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Dovetti aggrapparmi alla forma tonda e piena del seno
Per non precipitare nel vuoto che la vita aveva spalancato.
E quando il pavimento si trasformò in uno spazio senza fine
Mi aggrappai alla tua mano per non annegare
La tua mano è la forma che raccoglie il tuo amore
Non saprei che altra forma dare all’amore.
E quando fu solo mare e cielo
E quando il cielo e il mare si persero in quel grigio privo di orizzonte
Urlai di dolore
Cercai l’orlo di una gonna, di un gomito,di un occhio cui aggrapparmi.
Senza forma andai alla deriva.
E quando stavo per scomparire,
Mi venne in aiuto la mia mano,
la sua forma,
Opposi la mano alla luce e
l’ombra disegnò l’oceano
e poi l’orizzonte
e poi la terra
e poi muri sberciati.
E strade e sassi.
S’infilò tra le crepe, tra i rami del ciliegio, si sollevò sulla spiga , si allungò verso il fico.
La mano e la sua ombra si allungano, raccolgono il fiore

La mano è la forma che raccoglie l’amore
E non il cuore
Per  aggrapparmi alla sua forma
Dovrei squarciarti il petto

Ora,
soltanto ora che ho una forma,
posso donarti l’amore
Che ti ho promesso.

Vengo da

Vengo da una terra d’argilla

Fu la vanga
Con colpo secco
A staccare un grumo
D’argilla
Imperfetto

Nelle mani crepate
D’inverno
Prese forma d’un corpo
Che dalla terra
Vide un cielo
Trapunto di neve

E colline
E montagne
E faticosi passi
Lungo il crinale

Affilava coltelli
Da affondare nella gola
profonda
Il maiale  grugniva
Ignaro nel suo lardo

Strappare
I piedi alla terra
Le mani dal grembo
Sollevare lo sguardo oltre
Le colline
Appenderlo alla luna
O alle nuvole
O al sogno d’un cielo
Ancora da venire

Preparava ciotole
Per raccogliere il lardo
Liquefatto
Solidificava
Bianco tra il rosso della carne

Il sigillo di creta
Sulla bocca
Si frantumò
Colando inchiostro
Dalle crepe

I bambini raccoglievano
Legna
Da bruciare la sera del Santo
I falò nella notte
Lanciavano faville puntiformi
Il gelo aggrappato alle caviglie
A morsi le divorava

E con occhi nuovi
E nuova voce
E nuove braccia
E nuove gambe
Imperfetto il tutto
Nel tutto si mosse
Primavera di biancospini
E ciliegi

Per la salita lo portavano
Coperto di spine

L’alba sul calvario
Aveva una luce chiara

I ragazzi scappavano dalla voce del prete
Correvano tra  ranuncoli e rovi
Portavano dentro gli occhi petali chiari e spine pungenti
 

Il coltello affilato e lucente
Aspettava l’agnello  

Vengo da una terra
D’argilla
Che con le sue crepe
Descrisse il mio corpo
Imperfetto

Nell’aia giacevano i covoni
Forconi
Pale
Coppole
E fazzoletti bianchi,
enormi,
disegnavano lo sguardo
Che aveva  stinchi piagati
dalla spiga
Appena tagliata

Sfiorare l’orlo di una gonna, di un gomito, di un occhio 

chini sull’orlo del pozzo
come fantasmi che cercano il proprio corpo
per rendersi visibili a  un mondo accecato.
 

Vengo da una terra
D’argilla
Dove il sudore e non l’acqua
Impastò la creta
Dove la zappa
Staccò il grumo
E il rosso colò dal tino
E si mescolò alla creta
Scrivendo sul mio corpo
Segni, disegni, sogni.

Lasciò la zappa in un  solco
La ruggine la divorò
Appese al chiodo la falce
E si incamminò
 

Vengo da un tempo
Di cambiamento
La parola prese il posto della vanga
I segni, i disegni, i sogni
Sul mio corpo presero ali d’aria
E si sollevarono in volo

Nel cimitero le tombe divennero antiche
La nonna ragazzina quindicenne aveva una collana bianca
La sua unica fotografia me la consegnò carica di bellezza
Le perle erano bianche
Il vestito tutto nero
 

Volevo un vestito rosso
Un vestito giallo
Un vestito celeste

Ubbidisci!
Allunga la gonna!
Togli i pantaloni!
Onora il padre e la madre!

Nella chiesa le donne
Avevano velette nere
Gli uomini si toglievano il cappello
Nelle case senza acqua si consumava la miseria

Vengo da un  cambiamento
La P A R O L A tolse velette e merletti

Il professore aprì il libro di storia e disse:
Prima ci fu il divieto di entrare nei negozi
Poi ci fu il ghetto
Poi i forni crematori

I padri costruirono i forni
Le madri cucirono svastiche sulle divise
 

La Chiesa immolò sull’altare
Il suo unico figlio

Disubbidii al padre e alla madre
Mi vestii di rosso in un mondo tutto nero
Accorciai la gonna, infilai i pantaloni
E misi fiori nelle bocche dei cannoni.

Vengo da un dolore lontano
Da quando Caino ammazzò Abele
Il ricco sfruttò il povero
L’uomo picchiò la donna
La donna si cucì la bocca
Insieme ai figli padri e madri scacciarono
Il pazzo, il menomato, il diverso
Colui che veniva da lontano
Lo straniero
L’immigrato

Vengo da un lungo
Viaggio
Sul volto una tela di ragno
Nelle mani un’assenza
I segni, i disegni, i sogni
Si sono tutti seccati, crepati.

Vengo da una terra d’argilla
Da un colpo di zappa
Da un corpo imperfetto
Vengo da un tempo lontano
da un  dolore, da un amore, da un lungo viaggio 

Ieri ho visto un film: Welcome
Welcome
scritto su uno zerbino 

Oggi ho visto in TV cassonetti divelti  e persone protestare per le strade, persone pagate 25 euro al giorno, 25 euro per un giorno di lavoro.
Davanti alle case persino lo zerbino è scomparso. 

Nel film: in Francia ai clandestini è vietato entrare in un negozio e hanno sul dorso delle mani un numero scritto con un pennarello nero.
Gli ebrei portavano la stella sul petto e un numero tatuato sulle braccia.

La storia non insegna niente. 

Hanno incendiato macchine, divelto cassonetti e cancelli a Rosarno.

Tutti condannano la violenza. Tutti.
E’ un coro unanime.
Da destra a sinistra, da nord a sud, da est a ovest.
Tutti stupiti.
Vittime innocenti (?) dell’uomo nero. 

Dove era il coro ieri?

“Lo sport più praticato dai giovani di Rosarno è la caccia al nero. Dove “nero” non designa un subasahariano, ma indica indistintamente – senza discriminazione – un africano: di pelle scura o chiara è lo stesso. Il lunedì mattina, sugli autobus che portano a scuola, i ragazzi si fanno i reportage dei rispettivi pestaggi, sono motivi di vanto, di onore, a misurare il valore, tante croci sul petto. Ci sono delle tecniche, per linciare un nero. Anzitutto, evidentemente, essere in gruppo. Poi appostarsi nei luoghi strategici, dove sei obbligato a passare se vuoi andare da un punto all’altro del paese. Luoghi come via Carrara, via Roma, via Convento. Su via Convento, ad esempio, c’è un muraglione da dove si ha a portata di sasso chiunque passi di sotto. Ma anche sul corso (il corso, nei paesi come Rosarno, non ha un altro nome: è il corso e basta) – anche sul corso ci sono i presìdi, si aspetta che passi un nero per dargli la caccia. Appena due mattine fa, dice Antonino (ha i capelli alle spalle, un maglione colorato, un giubbotto di pelle scamosciato – “pure io quando cammino, mi sento dire drogato, frocio, come sei combinato…”), un ragazzino maghrebino correva, terrorizzato, lo rincorrevano in tre, con delle verghe in mano, l’ho fatto salire in macchina e l’ho portato via. E lo stesso ha fatto qualche tempo prima Giuseppe con un ragazzo algerino, a inseguirlo erano dei ragazzi più giovani di lui, avranno avuto dodici o tredici anni”.  Marco Rovelli   

Nel Film la guardia giurata non fa entrare i clandestini nel negozio, qualcuno protesta dice di farli passare, qualcun altro dietro di lui urla: sta solo facendo il suo lavoro!
Fu così che vennero spianati i campi e costruite le camere a gas: ognuno faceva soltanto il lavoro per il quale era pagato. Assolveva a un obbligo. Niente di più. 

Poco fa ho ricevuto una mail, parla di poesia.
Non l’ho letta.
Stasera nessuna bellezza di nessun tipo riesce a visitarmi.

La piazza vuota

Francesco Gianino, nel suo blog: www.etempodiscrivere.it  ha proposto un progetto sullo spazio vuoto. La cosa mi ha intrigato e ho scritto il racconto che segue.
 

Quando arrivò al centro della piazza sentì sfuggirle il petto, gli occhi e le gambe, e urlò.  

 Il distratto 

Non si era accorto di essere giunto in quel luogo, né  sapeva quali strade avesse attraversato, soltanto aveva posato i piedi l’uno dietro l’altro, come sempre del resto. Era passato attraversato luoghi pieni di orrore e luoghi incantevoli senza portarne memoria. E non si può dire che avesse avuto dei pensieri così intensi, che si fosse perso dietro un’idea, un amore o un odio verso qualcosa o qualcuno tanto forte da oscurare tutto il resto, soltanto aveva camminato perché qualcosa bisogna pur fare per consumare il tempo che si ha a disposizione.
Eppure quando giunse l’urlo oltrepassò la sua distrazione e lo costrinse a fermarsi nel centro della piazza che a quell’ora del giorno era priva di uomini e cose e persino d’ombre.
Si fermò, nel centro del petto sentì un gonfiore ingrossarsi come il pane quando lievita, poi esplose in un urlo potente che, tondo, gli frantumò il cuore, le costole, e poi tutto il corpo in tanti, piccoli, minuscoli frammenti.

Il maratoneta
 

La sua vita era una corsa. Correva al mattino, alla sera, correva al lavoro, mangiava correndo e dormiva di fretta,  e nel sonno continuava a correre. Persino le vacanze erano mordi e fuggi e in effetti la sua vita più che una corsa poteva definirsi una fuga. E quando correva o fuggiva, come dir si voglia, poteva cascare il mondo che lui non sentiva niente e non vedeva niente e non provava niente, se non l’affanno della corsa. Eppure quando giunse in quel luogo sentì un grido e accelerò il passo, il sudore che già da prima colava inondò la maglietta bianca e due macchie rosse di sangue la colorarono sul petto, lì dove i capezzoli sfregavano contro il cotone. Attraversò i portici e si affacciò sulla piazza che era priva di uomini e cose e pure d’ombre. Eppure sembrava che un grido si levasse lì, proprio al centro. Correndo lo raggiunse, sentì la luce divorarlo, entrare dentro al petto e allargarsi fino a frantumare il cuore, le costole, e poi tutto il corpo in tanti, piccoli, minuscoli frammenti. 

Il perditempo

  

Era nato in ritardo in un giorno che tarda ad arrivare: il 29 febbraio, era nato dopo ore di travaglio: “non si impegna” disse l’ostetrica alla madre che continuava a spingere e alla fine avevano dovuto fare un cesareo. Si racconta che avesse perso tempo nel decidere se spingere o meno, se restare al calduccio nell’utero o uscire allo scoperto e guardare il mondo. 
Il mondo di fuori non lo interessò più del mondo di dentro tanto che per tutta la vita non fece altro che perdere tempo perché non trovava mai veramente qualcosa o qualcuno che lo  stimolasse in qualcosa, qualsiasi cosa. Poteva scoppiare una bomba che lui indifferente al boato e alla sofferenza altrui avrebbe comunque continuato a fare quello che aveva sempre fatto: perdere tempo.  Eppure, quando giunse in quel luogo, sentì un urlo provenire dalla piazza e si fermò. Si allacciò una scarpa, si soffiò il naso, si aggiustò i capelli, poi si voltò verso il centro della piazza priva di uomini e cose  persino d’ombre. Si sedette sul gradino aspettando. Non arrivò nessuno,  il tempo dentro l’orologio rimase fermo. Non riuscì a perderlo come da sempre faceva così alla fine si decise e si avviò verso il centro, lo raggiunse, il cuore pareva un orologio, lentissimamente i secondi si disponevano lungo la circonferenza, quando tutta la circonferenza fu piena di secondi e altri spingevano con forza per guadagnarsi un posto il cuore/orologio esplose in tanti, piccoli, minuscoli, frammenti.
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Cenere

Me ne andavo a spasso sulla neve.

C’era il sole.

C’era il biancore.

C’erano rami carichi che grondavano sulla tua fronte in pozze d’acqua gelida.

Mi chiedo che fine ha fatto il calore della fronte.

Quale via ha preso e dove è svaporato.

E poi mentre chiudevo la finestra

Ho visto il cielo: si è fatto cenere.

20060106_chirurgiaestetica[1]Tu lo sai no quanto ami i miei figli, eppure quando sono andati via ho tirato un sospiro di sollievo, ero stanca, stanca di lavare tutti quei panni, di raccoglierli, stirarli, sistemarli negli armadi per trovarli poco dopo buttati alla rinfusa sui letti, per terra.

- Tutta colpa tua! – disse lei quel giorno con astio, lei che non ha figli e che mi fa tanta pena perché sempre pronta a sparare sentenze, tu non ti sai far valere, ti fai calpestare, non sai educare. Tutte cose vere, per carità, verissime,  perché se fossi stata come mia madre se lo sognavano i  miei figli di lasciare tutto in giro. Però mi fa rabbia una che spara sentenze senza sapere la fatica e la lotta quotidiana e le difficoltà e tutto. Di quanto è difficile essere madri e ricordare perfettamente cosa vuol dire essere figli perciò pendi sempre da tutte e due le parti.  E ti ricordi di quell’altra, quella che allora aveva i figli piccoli e non sapeva immaginarli grandi e disse che lei mai avrebbe raccolto scarpe, vestiti, e quant’altro e che adesso non sa cosa fare con suo figlio, un quindicennee scapestrato che gira di notte e dorme di giorno, marina la scuola, beve e fa a botte?  Un teppistello  del cazzo, ecco cosa è diventato, un teppistello del cazzo! Scusa, mi è scappata, non è da me, ho sempre aborrito parolacce e lingue avvelenate. E mi dispiace per lei, mi dispiace e vorrei aiutarla, ma non so aiutare neanche me stessa. Ma dicevo quando anche l’ultimo dei miei tre figli è andato a vivere da solo ho tirato un sospiro di sollievo ed ero anche contenta.

Tu, lo sai quanto ami i miei figli, però ero stanca, prima l’università, gli esami, poi uno va in palestra, l’altro in piscina,  non hanno tempo, così la casa è un luogo di passaggio e nel passaggio si dimenticano a volte di farti anche solo un sorriso. Senza tempo. I nostri figli senza tempo. E se capita  di essere tutti insieme poi è una suoneria continua, un lampeggiare di telefonini. A volte penso che per i figli noi non siamo persone ma padri o madri e basta, insomma delle identità amorfe. Ma è giusto. Anch’io ero così. Certo non mi sognavo di mangiare senza sparecchiare o lavare i piatti o. Ma erano altri tempi. Non c’erano tutti questi impegni. Poi dopo l’università, i lavori precari, mal pagati, non ci sono soldi per pagare un affitto. E così nessuno dei tre poteva andare via. E io sempre più stanca pensavo alla pensione, la pensione … alzarsi al mattino quando capita, quando capita andare a dormire,  coltivare un orto, magari due galline. Ma poi la pensione è sempre più lontana, adesso poi che anche per le donne si va ai sessantacinque! Certo, è giusto, certo, la parità, senz’altro, hai ragione. Ma questa ragione non la sentono le mie ossa. Per quanto ho lavorato, tirato la cinghia, le corse che ho fatto quando erano piccoli! Certo anche lui lavorava, magari dodici ore, è vero, non lo nego, ma poi a casa non sollevava uno spillo. Non poteva, è vero, era stanco, non discuto di questo. Poi è stato un bravo padre, anche un buon marito, affettuoso, premuroso, gentile. E poi non so cosa è successo,  ma a un certo punto l’uno dopo l’altro i miei figli sono andati via, nonostante il lavoro precario, l’affitto alto e tutto il resto. Certo era ora, questo lo so,  Luca aveva 32 anni, Giorgio 30 e Mario 28. Avevo pensato, ecco, adesso chiedo il part-time ma non ho potuto, come si fa, i ragazzi hanno lavori precari, sottopagati, insomma, hanno bisogno di un aiuto.

E poi non mi ci potevo vedere in questa casa grande, sempre in ordine, tutta sola tutto il giorno. E te la ricordi la mia amica? Quella che poi è sparita dopo che è andata in pensione (beata lei!) sai cosa mi diceva? Diceva che avevo la sindrome del nido vuoto. Mi era piaciuta così tanto quella cosa che la ripetevo sempre “La sindrome del nido vuoto!”. Era anche lei che diceva sempre che lui mi amava tanto, che non aveva mai visto nessuno tanto innamorato, e io ridevo, e non ci pensavo tanto a lui, pensavo che tanto era inutile pensarlo quando lo avevo sempre accanto, che non ce ne fosse bisogno, che tanto lui ci sarebbe sempre stato per me, e anch’io per lui, e che i capelli prima sarebbero stati sale e pepe, oh! Come mi piacevano i capelli sale e pepe e lui brizzolato, e poi li immaginavo bianchi, e poi insieme a spingere passeggini, i nostri nipoti intorno. Ah! Come volevo godermi i miei nipoti! Sentirmi chiamare nonna! E mi piaceva pensarmi un po’ rotonda, morbida, avrebbero detto “nonna, come sei morbida” e poi indicando una ruga sulla fronte “E questa, cos’è questa, nonna?” “Una ruga” “Una ruga? E Cos’è una ruga?” “Una ruga è un fatto che mi è successo, se volete ve la racconto” Racconta, racconta” e mi sarei messa a raccontare, Ah! Come amo raccontare!  Tutta la mia vita e quella di miei figli gli avrei raccontato”  E poi, ci pensi cosa vuol dire avere tutto il tempo, il tempo lungo senza orologi, delle stagioni scandite piano, degli inverni con la neve, ah, sentire il tempo scorrere piano!

E poi è successo tutto insieme, tutto si è accartocciato, come quando schiacci una lattina o una bottiglietta di plastica, così è stato per la mia vita: un rumore gracchiante e un finire dentro allo sporco tutta accartocciata.

Pensavo alla sindrome del nido vuoto e non mi sono accorta. No, ti giuro, non mi sono accorta di niente, non ci pensavo, non credevo, pensavo che dopo tutti quegli anni non ci fosse bisogno di tante parole, tanti gesti, che tutto era chiaro, e normale e.  Ah! La sicurezza degli affetti! No, non mi ero accorta che improvvisamente era sparita la pancetta e i capelli brizzolati e che c’aveva sempre qualcosa che lo portava fuori casa, un impegno, gli amici, la palestra. No, non mi sono guardata allo specchio, perché devo guardarmi, la mia faccia la conosco da così tanto tempo, cosa ha che non va la mia faccia? E’ va bene mi guardo, se proprio ci tieni mi guardo, non c’è niente che non va nella mia faccia, le rughe? Ma è normale, non ho vent’anni, certo la mia vicina ha la mia età, certo, sembra più giovane, dici? Ha fatto la plastica? Ma cosa vuoi che mi importi, non me ne importa un cazzo, scusa, non so cosa mi prende, le parolacce mi hanno sempre disgustato, ma cosa credi lo so cosa gli è successo, ha avuto paura di invecchiare per questo si è trovata una giovane, se ci penso può essere sua figlia. Sai un giorno li ho incontrati e lei era così bella e giovane, avrà avuto poco più di vent’anni! Ma no che dici? Ha più di quarant’anni, nooo, non ci credo, l’ho guardata bene. Dici che è rifatta? Ma a me non importa, ho un dolore qui che mi fa piegare in due, una lama dentro al fianco, un dolore che si mangia tutto. Ma poi lui mi ha guardata, e sì, mi sono vergognata delle mie rughe, delle borse sotto gli occhi,  dei fianchi larghi. Ah! Come mi ha guardato! Come si guarda uno scarafaggio!! E allora sono corsa a casa, mi sono messa davanti allo specchio e mi sono vista così brutta, ma così brutta ….  e allora ho preso il telefono e ho preso un appuntamento e poi un altro e un altro ancora. Cosa faccio ora? Vuoi sapere cosa faccio ora? Guardo la Tv, sì non l’avevo mai guardata, mi addormentavo sempre, ora no, sai l’insonnia e poi è così bello tutta quella vita in diretta, tutte quelle belle cose. Mi hai trovata carina. Ci mancherebbe con tutto quello che ho speso! Se son contenta? Mi hai vista sorridente ? Certo ora sorrido sempre, anche perché l’ultima volta il chirurgo ha sbagliato e così il sorriso si è stampato sulla faccia, ma poi non potrebbe essere altrimenti sono così bella, il collo dici? Bè, porto sempre una sciarpa.  E ora scusa, ti devo lasciare, sai inizia l’isola dei famosi. I miei figli come stanno? Stanno bene, grazie. I nipoti? O è ancora presto per i nipoti! C’è tempo. Ah, così ti ho detto, veramente? Non ci credo. Ho detto che volevo soltanto invecchiare? Ma dai! Noo! Non ci credo!!!

Sullo stesso argomento c’è un video molto interessante, lo trovate a questo indirizzo: http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89  e un post  QUI

albero nudoNon mi intendo di poesia, dei suoi meccanismi. Non mi intendo di rime, assonanze e dissonanze, perciò a volte non so cogliere la bellezza di certi versi che pure ci deve essere perché leggo di recensioni elogiative, e me ne dispiace.
E neppure sapevo che dovevo a tutte quelle emme, che ci stanno in “Mattina: m’illumino di immenso”, la permanenza della bellezza in tutti questi anni che sono passati da quando, per la prima volta, lessi la poesia.
Per dirla in breve sono ignorante come una capra, mi arrampico sui crepacci, mi inerpico su pendii scoscesi, e mastico tutto ciò che mi passa sotto il muso senza distinguere le rose dalle spine.
Ma poi, quando leggo certi versi

voglio del giorno
intera la mia parte 
voglio togliere dagli angoli l’incanto
e spogliare
la notte del suo peso
voglio con questi occhi
senza più specchi vedere
l’aura del tuo volto fasciarmi il viso     
di
Alfonso Nannariello

 

 

e mi trovo dentro le “nude cose“, per dirla alla  Giulio Mozzi ,  un senso di estraneità mi coglie da quella me stessa capra irriverente, e sento la parola farsi pane, nuvola o orizzonte,
o soltanto luce
o soltanto ombra
o soltanto….


ti ho dato, amore / i miei lamenti / la frusta del mio cuore / i morsi dei miei denti    

 

 

 e ancora

Sui sigilli del ventre
vertigina ponente.
La solitudine dispone le sue truppe
in formazione di combattimento
e il grigiore assalta col vento
le fronde del venerdì santo.
In lente ascensioni di porpora
avanza stendardi un dolore.
Una pioggia si prepara a cadere
nella macchia e sulle linee nemiche
sui miei capelli grigi e sulla terra
sulle caviglie e sui polsi
legate alle spalliere dei letti.  

Io e Alfonso siamo nati nello stesso paese: Calitri, lui giocava in via Concezione, io in via Cipresso. Sopra via Concezione, sotto via Cipresso. Siamo coetanei eppure  non ricordo il bambino che lui fu, ricordo invece i ragazzi che siamo stati e la nostra dissonanza, lui fermamente cattolico, io atea convinta. Per anni mai ci incontrammo, neppure quando  traslocai da via Cipresso in via Concezione,  poi io scrissi un libro e lui pure. E  nella scrittura infine ci trovammo.
Alfonso è un Poeta che sa portarmi dentro “le nude cose” anche quando scrive prosa:
“Gennaio era una mano di cementite bianca che cancellava tutto l’orizzonte. Era un cielo crudo. Era mia madre che mi passava i panni sopra il fuoco ed io, sotto le coperte, che restavo nudo.   O me lo mostrava, così senza calore, quando apriva gli scuri al mio risveglio.

Gennaio era nel barattolo di vetro sopra il davanzale. Era un paesaggio di foglie di alloro tra parti di maiale sommerse da un silenzio di gelatina di brodo ed aceto. Era, dalle finestre di casa, la luce opaca sul bosco spoglio e il colle innevato”  da Via Concezione ed. Libria.


Per chi volesse approfondire la conoscenza di Alfonso trova  QUI un’intervista molto interessante intitolata ’A SUD DI DIO’ .  Sullo stesso sito si possono trovare altre poesie e racconti dello stesso Autore.

Vacanze

veduta di Calitri dalla Piana dell'OlmoQueste sono state ferie vagabonde.

Calitri, Alta Irpinia, Campania, Basilicata, Toscana.

Soprattutto

Campi assolati.

veduta da Cairano

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Cani muti ci seguono dal castello fino al sagrato della chiesa.

Mi pare di camminare tra le pagine de “La zattera di pietra” di Saramago.

Venosa, città di Orazio, ti spio seduta all’ombra di un leone.

 

 

 

Altri cani sciolti
Abbaiano senza collare
Mostrano zanne aguzze oltre i vetri del finestrino.

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Campi di grano, agitano spighe, fagocitate dal mostro a denti  rotanti,  lanciano in aria polvere separando il grano dalla pula,  lasciando nudo e giallo il campo trapunto da balle  di fieno.

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Fichi
Occhi scuri nella bionda  e lunga estate
Il tempo lungo
Nel passo di mio padre

La spina nera della spiga
Nel fianco

 

Cala Violina

Cala Violina

E poi l’approdo nel mare toscano
E altre terre e altri boschi e altri olivi
Sulla balera d’altri tempi
La ragazza, sottile come una foglia,
balla,
volteggia lieve nella frescura della sera,
la gonna scivola sui fianchi,
le scarpe basse sfiorano la terra.
Flessuosa  oscilla baciando l’aria.

 

 

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 Le origini della danza del ventre

Non esistendo fonti attendibili  sono state elaborate varie ipotesi in merito alle origini della danza orientale, due di queste sono state estrapolate e prese in considerazione per lo svolgimento del monologo. La prima ipotesi risale a 25.000 anni fa quando venivano eseguiti  riti propiziatori della fertilità  legati al  culto della Madre Terra che assume diverse caratteristiche geografiche: in Babilonia è Ishtar, in Grecia Demetra e in Egitto Iside poiché nell’antichità si credeva che la fertilità fosse direttamente connessa alla terra e alle donne, in quanto creatrici di nuova vita, si attribuivano poteri magici. Le sacerdotesse  onoravano la dea madre con danze sacre entrando in relazione con i ritmi della natura imitandola (molti movimenti ricordano elementi naturali quali : le onde del mare, la forma della luna, il serpente, il cammello e ancora l’ atto sessuale e il parto..).  La seconda ipotesi è che la danza del ventre sia stata importata dalle tribù nomadi provenienti dall’India, le quali  attraversando paesi differenti, entrando in contatto con diversi popoli, interscambiando culture, abbiano creato un filo conduttore, con movenze che possiamo ritrovare oggi in diverse latitudini del nostro pianeta.

“La linea e il nodo”  video – monologo di Lucia Marchitto  avvalora entrambe le ipotesi.

E’ dall’osservazione della natura che l’uomo ha fatto le prime scoperte, come quella del fuoco per dire, e in natura tutto si muove, l’acqua scorre, gli uccelli migrano, le mandrie si muovono, i pesci nuotano controcorrente per andare a deporre le uova in posti nuovi. Questi viaggi  sono difficili, spesso molti animali muoiono durante il viaggio e quando raggiungono il traguardo devono difendere loro stessi e la prole futura dai predatori, eppure ogni anno migrano dando vita a nuove vite. La fertilità quindi legata al viaggio. La fertilità legata alla terra, all’uovo, al ventre, alla donna. 

Perché la linea e il nodo?

Il viaggio è una linea immaginaria che collega il luogo della partenza con quella dell’arrivo, in mezzo ci sta il nodo che rappresenta le difficoltà insite nel viaggio e nell’insediamento del nuovo habitat. Il nodo anche come intreccio, legame, tra arrivo e partenza, come ventre, fertilità. Ma se l’animale migra spinto da necessità e istinto  l’uomo ha qualcosa in più che lo fa muovere: è la magia del sogno, il sogno di una vita diversa, migliore, il sogno di conoscere altri luoghi, altri mondi, altri modi di essere, di superare i propri confini. Ed è proprio nella realizzazione del sogno che si riscontra la difficoltà, il nodo. Il nuovo mondo può essere oscuro e incomprensibile (notte) come oscure e incomprensibili possono essere le parole di una lingua sconosciuta. L’incontro con l’altro quindi va ricercato nei gesti, nella musica, nella danza.  La danza come  luogo d’incontro fra culture diverse. Incontro che genera nuove radici. 

Se non fosse

Marsa  Alam – Egitto – 17 – 24 maggio 2009

DSCF4021Se non fosse che sulla spiaggia  passano cammelli e cavalli potrei pensare di essere ancora in Italia e che tutto questo altro non è che una finzione.

Se non fosse per il deserto alle mie spalle e il mare davanti, dove luccica e affiora la barriera corallina, potrei pensare  che il volo altro non è stato che una finzione come tante in questo presente che ha scordato il passato,  nonostante il passato sia lì e la morte lì, e lì le tombe.

In questo presente farsa dove solo ciò che appare è. Tutto il resto è morto.

Di quella morte che non è morte nel senso di cessazione di battiti e respiri ma morte per mancanza di nascita.

Come pietre sulla terra.

Se non fosse per il loro sesso e per la mancanza dell’altro troverei nei modi gentili la gentilezza.

Se ci fossero donne a pulire case, a fare di conto, a cucinare, a guardare il mare,   se ci fossero donne,  fossero anche  soltanto un vestito che ricopra interamente le loro membra, potrei pensare a quei modi gentili come espressione di accoglienza, come mare nelle pupille di Ahmed, come deserto in quelli di Thomas, un deserto nero, ricco. Continua a leggere

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