Tu lo sai no quanto ami i miei figli, eppure quando sono andati via ho tirato un sospiro di sollievo, ero stanca, stanca di lavare tutti quei panni, di raccoglierli, stirarli, sistemarli negli armadi per trovarli poco dopo buttati alla rinfusa sui letti, per terra.
- Tutta colpa tua! – disse lei quel giorno con astio, lei che non ha figli e che mi fa tanta pena perché sempre pronta a sparare sentenze, tu non ti sai far valere, ti fai calpestare, non sai educare. Tutte cose vere, per carità, verissime, perché se fossi stata come mia madre se lo sognavano i miei figli di lasciare tutto in giro. Però mi fa rabbia una che spara sentenze senza sapere la fatica e la lotta quotidiana e le difficoltà e tutto. Di quanto è difficile essere madri e ricordare perfettamente cosa vuol dire essere figli perciò pendi sempre da tutte e due le parti. E ti ricordi di quell’altra, quella che allora aveva i figli piccoli e non sapeva immaginarli grandi e disse che lei mai avrebbe raccolto scarpe, vestiti, e quant’altro e che adesso non sa cosa fare con suo figlio, un quindicennee scapestrato che gira di notte e dorme di giorno, marina la scuola, beve e fa a botte? Un teppistello del cazzo, ecco cosa è diventato, un teppistello del cazzo! Scusa, mi è scappata, non è da me, ho sempre aborrito parolacce e lingue avvelenate. E mi dispiace per lei, mi dispiace e vorrei aiutarla, ma non so aiutare neanche me stessa. Ma dicevo quando anche l’ultimo dei miei tre figli è andato a vivere da solo ho tirato un sospiro di sollievo ed ero anche contenta.
Tu, lo sai quanto ami i miei figli, però ero stanca, prima l’università, gli esami, poi uno va in palestra, l’altro in piscina, non hanno tempo, così la casa è un luogo di passaggio e nel passaggio si dimenticano a volte di farti anche solo un sorriso. Senza tempo. I nostri figli senza tempo. E se capita di essere tutti insieme poi è una suoneria continua, un lampeggiare di telefonini. A volte penso che per i figli noi non siamo persone ma padri o madri e basta, insomma delle identità amorfe. Ma è giusto. Anch’io ero così. Certo non mi sognavo di mangiare senza sparecchiare o lavare i piatti o. Ma erano altri tempi. Non c’erano tutti questi impegni. Poi dopo l’università, i lavori precari, mal pagati, non ci sono soldi per pagare un affitto. E così nessuno dei tre poteva andare via. E io sempre più stanca pensavo alla pensione, la pensione … alzarsi al mattino quando capita, quando capita andare a dormire, coltivare un orto, magari due galline. Ma poi la pensione è sempre più lontana, adesso poi che anche per le donne si va ai sessantacinque! Certo, è giusto, certo, la parità, senz’altro, hai ragione. Ma questa ragione non la sentono le mie ossa. Per quanto ho lavorato, tirato la cinghia, le corse che ho fatto quando erano piccoli! Certo anche lui lavorava, magari dodici ore, è vero, non lo nego, ma poi a casa non sollevava uno spillo. Non poteva, è vero, era stanco, non discuto di questo. Poi è stato un bravo padre, anche un buon marito, affettuoso, premuroso, gentile. E poi non so cosa è successo, ma a un certo punto l’uno dopo l’altro i miei figli sono andati via, nonostante il lavoro precario, l’affitto alto e tutto il resto. Certo era ora, questo lo so, Luca aveva 32 anni, Giorgio 30 e Mario 28. Avevo pensato, ecco, adesso chiedo il part-time ma non ho potuto, come si fa, i ragazzi hanno lavori precari, sottopagati, insomma, hanno bisogno di un aiuto.
E poi non mi ci potevo vedere in questa casa grande, sempre in ordine, tutta sola tutto il giorno. E te la ricordi la mia amica? Quella che poi è sparita dopo che è andata in pensione (beata lei!) sai cosa mi diceva? Diceva che avevo la sindrome del nido vuoto. Mi era piaciuta così tanto quella cosa che la ripetevo sempre “La sindrome del nido vuoto!”. Era anche lei che diceva sempre che lui mi amava tanto, che non aveva mai visto nessuno tanto innamorato, e io ridevo, e non ci pensavo tanto a lui, pensavo che tanto era inutile pensarlo quando lo avevo sempre accanto, che non ce ne fosse bisogno, che tanto lui ci sarebbe sempre stato per me, e anch’io per lui, e che i capelli prima sarebbero stati sale e pepe, oh! Come mi piacevano i capelli sale e pepe e lui brizzolato, e poi li immaginavo bianchi, e poi insieme a spingere passeggini, i nostri nipoti intorno. Ah! Come volevo godermi i miei nipoti! Sentirmi chiamare nonna! E mi piaceva pensarmi un po’ rotonda, morbida, avrebbero detto “nonna, come sei morbida” e poi indicando una ruga sulla fronte “E questa, cos’è questa, nonna?” “Una ruga” “Una ruga? E Cos’è una ruga?” “Una ruga è un fatto che mi è successo, se volete ve la racconto” Racconta, racconta” e mi sarei messa a raccontare, Ah! Come amo raccontare! Tutta la mia vita e quella di miei figli gli avrei raccontato” E poi, ci pensi cosa vuol dire avere tutto il tempo, il tempo lungo senza orologi, delle stagioni scandite piano, degli inverni con la neve, ah, sentire il tempo scorrere piano!
E poi è successo tutto insieme, tutto si è accartocciato, come quando schiacci una lattina o una bottiglietta di plastica, così è stato per la mia vita: un rumore gracchiante e un finire dentro allo sporco tutta accartocciata.
Pensavo alla sindrome del nido vuoto e non mi sono accorta. No, ti giuro, non mi sono accorta di niente, non ci pensavo, non credevo, pensavo che dopo tutti quegli anni non ci fosse bisogno di tante parole, tanti gesti, che tutto era chiaro, e normale e. Ah! La sicurezza degli affetti! No, non mi ero accorta che improvvisamente era sparita la pancetta e i capelli brizzolati e che c’aveva sempre qualcosa che lo portava fuori casa, un impegno, gli amici, la palestra. No, non mi sono guardata allo specchio, perché devo guardarmi, la mia faccia la conosco da così tanto tempo, cosa ha che non va la mia faccia? E’ va bene mi guardo, se proprio ci tieni mi guardo, non c’è niente che non va nella mia faccia, le rughe? Ma è normale, non ho vent’anni, certo la mia vicina ha la mia età, certo, sembra più giovane, dici? Ha fatto la plastica? Ma cosa vuoi che mi importi, non me ne importa un cazzo, scusa, non so cosa mi prende, le parolacce mi hanno sempre disgustato, ma cosa credi lo so cosa gli è successo, ha avuto paura di invecchiare per questo si è trovata una giovane, se ci penso può essere sua figlia. Sai un giorno li ho incontrati e lei era così bella e giovane, avrà avuto poco più di vent’anni! Ma no che dici? Ha più di quarant’anni, nooo, non ci credo, l’ho guardata bene. Dici che è rifatta? Ma a me non importa, ho un dolore qui che mi fa piegare in due, una lama dentro al fianco, un dolore che si mangia tutto. Ma poi lui mi ha guardata, e sì, mi sono vergognata delle mie rughe, delle borse sotto gli occhi, dei fianchi larghi. Ah! Come mi ha guardato! Come si guarda uno scarafaggio!! E allora sono corsa a casa, mi sono messa davanti allo specchio e mi sono vista così brutta, ma così brutta …. e allora ho preso il telefono e ho preso un appuntamento e poi un altro e un altro ancora. Cosa faccio ora? Vuoi sapere cosa faccio ora? Guardo la Tv, sì non l’avevo mai guardata, mi addormentavo sempre, ora no, sai l’insonnia e poi è così bello tutta quella vita in diretta, tutte quelle belle cose. Mi hai trovata carina. Ci mancherebbe con tutto quello che ho speso! Se son contenta? Mi hai vista sorridente ? Certo ora sorrido sempre, anche perché l’ultima volta il chirurgo ha sbagliato e così il sorriso si è stampato sulla faccia, ma poi non potrebbe essere altrimenti sono così bella, il collo dici? Bè, porto sempre una sciarpa. E ora scusa, ti devo lasciare, sai inizia l’isola dei famosi. I miei figli come stanno? Stanno bene, grazie. I nipoti? O è ancora presto per i nipoti! C’è tempo. Ah, così ti ho detto, veramente? Non ci credo. Ho detto che volevo soltanto invecchiare? Ma dai! Noo! Non ci credo!!!
Sullo stesso argomento c’è un video molto interessante, lo trovate a questo indirizzo: http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89 e un post QUI
Non mi intendo di poesia, dei suoi meccanismi. Non mi intendo di rime, assonanze e dissonanze, perciò a volte non so cogliere la bellezza di certi versi che pure ci deve essere perché leggo di recensioni elogiative, e me ne dispiace.
Queste sono state ferie vagabonde.






Se non fosse che sulla spiaggia passano cammelli e cavalli potrei pensare di essere ancora in Italia e che tutto questo altro non è che una finzione.
Mi alzo tranquillo, infilo i jeans, metto il giaccone, mi guardo allo specchio, non è un eskimo ma ci assomiglia e comunque ho questo e lo infilo, tiro fuori i capelli dal colletto, sono lunghi i miei capelli e mi piacciono. Non prendo i libri perché non mi servono oggi, c’è manifestazione e io vado in piazza. Passo a chiamare il mio amico che come me fa parte del movimento studentesco, mi sento grande nei miei 15 anni oggi. Per strada incontriamo un altro compagno, pioviggina, una pioggerellina fastidiosa. La paura striscia fastidiosa dentro di me, negli ultimi periodi ci sono stati episodi di violenza fascista ed è per quello che stiamo andando in piazza.


Non ho mai voglia di rispondere al telefono, muovo piccoli passi nella speranza che smetta di trillare, così quando prendo la cornetta mi stupisce che ancora ci sia una voce dall’altro lato del filo. E’ la mia amica S.