Riporto due testimonianze che raccolsi nel trentennale della strage di piazza della Loggia a Brescia e che rielaborai sotto forma di monologo. Le riporto oggi non solo per testimoniare quella strage, ma per dar voce anche ai ragazzi che questa mattina hanno vissuto una situazione analoga
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E per urlare forte contro questa violenza.
Per urlare forte: sia fatta giustizia!
“Fai scendere Salvatore che voglio toccarlo”
Siamo amici noi due, frequentiamo la stessa scuola, abitiamo nello stesso quartiere soltanto io sono di sinistra e lui di destra. D’altra parte nel quartiere dove vivo essere di sinistra è una scelta difficile. C’è un bar vicino casa mia dove spesso la gente del quartiere si ritrova per chiacchierare e si sa che la padrona, una certa Giacomazzi, simpatizza per la destra. E poi di fronte a casa mia abita un certo Ferrari e un tale detto Pippo anche loro, si sa, non sono certo di sinistra.
E così è difficile essere di sinistra in un mondo che guarda tutto a destra, ma io lo sono e oggi vado in piazza col mio amico. Siamo in ritardo, sono andato al Calini, ho fatto solo la prima ora per l’interrogazione in latino, e adesso cammino veloce.
Il mio amico mi dice “Cosa ci andiamo a fare lì che ci sono i cinesi?” io non rispondo e cammino e lui mi segue.
Ho sete, mi fermo alla fontana bevo e ci avviamo verso il monte di pietà.
E io non so da dove arriva questo boato che si allarga nella piazza, si allarga nella piazza insieme al fumo, insieme alla paura e poi intorno a me si crea un varco e in mezzo a questo varco un uomo tutto insanguinato mi viene incontro e la voce di Castrezzati incita ad allontanarsi dalla piazza e allora corro, scappo via da questa piazza costeggiando il palazzo delle poste.
Scappo e inciampo e cado.
Il mio amico non mi ha abbandonato, insieme ci avviamo verso casa. Correndo, scappando, con l’urlo dentro al petto ci fermiamo alla nostra chiesa, dal nostro parroco per parlare, poi torno a casa.
E poi suona il citofono ed è mio padre e mia madre ascolta stupita perché lui a quest’ora doveva essere in aeroporto a Ghedi dove lavora e invece e lì attaccato al citofono e dice:
“Fai scendere Salvatore che voglio toccarlo”
E io scendo e lui mi tocca la faccia e mi pare così strano, non è da lui toccarmi, lui così schivo e restio a gesti affettuosi mi tocca la faccia. Mio padre.
E mi tocca anche il suo collega.
E poi si rimettono in macchina e ritornano a lavorare.
“Non ho mai sentito parole più belle”
Queste rondini girano in cerchio e stridono nel cielo carico di pioggia, una pioggia che non scroscia, infastidisce e si posa come colla sulla faccia.
Stridono queste rondini e girano in cerchio sopra di me, sopra il mio pallore, mi appoggio alla vetrina per non cadere. “Vai a prendere un caffè” dice una voce amica e così saluto i miei compagni e i miei insegnanti e mi allontano da queste rondini e dal loro oscuro presagio.
Da sola cammino per il vicolo, entro nel bar, ordino un caffè, lo bevo e non so se prima ho sentito il boato e poi è andata via la corrente o viceversa ma sono al buio con il boato dentro al petto e il rumore strisciante della saracinesca che si chiude.
Nel buio, sigillata nella mia paura, mi giunge la voce sconosciuta di chi poco fa mi ha servito un caffè, la voce che dice di aver paura della polizia per questo ha tirato giù la serranda, io voglio solo un telefono per sentire una voce amica, per accertarmi che fuori il mondo è ancora come l’ho lasciato. A tentoni lo cerco e lo trovo il telefono, muto mi restituisce le parole che non trovo.
Tutto questo buio, voglio uscire, voglio un po’ di luce, queste ombre che mi girano intorno come le rondini le sento stridere.
E poi qualcuno trova una candela e qualcun altro apre la serranda.
Si apre su un mondo sconosciuto la serranda fatto di ambulanze dal suono angosciante, di luci che girando ti sbattono sulla faccia, di voci che parlano di bombe e di morti, e io devo andare là dove ho lasciato i miei compagni.
E devo essere sconvolta se questo ragazzo che non mi conosce mi accompagna per il vicolo che ho attraversato da poco e che adesso è così diverso con queste persone che corrono e che urlano.
E poi improvviso un odore di carne appena macellata, fresca, mi entra nelle narici, dentro lo stomaco e abbasso lo sguardo per terra e capisco che è da questo lastricato arancione che l’odore di carne si sprigiona, non voglio sentire questo odore e cammino e cerco i miei compagni.
Guardo in aria, non ci sono più le rondini, niente, non c’è più niente di quello che ho lasciato, tutto è diverso.
Dove sono?
E’ la mia piazza questa?
E’ la mia città?
E dove sono i miei compagni, i miei insegnanti?
Cammino in mezzo a questo mondo distrutto e sconosciuto senza una meta, mi aggiro ombra tra le ombre, con l’odore della carne dentro al naso e l’arancione che mi violenta gli occhi.
E poi lo vedo il mio insegnante, mi viene incontro e ha una faccia stravolta e sconvolta e mi dice:
“Ti ho cercata tra i morti e ti trovo qui”
Ferma un furgone, mi fa salire e mi porta a casa.
Salgo, mi siedo e penso:
“Non ho mai sentito parole più belle”
Dalla raccolta di monologhi: “Abbiamo chiesto in prestito le parole che ci avevano rubato” Lucia Marchitto Auser 2004












