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20060106_chirurgiaestetica[1]Tu lo sai no quanto ami i miei figli, eppure quando sono andati via ho tirato un sospiro di sollievo, ero stanca, stanca di lavare tutti quei panni, di raccoglierli, stirarli, sistemarli negli armadi per trovarli poco dopo buttati alla rinfusa sui letti, per terra.

- Tutta colpa tua! – disse lei quel giorno con astio, lei che non ha figli e che mi fa tanta pena perché sempre pronta a sparare sentenze, tu non ti sai far valere, ti fai calpestare, non sai educare. Tutte cose vere, per carità, verissime,  perché se fossi stata come mia madre se lo sognavano i  miei figli di lasciare tutto in giro. Però mi fa rabbia una che spara sentenze senza sapere la fatica e la lotta quotidiana e le difficoltà e tutto. Di quanto è difficile essere madri e ricordare perfettamente cosa vuol dire essere figli perciò pendi sempre da tutte e due le parti.  E ti ricordi di quell’altra, quella che allora aveva i figli piccoli e non sapeva immaginarli grandi e disse che lei mai avrebbe raccolto scarpe, vestiti, e quant’altro e che adesso non sa cosa fare con suo figlio, un quindicennee scapestrato che gira di notte e dorme di giorno, marina la scuola, beve e fa a botte?  Un teppistello  del cazzo, ecco cosa è diventato, un teppistello del cazzo! Scusa, mi è scappata, non è da me, ho sempre aborrito parolacce e lingue avvelenate. E mi dispiace per lei, mi dispiace e vorrei aiutarla, ma non so aiutare neanche me stessa. Ma dicevo quando anche l’ultimo dei miei tre figli è andato a vivere da solo ho tirato un sospiro di sollievo ed ero anche contenta.

Tu, lo sai quanto ami i miei figli, però ero stanca, prima l’università, gli esami, poi uno va in palestra, l’altro in piscina,  non hanno tempo, così la casa è un luogo di passaggio e nel passaggio si dimenticano a volte di farti anche solo un sorriso. Senza tempo. I nostri figli senza tempo. E se capita  di essere tutti insieme poi è una suoneria continua, un lampeggiare di telefonini. A volte penso che per i figli noi non siamo persone ma padri o madri e basta, insomma delle identità amorfe. Ma è giusto. Anch’io ero così. Certo non mi sognavo di mangiare senza sparecchiare o lavare i piatti o. Ma erano altri tempi. Non c’erano tutti questi impegni. Poi dopo l’università, i lavori precari, mal pagati, non ci sono soldi per pagare un affitto. E così nessuno dei tre poteva andare via. E io sempre più stanca pensavo alla pensione, la pensione … alzarsi al mattino quando capita, quando capita andare a dormire,  coltivare un orto, magari due galline. Ma poi la pensione è sempre più lontana, adesso poi che anche per le donne si va ai sessantacinque! Certo, è giusto, certo, la parità, senz’altro, hai ragione. Ma questa ragione non la sentono le mie ossa. Per quanto ho lavorato, tirato la cinghia, le corse che ho fatto quando erano piccoli! Certo anche lui lavorava, magari dodici ore, è vero, non lo nego, ma poi a casa non sollevava uno spillo. Non poteva, è vero, era stanco, non discuto di questo. Poi è stato un bravo padre, anche un buon marito, affettuoso, premuroso, gentile. E poi non so cosa è successo,  ma a un certo punto l’uno dopo l’altro i miei figli sono andati via, nonostante il lavoro precario, l’affitto alto e tutto il resto. Certo era ora, questo lo so,  Luca aveva 32 anni, Giorgio 30 e Mario 28. Avevo pensato, ecco, adesso chiedo il part-time ma non ho potuto, come si fa, i ragazzi hanno lavori precari, sottopagati, insomma, hanno bisogno di un aiuto.

E poi non mi ci potevo vedere in questa casa grande, sempre in ordine, tutta sola tutto il giorno. E te la ricordi la mia amica? Quella che poi è sparita dopo che è andata in pensione (beata lei!) sai cosa mi diceva? Diceva che avevo la sindrome del nido vuoto. Mi era piaciuta così tanto quella cosa che la ripetevo sempre “La sindrome del nido vuoto!”. Era anche lei che diceva sempre che lui mi amava tanto, che non aveva mai visto nessuno tanto innamorato, e io ridevo, e non ci pensavo tanto a lui, pensavo che tanto era inutile pensarlo quando lo avevo sempre accanto, che non ce ne fosse bisogno, che tanto lui ci sarebbe sempre stato per me, e anch’io per lui, e che i capelli prima sarebbero stati sale e pepe, oh! Come mi piacevano i capelli sale e pepe e lui brizzolato, e poi li immaginavo bianchi, e poi insieme a spingere passeggini, i nostri nipoti intorno. Ah! Come volevo godermi i miei nipoti! Sentirmi chiamare nonna! E mi piaceva pensarmi un po’ rotonda, morbida, avrebbero detto “nonna, come sei morbida” e poi indicando una ruga sulla fronte “E questa, cos’è questa, nonna?” “Una ruga” “Una ruga? E Cos’è una ruga?” “Una ruga è un fatto che mi è successo, se volete ve la racconto” Racconta, racconta” e mi sarei messa a raccontare, Ah! Come amo raccontare!  Tutta la mia vita e quella di miei figli gli avrei raccontato”  E poi, ci pensi cosa vuol dire avere tutto il tempo, il tempo lungo senza orologi, delle stagioni scandite piano, degli inverni con la neve, ah, sentire il tempo scorrere piano!

E poi è successo tutto insieme, tutto si è accartocciato, come quando schiacci una lattina o una bottiglietta di plastica, così è stato per la mia vita: un rumore gracchiante e un finire dentro allo sporco tutta accartocciata.

Pensavo alla sindrome del nido vuoto e non mi sono accorta. No, ti giuro, non mi sono accorta di niente, non ci pensavo, non credevo, pensavo che dopo tutti quegli anni non ci fosse bisogno di tante parole, tanti gesti, che tutto era chiaro, e normale e.  Ah! La sicurezza degli affetti! No, non mi ero accorta che improvvisamente era sparita la pancetta e i capelli brizzolati e che c’aveva sempre qualcosa che lo portava fuori casa, un impegno, gli amici, la palestra. No, non mi sono guardata allo specchio, perché devo guardarmi, la mia faccia la conosco da così tanto tempo, cosa ha che non va la mia faccia? E’ va bene mi guardo, se proprio ci tieni mi guardo, non c’è niente che non va nella mia faccia, le rughe? Ma è normale, non ho vent’anni, certo la mia vicina ha la mia età, certo, sembra più giovane, dici? Ha fatto la plastica? Ma cosa vuoi che mi importi, non me ne importa un cazzo, scusa, non so cosa mi prende, le parolacce mi hanno sempre disgustato, ma cosa credi lo so cosa gli è successo, ha avuto paura di invecchiare per questo si è trovata una giovane, se ci penso può essere sua figlia. Sai un giorno li ho incontrati e lei era così bella e giovane, avrà avuto poco più di vent’anni! Ma no che dici? Ha più di quarant’anni, nooo, non ci credo, l’ho guardata bene. Dici che è rifatta? Ma a me non importa, ho un dolore qui che mi fa piegare in due, una lama dentro al fianco, un dolore che si mangia tutto. Ma poi lui mi ha guardata, e sì, mi sono vergognata delle mie rughe, delle borse sotto gli occhi,  dei fianchi larghi. Ah! Come mi ha guardato! Come si guarda uno scarafaggio!! E allora sono corsa a casa, mi sono messa davanti allo specchio e mi sono vista così brutta, ma così brutta ….  e allora ho preso il telefono e ho preso un appuntamento e poi un altro e un altro ancora. Cosa faccio ora? Vuoi sapere cosa faccio ora? Guardo la Tv, sì non l’avevo mai guardata, mi addormentavo sempre, ora no, sai l’insonnia e poi è così bello tutta quella vita in diretta, tutte quelle belle cose. Mi hai trovata carina. Ci mancherebbe con tutto quello che ho speso! Se son contenta? Mi hai vista sorridente ? Certo ora sorrido sempre, anche perché l’ultima volta il chirurgo ha sbagliato e così il sorriso si è stampato sulla faccia, ma poi non potrebbe essere altrimenti sono così bella, il collo dici? Bè, porto sempre una sciarpa.  E ora scusa, ti devo lasciare, sai inizia l’isola dei famosi. I miei figli come stanno? Stanno bene, grazie. I nipoti? O è ancora presto per i nipoti! C’è tempo. Ah, così ti ho detto, veramente? Non ci credo. Ho detto che volevo soltanto invecchiare? Ma dai! Noo! Non ci credo!!!

Sullo stesso argomento c’è un video molto interessante, lo trovate a questo indirizzo: http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89  e un post  QUI

albero nudoNon mi intendo di poesia, dei suoi meccanismi. Non mi intendo di rime, assonanze e dissonanze, perciò a volte non so cogliere la bellezza di certi versi che pure ci deve essere perché leggo di recensioni elogiative, e me ne dispiace.
E neppure sapevo che dovevo a tutte quelle emme, che ci stanno in “Mattina: m’illumino di immenso”, la permanenza della bellezza in tutti questi anni che sono passati da quando, per la prima volta, lessi la poesia.
Per dirla in breve sono ignorante come una capra, mi arrampico sui crepacci, mi inerpico su pendii scoscesi, e mastico tutto ciò che mi passa sotto il muso senza distinguere le rose dalle spine.
Ma poi, quando leggo certi versi

voglio del giorno
intera la mia parte 
voglio togliere dagli angoli l’incanto
e spogliare
la notte del suo peso
voglio con questi occhi
senza più specchi vedere
l’aura del tuo volto fasciarmi il viso     
di
Alfonso Nannariello

 

 

e mi trovo dentro le “nude cose“, per dirla alla  Giulio Mozzi ,  un senso di estraneità mi coglie da quella me stessa capra irriverente, e sento la parola farsi pane, nuvola o orizzonte,
o soltanto luce
o soltanto ombra
o soltanto….


ti ho dato, amore / i miei lamenti / la frusta del mio cuore / i morsi dei miei denti    

 

 

 e ancora

Sui sigilli del ventre
vertigina ponente.
La solitudine dispone le sue truppe
in formazione di combattimento
e il grigiore assalta col vento
le fronde del venerdì santo.
In lente ascensioni di porpora
avanza stendardi un dolore.
Una pioggia si prepara a cadere
nella macchia e sulle linee nemiche
sui miei capelli grigi e sulla terra
sulle caviglie e sui polsi
legate alle spalliere dei letti.  

Io e Alfonso siamo nati nello stesso paese: Calitri, lui giocava in via Concezione, io in via Cipresso. Sopra via Concezione, sotto via Cipresso. Siamo coetanei eppure  non ricordo il bambino che lui fu, ricordo invece i ragazzi che siamo stati e la nostra dissonanza, lui fermamente cattolico, io atea convinta. Per anni mai ci incontrammo, neppure quando  traslocai da via Cipresso in via Concezione,  poi io scrissi un libro e lui pure. E  nella scrittura infine ci trovammo.
Alfonso è un Poeta che sa portarmi dentro “le nude cose” anche quando scrive prosa:
“Gennaio era una mano di cementite bianca che cancellava tutto l’orizzonte. Era un cielo crudo. Era mia madre che mi passava i panni sopra il fuoco ed io, sotto le coperte, che restavo nudo.   O me lo mostrava, così senza calore, quando apriva gli scuri al mio risveglio.

Gennaio era nel barattolo di vetro sopra il davanzale. Era un paesaggio di foglie di alloro tra parti di maiale sommerse da un silenzio di gelatina di brodo ed aceto. Era, dalle finestre di casa, la luce opaca sul bosco spoglio e il colle innevato”  da Via Concezione ed. Libria.


Per chi volesse approfondire la conoscenza di Alfonso trova  QUI un’intervista molto interessante intitolata ’A SUD DI DIO’ .  Sullo stesso sito si possono trovare altre poesie e racconti dello stesso Autore.

Vacanze

veduta di Calitri dalla Piana dell'OlmoQueste sono state ferie vagabonde.

Calitri, Alta Irpinia, Campania, Basilicata, Toscana.

Soprattutto

Campi assolati.

veduta da Cairano

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Cani muti ci seguono dal castello fino al sagrato della chiesa.

Mi pare di camminare tra le pagine de “La zattera di pietra” di Saramago.

Venosa, città di Orazio, ti spio seduta all’ombra di un leone.

 

 

 

Altri cani sciolti
Abbaiano senza collare
Mostrano zanne aguzze oltre i vetri del finestrino.

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Campi di grano, agitano spighe, fagocitate dal mostro a denti  rotanti,  lanciano in aria polvere separando il grano dalla pula,  lasciando nudo e giallo il campo trapunto da balle  di fieno.

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Fichi
Occhi scuri nella bionda  e lunga estate
Il tempo lungo
Nel passo di mio padre

La spina nera della spiga
Nel fianco

 

Cala Violina

Cala Violina

E poi l’approdo nel mare toscano
E altre terre e altri boschi e altri olivi
Sulla balera d’altri tempi
La ragazza, sottile come una foglia,
balla,
volteggia lieve nella frescura della sera,
la gonna scivola sui fianchi,
le scarpe basse sfiorano la terra.
Flessuosa  oscilla baciando l’aria.

 

 

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 Le origini della danza del ventre

Non esistendo fonti attendibili  sono state elaborate varie ipotesi in merito alle origini della danza orientale, due di queste sono state estrapolate e prese in considerazione per lo svolgimento del monologo. La prima ipotesi risale a 25.000 anni fa quando venivano eseguiti  riti propiziatori della fertilità  legati al  culto della Madre Terra che assume diverse caratteristiche geografiche: in Babilonia è Ishtar, in Grecia Demetra e in Egitto Iside poiché nell’antichità si credeva che la fertilità fosse direttamente connessa alla terra e alle donne, in quanto creatrici di nuova vita, si attribuivano poteri magici. Le sacerdotesse  onoravano la dea madre con danze sacre entrando in relazione con i ritmi della natura imitandola (molti movimenti ricordano elementi naturali quali : le onde del mare, la forma della luna, il serpente, il cammello e ancora l’ atto sessuale e il parto..).  La seconda ipotesi è che la danza del ventre sia stata importata dalle tribù nomadi provenienti dall’India, le quali  attraversando paesi differenti, entrando in contatto con diversi popoli, interscambiando culture, abbiano creato un filo conduttore, con movenze che possiamo ritrovare oggi in diverse latitudini del nostro pianeta.

“La linea e il nodo”  video – monologo di Lucia Marchitto  avvalora entrambe le ipotesi.

E’ dall’osservazione della natura che l’uomo ha fatto le prime scoperte, come quella del fuoco per dire, e in natura tutto si muove, l’acqua scorre, gli uccelli migrano, le mandrie si muovono, i pesci nuotano controcorrente per andare a deporre le uova in posti nuovi. Questi viaggi  sono difficili, spesso molti animali muoiono durante il viaggio e quando raggiungono il traguardo devono difendere loro stessi e la prole futura dai predatori, eppure ogni anno migrano dando vita a nuove vite. La fertilità quindi legata al viaggio. La fertilità legata alla terra, all’uovo, al ventre, alla donna. 

Perché la linea e il nodo?

Il viaggio è una linea immaginaria che collega il luogo della partenza con quella dell’arrivo, in mezzo ci sta il nodo che rappresenta le difficoltà insite nel viaggio e nell’insediamento del nuovo habitat. Il nodo anche come intreccio, legame, tra arrivo e partenza, come ventre, fertilità. Ma se l’animale migra spinto da necessità e istinto  l’uomo ha qualcosa in più che lo fa muovere: è la magia del sogno, il sogno di una vita diversa, migliore, il sogno di conoscere altri luoghi, altri mondi, altri modi di essere, di superare i propri confini. Ed è proprio nella realizzazione del sogno che si riscontra la difficoltà, il nodo. Il nuovo mondo può essere oscuro e incomprensibile (notte) come oscure e incomprensibili possono essere le parole di una lingua sconosciuta. L’incontro con l’altro quindi va ricercato nei gesti, nella musica, nella danza.  La danza come  luogo d’incontro fra culture diverse. Incontro che genera nuove radici. 

Se non fosse

Marsa  Alam – Egitto – 17 – 24 maggio 2009

DSCF4021Se non fosse che sulla spiaggia  passano cammelli e cavalli potrei pensare di essere ancora in Italia e che tutto questo altro non è che una finzione.

Se non fosse per il deserto alle mie spalle e il mare davanti, dove luccica e affiora la barriera corallina, potrei pensare  che il volo altro non è stato che una finzione come tante in questo presente che ha scordato il passato,  nonostante il passato sia lì e la morte lì, e lì le tombe.

In questo presente farsa dove solo ciò che appare è. Tutto il resto è morto.

Di quella morte che non è morte nel senso di cessazione di battiti e respiri ma morte per mancanza di nascita.

Come pietre sulla terra.

Se non fosse per il loro sesso e per la mancanza dell’altro troverei nei modi gentili la gentilezza.

Se ci fossero donne a pulire case, a fare di conto, a cucinare, a guardare il mare,   se ci fossero donne,  fossero anche  soltanto un vestito che ricopra interamente le loro membra, potrei pensare a quei modi gentili come espressione di accoglienza, come mare nelle pupille di Ahmed, come deserto in quelli di Thomas, un deserto nero, ricco. Continua a leggere

AliceaCalitri1Ciò che mi accoglie è il vento.

Di questo grigiore non avevo memoria.

Come se gli anni fossero caduti sulla pietra.

Una cataratta calata sulla collina.

E le finestre da sempre occhi vigili sulla valle paiono  annacquati come quelli dei vecchi.

Bisogna togliere il velo opaco per trovare la lucentezza della luce e la forza dell’ombra.

 

Bisogna salire, seguire il percorso della pietra, fino al suo ventre.

Entrare nelle case scavate nel tufo dove le botti sono piene di vino, un vino rosso, corposo, talmente denso che lascia un alone viola nel bicchiere,

nella goccia caduta sulla tovaglia.

Nella grotta la volta è piena di bubboni di pietra incastrati nel tufo e d’estate quando si entra il freddo scivola sulla schiena in un brivido che  raffredda i pensieri cosicché puoi sederti sul treppiedi grezzo dove i colpi dell’ascia non sono stati levigati, e stare fermo.

Soltanto stare.

Soltanto sentire il vino.

Soltanto sentire l’odore del tufo. Continua a leggere

 

 

alicesulterremoto

Alberto è il mio nipotino adottivo, non ci siamo mai visti nè incontrati,  ci siamo conosciuti in rete, ogni tanto ci scriviamo,  Alberto studia all’Aquila ed era lì la notte del terremoto. Mi ha inviato questa lettera.

“NON RICORDO SE HAI GIA’ AVUTO O SENTITO SU http://www.myboxtv.com/site/show.aspx?Cod=8909 QUESTA LETTERA, MA CI TENEVO A MANDARLA A TE PERSONALMENTE. PUOI INOLTRARLA SE VUOI O TENERLA CON TE. TI ABBRACCIO FORTE. FORTE COME SEMPRE. FORTE PER SEMPRE.
ALBERTO

STRINGIMI A TE

E poi mi trovo qui, a vedere la mia casa e i rumori della mia gente. Mi trovo qui e sembra che il mondo non sia poi lo stesso per tutti: sembra possa esistere un inferno e un paradiso senza un confine sfumato, solo netto. Un giorno ed una notte che sanno d’amore e di morte. Solo d’amore o solo di morte. Pensavo che l’alba arrivasse più lentamente. Non ricordavo un passaggio così veloce. “Ma hai sentito Albè?”. “Si, ho fermato la televisione che stava per cadere Andrè!”. “Vabbè dai, io vado a dormire”. “Si, si, spengo e mi metto a letto anch’io che domani devo ripetere per l’esame”.

Poco dopo la scossa delle 00.00 abbiamo scherzato un po’ col coinquilino. Cercavamo di sdrammatizzare, anzi, credere e convincerci che le tante rassicurazioni dei giornali dei giorni e dei mesi precedenti valessero anche per quella, che sembrava una delle tante, solo l’ennesima scossa. Nessuno tra gli amici, né i tg alimentava preoccupazioni. Ho salutato andrea e chiuso la porta accanto al mio letto. Continua a leggere

 

ALICEINCITTA

Circa un mese fa,  la mia amica Adriana Iacono ha proposto a quelli di Facebook una cosa molto interessante. Riporto qui ciò che ha scritto:

“L’idea è venuta leggendo due bei racconti di Giandomenico e Alberto, perché quando leggo una cosa che mi piace mi viene subito voglia di scriverla anch’io, solo che questa volta ho pensato in grande e mi sono detta perché non coinvolgere gli altri? Il tema c’era “Lo spazio urbano” e anche il titolo “Alice nelle città” (che Wim mi perdoni). Poi è successo il terremoto ed è successo che l’altro giorno, casualmente, ho ritrovato Marianna proprio quando la stavo cercando. Marianna vive, “viveva” dice lei, a L’Aquila e ho pensato che sarebbe stato bello aiutarla a rimarginare qualche ferita, anche piccola, attraverso la scrittura. Proviamo a ricostruire lo spazio urbano devastato dal terremoto come dalle mafie, dalla spazzatura, dal cemento, dall’inquinamento raccontandolo come ricordo, storia inventata, foto malinconica, sogno fantastico o pura realtà. Forse è ancora presto per Marianna, per provare a metabolizzare, però mi piace pensare che c’è un manipolo di scrittori disposto a fare da traino, a fare gruppo raccontando ognuno la sua città nel modo che preferisce. Francesco ha già cominciato nel suo blog (www.etempodiscrivere.it) parlando di Modica. Se la cosa vi piace potete estenderla ad altri amici ma si dovrà trovare fare in modo che ognuno possa leggere i racconti degli altri, magari è semplice ma io ho difficoltà anche solo a coniugare il verbo taggare.” 
Ora su FB e sul blog di Francesco Gianino  www.etempodiscrivere.it questa idea si sta trasformando in qualcosa di più concreto, chi volesse saperne di più può visitare il blog di Francesco, chi è su facebook può iscriversi al gruppo che si è formato, c
hi ha voglia di scrivere affili i polpastrelli e li cali nell’inchiostro. 

Mi fai muovere

Non ho mai voglia di rispondere al telefono, muovo piccoli passi nella speranza che smetta di trillare, così quando prendo la cornetta mi stupisce che ancora ci sia una voce dall’altro lato del filo. E’ la mia amica S.

“Mi potresti stampare la foto della pancia/mondo?”

  L’ultima volta che ci siamo viste io e S. abbiamo visionato le fotografie sulla danza orientale (QUI) e quelle sulla storia del tango argentino. Abbiamo passato un pomeriggio intero su quelle foto.

“Certo, te la porto domani”

“Mi ha smosso così tante cose quella foto! Il fatto è che quando parlo con te mi si apre sempre qualcosa, mi fai muovere, ecco”

Mi fai muovere queste parole si imprimono dentro di me. S. dice sempre delle cose che mi si attaccano dentro, come le parole di quella volta in giardino “Mi invento ogni giorno” ricordo ancora il giardino come era, con quella luce strana che cadeva sulle pieghe del vestito, e ricordo anche le foglie sulle quali le parole assunsero una  forma ben precisa.

Così oggi ho stampato la foto e sono andata da S.

“Ho scoperto che dentro di me è racchiusa una bambina arrabbiata – dice mostrandomi l’ultimo collage a cui sta lavorando – Non è una rabbia urlata, è piuttosto muta.” Guardo il foglio vi è disegnata  una donna morta nel cui ventre c’è un bambino che le volta le spalle, ha le mani incrociate  e  la bocca serrata. Mi viene in mente che l’ultima volta che ci siamo viste  ha detto “Ho una madre terribile”

Tanto tempo fa, anni e anni fa, anch’io pensavo di avere una madre terribile. Da molto tempo ho solo una madre molto sola, la sua solitudine mi riempie di solitudine.  Mi chiedo se anche dentro di me ci sia questa bambina, mi rendo conto che no, che la mia bambina si è acquietata da tempo. Che dentro di me invece c’è una donna arrabbiata di una rabbia sorda che non esce da nessuna parte.

Una rabbia sigillata.

“I miei collage – dice – sono fatti di quadri, Renoir, Magritte…  – si avvicina alla libreria stracolma di libri fotografici, tomi pesanti e piccoli libretti colorati - Ho provato a prendere fotografie dai giornali, anche da opere moderne ma niente mi attrae, niente mi stimola, forse per me il corpo è ancora troppo forte, ancora non mi sono liberata”.

Penso che neanche io mi sono liberata del corpo, se scrivo un racconto racconto una storia, un inizio e una fine, ma poi penso che da quando ho deciso di non scrivere più né racconti, né romanzi, né niente di niente, ma non riuscendo sempre a ubbidire all’imperativo impostomi ho scritto pagine  piene di parole senza storie, sono macchie con gli a capo sconclusionati,  e questo tempo che dedico alla fotografia, non al fare fotografia ma allo scomporre, al  mutilare, modificare, incollare pezzi, tagliare, soprattutto tagliare,  forse altro non è che una ricerca di liberazione. Di liberarmi dal corpo e tagliare la rabbia a fette.  Forse è solo che da qualche parte quel germe/verme che mi cresce dentro deve uscire fuori.

Mi fai muovere dice di nuovo.

I nostri corpi fissi sulle sedie,  le mille statuine immobili nell’eterno gesto scolpito, i libri  sulla scrivania, le pietre sul tavolino giacciono nella loro pesantezza di pietra, tutto è fermo, eppure tutto è movimento.

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