, lavoro che diventa sempre più alienante e precario, la precarietà  è anche ricatto, la precarietà è perdita di diritti, la precarietà porta meno solidarietà e fomenta l’individualismo.

Di lavoro oggi si muore.

Resistenza è scrivere di queste morti e di questa precarietà.

Resistenza è pretendere giustizia per tutti quei morti che  attendono ancora giustizia, e parlo delle stragi, vecchie e nuove: non può esserci democrazia senza giustizia.

Resistenza è non farsi sopraffare dallo sfacelo che ci circonda, dalle corruzioni, dalla mafia, dal sopruso, dall’abuso, è tutelare quelle leggi duramente conquistate: la Costituzione, la legge sull’aborto.

Resistenza è non lasciare mute le parole e la penna contro ogni forma di razzismo, cercare di fare di questo mondo un posto migliore er viverci consumando meno.
Meno plastica, meno batterie, meno benzina, meno scarti.
Resistenza è non arrendersi a questo presente che corre troppo veloce, fermarsi ogni tanto su una panchina a guardare il mondo, è raccontare ai giovani e ai bambini il passato.
E’ trasmettere la memoria per costruire un futuro di pace.

Lavoro

Sono appena entrata in ufficio.

Si ferma proprio sulla linea della porta, metà corpo nel corridoio, metà nella stanza.

Dice:

“Per l’interferone?”

“Se deve fare l’interferone deve prendere il corridoio a destra fino in fondo, girare ancora a destra fino in fondo, bussare alla prima porta a sinistra.”

Sono nel pieno dell’attività lavorativa, sarà passata mezz’ora o forse anche più quando ritorna.

“La signora Lucia?”

“Sì, sono io, ma non doveva fare l’interferone?”

“Sì, ma mi hanno detto di venire da lei”

“Impossibile, i farmaci li somministrano solo i medici o gli infermieri e io sono un’impiegata”

“Senta, non mi mandi ancora da un’altra parte” è scocciato e anche arrabbiato, vedo che ha una ricetta in mano.

“Posso leggerla? - dico indicando la ricetta tutta unta – ma qui c’è scritto che deve fare una visita, deve prendere un appuntamento forse”

“Sì”

“E perché mai ha detto dell’interferone?”

“Sicuramente dopo la visita il medico lo prescriverà”

Lo faccio accomodare.

“Come si chiama?”

“Pinco pallino”

“Quando è nato?”

“Non lo so”

“Come, non sa quando è nato?”

“Non me lo ha detto”

“Chi?”

“Il mio amico, insomma Pinco Pallino”

“Non è lei che deve fare la visita?”

“No”

“Metto una data fasulla altrimenti il programma non mi permette di continuare, poi quando verrà si cambierà con quella giusta. Un recapito telefonico?”

“Non lo so”

“Senta a me serve un recapito, anche questo è un campo obbligatorio, mi dia il suo poi lo cambieremo”

“Il fatto è che il suo numero è scritto sul mio cellulare”

“Bene, me lo legga, per favore”

“Non so usarlo, se vuole” mi tende il cellulare, cerco Pinco cerco Pallino, sfoglio tutta la rubrica

“Non c’è “ dico

“Perché lei ha cercato Pinco Pallino invece doveva cercare AMICA” dice un po’ arrabbiato, un po’ scocciato, un po’. Lo guardo pensando mi stia prendendo in giro. E’ tutto serio e concentrato.

Inserisco il numero, scrivo su un foglio di carta il giorno e  l’ora dell’appuntamento poi guardo l’orologio, sono le nove, la mia giornata lavorativa è appena iniziata! 

 

Caos

Cerco di addomesticare

il caos dei cassetti,

degli armadi,

dell’erba che cresce,

dei vasi crepati,

dei rami nuovi sull’ulivo.

 

Neanche la morte  riuscirà ad addomesticare

il caos delle mie ossa frantumate.

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